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San Bertolfo Abate

Festa: 19 agosto

† Bobbio, 639/640

Fu il terzo abate del monastero di San Colombano a Bobbio e una delle figure più importanti della prima generazione monastica successiva al fondatore. Di nobile origine e parente di sant'Arnolfo, vescovo di Metz, si convertì al cristianesimo e intraprese la vita monastica a Luxeuil, uno dei principali centri della tradizione colombaniana. Da qui passò a Bobbio insieme a sant'Attala, al quale succedette alla guida della comunità dopo la morte di quest'ultimo, avvenuta nel 627. Il suo breve governo abbaziale ebbe tuttavia una rilevanza che superò largamente la dimensione interna del monastero. Bertolfo si trovò infatti al centro di una controversia con Probo, vescovo di Tortona, che rivendicava la propria autorità sul monastero bobbiese. La questione fu sottoposta al re longobardo Ariovaldo e infine portata a Roma. L'11 giugno 628 papa Onorio I riconobbe a Bobbio una diretta dipendenza dalla sede apostolica, rafforzandone in maniera decisiva l'autonomia. La principale fonte sulla sua vita è Giona di Bobbio, che conobbe personalmente Bertolfo e lo accompagnò nel viaggio a Roma. La sua Vita Bertulfi conserva insieme preziose informazioni storiche e racconti di carattere propriamente agiografico. Bertolfo morì verso il 640 e fu sepolto a Bobbio.

Etimologia: Dal germanico berht, 'illustre', 'splendente', e wulf, 'lupo'; quindi 'lupo illustre' o 'lupo famoso'.

Emblema: Abito monastico e insegne abbaziali.

Martirologio Romano: Nel monastero di Bobbio in Emilia, san Bertolfo, abate, successore di sant’Attala nello stesso cenobio.


Le notizie sulla prima parte della vita di Bertolfo (Bertulfo, Bertulfus, Bertulf) derivano soprattutto dalla Vita composta da Giona di Bobbio. La tradizione lo presenta come appartenente a una famiglia nobile e come parente di sant'Arnolfo, vescovo di Metz, una delle personalità più importanti della Chiesa franca del VII secolo.
Il rapporto con Arnolfo ebbe un ruolo determinante nella sua conversione. Bertolfo, ancora legato alla religione tradizionale del suo ambiente, fu attratto dall'esempio del parente e decise di abbracciare il cristianesimo.
Dopo la conversione intraprese la vita monastica e raggiunse Luxeuil, in Borgogna, uno dei grandi centri del monachesimo fondato da san Colombano. Il monastero, guidato in quel periodo da sant'Eustasio, conservava e sviluppava la disciplina spirituale introdotta da Colombano.
A Luxeuil Bertolfo conobbe sant'Attala, destinato a diventare il secondo abate di Bobbio. L'esperienza maturata in quell'ambiente avrebbe costituito il fondamento della sua successiva attività monastica.

Da Luxeuil a Bobbio
Bobbio era stato fondato da san Colombano nei primi anni del VII secolo e costituiva la principale fondazione italiana del grande monaco irlandese. Dopo la morte di Colombano, Attala aveva assunto la guida della comunità.
Bertolfo raggiunse Bobbio insieme ad Attala e vi entrò pienamente nella vita del monastero.
La sua formazione e le sue qualità personali gli procurarono progressivamente una posizione autorevole all'interno della comunità. Quando Attala morì, nel 627 circa, i monaci lo scelsero come suo successore.
Bertolfo divenne così il terzo abate di Bobbio, continuando la linea di successione che collegava direttamente la comunità al suo fondatore.
Il suo abbaziato si colloca quindi in una fase particolarmente delicata della storia dell'abbazia. Bobbio non era più soltanto una fondazione recente, ma cominciava ad assumere un ruolo stabile nel quadro ecclesiastico e politico dell'Italia settentrionale.

La controversia con il vescovo di Tortona
Poco dopo l'elezione di Bertolfo sorse una controversia con Probo, vescovo di Tortona.
Il problema riguardava la giurisdizione ecclesiastica sul monastero. Il vescovo riteneva che Bobbio dovesse essere sottoposto alla propria autorità, mentre la comunità monastica rivendicava una posizione autonoma.
La questione assumeva un'importanza considerevole perché coinvolgeva un problema destinato a diventare centrale nella storia del monachesimo occidentale: il rapporto tra l'autorità dei vescovi territoriali e l'autonomia dei monasteri.
La controversia fu portata davanti al re longobardo Ariovaldo. Secondo la documentazione riferita da Treccani, il sovrano rifiutò di appropriarsi di una questione che riteneva appartenere all'autorità ecclesiastica e decise di inviare Bertolfo a Roma a proprie spese.
L'episodio mostra già quanto Bobbio fosse diventato importante nel delicato equilibrio tra potere regio, episcopato e istituzioni monastiche.

Il viaggio a Roma e l'incontro con Onorio I
Bertolfo si recò quindi a Roma accompagnato da Giona di Bobbio.
Il viaggio ebbe un esito decisivo. Il papa Onorio I, eletto nel 625, esaminò la questione riguardante il monastero e riconobbe a Bobbio una particolare condizione di autonomia.
Il documento pontificio è datato 11 giugno 628. In esso il monastero viene posto direttamente in rapporto gerarchico con la sede apostolica, sottraendolo alla normale giurisdizione del vescovo di Tortona.
Questo provvedimento costituisce probabilmente l'episodio di maggiore rilevanza storica dell'intero abbaziato di Bertolfo.
La vicenda non riguarda infatti soltanto la storia personale del santo. Essa si inserisce nel più ampio processo attraverso il quale alcuni monasteri dell'Occidente ottennero una crescente autonomia rispetto alle diocesi territoriali, mediante la protezione diretta della sede romana.
Bertolfo appare quindi come uno dei protagonisti di una fase molto precoce di quel processo che nei secoli successivi avrebbe portato alla piena affermazione delle esenzioni monastiche.

Il ritorno a Bobbio
La Vita di Giona narra anche un episodio avvenuto durante il viaggio di ritorno.
Secondo il racconto, Bertolfo si ammalò gravemente durante la sosta nell'area di Bismantova. La febbre era così forte da far temere per la sua vita.
Nella notte avrebbe avuto una visione di san Pietro, che gli avrebbe ordinato di rialzarsi e di tornare presso la propria comunità. Dopo l'apparizione, Bertolfo avrebbe recuperato rapidamente le forze.
Il racconto appartiene chiaramente al genere agiografico e non può essere verificato con i criteri della storiografia moderna. La sua presenza nella Vita, tuttavia, è significativa perché rivela la concezione che la comunità bobbiese aveva del proprio abate: un uomo posto sotto una particolare protezione divina e chiamato a portare a termine la propria missione.

Il governo dell'abbazia
Rientrato a Bobbio, Bertolfo continuò a governare il monastero fino alla morte.
Le fonti non attribuiscono al suo abbaziato una lunga serie di grandi imprese. La sua importanza emerge piuttosto dalla continuità e dal consolidamento dell'opera iniziata da Colombano e proseguita da Attala.
La tradizione trasmessa da Giona insiste sulle sue qualità spirituali, sull'umiltà e sulla cura della comunità.
Bertolfo non si limitava alla vita interna del monastero. Secondo la Vita, si dedicava anche all'istruzione religiosa della popolazione, contribuendo alla diffusione e al rafforzamento della fede cristiana nel territorio circostante.
Questa dimensione pastorale è importante per comprendere il ruolo dei primi monasteri colombaniani. Essi non erano semplicemente luoghi di ritiro spirituale, ma veri centri di evangelizzazione, formazione e cultura.

Bertolfo e la lotta contro l'arianesimo
L'attività di Bertolfo si colloca in un'Italia settentrionale ancora caratterizzata dalla presenza di comunità longobarde di tradizione ariana.
La situazione religiosa era complessa. Il cattolicesimo conviveva con l'arianesimo e con altre forme di appartenenza religiosa, mentre la monarchia longobarda attraversava una fase di progressiva trasformazione.
Anche la vicenda di Ariovaldo è significativa. Il re era ariano e tuttavia, nel conflitto tra Bertolfo e il vescovo di Tortona, riconobbe la necessità di deferire la questione alla sede apostolica.
Onorio I, secondo la tradizione trasmessa dalla Vita, incoraggiò Bertolfo a proseguire nell'opera di evangelizzazione e nella lotta contro l'arianesimo.
Non disponiamo però di una documentazione sufficiente per ricostruire nei dettagli questa attività. È quindi più corretto parlare di un impegno pastorale attribuito dalle fonti a Bertolfo, senza trasformarlo in una campagna missionaria sistematicamente documentata.

Gli ultimi anni e la morte
Bertolfo rimase alla guida di Bobbio per circa tredici anni.
La cronologia della morte non è completamente uniforme nelle diverse fonti. Treccani lo colloca intorno al 640, mentre altre ricostruzioni propongono il 639.
Alla sua morte gli succedette san Bobuleno, quarto abate di Bobbio.
Con Bertolfo si chiude così una delle prime fasi della storia dell'abbazia, quella direttamente collegata alla generazione immediatamente successiva a Colombano.

Giona di Bobbio e la Vita Bertulfi
La fonte fondamentale per la conoscenza di Bertolfo è la Vita Bertulfi di Giona di Bobbio.
Giona è una figura di straordinaria importanza per la storia dell'agiografia altomedievale. Monaco di Bobbio, fu autore delle Vitae dedicate a diversi protagonisti del primo monachesimo colombaniano.
La Vita Bertulfi è registrata nella Bibliotheca Hagiographica Latina con il numero BHL 1311.
Il valore della testimonianza deriva anche dal rapporto personale tra autore e protagonista. Giona accompagnò Bertolfo nel viaggio a Roma e poté conoscere direttamente la comunità di Bobbio e i suoi primi abati.
La fonte deve tuttavia essere letta criticamente. Non si tratta di una biografia moderna, ma di un testo agiografico nel quale dati storici, memoria comunitaria, interpretazione spirituale e racconti miracolosi sono strettamente intrecciati.
Per questo la Vita è preziosissima sia come fonte storica sia come testimonianza della memoria che la comunità di Bobbio aveva costruito attorno al proprio abate.

I miracoli attribuiti a Bertolfo
La tradizione agiografica attribuisce a Bertolfo diversi interventi miracolosi.
Tra gli episodi ricordati dalla Vita figurano guarigioni e liberazioni da forme di possessione, oltre alla guarigione avvenuta durante il viaggio di ritorno da Roma.
Particolarmente significativo è il racconto relativo alla malattia contratta presso Bismantova, dalla quale Bertolfo sarebbe stato liberato dopo la visione di san Pietro.
Questi episodi devono essere distinti dai dati storici propriamente documentabili.
Il loro interesse storico consiste soprattutto nel testimoniare la reputazione di santità attribuita a Bertolfo dalla tradizione monastica e nel mostrare il modo in cui la comunità interpretava gli avvenimenti della sua vita.

Il privilegio di papa Onorio I
Il documento pontificio del 628 rappresenta il principale elemento di rilievo istituzionale legato alla figura di Bertolfo.
La decisione di Onorio I sottraeva Bobbio alla dipendenza ordinaria dal vescovo di Tortona e stabiliva un rapporto diretto con la sede romana. Treccani collega esplicitamente questa concessione alla successiva storia delle esenzioni monastiche.
È quindi possibile considerare Bertolfo non soltanto come un abate della prima generazione bobbiese, ma anche come protagonista di una vicenda che ebbe conseguenze più ampie nella storia dei rapporti tra monasteri e autorità episcopale.
La sua azione dimostra inoltre la crescente capacità delle grandi comunità monastiche di interagire direttamente con i massimi livelli dell'autorità ecclesiastica e politica.

Bobbio nella memoria di Bertolfo
Per comprendere la figura di Bertolfo bisogna considerare la straordinaria importanza che Bobbio avrebbe assunto nel Medioevo.
L'abbazia fondata da Colombano divenne uno dei principali centri religiosi e culturali dell'Italia settentrionale. Treccani ricorda in particolare il ruolo dello scriptorium bobbiese, che tra VII e IX secolo fu uno dei maggiori centri di produzione di codici del regno d'Italia.
Bertolfo appartiene alla fase iniziale di questa storia.
La sua opera contribuì a consolidare una comunità che, da semplice fondazione colombaniana, stava progressivamente diventando un'istituzione ecclesiastica di grande rilievo.
La successione dei primi abati può essere così sintetizzata:
- San Colombano, fondatore
- Sant'Attala, secondo abate
- San Bertolfo, terzo abate
- San Bobuleno, quarto abate
Bertolfo rappresenta dunque un anello essenziale nella continuità della tradizione colombaniana.

La sepoltura e la memoria nella cripta
La memoria funeraria di Bertolfo è rimasta legata alla basilica di San Colombano a Bobbio.
La documentazione storico-artistica lombarda conserva una testimonianza particolarmente interessante: una fotografia della prima metà del XX secolo identifica nella cripta della basilica una transenna marmorea con intrecci viminei sulla tomba di san Bertolfo, attribuita all'arte longobarda del IX secolo.
Il dato è importante anche dal punto di vista della storia della memoria del santo. La presenza di una struttura decorativa di epoca successiva alla sua morte dimostra come la venerazione dei primi abati fosse stata incorporata nella sistemazione monumentale della cripta.
La basilica di San Colombano conserva così ancora oggi il ricordo materiale della prima comunità monastica bobbiese.

Il culto
Il culto di Bertolfo è di origine antica ed è strettamente collegato alla tradizione del monastero di Bobbio.
La sua memoria liturgica è fissata al 19 agosto.
Il Martyrologium Romanum, nella formulazione riportata dalla Conferenza Episcopale Italiana, lo ricorda con queste parole:
Nel monastero di Bobbio in Emilia, san Bertolfo, abate, successore di sant'Attala nello stesso cenobio.
La sobrietà della formula è significativa. Il Martirologio non insiste sui miracoli o sulle tradizioni della Vita, ma identifica il santo attraverso il suo ruolo storico fondamentale: abate di Bobbio e successore di Attala.

Autore: Giampietro Cattini
 


 

Giona da Bobbio gli dedica un capitolo (il XXIII del II libro) nella sua Vita San Columbani. Bertolfo, nato da genitori pagani, si convertì ben presto al cristianesimo considerando gli esempi di virtù di sant'Arnolfo, vescovo di Metz, suo consanguineo. Desideroso di perfezione, entrò nel monastero di Luxeuil, allora all'apogeo del suo splendore, e si pose sotto la direzione dell'abate sant'Eustasio. Qui lo vide sant'Attala che ottenne di condurlo con sé a Bobbio e alla morte del quale i monaci, con voto unanime, lo elessero alla successione. Il vescovo Probo protestò (in quel tempo Bobbio dipendeva ecclesiasticamente da Tortona) presso Ariovaldo, re dei Longobardi, per non essere stato consultato nella elezione dell'abate. Il re ariano, però, giudicò bene non ingerirsi in cause ecclesiastiche, tanto più che quasi tutti i monaci erano di origine franca e consigliò Bertolfo di ricorrere a Roma, dove il santo abate si recò accompagnato dallo storico Giona. Papa Onorio volle conoscere a fondo i termini della contesa e il genere di vita dei monaci; esortò l'abate a continuare la lotta contro gli ariani e concesse l'immunità dalla giurisdizione vescovile all'abbazia. Il testo del celebre documento pontificio, datato 11 giugno 628, che doveva poi diventare regola generale, è edito in PL (LXXX, coll. 483-84).
Nel viaggio di ritorno, presso Bismantova, Bertolfo fu assalito da una febbre così forte che credette prossima la morte. Ma durante la notte uno sconosciuto lo guarì prodigiosamente ordinandogli di raggiungere i suoi monaci a Bobbio. Gli chiese allora il santo chi fosse e quegli rispose: «Sono Pietro: oggi (era infatti il 29 giugno) l'universo intero mi festeggia». Bertolfo, tornato a Bobbio, governò tredici anni circa e morì nel 639.
Il suo biografo e compagno mette in rilievo l'umiltà e la religiosità di Bertolfo; trascrive anche i nomi di due ossessi liberati dal santo e ricorda la guarigione di un lebbroso. Nel muro a nord della cripta, dietro la bella lapide quattrocentesca, si venera il corpo del santo, la cui festa si celebra a Bobbio il 19 agosto.


Autore:
Costantino Poggi


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2026-08-10

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