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Logroño, Spagna, 3 febbraio 1578 - Nagasaki, 10 settembre 1622
Alfonso de Mena fu uno dei protagonisti della prima missione domenicana nel Giappone del Seicento. Nato a Logroño nel 1578 e formatosi nel convento di San Esteban a Salamanca, entrò nell'Ordine dei Predicatori e nel 1598 raggiunse le Filippine, dove completò gli studi teologici e fu ordinato sacerdote. A Manila si dedicò per un periodo al ministero tra i cinesi, imparandone la lingua, competenza che avrebbe avuto un ruolo importante nella successiva missione giapponese. Nel 1602 partì per il Giappone con il primo gruppo stabile di domenicani inviato nell'arcipelago. Per quasi vent'anni operò in condizioni sempre più difficili. Partecipò alla fondazione di comunità e chiese, percorse diverse regioni di Kyushu e svolse un'intensa attività tra i cristiani, anche attraverso le confraternite del Rosario. Fu inoltre protagonista di delicate relazioni con alcuni signori feudali giapponesi e, grazie alla conoscenza del cinese, fu inviato a incontrare Tokugawa Ieyasu. Dopo il divieto del cristianesimo e l'espulsione dei missionari stranieri nel 1614, rimase clandestinamente nel paese, continuando a visitare e assistere le comunità cristiane. Arrestato a Nagasaki il 14 marzo 1619, trascorse più di tre anni in diverse prigioni, tra cui quelle di Ikinoshima, Gonoura e Suzuta presso Omura. La malattia, le privazioni e la detenzione non impedirono che continuasse a incoraggiare i compagni e a mantenere rapporti epistolari con i cristiani. Il 10 settembre 1622 fu condotto sulla collina di Nishizaka e arso vivo insieme ad altri martiri. Pio IX lo beatificò il 7 luglio 1867 nel gruppo dei 205 martiri del Giappone.
Etimologia: Alfonso = valoroso e nobile, dal gotico
Emblema: Palma del martirio; abito domenicano; elementi riferiti al martirio sul rogo.
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Alfonso de Mena nacque a Logroño, Spagna, il 3 febbraio 1578 e nello stesso giorno fu battezzato nella parrocchia di Santa María de Palacio. Era figlio di Francisco Benito de Mena e Jerónima de Navarrete. La famiglia apparteneva a un ambiente socialmente agiato e comprendeva diverse figure legate alla vita ecclesiastica e civile. Tra i parenti del futuro martire vi era anche Alfonso Navarrete, suo cugino, che sarebbe diventato anch'egli domenicano, missionario in Giappone e martire nel 1617. La documentazione conservata permette di precisare anche la questione del nome. Al battesimo fu chiamato Alfonso, mentre nella vita religiosa e nella corrispondenza prevalse la forma Alonso. Lo stesso religioso firmò le proprie lettere come Alonso de Mena. I suoi cognomi originari erano Benito de Mena e de Navarrete, ma già durante la sua vita il primo cadde progressivamente in disuso e il missionario fu normalmente identificato come Alonso o Alfonso de Mena. Nel 1594 entrò nel convento domenicano di San Esteban a Salamanca, uno dei più importanti centri della formazione teologica dell'Ordine dei Predicatori in Spagna. Il 23 marzo dello stesso anno emise la professione religiosa. Iniziò quindi gli studi ecclesiastici, ma la sua formazione sarebbe stata completata nelle Filippine, dove fu inviato ancora giovane.
Dalla Spagna alle Filippine Nel 1598 Alfonso de Mena raggiunse Manila. Gli atti dei capitoli della Provincia domenicana del Santo Rosario mostrano che quell'anno era ancora studente di teologia e fu assegnato al convento di Santo Domingo. A Manila proseguì gli studi e fu ordinato sacerdote. Successivamente venne destinato al ministero tra i cinesi di Binondo, comunità numerosa e importante nella Manila dell'epoca. Per svolgere questo incarico studiò il cinese per circa un anno e mezzo. La conoscenza della lingua sarebbe diventata una delle sue competenze più preziose nella futura missione giapponese, dove il cinese rappresentava anche uno strumento di comunicazione con le autorità e con gli stranieri.
La prima missione domenicana in Giappone Nel 1602 i domenicani decisero di accogliere l'invito proveniente dal daimyō di Satsuma e di stabilire una missione in Giappone. Il capitolo provinciale di Manila affidò l'impresa a padre Francesco Morales, nominato vicario provinciale per il Giappone, ad Alonso de Mena e ad altri religiosi. Il gruppo partì da Manila il 1º giugno 1602 e raggiunse Nagahama, nell'arcipelago di Koshiki, il 3 luglio. Poco dopo i missionari furono trasferiti a Chósa, presso Kagoshima, dove risiedeva il daimyō Shimazu Tadatsune. I religiosi tornarono poi a Koshiki, dove stabilirono una modesta casa che fungeva contemporaneamente da convento e da chiesa. Qui affrontarono anche lo studio della lingua giapponese e cercarono di adattarsi alle condizioni locali. La missione era inserita in una situazione politica complessa: il signore di Satsuma aveva invitato i domenicani senza aver preventivamente ottenuto il consenso di Tokugawa Ieyasu, la cui autorità stava consolidandosi sull'intero paese.
L'incontro con Tokugawa Ieyasu Quando nel 1603 il daimyō di Satsuma si riconciliò con Tokugawa Ieyasu, i domenicani furono invitati a presentarsi al potente signore. La scelta cadde su Alonso de Mena, probabilmente anche per la sua conoscenza del cinese. L'incontro ebbe un'importanza particolare nella storia iniziale della missione: secondo la documentazione domenicana, Ieyasu concesse al missionario il permesso di fondare chiese in diverse parti del Giappone. Al ritorno in Giappone, Mena contribuì a consolidare la presenza domenicana. Nel 1604 tornò a Manila per riferire sulla situazione della missione e ottenere nuovi aiuti. La casa di Koshiki fu riconosciuta come vicaria della Provincia del Santo Rosario e il missionario riuscì anche a ottenere l'invio di un nuovo confratello. L'attività missionaria non si limitò alla predicazione. I domenicani cercarono di creare strutture stabili, costruendo chiese e case religiose e instaurando rapporti con le comunità cristiane locali. Una chiesa costruita a Koshiki nel 1605 venne però distrutta da un tifone appena due settimane dopo l'inaugurazione. Mena continuò comunque a lavorare per l'espansione della missione.
La missione di Hizen e Saga Un passaggio decisivo avvenne nel 1606, quando Mena entrò in relazione con Francisco Moreno, capitano ed emissario spagnolo giunto a Fukahori. Grazie a questi contatti ottenne l'appoggio necessario per entrare nel territorio di Hizen, dove il daimyō Nabeshima Katsushige finì per concedergli la possibilità di svolgere attività missionaria. La missione di Hizen, corrispondente in larga parte all'area di Saga, divenne uno dei principali centri dell'attività domenicana. Mena vi lavorò per circa sette anni, percorrendo il territorio e amministrando i sacramenti. La documentazione domenicana descrive una fase nella quale i missionari potevano muoversi con una relativa libertà e raggiungere anche le regioni vicine. Nella regione di Kurume e in altre località di Fukuoka esistevano comunità cristiane dotate di proprie chiese, spesso costruite e mantenute dai fedeli. I missionari vi celebravano la Messa, ascoltavano le confessioni e curavano la formazione religiosa. La presenza di Mena contribuì quindi non soltanto alla conversione di nuovi fedeli, ma anche alla conservazione delle comunità già esistenti.
La cacciata dei missionari La situazione cambiò radicalmente nel 1613. Le tensioni politiche e la crescente ostilità del governo centrale verso il cristianesimo portarono all'ordine di espellere i missionari domenicani dai territori di Hizen. La decisione fu collegata anche al clima politico creatosi intorno a Tokugawa Ieyasu e alle accuse rivolte contro i cristiani e i missionari. Mena continuò tuttavia ad assistere clandestinamente i cristiani. In alcuni casi si recò di nascosto nelle zone dalle quali era stato espulso, utilizzando persino una barca per raggiungere i fedeli sul fiume. A Saga continuò a confessare, celebrare la Messa e incoraggiare i cristiani a resistere alla persecuzione. In una delle sue relazioni raccontò di aver battezzato sedici persone adulte che erano state condotte segretamente presso di lui.
La clandestinità dopo il 1614 Il 27 gennaio 1614 fu emanato il decreto shogunale che proibiva il cristianesimo e disponeva l'espulsione dei missionari. Nel novembre dello stesso anno numerosi religiosi furono costretti a lasciare il Giappone. Mena, invece, riuscì a rimanere clandestinamente nel paese. Nell'autunno del 1614 si nascose nella casa di Juan Murayama Chuan, all'interno della residenza del padre Antonio Murayama Toan, importante funzionario di Nagasaki. Vi rimase per circa due anni. La famiglia lo accolse a rischio della propria vita e Mena svolse nei suoi confronti un vero e proprio ministero sacerdotale clandestino. Dopo quel periodo riprese a spostarsi nelle regioni di Hizen, Chikugo e Chikuzen. Visitò cristiani rimasti isolati, riconciliò alcuni che avevano ceduto all'apostasia e incoraggiò coloro che erano rimasti fedeli. Il suo apostolato si svolse ormai all'interno di una Chiesa perseguitata, nella quale la conservazione della fede dipendeva in larga misura dai rapporti personali, dalle visite clandestine e dalla corrispondenza.
Le confraternite del Rosario Uno degli aspetti più caratteristici dell'attività di Mena fu l'attenzione alle confraternite. Tornato a Nagasaki, entrò in contatto con una zona abitata da numerosi cristiani e riuscì a coinvolgere molte persone nella Confraternita del Rosario. Le confraternite costituivano una struttura particolarmente adatta alla situazione giapponese perché permettevano ai fedeli di mantenere una vita religiosa comunitaria anche in assenza stabile di sacerdoti. La loro funzione non era soltanto devozionale. In un periodo di clandestinità costituivano una rete di solidarietà, di formazione religiosa e di accoglienza dei missionari. Le fonti mostrano come le case dei confratelli diventassero luoghi nei quali i sacerdoti potevano celebrare la Messa, confessare e istruire i fedeli.
La cattura La repressione divenne sempre più severa tra il 1618 e il 1619. I governatori di Nagasaki cercavano sistematicamente i religiosi rimasti nascosti e vennero previste ricompense per chi li avesse denunciati. Mena, per evitare di mettere in pericolo le famiglie che lo ospitavano, si ritirò per un periodo in una zona boscosa. Fu però accolto nuovamente da un cristiano di Nagasaki, Juan Shoun Shozayemon. Il 14 marzo 1619 un giovane cristiano apostata denunciò la presenza del religioso. Le autorità circondarono la casa di Juan Shoun e trovarono Mena mentre consumava un modesto pasto quaresimale. Furono arrestati anche il padrone di casa, un servitore e alcuni vicini, ritenuti responsabili della presenza del sacerdote. Condotto davanti alle autorità di Nagasaki, Mena fu interrogato sulla propria identità. Alla domanda se fosse un sacerdote, rispose affermativamente e dichiarò di appartenere all'Ordine di San Domenico. Fu quindi rinchiuso nella prigione provvisoria dell'udienza. Il giorno seguente venne arrestato anche Francesco Morales, vicario provinciale dei domenicani in Giappone.
Ikinoshima, Gonoura e Suzuta Dopo alcuni giorni di permanenza a Nagasaki, Mena e Morales furono trasferiti verso Ikinoshima. Il viaggio avvenne sotto stretta sorveglianza, ma numerosi cristiani riuscirono comunque ad avvicinarsi ai religiosi per salutarli e riceverne la benedizione. A Ikinoshima furono inizialmente trattenuti nel castello del governatore e poi trasferiti in una piccola prigione costruita appositamente per loro a Gonoura. Le condizioni erano dure e Mena soffriva già di una grave malattia. Le fonti sottolineano che il suo stato di salute non tornò più alla normalità. Nell'agosto 1619 i due domenicani furono trasferiti alla prigione di Suzuta, presso Omura. Qui si trovavano numerosi altri missionari e cristiani giapponesi. La prigionia si trasformò in una sorta di comunità clandestina: i detenuti pregavano insieme, si sostenevano reciprocamente e cercavano di mantenere, per quanto possibile, la vita religiosa.
La malattia e le lettere La salute di Mena rimase precaria per tutto il periodo della prigionia. Le sue lettere mostrano tuttavia un uomo capace di continuare il lavoro apostolico anche quando le condizioni fisiche erano molto compromesse. Nel 1618 aveva scritto di non poter trascorrere neppure una giornata a letto nonostante la malattia; nel 1622, invece, la vista era ormai quasi completamente compromessa. Mena non lasciò, per quanto risulta dalla ricerca specialistica, un libro autonomo. Sono invece conservate numerose lettere e relazioni. Alcune riguardano la situazione della Chiesa giapponese, altre i familiari e i confratelli, altre ancora le persecuzioni e il martirio dei cristiani. Questi scritti hanno anche un valore storico, perché forniscono informazioni dirette sulla vita delle comunità cristiane clandestine e sulle condizioni dei missionari. Una lettera del 19 agosto 1622, indirizzata al vicario provinciale Diego Collado, costituisce uno dei suoi ultimi documenti conosciuti. Mena era consapevole che la morte poteva essere vicina e raccomandava ai confratelli di continuare il servizio religioso con prudenza e fiducia nella volontà di Dio.
Il martirio a Nishizaka Il 9 settembre 1622 le autorità prelevarono dalla prigione di Suzuta 24 prigionieri, tra i quali Mena, e li trasferirono verso Nagasaki. Trascorsero la notte in un recinto presso Urakami. Il mattino seguente furono condotti sulla collina di Nishizaka, luogo già segnato dal martirio dei cristiani giapponesi. Il gruppo fu accompagnato da un grande numero di cristiani e, secondo le testimonianze conservate, i condannati procedevano cantando inni religiosi. Al loro arrivo si unirono altri prigionieri provenienti da Nagasaki. Nella grande esecuzione del 10 settembre furono utilizzati due diversi metodi: una parte dei condannati fu decapitata, mentre 25 furono legati a pali e bruciati vivi. Mena fu legato a uno dei pali. Le testimonianze riferiscono che rimase fermo durante il supplizio e morì nella stessa giornata. Il suo martirio avvenne insieme a Francesco Morales, Angelo Ferrer Orsucci, Giuseppe di San Giacinto Salvanés, Giacinto Orfanell e ad altri religiosi e fedeli. Dopo l'esecuzione, i corpi rimasero esposti per alcuni giorni. Le autorità fecero quindi ridurre i resti in cenere e li dispersero in mare, con l'intento di impedire ai cristiani di conservarne reliquie. Per questo motivo non esiste una reliquia corporea identificabile di Alfonso de Mena.
Il significato storico della sua missione La vicenda di Mena non può essere compresa soltanto come quella di un sacerdote che affrontò il martirio. Il suo contributo alla missione domenicana in Giappone fu più ampio. Egli partecipò alla fase di fondazione della missione, svolse attività diplomatica presso le autorità, contribuì alla creazione di nuove comunità, promosse le confraternite e, dopo l'inizio della clandestinità, si dedicò soprattutto alla conservazione della fede delle comunità già costituite. Le sue lettere e relazioni rappresentano inoltre una testimonianza significativa della vita del cristianesimo giapponese all'inizio del Seicento. Gli studi moderni sulla missione domenicana utilizzano infatti la documentazione prodotta da Mena e da altri missionari per ricostruire non soltanto le persecuzioni, ma anche le forme concrete di adattamento della missione alla società giapponese.
Culto e beatificazione La documentazione relativa al martirio dei cristiani giapponesi venne raccolta già pochi anni dopo le esecuzioni. Nel 1625 l'arcivescovo di Manila trasmise alla Congregazione dei Riti un'informazione giuridica sui martirii avvenuti dal 1617. Il procedimento proseguì attraverso diverse fasi e, dopo una lunga storia processuale, Alfonso de Mena fu beatificato da Pio IX il 7 luglio 1867. La beatificazione riguardò complessivamente 205 martiri del Giappone uccisi tra il 1617 e il 1632. Alfonso de Mena appartiene al gruppo dei martiri ricordati liturgicamente il 10 settembre, insieme a Sebastiano Kimura, Francesco Morales e ai loro compagni. Il Martirologio Romano ricorda a Nagasaki il gruppo dei beati sacerdoti, religiosi, coniugi, giovani, catechisti, vedove e bambini che morirono durante le persecuzioni. Non essendo stato canonizzato, Alfonso de Mena è propriamente venerato con il titolo di beato. La sua memoria rimane legata soprattutto alla grande persecuzione del cristianesimo giapponese e alla storia della prima missione domenicana nell'arcipelago.
Autore: Giampietro Cattini
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