Beato Francesco Faà di Bruno

Sacerdote e fondatore

Festa: 27 marzo

Nascita-morte: Alessandria, 29 marzo 1825 - Torino, 27 marzo 1888

Immagini di Beato Francesco Faà di Bruno Sacerdote e fondatoreImmagini di Beato Francesco Faà di Bruno Sacerdote e fondatoreImmagini di Beato Francesco Faà di Bruno Sacerdote e fondatoreImmagini di Beato Francesco Faà di Bruno Sacerdote e fondatore

Nascita - morte:
Alessandria, 29 marzo 1825 - Torino, 27 marzo 1888

Festa:
27 marzo

Patronato:
Genieri

Etimologia:
Dal latino medievale Franciscus, 'francese' o 'appartenente ai Franchi'.

Categoria: I santi che iniziano con la lettera F

Calendario: I santi del 27 marzo

Martyrologium Romanum Martirologio Romano

A Torino, beato Francesco Faá di Bruno, sacerdote, che unì sempre alla sua competenza di matematico e fisico l’impegno nelle opere di carità.

Fu matematico, docente universitario, inventore, sacerdote e fondatore di istituzioni assistenziali nella Torino dell'Ottocento. Ufficiale dell'esercito sabaudo durante la prima guerra d'indipendenza, lasciò la carriera militare per perfezionarsi nelle scienze matematiche a Parigi, dove entrò in contatto con Augustin-Louis Cauchy. Tornato in Piemonte, affiancò alla ricerca e all'insegnamento iniziative destinate soprattutto alle domestiche, alle giovani prive di protezione e alle donne in difficoltà. Promosse l'Opera di Santa Zita, la chiesa di Nostra Signora del Suffragio e la congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio. Ordinato sacerdote nel 1876, continuò a esercitare attività scientifica e a dirigere opere educative e caritative. La sua esperienza si colloca fra Risorgimento, trasformazioni sociali della città industriale e cattolicesimo impegnato nell'assistenza. Giovanni Paolo II lo proclamò beato il 25 settembre 1988; la memoria liturgica ricorre il 27 marzo.

Biografia

A cura di Giampietro Cattini

Nacque ad Alessandria il 29 marzo 1825, dodicesimo e ultimo figlio di Lodovico Faà di Bruno e Carolina Sappa de’ Milanesi, in una famiglia della nobiltà piemontese. Il padre amministrò anche incarichi civici; l’ambiente domestico coniugava educazione religiosa e attenzione al servizio pubblico. Dopo la morte della madre, nel 1836 Francesco fu mandato al collegio dei padri somaschi di Novi Ligure. La perdita materna segnò un passaggio decisivo della sua infanzia, ma non è possibile ricondurre a quell’evento, senza ulteriori prove, ogni successiva scelta religiosa. Nel 1840 entrò nella Regia Accademia militare di Torino, istituzione nella quale lo studio delle discipline scientifiche aveva un ruolo essenziale nella preparazione degli ufficiali. Ne uscì nel 1846 come luogotenente di stato maggiore. La sua formazione fu dunque inizialmente quella di un militare tecnico, non di un ecclesiastico.

Dall’esercito alla matematica
Prese parte alla prima guerra d’indipendenza del 1848-1849 e raggiunse il grado di capitano. Negli stessi anni maturò l’interesse per gli studi matematici avanzati. Nel 1849 si recò a Parigi anche in relazione a un progetto, poi abbandonato, che prevedeva un suo impiego nell’educazione dei principi Umberto e Amedeo di Savoia. Conseguì nel 1851 una licenza in scienze matematiche. Nel 1853 lasciò definitivamente il servizio militare e tornò nella capitale francese per approfondire la ricerca. Nel 1856 conseguì il titolo accademico alla Sorbona presentando lavori sulla teoria dell’eliminazione e sulla meccanica celeste, sotto la guida di Augustin-Louis Cauchy. La relazione con Cauchy ebbe un significato che superava l’ambito tecnico: il matematico francese univa rigore scientifico e partecipazione a iniziative cattoliche di solidarietà. Francesco ne recepì l’esempio senza rinunciare a un proprio percorso intellettuale e sociale.

La ricerca scientifica e l’università
Rientrato stabilmente a Torino nel 1856, avviò l’insegnamento universitario come libero docente di analisi superiore; tenne anche corsi divulgativi di astronomia. Nel 1860 fu supplente alla cattedra di analisi superiore di Carlo Genocchi e nel 1861 ottenne il titolo di dottore aggregato presso la facoltà di scienze fisiche e matematiche. Dal 1864 insegnò geodesia alla Scuola di applicazione dello stato maggiore. Nel 1871 ebbe un incarico universitario di analisi superiore e nel 1876 divenne professore straordinario, posizione che mantenne sino alla morte. La sua carriera non deve essere confusa con un ordinariato, che non conseguì. Pubblicò la Théorie générale de l’élimination nel 1859 e la Théorie des formes binaires nel 1876: opere collocate nel dibattito europeo sull’algebra e sulle forme binarie. Studiò inoltre questioni di astronomia, meteorologia e funzioni ellittiche, lasciando incompiuto un ampio progetto su queste ultime. L’importanza scientifica del suo nome non deriva soltanto dalla fama religiosa successiva: i suoi contributi appartengono alla storia autonoma della matematica ottocentesca.

Strumenti, invenzioni e divulgazione
La sua attenzione alle applicazioni si espresse nella costruzione di dispositivi didattici e scientifici. Fra questi sono ricordati il fasiscopio, per illustrare le fasi della Luna, e uno scrittoio per persone cieche, progettato nel 1856. Partecipò alle esposizioni internazionali, dove entrò in contatto con le innovazioni tecniche del suo tempo. Si occupò di strumenti astronomici e meteorologici e promosse forme di divulgazione accessibili anche a un pubblico non specialistico. Il lavoro tecnico era connesso a un’idea pratica della conoscenza: la ricerca poteva servire l’insegnamento e rispondere a bisogni concreti. Ciò non autorizza tuttavia ad attribuirgli tutte le invenzioni che la tradizione popolare associa genericamente al suo nome; la valutazione di ciascun apparecchio richiede di distinguere progetto, costruzione e reale diffusione.

La Torino delle trasformazioni sociali
La Torino nella quale operò fu attraversata da mutamenti politici ed economici profondi. Capitale del Regno di Sardegna e poi del Regno d’Italia, la città accolse lavoratori, giovani provenienti dalle campagne e donne impiegate nel servizio domestico, spesso esposte a precarietà e isolamento. Francesco affrontò tali problemi con iniziative organizzate, senza limitarsi all’elemosina individuale. Nel 1857 promosse mense economiche per lavoratori, esperienza ripresa anche in seguito; nel 1859 avviò l’Opera delle feste, collegata alla tutela del riposo domenicale. Nello stesso anno nacque l’Opera di Santa Zita, destinata soprattutto alle donne di servizio. L’intitolazione richiamava la santa tradizionalmente venerata come patrona delle domestiche. L’istituzione offriva accoglienza, formazione e sostegno in un ambiente urbano nel quale il lavoro femminile disponeva di protezioni limitate.

L’Opera di Santa Zita e l’educazione femminile
L’Opera di Santa Zita crebbe progressivamente fino a costituire un articolato complesso assistenziale. Accanto all’ospitalità per domestiche e giovani donne, Francesco promosse iniziative educative e professionali, un pensionato, attività di lavoro e strumenti di diffusione culturale. Fra le opere ricordate dalle fonti della congregazione figurano una biblioteca circolante, una tipografia, un emporio e una lavanderia a vapore. Non tutte queste strutture sorsero contemporaneamente: rappresentano l’evoluzione di un progetto pluriennale. L’obiettivo era offrire alle beneficiarie condizioni di maggiore sicurezza materiale e possibilità di formazione, in una società nella quale l’autonomia economica femminile incontrava forti ostacoli. L’assistenza comprendeva anche situazioni di maternità fuori dal matrimonio e condizioni di particolare vulnerabilità. L’azione di Faà di Bruno si inseriva nel cattolicesimo sociale piemontese, ma possedeva un carattere specifico per la centralità attribuita alle donne lavoratrici.

La chiesa del Suffragio e il campanile
Per dare un centro religioso alle opere promosse la costruzione della chiesa di Nostra Signora del Suffragio, nota anche in relazione a Santa Zita, nel quartiere torinese di San Donato. Il progetto univa il servizio alla comunità e la preghiera per i defunti, in particolare per i caduti delle guerre. La costruzione si sviluppò lungo più anni e fu completata nella fase della sua ordinazione sacerdotale. Faà di Bruno intervenne direttamente nella progettazione del campanile, struttura alta circa settantacinque metri, che divenne un elemento riconoscibile del paesaggio urbano. Il campanile accolse anche strumenti per osservazioni scientifiche. Il complesso testimonia concretamente l’intreccio fra competenze matematiche, architettura e finalità religiose; non va però ridotto a una semplice curiosità ingegneristica, perché era parte integrante dell’organizzazione delle sue istituzioni.

La scelta sacerdotale
Pur impegnato per decenni come laico, maturò una vocazione al sacerdozio in età adulta. Fu ordinato a Roma il 22 ottobre 1876, quando aveva cinquantuno anni. L’ordinazione non determinò l’abbandono della matematica: proseguì l’insegnamento universitario e l’attività intellettuale. Essa gli permise invece di assumere direttamente compiti pastorali nelle comunità da lui promosse. I rapporti con don Giovanni Bosco appartengono al contesto torinese di iniziative cattoliche rivolte ai giovani e alle persone in difficoltà; le narrazioni che attribuiscono a un singolo consiglio la decisione sacerdotale richiedono prudenza quando non accompagnate da testimonianze dirette. Nella sua esperienza non vi fu una successione netta tra vita scientifica e religiosa, ma una lunga sovrapposizione delle due attività.

Le Suore Minime e gli ultimi progetti
L’opera assistenziale aveva bisogno di continuità e di personale stabilmente dedicato. Nel 1881 prese forma istituzionale la congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio, destinata a proseguire la missione educativa, caritativa e spirituale. La denominazione richiamava il tema della preghiera per i defunti, mentre l’attività quotidiana delle religiose si rivolgeva alle persone vive e bisognose. Nel 1880 Francesco promosse a Benevello, nelle Langhe, un istituto collegato alla formazione professionale femminile. Continuò nel frattempo a scrivere, insegnare e seguire la gestione delle opere, che richiedevano risorse e organizzazione. La sua produzione religiosa comprende anche il Piccolo omaggio della scienza alla Divina Eucaristia, pubblicato nel 1872, testimonianza del tentativo di mettere in dialogo riflessione scientifica e fede cattolica, senza che il testo debba essere confuso con una dimostrazione scientifica del dogma.

Morte, sepoltura e beatificazione
Morì a Torino il 27 marzo 1888, due giorni prima del sessantatreesimo compleanno. Fu sepolto nella chiesa di Nostra Signora del Suffragio, luogo centrale della sua opera e della successiva memoria. La causa di beatificazione fu avviata nel Novecento; il Dizionario Biografico degli Italiani ne ricorda l’apertura nel 1928, mentre la documentazione ecclesiastica attesta la proclamazione del beato da parte di Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988 a Roma. La memoria liturgica è fissata al 27 marzo, anniversario della morte, ed è celebrata come facoltativa in alcune diocesi piemontesi. La beatificazione riconosce la sua testimonianza cristiana; la valutazione storica della sua attività scientifica, delle opere sociali e dei loro risultati resta un piano distinto e complementare.

Biografia

A cura di Daniele Bolognini

Francesco Faà di Bruno, ultimo di dodici figli, nacque ad Alessandria il 29 marzo 1825. I genitori, entrambi nobili e benestanti, lo educarono cristianamente, come gli altri numerosi fratelli. Nel tranquillo castello di Bruno (AL) la famiglia trascorreva ogni anno lunghi periodi. Esemplare nella carità era la madre, attenta nel soccorrere i poveri del paese. Due fratelli si fecero religiosi (uno entrò nella congregazione fondata a Roma da S. Vincenzo Pallotti, a Londra diede vita ad un’opera per gli immigrati italiani e fu successore del santo alla guida della congregazione) e due sorelle entrarono in monastero. La madre purtroppo morì quando Francesco aveva solo nove anni. Dopo aver frequentato il collegio dei Padri Somaschi a Novi Ligure, avrebbe desiderato seguire l’esempio dei fratelli religiosi ma, consigliato da una zia, entrò a quindici anni nell’Accademia militare di Torino, emulando così il fratello Emilio (che morirà da eroe nel 1866 durante la battaglia di Lissa, meritando la Medaglia d’oro al valor militare). Nel 1846 Francesco fu nominato luogotenente. Era solo ventitreenne quando partecipò alla Prima Guerra d’Indipendenza, aiutante di campo del principe ereditario Vittorio Emanuele. Nella sanguinosa battaglia di Novara, vide morire in battaglia molti soldati. Quelle vite stroncate all’improvviso, il pensiero che la maggior parte di quei giovani non fosse preparata all’inaspettato incontro con Dio, furono un monito che tenne poi sempre fisso nella memoria. Durante gli scontri il suo cavallo fu colpito a morte e lui, che era molto alto, anche se ferito ad una gamba, restò in piedi e si mise in salvo. Nei mesi precedenti, sorpreso che non esistessero rilievi aggiornati della zona, aveva raccolto i dati necessari per disegnare la “Gran carta del Mincio”, il cui utilizzo sarà decisivo nel 1859 durante le battaglie di Solferino e San Martino. Il giovane ufficiale aveva già quel profondo senso del dovere e di pietà che lo contraddistinse e lo guidò, per tutto il resto della vita. Fu decorato e promosso capitano di Stato Maggiore ma, trovandolo eccessivo, scrisse al fratello Alessandro: “Non ho fatto niente di più straordinario del mio dovere”. 
Nella Torino “dei santi”, i passi del giovane ufficiale incontrarono quelli di don Bosco. Molte volte, deposta la sciabola in sacrestia, servì Messa, in divisa, al “santo dei ragazzi”, prima di recarsi all’Accademia militare. Le doti e l’ottimo carattere convinsero Vittorio Emanuele II, salito al trono dopo l’abdicazione di Carlo Alberto, a nominarlo precettore dei figli. Per perfezionare gli studi si trasferì a Parigi e alla Sorbona conseguì la licenza in Scienze matematiche. Ritornato a Torino, nel 1851, trovò che l’incarico gli era stato revocato. Era un cattolico “fervente” ed impegnato e ciò infastidiva la corrente anticlericale cui il sovrano doveva sottostare per ragioni d’equilibrio politico. Addirittura per la sua preparazione fu sfidato a duello da un commilitone, ma Francesco per coscienza si sottrasse. Deluso per le opposizioni dei potenti, memore delle scene terribili vissute sui campi di battaglia, si dimise dall’esercito. Nel 1853 pubblicò il “Manuale del soldato cristiano” e, partendo nuovamente per Parigi, passò all’amico don Bosco la cura de “Il Galantuomo”, un calendario che pubblicava per i contadini con consigli e massime religiose. Aveva anche fatto stampare “La lira cattolica”, una raccolta di canti sacri da lui composti. Nella capitale francese frequentò la Sorbona, laureandosi in Scienze matematiche ed in Astronomia. Qui ebbe come docente e poi relatore di Tesi Agostino Cauchy, illustre esponente del mondo cattolico parigino. La formazione di quegli anni sarà fondamentale per il suo futuro impegno a servizio della Chiesa. Conobbe l’eccezionale realtà delle Conferenze di San Vincenzo ed il loro fondatore Federico Ozanam. Si aggregò alla sua conferenza (St. Germain des Prés) ed ebbe modo di conoscere numerose iniziative che i cattolici francesi conducevano in favore dei poveri. Tornato a Torino, nella sua parrocchia di s. Massimo, aprì una scuola di canto per le tante serve che la domenica vagavano per la città, abbandonate a loro stesse. Compose canti religiosi che egli stesso accompagnava poi all’organo e che faceva eseguire nelle varie parrocchie dove andava ad animare la Messa domenicale. Conobbe così i problemi di questa categoria del tutto ignorata.
Nel 1857 Francesco pubblicò la “formula di Bruno”, ancora oggi impiegata nei calcoli informatici, e iniziò a impartire lezioni universitarie, libere e non retribuite, di analisi e astronomia fisica. Nasceva intanto la prima conferenza vincenziana torinese dei Ss. Martiri. Vi presenziò, fu poi a capo di quella di s. Massimo e ne fondò una ad Alessandria, sua città natale, tra non poche difficoltà. Si candidò alle elezioni politiche per contrastare la corrente liberale imperante, ma non vinse, sembra per brogli elettorali. In quegli anni invitò le autorità cittadine ad istituire i fornelli economici, sul modello francese, per offrire un pasto caldo a chi non aveva molte disponibilità economiche. Chiese un sussidio, ma non ottenne risposta. Realizzò egli stesso il progetto in borgo San Donato, uno dei più malfamati della città, dove nel 1858 acquistò un terreno e una casa, dando vita a quello che sarà il suo capolavoro. Aprì ufficialmente il 2 febbraio 1859 la Pia Opera di s. Zita e la pose sotto la protezione della Santa lucchese. Raggiunse la somma necessaria, esauriti i mezzi propri, chiedendo aiuto alla famiglia e questuando fuori dalle chiese. Vi accoglieva gratuitamente le donne in cerca di servizio, curando la loro formazione, preoccupandosi di assicurarle in famiglie dai sani principi in cui dovevano essere “strumento di pace e di concordia”. Quelle invece intellettivamente non molto dotate, che in famiglia davano preoccupazioni, formeranno le “clarine” (sotto la protezione di s. Chiara). Accolte ed aiutate, erano in grado di compiere servizi altrettanto utili, ad esempio nella lavanderia, dove funzionavano macchine a vapore da lui stesso progettate. Lavando per l’Accademia militare, per le ferrovie, e per qualche privato, il Beato ebbe delle entrate per sostenere l’Opera. Nel 1861 venne nominato dottore aggregato alla Facoltà di Scienze fisiche e matematiche, tre anni dopo iniziò ad insegnare topografia, geodesia, trigonometria nella Scuola d’Applicazione dell’esercito. Il “complesso di s. Zita”, che in seguito mutò nome in Conservatorio del Suffragio, intanto si ingrandiva. Francesco vi aggiunse un pensionato per sacerdoti, un pensionato per donne di “civil condizione”, senza dimenticare quelle più povere, posti sotto la protezione di S. Giuseppe; pensò alla formazione delle giovani come insegnanti e aprì la classe delle Allieve maestre (protettrice S. Teresa d’Avila), la classe delle Educande per preparare le giovani a gestire una famiglia. Istituì pure un liceo, cui don Bosco mandò i primi ragazzi, raccomandandogli di “ritornarglieli promossi”, una biblioteca mutua circolante, una tipografia, anch’essa gestita da donne, cosa a quei tempi scandalosa, in cui il beato stampò alcune sue pubblicazioni scientifiche e musicali. Era ormai la ”cittadella della solidarietà femminile”. Il suo cuore batteva per i più deboli, per ogni vita in pericolo che poteva soccorrere e salvare nella sua dignità. Una realtà femminile del tutto dimenticata era quella delle ragazze madri, che la società considerava delle depravate, mentre il più delle volte erano vittime di padroni senza scrupoli. Faà di Bruno aprì per loro una “casa di preservazione” in Via della Consolata: la cosa era talmente straordinaria, che nel Conservatorio del Suffragio nemmeno si sapeva dell’esistenza di quest’opera. 
Un laico aveva dato vita ad un complesso eccezionale di opere, dirette la maestre laiche che si riunivano a pregare nella cappella di S. Zita, ormai troppo piccola. La necessità di un luogo sacro più ampio convinse il Faà di Bruno, nel 1864, a dare mano alla costruzione di una chiesa dedicata a Nostra Signora del Suffragio. Com’ebbe a scrivere ai suoi commilitoni, lo volle come monumento ai Caduti di tutte le guerre, luogo di preghiera per le anime dei defunti. Fu costretto a sospendere i lavori per mancanza di fondi ma, pur di realizzarlo, andò questuando anche alle porte delle chiese cittadine. Allo scultore Antonio Tortone commissionò un monumentale gruppo marmoreo raffigurante la Vergine Santa aiuto delle anime del purgatorio. La Chiesa fu benedetta il 31 ottobre 1876 dall’Arcivescovo Gastaldi, che pure aveva ostacolato la sua ordinazione sacerdotale. Quando infatti Francesco decise, a cinquantuno anni, di consacrarsi prete, realizzando quella vocazione che per tanti anni aveva conservato in cuore e che certamente l’aveva mosso ad agire come fosse un sacerdote, dovette farlo a Roma. Don Bosco lo sostenne ed espose la situazione al Papa Pio IX che con dispensa speciale permise la sua ordinazione il 22 ottobre 1876. Dopo tre mesi di preparazione, con il calice che lo stesso pontefice gli aveva donato, celebrò la sua prima Messa. Nella sua Torino coronò solennemente il suo sogno il 1° novembre, all’inizio del mese dedicato ai defunti. La celebrazione del sacrificio eucaristico, il massimo mezzo di suffragio, ebbe per lui un significato straordinario. Lo fece sempre con grandissimo scrupolo, tornando spesso col pensiero a quei giovani che aveva visto morire sui campi di battaglia. Alla chiesa affiancò un campanile alto settantacinque metri, che progettò personalmente applicando le leggi di statica e fisica che ben conosceva. Vi collocò un orologio su ognuno dei quattro lati, che segnava ogni quarto d’ora e in un quartiere povero, come era s. Donato, ciò aveva una valenza sociale. Era una presenza religiosa tra le case che armonizzava scienza e fede. Nell’ardita costruzione, che ospita otto campane, una ottenuta dalla fusione di un cannone fattosi donare dal Re, inserì un osservatorio astronomico e meteorologico. Sulla sua sommità collocò la vigilante statua dell’arcangelo Michele. L’attività di Francesco non conosceva soste. Iniziò con don Bosco l’opera per la santificazione delle feste, contro lo sfruttamento domenicale dei lavoratori, e inviò al Comune uno studio per realizzare dei bagni pubblici e dei lavatoi per prevenire la diffusione delle malattie causate della poca igiene. Pensava alle donne che lavavano i panni sulle rive dei fossi e che d’inverno dovevano prima rompere il ghiaccio.
Francesco fu anche uno scienziato, inventò un barometro differenziale a mercurio, uno scrittoio per ciechi (stimolato dalla cecità della sorella), che fu premiato in alcune esposizioni universali, uno svegliarino elettrico e uno ellipsigrafo. Nel 1867 pubblicò un saggio scientifico sulla teoria delle forme binarie. Vedeva l’armonia delle leggi della fisica e della matematica come “un’ombra delle perfezioni di Dio”. Diceva che “il vero ricercatore, purché oggettivo, non può non riconoscere dietro i fenomeni fisici e le misteriose regolarità matematiche su cui si regge l’universo, una provvida e onnipotente sapienza”. Il suo nome cominciò a circolare in tutta Europa, ma l’Università torinese non lo nominò mai ordinario di una cattedra. Non ebbe che supplenze e incarichi temporanei. Visse non senza contraddizioni il periodo risorgimentale, considerandolo necessario, era però angustiato dagli attacchi alla Chiesa. Era un uomo di preghiera, “un asceta cittadino”, tra i primi ad introdurre le adorazioni notturne in città. Nel 1880 fondò l’Istituto di s. Giuseppe a Benevello d’Alba, per la formazione professionale delle giovani. L’anno dopo ottenne l’approvazione diocesana della congregazione religiosa che aveva avuto origine dal gruppo di giovani donne che dal 1868 portava avanti le sue opere. Oltre ai voti di povertà, castità e obbedienza, consacravano i propri beni spirituali per le anime del purgatorio e ciò avveniva per l’Atto eroico di carità: nasceva così la Congregazione alle Suore Minime di N. S. del Suffragio. Le chiamò Minime in omaggio del suo Patrono s. Francesco di Paola. Giovanna Gonella, prima segretaria dell’Opera e poi direttrice, divenne suora soltanto dopo la morte del fondatore e sarà poi la prima Superiora generale. Al Beato si devono anche due opere teologiche, una sull’Eucaristia (1872) e un Catechismo ragionato (1875), pur continuando gli studi scientifici. Suoi articoli erano pubblicati su autorevoli riviste internazionali, poiché conosceva l’inglese, il tedesco, il francese. Le sue “invenzioni” ottennero numerosi premi. Diceva: “l’istruirmi e l’essere utile agli altri, sono i cardini della porta della mia felicità”. Tradusse dall’inglese e dal tedesco alcune opere di devozione, organizzava “serate scientifiche” per finanziare la realizzazione degli affreschi della “sua” chiesa. Ricco e nobile, Francesco visse da povero, per aiutare i poveri. Promosse la figura femminile sotto ogni aspetto, dalle “serve” fino a fondare una congregazione di religiose mentre era ancora laico.
Il “Padre” chiuse gli occhi su questa terra, dopo appena cinque giorni di malattia, forse per un’infezione intestinale, il 27 marzo 1888, due mesi dopo l’amico don Bosco. Erano le nove del mattino del martedì della Settimana Santa, in quella stanza in cui aveva voluto una finestrella dalla quale adorare Gesù Eucaristia, presente nel tabernacolo della chiesa. Lo faceva spesso di notte, per recuperare il tempo della preghiera che per altri impegni forse aveva trascurato durante la giornata. Fu magnanimo anche da morto e a quell’università che non lo aveva mai pienamente accolto, donò “la preziosa collezione di libri e periodici scientifici nazionali ed esteri: una delle più ricche biblioteche private d’Italia, raccolta in trentotto anni di studio e di lavoro”. Francesco Faà di Bruno fu beatificato il 25 settembre 1988, nel centenario della morte, da Giovanni Paolo II che, durante una sua visita a Torino, gli dedicò la cappella della Scuola di Applicazione, indicando l’antico capitano come protettore dei militari. Le sue reliquie sono venerate nella Chiesa di N.S. del Suffragio annessa alla Casa Madre dell’Istituto. Un museo raccoglie i suoi ricordi, libri antichi, molti strumenti scientifici e alcune sue invenzioni. Le Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio sono oggi missionarie in diverse paesi del mondo, nello spirito che il Fondatore ha racchiuso nel suo motto: PREGARE, AGIRE, SOFFRIRE.

PREGHIERA
O Padre, tu hai ispirato il beato Francesco Faà di Bruno
a porre la fede, la scienza e la carità
al servizio di Dio e dei fratelli vivi e defunti. 
Fa’ che, sul suo esempio, 
siamo docili alle ispirazioni dello Spirito Santo
e amiamo tutti con il cuore di Cristo. 
Concedici, per sua intercessione, 
la grazia che ti domandiamo. 
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Approfondimenti

Il rapporto tra ricerca scientifica e carità organizzata
La figura di Faà di Bruno appartiene alla storia della matematica e a quella del cattolicesimo sociale, due ambiti che non vanno confusi. La sua formazione parigina, i trattati di algebra e l’insegnamento universitario testimoniano una competenza scientifica indipendente dalla successiva beatificazione. L’assistenza alle lavoratrici, a sua volta, non fu una conseguenza tecnica dei suoi teoremi, ma una scelta sociale e religiosa. Il collegamento sta nel metodo: attenzione all’organizzazione, impiego di strumenti moderni, progettazione di istituzioni capaci di durare. La Torino ottocentesca offrì il contesto nel quale tale combinazione poté concretizzarsi.

Cronologia

- 29 marzo 1825 - Nasce ad Alessandria.
- 1840 - Entra nell’Accademia militare di Torino.
- 1848-1849 - Partecipa alla prima guerra d’indipendenza.
- 1853 - Lascia definitivamente l’esercito.
- 1856 - Consegue il titolo in scienze matematiche alla Sorbona.
- 1859 - Pubblica la Théorie générale de l’élimination e avvia l’Opera di Santa Zita.
- 1876 - Pubblica la Théorie des formes binaires, diventa professore straordinario ed è ordinato sacerdote il 22 ottobre.
- 1881 - Prende forma la congregazione delle Suore Minime di Nostra Signora del Suffragio.
- 27 marzo 1888 - Muore a Torino.
- 25 settembre 1988 - È beatificato da Giovanni Paolo II.

Valutazione storico-critica

- Nascita, morte, carriera accademica, principali pubblicazioni e beatificazione sono sostenute da fonti biografiche specialistiche e documentazione ecclesiastica.
- La cronologia della fondazione e dello sviluppo delle singole opere assistenziali varia nelle sintesi divulgative; la nascita dell’Opera di Santa Zita nel 1859 e l’istituzione della congregazione nel 1881 sono riferimenti distinti.
- La qualifica di professore straordinario non equivale a quella di ordinario: la distinzione è documentata nel Dizionario Biografico degli Italiani.
- Le testimonianze di carattere spirituale e i racconti relativi a singoli consigli ricevuti devono essere distinti dai dati amministrativi e accademici.
- L’attestazione liturgica della memoria facoltativa e la beatificazione del 1988 confermano il riconoscimento ecclesiastico del culto.

Fonti e bibliografia essenziale

- Luca Dell’Aglio, 'Faà di Bruno, Francesco', in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 43, Istituto della Enciclopedia Italiana, 1993.
- Dicastero delle Cause dei Santi, 'Francesco Faà di Bruno', profilo biografico e dati della beatificazione.
- Arcidiocesi di Torino, Ufficio liturgico, '27 marzo. Beato Francesco Faà di Bruno, sacerdote', proprio liturgico.
- MuseoTorino, 'Francesco Faà di Bruno (1825-1888)', profilo storico e cronologia.
- B4Math, Università Bocconi, 'Francesco Faà di Bruno', profilo storico-matematico.
- Museo Francesco Faà di Bruno, 'Chi era Francesco', profilo storico e museale.

Aggiunto/modificato il 4 novembre 2026