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Santi Sebastiano Nam I-gwan e compagni, Lucia Kim, Caterina Yi e Maddalena Cho Martiri

Festa: 26 settembre

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Seul, Corea, 1780 - Seul, Corea, 26 settembre 1839

Sebastiano e i suoi otto compagni, insieme alle martiri Lucia Kim, Caterina Yi e sua figlia Maddalena Cho, appartengono alla generazione di cristiani coreani travolta dalla persecuzione Gihae del 1839. La loro vicenda mostra caratteristiche diverse all'interno dello stesso gruppo: Nam I-gwan, laico e catechista, fu una delle figure di responsabilità della giovane Chiesa coreana e venne decapitato il 26 settembre 1839 insieme a otto compagni; Lucia Kim, Caterina Yi e Maddalena Cho morirono invece in carcere, in un giorno non precisato dello stesso mese, dopo la detenzione e i maltrattamenti subiti. La documentazione sulla vita di Nam I-gwan è relativamente più consistente e comprende anche testimonianze provenienti dagli interrogatori ufficiali della persecuzione, mentre per le tre donne le fonti biografiche sono più limitate. Particolarmente importante è l'identificazione di Lucia Kim: non si tratta di Lucia Kim Nu-sia, giovane martire uccisa nel luglio 1839, ma di un'altra Lucia Kim, vedova e anziana, ricordata nelle fonti coreane con l'appellativo legato alla sua deformità fisica. Le diverse vicende confluiscono nella memoria liturgica del 26 settembre e nella storia dei 103 martiri coreani canonizzati nel 1984.

Emblema: Palma del martirio, abiti tradizionali coreani e strumenti o segni della prigionia e del martirio.

Martirologio Romano: A Seul in Corea, passione dei santi Sebastiano Nam I-gwan e nove compagni, martiri, che per la fede cristiana furono decapitati dopo atroci torture; vengono commemorate con loro anche le sante martiri Lucia Kim, Caterina Yi, vedova, e sua figlia Maddalena Cho, vergine, che, messe in carcere per Cristo, in un giorno ignoto di questo mese morirono per i supplizi patiti.


La vicenda di questi martiri deve essere collocata nella situazione particolare della prima Chiesa cattolica coreana. Il cristianesimo era penetrato nella penisola attraverso libri e testi provenienti dalla Cina e, prima dell'arrivo stabile dei missionari europei, era stato accolto e diffuso soprattutto da laici coreani. Giovanni Paolo II sottolineò nel 1984 proprio questa caratteristica, ricordando che la prima comunità cristiana coreana era nata attraverso l'iniziativa di laici e aveva sviluppato una notevole capacità di organizzazione religiosa prima della presenza permanente di sacerdoti.
La situazione cambiò progressivamente negli anni Trenta dell'Ottocento. Nel 1833 entrò in Corea il sacerdote cinese Francesco Saverio Yu Fangji, noto nelle fonti coreane come Yu Bang-je, e nel 1836 arrivarono i primi missionari francesi della Società per le Missioni Estere di Parigi. La presenza dei missionari contribuì alla crescita della comunità, ma accrebbe anche l'attenzione delle autorità nei confronti del cattolicesimo.
La persecuzione Gihae, iniziata nel 1839, fu una delle grandi repressioni della prima Chiesa coreana. La storiografia recente ha mostrato che non si trattò semplicemente della ripetizione meccanica della persecuzione del 1801: le autorità dovettero affrontare una comunità cattolica ormai più organizzata, collegata ai missionari occidentali e percepita anche nel quadro delle crescenti tensioni internazionali.

Sebastiano Nam I-gwan
Sebastiano Nam I-gwan nacque nel 1780 in una famiglia yangban, cioè appartenente alla classe dirigente tradizionale coreana. La documentazione della Conferenza episcopale coreana lo presenta come originario dell'ambiente cristiano di Seul. A diciotto anni sposò la cristiana Cho Chung-i, che ricevette il nome di Barbara e sarebbe stata anch'essa canonizzata tra i martiri coreani.
La sua vita fu segnata molto presto dalla persecuzione. Nel 1801, durante la persecuzione Shin-yu, Nam I-gwan fu arrestato insieme al padre. Il padre fu condannato all'esilio e morì lontano dalla capitale; Nam I-gwan venne mandato in esilio a Danseong, nella provincia di Gyeongsang. Vi rimase per circa trent'anni.
La documentazione ufficiale relativa agli interrogatori del 1839 permette di conoscere anche la prospettiva delle autorità. In uno degli atti giudiziari Nam I-gwan è indicato con il nome coreano Nam I-gwan, 1780-1839, e viene accusato di avere ripreso lo studio dei libri cristiani e di avere ricevuto il battesimo e la cresima. Il documento, naturalmente, è una fonte giudiziaria prodotta dalle autorità persecutorie e deve essere letto criticamente: non è una narrazione agiografica, ma una testimonianza diretta del modo nel quale il governo interpretava le attività dei cattolici.
Nel 1832 Nam I-gwan fu liberato dall'esilio. Tornò presso la famiglia della moglie a Icheon e successivamente si trasferì nuovamente a Seul. Qui entrò in rapporto con Paolo Chong Ha-sang, una delle figure principali della comunità cattolica coreana, e partecipò al tentativo di assicurare una presenza sacerdotale stabile nella penisola.
Nel 1833 contribuì all'ingresso del sacerdote cinese Yu Bang-je. Da lui ricevette il battesimo e la cresima e venne poi incaricato come hoejang, cioè una figura laicale di responsabilità nella comunità cristiana. La fonte della Conferenza episcopale coreana sottolinea il suo impegno nell'organizzazione della vita ecclesiale.

La persecuzione del 1839
Quando nel 1839 iniziò la persecuzione Gihae, Nam I-gwan, già conosciuto dalle autorità, lasciò Seul e si rifugiò a Icheon, presso la famiglia della moglie. Il tentativo di sottrarsi alla cattura ebbe però breve durata.
Fu arrestato il 16 settembre 1839 e condotto a Seul. Insieme a Ignazio Kim Che-jun fu considerato dalle autorità un soggetto particolarmente grave e venne trasferito all'Uigeumbu, il tribunale incaricato dei casi giudicati di particolare rilevanza. Qui fu interrogato insieme ad Agostino Yu Chin-gil e Paolo Chong Ha-sang. Successivamente fu trasferito all'Hyeongjo, il ministero della Giustizia, dove venne condannato a morte.
Gli atti ufficiali mostrano che le autorità non consideravano Nam I-gwan un semplice credente passivo. Gli rimproveravano la ripresa dello studio dei testi cristiani, i rapporti con i missionari e il ruolo esercitato nella comunità. Questo elemento è storicamente importante perché conferma, da una fonte estranea alla tradizione ecclesiastica, la funzione effettivamente svolta da Nam I-gwan nella Chiesa coreana.
Il 26 settembre 1839 fu condotto al luogo delle esecuzioni di Seosomun, fuori dalla Porta Occidentale di Seul. Fu decapitato insieme a otto compagni: Maddalena Ho Kye-im, Giulitta Kim, Agata Chon Kyong-hyob, Carlo Cho Shin-ch'ol, Ignazio Kim Che-jun, Maddalena Pak Pong-son, Perpetua Hong Kum-ju e Colomba Kim Hyo-im. La Conferenza episcopale coreana indica per Nam I-gwan l'età di sessant'anni secondo il computo tradizionale coreano; la data di nascita comunemente attestata, 1780, corrisponde a circa cinquantanove anni secondo il computo occidentale.
Seosomun era uno dei principali luoghi ufficiali di esecuzione della capitale. Dal 1801 al 1866 vi furono messi a morte numerosi cattolici; la documentazione della Chiesa coreana identifica 41 martiri della persecuzione Gihae tra quelli giustiziati nel luogo, molti dei quali furono canonizzati nel 1984.

Lucia Kim
La Lucia Kim ricordata il 26 settembre costituisce un caso particolarmente importante di omonimia. Nella stessa persecuzione esiste infatti anche Lucia Kim Nu-sia, nata nel 1818 e martirizzata nel luglio 1839. Le due donne non devono essere confuse. La Lucia del gruppo di Nam I-gwan è la Kim Lucia indicata nelle fonti coreane come vedova e conosciuta anche con il soprannome che allude alla sua deformità fisica.
La Conferenza episcopale coreana riferisce che nacque in una famiglia povera di Seul ed era affetta da una deformità fin dalla nascita. Prima ancora della persecuzione del 1801 aveva ricevuto l'insegnamento della fede cattolica. La sua famiglia, tuttavia, non condivideva la sua fede e la sua vita cristiana rimase difficile.
Lucia lasciò infine la propria casa e fu accolta da altre famiglie cattoliche. Visse con grande povertà e si dedicò anche alla cura degli ammalati, svolgendo lavori umili. Quando nel 1839 scoppiò la persecuzione fu arrestata e condotta alla Podocheong, la polizia della capitale incaricata anche degli arresti dei cristiani.
Aveva già un'età avanzata, indicata dalla fonte coreana in settantuno anni. Nonostante ciò fu sottoposta a interrogatori e pressioni perché rinnegasse la fede. La sua morte non avvenne sul patibolo: dopo la detenzione, ormai debilitata, morì in carcere nel settembre 1839. La data esatta non è conservata.
Questa vicenda è importante anche per comprendere la varietà delle forme del martirio nella persecuzione coreana. Il martirologio ricorda Lucia insieme a Caterina Yi e Maddalena Cho come donne incarcerate per la fede e morte in un giorno imprecisato di settembre, mentre la documentazione coreana fornisce maggiori dettagli sulle condizioni della loro detenzione.

Caterina Yi e Maddalena Cho
Caterina Yi era una vedova. Secondo la documentazione della Conferenza episcopale coreana, aveva aderito al cristianesimo quando era ancora giovane insieme ai genitori. A quattordici anni sposò un uomo non cristiano e dal matrimonio nacquero tre figli. Quando il marito morì, Caterina ne favorì il battesimo in punto di morte.
Alla fine del 1838, in seguito all'estendersi della persecuzione, abbandonò la propria abitazione e i beni e raggiunse Seul insieme ai figli. Qui trovò accoglienza presso una famiglia cristiana. Nel corso della persecuzione del 1839 fu arrestata insieme alle persone della casa che la ospitava e alla figlia Maddalena.
Caterina e Maddalena furono interrogate alla Podocheong. La madre subì una forma di tortura giudiziaria, quindi entrambe furono trasferite in prigione. Le condizioni carcerarie erano particolarmente dure: la fonte della Conferenza episcopale coreana descrive la prigione come angusta e insalubre. Dopo circa tre mesi di detenzione Caterina morì in carcere, probabilmente per malattia, in un giorno non precisato di settembre 1839. Aveva circa cinquantasette anni.
Maddalena Cho, figlia di Caterina, aveva ricevuto dalla madre l'istruzione religiosa fin dall'infanzia. A causa dell'opposizione dei parenti non cristiani, quando era ancora bambina venne affidata a una famiglia cattolica. In seguito decise di consacrare la propria vita alla verginità.
Quando tornò nel proprio paese si prese cura della madre e svolse attività catechetica, insegnando la dottrina cristiana ai bambini non cristiani e amministrando il battesimo in pericolo di morte, secondo la prassi allora ammessa per i laici in situazioni eccezionali. Nel 1838, per sfuggire alla persecuzione, si trasferì a Seul con la madre e due fratelli. Fu arrestata nel giugno 1839, interrogata e sottoposta alla tortura giudiziaria. Dopo circa tre mesi di carcere morì anch'essa per malattia e debilitazione. Aveva trentatré anni.
La vicenda di Caterina e Maddalena presenta dunque un carattere familiare particolarmente significativo: madre e figlia condivisero la fuga, l'arresto, la detenzione e infine la morte in carcere. Il rapporto tra le due è confermato dalla documentazione ufficiale coreana e dalla memoria del Martirologio Romano.

La memoria dei martiri
La documentazione relativa alla persecuzione Gihae fu raccolta già negli anni immediatamente successivi agli eventi. La Chiesa coreana iniziò nel 1838-1839 a raccogliere testimonianze sui martiri e sugli arresti; dopo la morte dei principali testimoni, la raccolta proseguì fino alla composizione del cosiddetto Gihae-ilgi, il 'Diario dei martiri del 1839', completato nel 1841. Nel 1845 Andrea Kim Tae-gon utilizzò questo materiale per redigere una relazione latina sui martiri coreani. Il materiale fu ulteriormente ampliato e verificato negli anni successivi.
Questo patrimonio documentario è particolarmente importante perché non si basa esclusivamente su racconti devozionali posteriori. Accanto alle testimonianze ecclesiastiche sono infatti conservati atti giudiziari e documenti prodotti dalle autorità dello Stato coreano. Gli studi moderni hanno messo a confronto queste diverse categorie documentarie per ricostruire la persecuzione e correggere alcune imprecisioni presenti nelle traduzioni e nelle ricostruzioni precedenti.

Beatificazione e canonizzazione
Sebastiano Nam I-gwan, Lucia Kim, Caterina Yi, Maddalena Cho e gli altri martiri del gruppo furono inseriti nella causa comune dei martiri coreani delle persecuzioni del 1839 e del 1846. Il gruppo dei 79 martiri fu beatificato da Pio XI il 5 luglio 1925 nella Basilica di San Pietro. Nel 1968 furono poi beatificati altri 24 martiri della persecuzione del 1866, portando a 103 il numero dei beati che sarebbero stati canonizzati insieme.
Il 6 maggio 1984 Giovanni Paolo II si recò a Seul e canonizzò i 103 martiri coreani. La celebrazione avvenne nel quadro del viaggio apostolico per il bicentenario dell'arrivo del cristianesimo organizzato in Corea e costituì la prima grande canonizzazione celebrata dal papa fuori Roma. La Chiesa cattolica coreana considera questi martiri tra i principali testimoni della propria prima storia.
La memoria liturgica del gruppo è fissata al 26 settembre. La scelta della data è collegata alla morte di Nam I-gwan e degli otto compagni, mentre Lucia Kim, Caterina Yi e Maddalena Cho vengono ricordate insieme a loro pur essendo morte in carcere in date non precisate dello stesso mese.

Un gruppo liturgico composto da due nuclei
La memoria del 26 settembre non corrisponde a un unico episodio di martirio. Comprende due nuclei distinti.
Il primo è costituito da Sebastiano Nam I-gwan e dagli otto compagni, tutti decapitati il 26 settembre 1839 dopo la detenzione e gli interrogatori.
Il secondo comprende Lucia Kim, Caterina Yi e Maddalena Cho, morte in carcere in date non precisate del settembre 1839. Il Martirologio Romano mantiene esplicitamente questa distinzione.
Questa distinzione è importante perché alcune formulazioni divulgative tendono a presentare tutti i tredici martiri come se fossero stati uccisi nello stesso luogo e nello stesso giorno. La documentazione non consente invece di farlo.

La questione del numero dei compagni
Esiste anche una piccola ma significativa anomalia nella tradizione testuale del Martirologio. Alcune versioni o traduzioni riportano 'Sebastiano Nam I-gwan e nove compagni', mentre l'elenco nominativo comprende Nam I-gwan e otto compagni: Ignazio Kim Che-jun, Carlo Cho Shin-ch'ol, Colomba Kim Hyo-im, Maddalena Pak Pong-son, Perpetua Hong Kum-ju, Giulitta Kim, Agata Chon Kyong-hyob e Maddalena Ho Kye-im. Una versione inglese del Martirologio riporta infatti contemporaneamente l'espressione 'nine companions' e una nota che enumera otto nomi. Le versioni più recenti consultabili del testo inglese e spagnolo riportano invece 'eight companions'.
Per la presente scheda è quindi preferibile seguire l'elenco nominativo e la formulazione attuale del Martirologio: Sebastiano Nam I-gwan e otto compagni, ai quali si aggiungono le tre martiri Lucia Kim, Caterina Yi e Maddalena Cho.

Seosomun
Il luogo nel quale Nam I-gwan e gli otto compagni furono decapitati, Seosomun, era uno dei principali luoghi ufficiali di esecuzione della capitale Joseon. La Chiesa cattolica coreana ha trasformato la memoria di questo luogo in uno dei principali siti storici dei martiri.
Secondo la documentazione ecclesiastica coreana, 44 dei 103 santi canonizzati nel 1984 furono martirizzati nell'area di Seosomun. Il luogo originario dell'esecuzione non è oggi conservato nella sua forma ottocentesca a causa delle trasformazioni urbanistiche, ma la memoria del sito è stata mantenuta attraverso il complesso commemorativo di Seosomun.

Curiosità
- Sebastiano Nam I-gwan era marito di santa Barbara Cho Chung-i, che sarebbe stata martirizzata soltanto il 29 dicembre 1839 e che appartiene quindi a un diverso gruppo liturgico.
- La Lucia Kim del 26 settembre non è Lucia Kim Nu-sia, martirizzata il 20 luglio 1839: nella persecuzione del 1839 compaiono infatti più donne chiamate Lucia Kim.
- Caterina Yi e Maddalena Cho erano madre e figlia e morirono entrambe in carcere dopo la cattura del 1839.
- Il caso di Nam I-gwan è particolarmente interessante perché la sua vicenda è attestata anche negli atti giudiziari della monarchia Joseon, non soltanto nelle fonti ecclesiastiche.
- La Chiesa cattolica coreana fu inizialmente organizzata soprattutto da laici, una caratteristica che Giovanni Paolo II mise esplicitamente in rilievo durante la canonizzazione del 1984.

Cronologia
- 1780 - Nasce Sebastiano Nam I-gwan in una famiglia yangban cristiana di Seul, secondo la documentazione ecclesiastica coreana.
- 1798 circa - Nam I-gwan, diciottenne, sposa Cho Chung-i, futura santa Barbara.
- 1801 - Durante la persecuzione Shin-yu Nam I-gwan viene arrestato insieme al padre e mandato in esilio a Danseong.
- 1832 - Nam I-gwan viene liberato dopo circa trent'anni di esilio e torna nell'area di Icheon.
- 1833 - Partecipa all'accoglienza del sacerdote cinese Yu Bang-je e riceve da lui battesimo e cresima; successivamente assume un incarico di responsabilità nella comunità cattolica.
- 1839 - Inizia la persecuzione Gihae.
- 16 settembre 1839 - Nam I-gwan viene arrestato a Icheon e trasferito a Seul.
- 26 settembre 1839 - Nam I-gwan e otto compagni vengono decapitati a Seosomun.
- settembre 1839 - Lucia Kim muore in carcere dopo la detenzione e gli interrogatori.
- settembre 1839 - Caterina Yi muore in carcere dopo circa tre mesi di detenzione.
- settembre 1839 - Maddalena Cho muore in carcere dopo circa tre mesi di detenzione.
- 5 luglio 1925 - I 79 martiri delle persecuzioni del 1839 e del 1846 vengono beatificati da Pio XI.
- 6 maggio 1984 - Giovanni Paolo II canonizza a Seul i 103 martiri coreani.

Valutazione storico-critica
- La figura di Sebastiano Nam I-gwan è storicamente ben documentata rispetto a molti altri martiri coreani del 1839. Le sue vicende principali - esilio dopo la persecuzione del 1801, liberazione nel 1832, attività nella comunità cattolica, arresto nel settembre 1839, processo e decapitazione - sono sostenute sia dalla documentazione ecclesiastica sia dagli atti giudiziari coreani.
- La documentazione contemporanea agli eventi è particolarmente importante perché gli atti dello Stato Joseon permettono di verificare almeno alcuni elementi fondamentali della ricostruzione ecclesiastica e mostrano che Nam I-gwan esercitava effettivamente un ruolo nella comunità cattolica.
- Per Lucia Kim occorre evitare una grave omonimia con Lucia Kim Nu-sia, giovane martire del luglio 1839. Le fonti coreane identificano chiaramente la Lucia del 26 settembre come una donna diversa, anziana, vedova e fisicamente disabile.
- La documentazione su Caterina Yi e Maddalena Cho è sufficientemente solida per stabilire il loro rapporto di madre e figlia, l'arresto, la detenzione e la morte in carcere, ma non permette di stabilire il giorno preciso della morte.
- La descrizione della morte delle tre donne richiede prudenza. Il Martirologio Romano parla genericamente di morte dovuta ai tormenti subiti in carcere, mentre le schede ufficiali della Conferenza episcopale coreana precisano che Lucia morì debilitata durante la detenzione e che Caterina e Maddalena morirono dopo circa tre mesi di carcere per una malattia. È quindi preferibile non trasformare la formula agiografica dei 'tormenti' in una descrizione di specifiche torture mortali non documentate per ciascuna di loro.
- La denominazione del gruppo presenta una discrepanza numerica nel testo del Martirologio Romano: alcune versioni parlano di nove compagni, ma l'elenco dei nomi ne comprende otto. La formulazione 'otto compagni' è quella coerente con l'elenco nominativo e con le versioni più recenti consultabili del Martirologio.
- La canonizzazione del 1984 non fu il risultato di una causa individuale per ciascuna delle persone qui ricordate, ma della causa comune dei martiri coreani. I 79 martiri delle persecuzioni del 1839 e del 1846 furono beatificati nel 1925 e altri 24 nel 1968; tutti furono poi canonizzati insieme da Giovanni Paolo II nel 1984.
- La memoria liturgica del 26 settembre deve quindi essere letta come una memoria composita: il nucleo principale è quello dei nove martiri decapitati a Seosomun, mentre Lucia Kim, Caterina Yi e Maddalena Cho rappresentano tre ulteriori testimoni della stessa persecuzione, morti in carcere in date non precisate.

Fonti e bibliografia essenziale
- 한국천주교주교회의 시복시성주교특별위원회, '103위 성인 개요' e '기해·병오박해 순교자 79위 시복', documentazione ufficiale sulla beatificazione e canonizzazione dei 103 martiri coreani.
- Martyrologium Romanum, memoria del 26 settembre: Sebastiano Nam I-gwan e otto compagni; Lucia Kim, Caterina Yi e Maddalena Cho.
- Giovanni Paolo II, 'Santa Messa per la canonizzazione di 103 martiri coreani', Seul, 6 maggio 1984, Vaticano.
- Nam Ho-hyun, 'The Penal administration employed in the Gihae & Byeong’oh-years Persecution of the Catholic believers in Joseon (1839~1846)', Yŏksa wa Hyŏnsil, n. 134, 2024, pp. 109-148.
- Doh Jinsoon, 'The Catholic Persecution of 1839 and Its Opponents: First Regent Kim Yu-geun, Catechumen Kim Jeong-hui, and Minister of Justice Cho Byeong-hyeon', Research journal of Catholic Church History, n. 25, 2024, pp. 73-120.
- Bishop Ferréol e documentazione relativa alla persecuzione del 1839, raccolta e traduzione nella documentazione storica della Chiesa cattolica coreana, Sogang University.
- Research Foundation of Korean Church History, documentazione sul Gihae-ilgi e sulla raccolta delle testimonianze dei martiri del 1839, attraverso la cronologia ufficiale della Conferenza episcopale coreana.


Autore:
Giampietro Cattini

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Aggiunto/modificato il 2026-09-15

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