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Montalbanejo, Spagna, fine XVI sec. - Nagasaki, Giappone, 16-17 agosto 1627
Nell'implacabile stagione delle persecuzioni anticattoliche in Giappone, il gruppo dei Beati Francesco di Santa Maria e quattordici compagni rappresenta uno degli esempi più fulgidi e comunitari della resistenza cristiana nel Sol Levante. La memoria liturgica del 27 agosto riunisce un mosaico di vite straordinariamente eterogeneo: frati europei, un religioso messicano, catechisti locali, sposi, vedove e artigiani. Tutti uniti dalla medesima fedeltà a Cristo e dall'appartenenza, a vario titolo, alla famiglia francescana. Sorpresi nella casa del terziario Gaspar Vaz a Nagasaki, vissero gli ultimi mesi in condizioni di prigionia estrema, durante le quali si consumò persino un inedito noviziato religioso. Condannati per il solo crimine di aver ospitato missionari e professato la fede cattolica, affrontarono il rogo e la decapitazione sulla celebre Nishizaka, la collina che la tradizione locale ribattezzò Monte dei Martiri. Il loro sacrificio, avvenuto tra l'agosto del 1627 e il settembre del 1628, non fu un atto isolato, ma il culmine di una rete clandestina di carità e annuncio che aveva trasformato le abitazioni dei fedeli in vere e proprie catacombe moderne.
Patronato: Giappone, Terz'Ordine Francescano, Catechisti.
Etimologia: Francesco deriva dal latino Franciscus, 'piccolo francese' o 'uomo libero'.
Emblema: Palma del martirio, fuoco, spada, abito francescano, croce.
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, beati Francesco di Santa Maria, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, e quattordici compagni, martiri, che subirono il martirio in odio al nome di Cristo per ordine del prefetto della città Kawachi Dono.
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Il cuore di questo gruppo di martiri batte attorno alla figura di padre Francesco di Santa Maria, un sacerdote dell'Ordine dei Frati Minori nato a Montalbanejo, nella provincia spagnola di Cuenca. Animato da un profondo zelo missionario, si offrì volontario per le spedizioni nelle Indie Orientali. Nei primi anni Venti del Seicento, approdò nelle Filippine e da lì si preparò al rischioso ingresso in Giappone, un territorio ormai diventato ostile a causa dei severi editti anticristiani promulgati dallo shogunato Tokugawa nel 1614. Ad accompagnarlo in questa impresa vi era fratel Bartolomeo Laurel, un religioso professo non sacerdote originario del Messico, che condivideva con il confratello spagnolo lo stesso ardore apostolico. Una volta sbarcati clandestinamente sulle coste giapponesi, i due frati si inserirono in una fitta rete di supporto gestita dai cristiani locali. In un contesto in cui i missionari stranieri erano braccati come fuorilegge, la sopravvivenza della missione dipendeva interamente dall'ospitalità, dalla protezione e dall'opera di mediazione culturale dei fedeli giapponesi.
La rete clandestina e la casa di Gaspar Vaz A Nagasaki, il punto di riferimento per i francescani divenne l'abitazione degli sposi Gaspar e Maria Vaz, entrambi iscritti alla Terz'Ordine Francescano. La loro dimora si era trasformata in una sorta di moderna Betania: un rifugio sicuro dove i frati potevano riposare, celebrare l'Eucaristia in segreto e pianificare le attività pastorali. Accanto a loro operava una schiera di laici profondamente dediti alla causa: il catechista Antonio, la vedova Maddalena Kiyota, i carpentieri Michele Kizayemon e Luca Kiyemon, che utilizzavano le loro abilità per costruire nascondigli, e altri fedeli come Martino Gomez, Francesco Kurobioye, Tommaso Wo Jinyemon, Caio Jiyemon, Francesca e Luigi Matsuo Soyemon. Questa comunità variegata non si limitava a nascondere i sacerdoti, ma si occupava attivamente dell'assistenza ai malati, del sostegno ai poveri e dell'istruzione dei catecumeni. I carpentieri, in particolare, erano essenziali per allestire ripari di fortuna nelle foreste e nei villaggi limitrofi, permettendo ai missionari di sfuggire alle continue retate dei soldati dello shogun.
L'arresto e il singolare noviziato in carcere La caduta della rete avvenne in un giorno d'estate del 1627. Un traditore rivelò alle autorità il nascondiglio dei frati presso l'abitazione dei Vaz. Le guardie fecero irruzione, incatenando padre Francesco, fratel Bartolomeo e otto terziari presenti, tra cui i padroni di casa. Il catechista Antonio, avvisato dell'accaduto mentre si trovava altrove, prese una decisione straordinaria. Si presentò al governatore di Nagasaki autodenunciandosi: dichiarò di essere lui stesso il ricercato che le autorità cercavano, chiedendo come ricompensa per la sua delazione di essere incarcerato e giustiziato insieme al suo maestro. La richiesta fu accettata. In cella, tra le privazioni e le torture psicologiche, si verificò un evento forse unico nella storia dell'Ordine Serafico: Antonio fu ammesso al noviziato e poté emettere la professione religiosa nelle mani di padre Francesco, divenendo formalmente frate Antonio di San Francesco. Un anno di noviziato vissuto sui pagliericci di una prigione, culminato nella professione dei voti a pochi passi dal patibolo.
Il rogo e il taglio sulla Santa Collina Le condanne a morte furono eseguite sulla Nishizaka, la collina di Nagasaki che domina il porto e che i cristiani iniziarono a chiamare la Santa Collina o Monte dei Martiri. Le autorità giapponesi applicarono un crudele discrimine basato sullo status e sul genere: i sacerdoti, i religiosi e i capifamiglia che avevano ospitato i missionari furono destinati al rogo, mentre altri laici e le donne furono decapitati. Tra il 16 e il 17 agosto 1627, padre Francesco di Santa Maria, fratel Bartolomeo Laurel, il neo-professo Antonio di San Francesco e Gaspar Vaz furono arsi vivi, legati a pali di legno. Maria Vaz, Martino Gomez, i carpentieri Luca e Michele e altri compagni affrontarono invece la decapitazione. L'unico a subire il martirio in un secondo momento fu Luigi Matsuo Soyemon, il quale, dopo una lunga detenzione nel carcere di Omura, fu giustiziato l'8 settembre 1628, avendo rifiutato ogni proposta di apostasia.
Il gruppo dei 205 Martiri del Giappone Francesco di Santa Maria e i suoi quattordici compagni non furono beatificati singolarmente, ma inseriti nel grande gruppo dei 205 Martiri del Giappone, che include religiosi domenicani, agostiniani, gesuiti e numerosissimi laici. Questo maxi-processo di beatificazione, conclusosi sotto il pontificato di Pio IX il 7 luglio 1867, rappresenta il più numeroso gruppo di martiri mai elevato agli onori degli altari in un singolo decreto. La memoria liturgica collettiva fu fissata al 27 agosto per onorare in modo particolare questo nucleo francescano.
L'iconografia e il culto Nell'arte sacra giapponese e nelle stampe missionarie dell'epoca, i martiri di Nagasaki sono spesso raffigurati con l'abito francescano, la palma del martirio e, in alcuni casi, avvolti dalle fiamme o con la spada del boia. La collina di Nishizaka è oggi il sito del Santuario dei Ventisei Martiri e del Museo dei Martiri, dove si conservano reliquie e documenti originali delle persecuzioni. Il culto verso questi beati rimane molto sentito nell'Arcidiocesi di Nagasaki, specialmente tra i membri della Famiglia Francescana Secolare.
Curiosità L'episodio del catechista Antonio che si finge delatore per farsi arrestare è uno degli aneddoti più sorprendenti della storiografia martirologica giapponese. Dimostra come, di fronte alla ferocia delle leggi anticristiane, i fedeli locali avessero sviluppato non solo una profonda resilienza spirituale, ma anche una spiccata capacità di beffare i meccanismi burocratici e inquisitori dello shogunato, volgendoli a proprio favore per condividere il destino dei propri pastori.
Autore: Enrico Quiri
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