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Beato Anselmo Polanco Fontecha Vescovo e martire

Festa: 7 febbraio

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Buenavista de Valdavia, Spagna, 1881 - Pont de Molins, Spagna, 7 febbraio 1939

Nacque nel 1881 a BuenaVista de Valdavia (Palencia- Spagna). A 15 anni entrò nell'Ordine agostiniano nel convento di Valadolid, dove nel 1897 emise i primi voti, poi passò a quello di La Vid (Burgos), dove completò gli studi e celebrò la prima Messa nel 1904. Negli anni 1922-1932 fu nominato priore e provinciale del suo Ordine. Nel 1935 venne nominato vescovo di Teruel. Durante la guerra civile spagnola il vescovo Polanco divenne per la città di Turel divenne un punto di riferimento per molti fedeli. L'8 gennaio 1938 la città fu occupata dall'esercito repubblicano e venne arrestato monsignor Polanco. Per 13 mesi sopportò con pazienza il carcere, organizzando con i suoi compagni di prigionia una intensa vita spirituale, e il 7 febbraio 1939, insieme al suo fedele vicario Filippo Ripoll, fu fucilato e poi dato alle fiamme. Ripoll e Polanco sono stati beatificati da Giovanni Paolo II il primo ottobre 1995. I resti mortali dei due martiri riposano nella cattedrale di Teurel. (Avvenire)

Martirologio Romano: In località Pont de Molins vicino a Gerona in Spagna, beati martiri Anselmo Polanco, vescovo di Teruel, e Filippo Ripoll, sacerdote, che, disdegnando lusinghe e minacce, non vennero meno alla loro fedeltà alla Chiesa.


«A imitazione del Principe e modello dei sacerdoti, Cristo Gesù, offrite le vostre fatiche, le vostre sofferenze… e col Divino Maestro pregate così: “Padre, perdonateli, perché non sanno quello che fanno”», queste furono le parole del vescovo Polanco  ai suoi sacerdoti e così anche gli agostiniani diedero la vita come i martiri cristiani della prima ora.

La guerra civile spagnola portò migliaia di cristiani al martirio, fra questi anche Anselmo Polanco e Filippo Ripoll.

Esercito nazionale e repubblicani si scontravano in una guerra fratricida. I due agostiniani erano stati catturati con altri prigionieri, fra i quali c’erano personalità di spicco: colonnelli, graduati e civili di un certo livello sociale.

Carcerieri e prigionieri (usati come ostaggi), nella loro fuga verso la Francia, si trovavano fuori da ogni comunicazione e non potevano dunque immaginare che la guerra sarebbe terminata dopo 53 giorni. Tutto il mondo era al corrente, attraverso la stampa, del vescovo prigioniero e per questo si fecero diversi tentativi per liberarlo anche da parte di alte autorità.

Il gruppo dei prigionieri era in completa balìa dell’odio antireligioso dei comunisti

La mattina del 7 febbraio 1939, dopo le 10, giunse uno squadrone di trenta soldati, comandati da un capitano, un tenente e altri ufficiali, compreso un commissario politico con degli ordini scritti. I prigionieri vennero a loro consegnati.

I miliziani di quella brigata, «rimasuglio nervoso di un esercito sconfitto e in ritirata, non conoscevano la bontà dei prigionieri, la calma e la pazienza che avevano dimostrato in tanti mesi di prigionia», come scrive il biografo dei due agostiniani Joaquìn Martìn Abad. Li passano in rassegna, si prendono ciò che hanno ancora di qualche valore. Li ammanettano a due a due. Vengono fatti salire su automezzi pesanti: Polanco non riesce a scavalcare la sponda posteriore, lo spingono con il calcio del fucile e alla fine sono costretti a prendere una sedia per farlo salire. Ma dopo pochi minuti lo fanno ridiscendere. Cercano di strappargli una ritrattazione sulle sue convinzioni: ma come non erano riusciti ad ottenerla in un anno di lunga ed estenuante prigionia, tanto meno ora.

Padre Polanco, ritornato sull’automezzo, impartisce l’assoluzione ai suoi compagni di viaggio.

Scendono in aperta campagna, lungo la sponda del torrente Can Tretze. Vengono fatti salire su tre ripiani, a forma di gradinata, addossati lungo la scarpata del torrente. I prigionieri chiedono perdono a Dio e per i loro prigionieri.

Dall’una fino alla tre risuonano, ad ondate successive, gli spari.

Anselmo Polanco era nato il 16 aprile 1881 a Buenavista di Valdavia (Palencia, Spagna) da una famiglia di agricoltori, cattolici praticanti. Gli venne dato il nome del sacerdote battezzante. Con la morte del fratello, Pietro (un mese), e della sorella, Amabile (quattro anni), rimase figlio unico.

Per Anselmo iniziò il lavoro della campagna, ma anche la preparazione scolastica.

A quindici anni, già desideroso di vestire l’abito religioso, entra nel Collegio-seminario dei padri agostiniani di Valladolid. È il 1° agosto 1896. A Valladolid emette la professione religiosa dei voti temporali (2 agosto 1897).

Prova anche l’esperienza della malattia e della sofferenza fisica, probabilmente si tratta di tubercolosi. Tutti vedono in lui un santo. Ai familiari raccomanda: «Soccorrere tutti i poveri, di qualsiasi condizione, senza badare alla loro condotta o alle loro idee».

Emette la professione solenne il 3 agosto 1900. Due anni dopo viene mandato al monastero di Santa Maria di La Vid (Burgos, dove s’innamora della Vergine stagliata al centro dell’altare maggiore della chiesa). V iene ordinato sacerdote nella cattedrale di Burgo de Osma il 17 dicembre 1904. Celebra la sua prima messa nella festività del Natale, ai piedi della Vergine.

Prosegue nella sua formazione culturale, studia tedesco e pedagogia, conseguendo il lettorato in filosofia nel 1909. Nel 1922 è Superiore del convento di Valladolid. Adotta il metodo di essere esigente con se stesso, per aiutare poi gli altri a percorrere lo stesso cammino, riuscendo a coniugare la dolcezza del padre con la fermezza del maestro. Tutti lo considerano un sacerdote esemplare: l’arcivescovo della città lo sceglie come suo confessore.. Ma ubbidisce, ricordando che anche sant’Agostino fu vescovo d’Ippona e a lui faceva sempre riferimento. Il capitolo provinciale del 1929 lo nomina consigliere Provinciale e si trasferisce a Manila.

Il 21 giugno 1935 Pio XI lo nomina vescovo di Teruel e amministratore apostolico di Albarracìn. Vorrebbe rinunciare a quell’incarico: lui è un frate, ancora impegnato nelle missioni. Il 24 agosto 1935 è consacrato vescovo nella chiesa di Valladolid che aveva restaurato con tanto amore. Suo padre, gravemente infermo non potrà partecipare alla cerimonia. La mamma è presente e profetizza: «Non sono questi i tempi migliori per fare il vescovo. Ma, alla fine, se verrà ucciso, cosa possiamo farci? Anche i martiri diedero il loro sangue per Cristo».

Il suo ingresso  a Teruel è l’8 ottobre. Sono in molti a consigliare il vescovo di non fermarsi lì per i pericoli della guerra. Gli dirà sua madre (che morirà due anni più tardi): «Anselmo, figlio mio, voglio dirti una cosa: tu, devi essere buono. Il dovere innanzitutto» e alla presenza di altre persone afferma: «Il suo posto è  a Teruel. Che stia là, dov’è necessario». Il vescovo acquisirà queste parole come il suo vero testamento.

La diocesi comprendeva 82 parrocchie, più le 31 di Albarracìn. Il giorno del suo ingresso aveva detto: «Sono venuto a dare la vita per le mie pecorelle». Il suo stemma pastorale riportava la frase paolina: «Impendam et superimpendam pro anibus vestris» («Mi prodigherò e consumerò per le vostre anime»).

Il suo ministero episcopale fu un intero inno all’amore per le sue creature: «Viviamo unanimi e concordi, in santa pace. Cerchiamo di essere perfetti, perseverando tutti nello stesso volere. Animiamoci a vicenda, pregando uniti, in modo che al termine di questa giornata terrena possiamo tutti raggiungere il porto. Così a me sia concesso di poter dire col Pastore e Vescovo delle anime per eccellenza: Non ho lasciato perire nessuno dei fedeli che hai affidato alla mia custodia e vigilanza». E ancora, alle porte tragiche dell’imminente guerra civile: «Non dobbiamo lasciarci trasportare dall’odio contro le persone, meritevoli come tali del nostro rispetto… Siate cortesi e gentili con le autorità civili, dimostrate che voi desiderate la concordia e che siete amanti della pace… Se sarà necessario difendere i diritti della Chiesa, fatelo con zelo e fermezza, ma sempre con molta discrezione; non usate mai violenza di linguaggio ed evitate di mescolare la nobiltà della causa con i risentimenti dell’amor proprio».

Padre e maestro dei sacerdoti, partecipa alle loro riunioni e assiste ai loro incontri settimanali, nonostante il timore dei bombardamenti. Si ferma alla loro povera mensa: «Vorremmo che tra voi ci fosse più che una semplice amicizia; sarebbe desiderabile una vera unione fraterna». Così lui fa con loro, è sufficiente guardare le foto che lo ritraggono con i suoi preti e i seminaristi per accorgersi dello splendido rapporto che sapeva creare. Così con le suore: le chiama tutte per nome.

Nelle zone di periferia, dove la miseria era forte, l’anticlericalismo si diffondeva a macchia d’olio; per questo il vescovo moltiplicava le sue presenza. Con sant’Agostino ripeteva: «Per voi sono vescovo, con voi sono cristiano».

Recitava sempre il Rosario, anche e con maggior intensità durante l’assedio e nei mesi di prigionia. Ebbe sempre di fronte a sé l’immagine della Madonna del suo convento, dove è lei ad unire il tralcio alla vite.


Autore:
Cristina Siccardi

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Aggiunto/modificato il 2011-12-10

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