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San Romano il Melode Diacono

Festa: 1 ottobre

+ 556 circa

Nasce in Siria, a Emesa (attuale Homs), da una famiglia di origine ebraica. Diventa diacono a Berito (attuale Beirut). Nel 518 è a Costantinopoli dove sta risorgendo la basilica della Divina Sapienza (Santa Sofia), dopo l'incendio che ha distrutto quella eretta da Costantino, qui il diacono intona i suoi canti ritmici in lingua greca, detti «contaci», che sono al tempo stesso opere di preghiera, di catechesi e di storia religiosa che entrano presto in maniera stabile nella liturgia costantinopolitana. I suoi inni si diffondono tra i fedeli anche fuori dalla città, per questo molti imitatori anonimi compongono testi giunti fino a noi sotto il nome del santo. Secondo una leggenda sarebbe stata la Madonna a suscitare la sua vocazione, in una vigilia di Natale, dandogli un rotolo da inghiottire; e lui, l'indomani, avrebbe improvvisato il suo primo inno, dedicato alla Natività. Muore a Costantinopoli tra il 555 e il 565. (Avvenire)

Martirologio Romano: A Costantinopoli, san Romano, diacono, che per la sua sublime arte nel comporre inni sacri in onore del Signore e dei santi meritò il soprannome di Melode.


Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo, poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia. Pensiamo al suo compatriota, sant’Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma pensiamo anche a teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano anche il cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso, che ci ha donato gli inni della festa del Corpus Domini di domani; pensiamo a san Giovanni della Croce e a tanti altri. La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza.

Così Romano il Melode è uno di questi, un poeta e compositore teologo. Egli, appresi i primi elementi di cultura greca e siriaca nella sua città natia, si trasferì a Berito (Beirut), perfezionandovi l’istruzione classica e le conoscenze retoriche. Ordinato diacono permanente (515 ca.), fu qui predicatore per tre anni. Poi si trasferì a Costantinopoli verso la fine del regno di Anastasio I (518 ca.), e lì si stabilì nel monastero presso la chiesa della Theotókos, Madre di Dio. Qui ebbe luogo l’episodio-chiave della sua vita: il Sinassario ci informa circa l’apparizione in sogno della Madre di Dio e il dono del carisma poetico. Maria, infatti, gli ingiunse di inghiottire un foglio arrotolato. Risvegliatosi il mattino dopo – era la festa della Natività del Signore – Romano si diede a declamare dall’ambone: «Oggi la Vergine partorisce il Trascendente» (Inno "Sulla Natività" I. Proemio). Divenne così omileta-cantore fino alla morte (dopo il 555).

Romano resta nella storia come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L’omelia era allora, per i fedeli, l’occasione praticamente unica d’istruzione catechetica. Romano si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell’estetica e dell’innografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all’ambone posto al centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate, dette "contaci" (kontákia). Il termine kontákion, "piccola verga", pare rinviare al bastoncino attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto il nome di Romano sono ottantanove, ma la tradizione gliene attribuisce mille.

In Romano, ogni kontákion è composto di strofe, per lo più da diciotto a ventiquattro, con uguale numero di sillabe, strutturate sul modello della prima strofa (irmo); gli accenti ritmici dei versi di tutte le strofe si modellano su quelli dell’irmo. Ciascuna strofa si conclude con un ritornello (efimnio) per lo più identico per creare l’unità poetica. Inoltre le iniziali delle singole strofe indicano il nome dell’autore (acrostico), preceduto spesso dall’aggettivo "umile". Una preghiera in riferimento ai fatti celebrati o evocati conclude l’inno. Terminata la lettura biblica, Romano cantava il Proemio, per lo più in forma di preghiera o di supplica. Annunciava così il tema dell’omelia e spiegava il ritornello da ripetere in coro alla fine di ciascuna strofa, da lui declamata con cadenza a voce alta.

Un esempio significativo ci è offerto dal kontakion per il Venerdì di Passione: è un dialogo drammatico tra Maria e il Figlio, che si svolge sulla via della croce. Dice Maria: «Dove vai, figlio? Perché così rapido compi il corso della tua vita?/ Mai avrei creduto, o figlio, di vederti in questo stato,/ né mai avrei immaginato che a tal punto di furore sarebbero giunti gli empi/ da metterti le mani addosso contro ogni giustizia». Gesù risponde: «Perché piangi, madre mia? [...]. Non dovrei patire? Non dovrei morire?/ Come dunque potrei salvare Adamo?». Il figlio di Maria consola la madre, ma la richiama al suo ruolo nella storia della salvezza: «Deponi, dunque, madre, deponi il tuo dolore:/ non si addice a te il gemere, poiché fosti chiamata "piena di grazia"» (Maria ai piedi della croce, 1-2; 4-5). Nell’inno, poi, sul sacrificio di Abramo, Sara riserva a sé la decisione sulla vita di Isacco. Abramo dice: «Quando Sara ascolterà, mio Signore, tutte le tue parole,/conosciuto questo tuo volere essa mi dirà:/- Se chi ce l’ha dato se lo riprende, perchè ce l’ha donato?/[...] - Tu, o vegliardo, il figlio mio lascialo a me,/e quando chi ti ha chiamato lo vorrà, dovrà dirlo a me» (Il sacrificio di Abramo, 7).

Romano adotta non il greco bizantino solenne della corte, ma un greco semplice, vicino al linguaggio del popolo. Vorrei qui citare un esempio del suo modo vivace e molto personale di parlare del Signore Gesù: lo chiama "fonte che non brucia e luce contro le tenebre" e dice: «Io ardisco tenerti in mano come una lampada;/ chi porta, infatti, una lucerna fra gli uomini è illuminato senza bruciare./ Illuminami dunque, Tu che sei la Lucerna inestinguibile» (La Presentazione o Festa dell’incontro, 8). La forza di convinzione delle sue predicazioni era fondata sulla grande coerenza tra le sue parole e la sua vita. In una preghiera dice: «Rendi chiara la mia lingua, mio Salvatore, apri la mia bocca / e, dopo averla riempita, trafiggi il mio cuore, perché il mio agire/ sia coerente con le mie parole» (Missione degli Apostoli, 2).

Esaminiamo adesso alcuni dei suoi temi principali. Un tema fondamentale della sua predicazione è l’unità dell’azione di Dio nella storia, l’unità tra creazione e storia della salvezza, l’unità tra Antico e Nuovo Testamento. Un altro tema importante è la pneumatologia, cioè la dottrina sullo Spirito Santo. Nella festa di Pentecoste sottolinea la continuità che vi è tra Cristo asceso al cielo e gli apostoli, cioè la Chiesa, e ne esalta l’azione missionaria nel mondo: «[...] con virtù divina hanno conquistato tutti gli uomini;/ hanno preso la croce di Cristo come una penna,/ hanno usato le parole come reti e con esse hanno pescato il mondo,/ hanno avuto il Verbo come amo acuminato,/ come esca è diventata per loro/ la carne del Sovrano dell’universo» (La Pentecoste 2;18).

Altro tema centrale è naturalmente la cristologia. Egli non entra nel problema dei concetti difficili della teologia, tanto discussi in quel tempo, e che hanno anche tanto lacerato l’unità non solo tra i teologi, ma anche tra i cristiani nella Chiesa. Egli predica una cristologia semplice ma fondamentale, la cristologia dei grandi Concili. Ma soprattutto è vicino alla pietà popolare – del resto, i concetti dei Concili sono nati dalla pietà popolare e dalla conoscenza del cuore cristiano – e così Romano sottolinea che Cristo è vero uomo e vero Dio, ed essendo vero Uomo-Dio è una sola persona, la sintesi tra creazione e Creatore: nelle sue parole umane sentiamo parlare il Verbo di Dio stesso. «Era uomo – dice – il Cristo, ma era anche Dio,/ non però diviso in due: è Uno, figlio di un Padre che è Uno solo» (La Passione 19). Quanto alla mariologia, grato alla Vergine per il dono del carisma poetico, Romano la ricorda alla fine di quasi tutti gli inni e le dedica i suoi kontáki più belli: Natività, Annunciazione, Maternità divina, Nuova Eva.

Gli insegnamenti morali, infine, si rapportano al giudizio finale (Le dieci vergini [II]). Egli ci conduce verso questo momento della verità della nostra vita, del confronto col Giudice giusto, e perciò esorta alla conversione nella penitenza e nel digiuno. In positivo, il cristiano deve praticare la carità, l’elemosina. Egli accentua il primato della carità sulla continenza in due inni, le Nozze di Cana e le Dieci vergini. La carità è la più grande delle virtù: «[...] dieci vergini possedevan la virtù dell’intatta verginità,/ ma per cinque di loro il duro esercizio fu senza frutto./ Le altre brillarono per le lampade dell’amore per l’umanità,/ per questo lo sposo le invitò» (Le dieci Vergini, 1).

Umanità palpitante, ardore di fede, profonda umiltà pervadono i canti di Romano il Melode. Questo grande poeta e compositore ci ricorda tutto il tesoro della cultura cristiana, nata dalla fede, nata dal cuore che si è incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio. Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo "a casa": incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica – il gregoriano o Bach o Mozart – è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa "passato", ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all’imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: "Cantate al Signore un canto nuovo". Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un’unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi.

Autore: Papa Benedetto XVI (Udienza Generale 21.05.2008)
 


 

Può un sogno trasformare un umile sacerdote in un poeta e cantante di eccezionale successo? Sembrerebbe di sì secondo la leggenda di cui è intessuta la vita di San Romano detto il Mèlode, parola di origine greca che significa “cantore”. Romano nasce nel 490 circa a Emesa (Homs, Siria) in una famiglia ebrea. Si converte al cristianesimo e, abbracciata la vita religiosa, diventa uno studioso della teologia, cioè di Dio. Si trasferisce a Beirut (Libano) e, poi, a Costantinopoli (Istanbul, Turchia).
Romano è un bravo sacerdote e predicatore quando un fatto eccezionale dà una svolta alla sua vita. La tradizione parla di un semplice sogno. E’ la notte tra il 24 e il 25 dicembre, una Vigilia di Natale. Romano sogna Maria, la Madre di Gesù, che gli porge una pergamena arrotolata, invitandolo a mangiarla. Il sacerdote inghiotte il rotolo di carta e, al suo risveglio, si sente una persona nuova. All’improvviso avverte di aver ricevuto il dono di comporre poesie e canzoni sublimi. Il giorno di Natale, infatti, durante la funzione religiosa, invece di predicare come al solito per comunicare la gioia della nascita di Gesù, Romano intona una canzone in lingua greca, dalla melodia meravigliosa, usando parole che toccano i cuori. E’ subito un successo strepitoso. Il teologo diventa famosissimo e la sua creatività nel comporre inni religiosi non si ferma. Si racconta che ne abbia scritti mille (alcuni dei quali composti da oltre cinquecento strofe), anche se ai giorni nostri ne sono arrivati solo ottantanove.
Romano canta la sua gioia e la sua fede, e le trasmette agli altri. Cantare per lui è come pregare e parlare del Vangelo. E i fedeli che lo ascoltano restano incantati dalla bellezza dei suoi canti. Attraverso le poesie e le canzoni che chiunque può ripetere tra sé e sé o assieme agli altri fedeli, anche il popolo meno istruito riesce ad accogliere in maniera più immediata e semplice il messaggio cristiano: Gesù e la missione data agli apostoli di predicare al mondo intero, il pentimento dei peccati, la conversione e il proposito di cambiare vita, l’esempio dei Santi, il valore dell’umiltà, la carità verso i più deboli. Riconoscente alla Madonna per il dono ricevuto, Romano termina quasi tutti i suoi canti con una lode a Maria, Regina del Cielo e della Terra. Romano “il Mèlode” muore a Costantinopoli nel 556, a 66 anni, acclamato e amato da tutti come un santo.

Autore: Mariella Lentini
 


 

Meritò di essere soprannominato “il Melode” per la sua arte sublime nel comporre inni ecclesiastici in onore del Signore e dei santi». Così lo ricorda il Martirologio romano. Nell’antichità cristiana egli è infatti uno dei grandi maestri dei credenti con la poesia e col canto. Nasce in Siria, a Emesa (attuale Homs), da una famiglia di origine ebraica, in un anno imprecisato. Diventa diacono a Berito (attuale Beirut), ma è già a Costantinopoli nel 518, l’anno in cui muore l’imperatore d’Oriente Anastasio I: un sovrano famoso per la sua politica fiscale, che accumula oro a tonnellate nelle casse imperiali, impoverendo le campagne. A lui succedono il vecchio generale Giustino e Giustiniano, i due imperatori sotto i quali vive Romano diacono. Sembra che risieda presso la chiesa della Madre di Dio, ma anche questo dato è incerto.
Dal momento del suo arrivo a Costantinopoli prende avvio l’unica vicenda sicura e documentata di tutta la sua esistenza. Sta risorgendo la basilica della Divina Sapienza (Santa Sofia), dopo l’incendio che ha distrutto quella eretta da Costantino, e il diacono venuto dalla Siria “esplode” con i suoi canti ritmici in lingua greca, detti contaci, che sono al tempo stesso opere di preghiera, di catechesi e di storia religiosa, collegati sempre ai tempi dell’anno liturgico. Romano canta la vicenda di Dio e degli uomini con vivacità nuova, da narratore entusiasta e commosso, ben più che da attrezzato teologo.
Ha completamente trasformato il modo di rivolgersi al Signore e di vivere i grandi momenti della storia sacra. Non insegna: racconta. Inscena col canto le vicende dell’Antico e del Nuovo Testamento, con una vivacità di linguaggio che sembrerebbe quasi prefigurare,alla lontana, le sacre rappresentazioni di tanto tempo dopo. I fedeli, così, apprendono e vivono la “storia sacra” in forme e ritmi attraenti, ripetibili pure fuori di chiesa e di rito: i suoi inni si cantano anche in giro. In linguaggio attuale si può sicuramente parlare di eccezionale successo. La novità di Romano manda all’abbandono l’opera di tanti precedenti autori; e sulle orme di lui nasce «una schiera di anonimi imitatori, i cui prodotti presero a circolare sotto il nome del santo, entrando nell’uso liturgico» (E.V. Maltese). Per questo non tutti i testi giunti fino a noi sotto il nome di Romano sono veramente suoi.
L’opera del diacono di Siria (che si ispira a un suo grande compatriota, sant’Efrem) arricchisce poi stabilmente la liturgia costantinopolitana delle ore. E intorno a lui fiorisce la leggenda, tramandata poi nelle immagini. In alcune di esse, Romano è raffigurato in atto di mangiare un rotolo di carta: trasposizione pittorica di un’amabile narrazione di fantasia, secondo cui sarebbe stata la Madre del Signore a suscitare la sua vocazione, in una vigilia di Natale, dandogli appunto un rotolo da inghiottire; e lui, l’indomani, avrebbe improvvisato il suo primo inno, dedicato alla Natività.
Romano muore a Costantinopoli tra il 555 e il 565. E su di lui si diffondono altre leggende. Come quella del secolo successivo, che parla di un giovane raggiunto da un evento prodigioso, mentre canta un inno di Romano.


Autore:
Domenico Agasso


Fonte:
Famiglia Cristiana

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Aggiunto/modificato il 2023-09-12

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