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Sant' Andrea Bobola Sacerdote gesuita, martire

Festa: 16 maggio

Sandomir, Polonia, 30 novembre 1591 - Janów, Bielorussia, 16 maggio 1657

Figlio di nobili polacchi nato a Sandomir il 30 novembre 1591, a vent'anni entra fra i Gesuiti e diventa sacerdote nel 1622, con l'incarico della predicazione. Padre Andrea Bobola ha una fede tranquilla, nutrita di studi e stimolata da un vivace gusto personale per il confronto con chiunque. Di lui si può dire che non può vivere senza predicare. Ammirano il suo coraggio i cattolici, ma pure molti cristiani dissidenti. E i nemici lo chiamano «cacciatore di anime», con una avversione che è anche un riconoscimento al suo coraggio, al suo «gridare dai tetti», sempre e davanti a chiunque. Una rivolta di cosacchi al servizio dell'Impero russo (nemico della Polonia) scatena persecuzioni, con chiese e conventi messi a fuoco. Proprio per questo Andrea Bobola rimane a predicare tra i disastri. È di questi esempi che hanno bisogno i fedeli. Una banda cosacca lo cattura e lo uccide dopo molte sevizie: è il 16 maggio 1657. È stato canonizzato da Pio XI nel 1938. (Avvenire)

 

Emblema: Palma

Martirologio Romano: A Janów presso Pinsk sul fiume Pripjat in Polonia, sant’Andrea Bobola, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che si adoperò strenuamente per l’unità dei cristiani, finché, arrestato dai soldati, diede con gioia la più alta testimonianza della fede con l’effusione del suo sangue.


Questo santo gesuita, martire degli scismatici, nacque nel 1592 in una terra del palatinato di Sandomir (Piccola Polonia), di proprietà della nobile famiglia dei Bobòla. Essa era di intransigenti tradizioni cattoliche e beneficava largamente, oltre i poveri e le chiese, anche la Compagnia di Gesù, la quale, in Polonia, riconduceva alla Chiesa Cattolica interi villaggi di ruteni. Andrea fu perciò educato alla costante pratica della fede e al più schietto patriottismo. Alla scuola dei Gesuiti imparò a poco a poco a dominare il suo temperamento tenace ed esuberante e a crescere devoto, ubbidiente ed esemplare.
Al termine del quinquennio, il Santo colmò i desideri della famiglia chiedendo di entrare a Vilna nel noviziato della Compagnia di Gesù. Se vi fu ammesso senza restrizioni ne osservazioni il 31 luglio 1611 dal provinciale della Lituania, è segno che per virtù si era imposto alla loro stima. Nell’apposito registro egli scrisse: "Sono felice di compiere con l’aiuto di Dio tutto quello che mi verrà proposto". Esercitò quindi l'assistenza agli ammalati negli ospedali, insegnò la dottrina cristiana sulle piazze e pellegrinò ad un santuario chiedendo, per dominare l’orgoglio, l’elemosina persino agli avversari del cattolicesimo.
Con lo stesso impegno il Bobòla studiò filosofia nel vicino collegio accademico, sotto la guida del P. Marquart, confessore per sedici anni di Sigismondo III, re di Polonia. Prima di iniziare lo studio della teologia, egli fu inviato ad insegnare grammatica a Braunsberg (Prussia reale). Alla fine di quell’anno scolastico ben diciotto dei trecento alunni del collegio entrarono in vari Ordini religiosi. In premio dell’ottimo lavoro svolto, i superiori lo mandarono ad insegnare nel collegio di Poltawa (Ucraina), dov’erano educati 900 figli di aristocratici. Per lo studio della teologia Andrea fu richiamato a Vilna ( 1619) dove ricevette l’ordinazione sacerdotale lo stesso giorno in cui a Roma il papa canonizzò S. Ignazio di Loyola (12-3-1622). Qualche mese dopo fu ammesso all’esame di tutta la filosofia e di tutta la teologia, ma non fu ritenuto idoneo alla carriera di professore universitario. Iddio gli riservava un apostolato più vasto.
Al tempo del Bobòla la Polonia soffriva a causa di divisioni interne e di lotte religiose. Sigismondo III era riuscito a unire a Roma le province rutene (Ucraina) di religione scismatica con il sinodo di Brest Litovski (1596), ma diversi vescovi non ne vollero sapere. Essi incitarono i cosacchi, viventi di razzie ai confini orientali della Polonia, a spedizioni punitive che costarono la vita a nobili cattolici, a sacerdoti e religiosi fedeli all’unione. A Vitebsk, nel 1623, fu ucciso l’arcivescovo S. Giosafat Kuncewicz, dell’ordine di S. Basilio. A Vilna stessa i tumulti furono eliminati soltanto mediante una spietata repressione. Andrea diede dunque inizio al suo ministero in mezzo a sanguinosi avvenimenti, facendo a Nieswicz, dopo la terza probazione, il rettore della chiesa annessa al collegio. Se come catechista si era mostrato mediocre, come predicatore si rivelò eccellente. Una statistica di quell’anno parla di migliaia di confessioni, della conversione di eretici, scismatici e atei, oltre a fecondi frutti di bene fra gli usurai, i briganti e i condannati a morte, e tra i rozzi contadini nei dintorni della città.
La fama del talento oratorio di Andrea lo fece considerare elemento prezioso per il santuario di San Casimiro a Vilna, dove gli fu affidata (1624-1630) la direzione della congregazione mariana dei borghesi, il ministero delle confessioni, i commenti pomeridiani sulla Bibbia e le ingrate fatiche dell’amministrazione. L’incanto della sua parola, l’espressione dolce e nobile del suo tratto, la bontà del suo animo, lo resero caro alla popolazione. La peste che devastò Vilna nel 1625 mise in risalto l’eroicità della carità di lui e dei suoi congregati a favore dei colpiti dal flagello. Durante la seconda pestilenza scoppiata nel 1630, egli fu ammesso alla solenne professione dei voti, massimo onore per i membri della Compagnia di Gesù, benché ne dovesse essere escluso a causa dello sfortunato esame scolastico. Il suo provinciale, per oltre tre anni, ne aveva supplicato il Proposito generale P. Muzio Vitelleschi per le doti oratorie, l’efficacia dell’opera apostolica e il fascino della personalità del Bobòla, e lo sforzo dimostrato da lui nel dominare il proprio temperamento focoso che gli derivava da una corporatura tarchiata e sanguigna.
All\’inizio del secolo XVII, nelle terre orientali della Polonia, i contadini cattolici, che vivevano mescolati con il prevalente elemento ruteno, erano trascurati dal governo per non urtare la suscettibilità del clero ortodosso. A Bobruisk, nel palatinato di Minsk (Russia Bianca), i Gesuiti avevano una residenza missionaria con una scuola che dirigevano da Nieswicz. Nel 1630 la riorganizzarono, l’ingrandirono e l’affidarono alla direzione di Andrea. Per tre anni egli ebbe così modo di mettere in risalto l’acume con cui sapeva giudicare del valore intellettuale, morale e pratico dei suoi sudditi. Essendo dotato di ottima salute, egli comandava solo quando non ne poteva fare a meno, e risparmiava i suoi religiosi vincendo la tentazione così frequente in chi detiene l\’autorità di "stare seduto". Il suo provinciale, pur trovandolo "un po’ scarso di esperienza", sottolineava il suo tatto prudente nel trattare con gli uomini e la sua "efficace influenza su di loro".
In seguito Andrea fu mandato a dirigere la congregazione mariana degli alunni del collegio di Plock (1633), a predicare a Varsavia (1636), a dirigere le scuole del collegio di Plock (1637); quelle del collegio di Lomza (1638); a dirigere la congregazione mariana dei borghesi a Vilna e a tenere corsi di S. Scrittura in chiesa (1642); a dirigere la scuola, a fondare la congregazione mariana dei proprietari agricoli e a predicare a Pinsk (1643-1646). Un indebolimento della salute, fino allora straordinariamente robusta, fu forse la causa del suo ritorno a Vilna dove, per sei anni, visse nel nascondimento, nel distacco da ogni affetto terreno, nell’unione con Dio, occupato essenzialmente in uffici spirituali. Allo scoppio dell’ultima rivolta cosacca (1648), capeggiata da Bogdan Chmieinits, sottomesso alla Russia e benedetto dal patriarca di Costantinopoli, sulla cui bandiera era stato scritto; "Perché a Kiev e in tutta la Russia Bianca non vi siano più né papisti, né Chiesa, né untati, né unione", Andrea deve aver chiesto ai superiori che lo mandassero nelle terre delle sue missioni perché correvano il rischio di apostasia.
A Pinsk il Bobòla predicò nella chiesa di Santo Stanislao e percorse con l’ardore di un giovane i villaggi delle campagne popolate da contadini incivili e superstiziosi. Egli penetrava nelle povere capanne, battezzava, univa in matrimonio, avvicinava la gioventù abbandonata e animava gli uniati a perseverare in mezzo alle persecuzioni. Le molteplici conversioni da lui operate gli meritarono il titolo di "conquistatore di anime" dagli stessi scismatici, irritati, eppure soggiogati dal suo fascino di apostolo. Più di una volta i più dotti monaci ortodossi avevano polemizzato con lui sulla vera Chiesa di Cristo e sempre erano stati ridotti al silenzio dal Santo che conosceva bene gli scritti dei Padri e il greco. Pieni di rancore contro di lui, gli scismatici lo insultavano pubblicamente, e incitavano la ragazzaglia a scagliargli contro del fango quando lo incontravano per strada.
Chiamato per qualche tempo a Smolensk e a Polock, nel 1655, il Bobòla vi adempì compiti che ignoriamo. Dopo la Congregazione provinciale di Varsavia (luglio 1655) fu inviato ad esercitare il suo ministero a Vilna, nella chiesa di San Casimiro, ma dopo che la città fu espugnata dall’esercito dello zar (agosto 1655), egli fu mandato di nuovo a Pinsk con altri pochi esuli perché vi continuasse la sua opera missionaria. Nella primavera del 1657 i cosacchi dell’Ucraina si sparsero per la Polesia e la Volinia a straziare e a uccidere gli uniati e i gesuiti che li sostenevano nella fede. Pinsk fu occupata da 2.000 cosacchi (maggio 1657). Gli scismatici fecero combutta con gl’invasori e, per sfogare la loro rabbia contro il "conquistatore di anime", rivelarono ad essi che si era rifugiato a Peredil, a quattro chilometri ad Janow.
Il Bobòla, avvertito del pericolo che correva, trovò posto sopra un barroccio che si dirigeva in un\’altra località, ma, appena fuori del paese, fu raggiunto da un distaccamento di soldati (16-5-1657), legato ad una siepe e frustato a sangue perché non voleva aderire alla fede ortodossa. A Janow, dove lo condussero legato tra due cavalli e coronato da ramoscelli freschi di quercia, lo trascinarono per un piede ad una macelleria, lo distesero sul tavolo dello squartatore e, al rifiuto di abbracciare lo scisma, gli abbruciarono il corpo coperto di piaghe; gli spaccarono la punta di alcune dita; gl’infilarono schegge acute sotto le unghie urlando: "Con queste mani tu fai Iddio, ma noi ti conceremo ancora meglio". Mentre il paziente mormorava sommessamente: "Gesù! Maria!" quei barbari gli scorticarono le mani, il petto, la testa e la schiena; gli strofinarono sulla carne sanguinante paglia e pula di farro; gli cavarono un occhio; gli tagliuzzarono le palme delle mani; gli mozzarono il naso, le labbra, i due pollici e l’indice della sinistra ogni tanto gridando: "Rinnega la tua fede romana". Il Santo, invece, disse loro: "Voi, piuttosto, convertitevi. Cari figli miei, che cosa fate? Dio sia con voi e vi faccia tornare in voi stessi".
Per non udire quel perdono che redimeva, i carnefici gli conficcarono vicino al cuore una lesina, lo legarono per i piedi e lo sospesero con la testa all’ingiù. "Guardate come balla il polacco" sghignazzavano i cosacchi alla vista dei sussulti del morente. Recisero infine la fune, s’avventarono sul corpo sfigurato del gesuita e lo finirono con due sciabolate sul collo. Poco dopo, ironia della parola, giunse un distaccamento dell’esercito polacco a ristabilire l’ordine. La salma del martire fu tumulata prima nel collegio di Pinsk e nel 1808 in quello di Polosk. Le tristi condizioni dei tempi ne sopirono la fama. Nel 1702 il martire stesso apparve al rettore del collegio, amareggiato per le strettezze economiche in cui si trovava, gli raccomandò di fare collocare il suo corpo "in un luogo separato", e promise che sarebbe diventato il loro celeste protettore.
Aperta la cassa, i presenti rimasero sbalorditi al vedere che, dopo 45 anni, il corpo del loro confratello era ancora intatto, inodore, flessibile e con le ferite vermiglie di sangue coagulato. Attorno a quelle reliquie fiorirono i miracoli. Per tutta la notte del 1° novembre 1723 sul luogo del martirio fu vista brillare una croce luminosa. Il P. Bobòla fu beatificato da Pio IX il 5 luglio 1853 e canonizzato da Pio XI il 17 aprile 1938. Dal 1924 il suo corpo è venerato a Roma, nella Chiesa del Gesù.


Autore:
Guido Pettinati

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Aggiunto/modificato il 2024-05-15

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