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San Francesco Fernandez de Capillas Sacerdote domenicano, martire

Festa: 15 gennaio

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Baquerin de Campos, Palencia, Spagna, 14 agosto 1607 - Fogan, Cina, 15 gennaio 1648

Nato a Baquerín de Campos, nella diocesi di Palencia, vestì l'abito domenicano a 17 anni nel convento di s. Paolo a Valladolid. Ancora diacono partì per le Filippine e di qui - dopo un decennio di ministero sacerdotale - passò in Cina. Prodigò nella provincia di Fo-Kìen ogni sua energia per la diffusione del Vangelo. I magnifici risultati della sua attività gli meritarono l'odio dei tartari. Caduto nelle loro mani presso Fuan, rifiutò di apostatare la fede e fu sottoposto a raffinate torture, che sopportò con letizia per amore di Cristo. Il 15 gennaio, la decapitazione coronò l'ideale missionario vagheggiato sin dall'infanzia: la Chiesa ebbe così il primo martire dell'impero cinese.

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Nella città di Fu’an nella provincia del Fujian in Cina, san Francesco Fernández de Capillas, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire: dopo avere portato il nome di Cristo nelle isole Filippine e nel Fujian, durante la persecuzione dei Tartari fu qui gettato a lungo in carcere e infine decapitato.


La presenza del Cristianesimo e segnatamente del Cattolicesimo, ha avuto sin dal XII secolo, nel quale cominciò ad affacciarsi in Cina, degli alti e bassi e purtroppo anche ricorrenti sanguinose persecuzioni, con centinaia di missionari e migliaia di fedeli uccisi in odio alla fede cristiana.
Nei secoli XII e XIII, il Cristianesimo cominciò ad affermarsi nel vasto Impero cinese, ma con l’avvento al potere della dinastia dei Ming nel 1370, ci fu una battuta d’arresto e di cristianesimo non se ne parlò più fino alla fine del secolo XVI.
La ripresa dell’evangelizzazione si ebbe soprattutto con il gesuita Matteo Ricci (1552-1610) arrivato in Cina nel 1583, che con un fruttuoso apostolato fra i sapienti e i mandarini di Canton e di Nanchino, giunse il 4 gennaio 1601, ad entrare a Pechino e nel palazzo imperiale come letterato d’Occidente.
Con i suoi confratelli, padre Ricci si adattò per quanto possibile agli usi, costumi e mentalità cinesi, conseguendo uno splendido successo specie fra i notabili locali; i cristiani che nel 1584 erano appena tre, nel 1585 furono una ventina, nel 1605 un migliaio, nel 1608 più di duemila e nel 1610, anno della morte a Pechino del gesuita Matteo Ricci, erano più di 2500.
Le condizioni politiche continuarono ad essere favorevoli al cristianesimo, anche al tempo della dinastia Manciù (1644) e fino quasi alla morte dell’imperatore Kang-Hi, anche se nel 1648, in una isolata esplosione di violenza perse la vita il missionario domenicano san Francesco Fernandez de Capillas (1607-1648), protomartire della Cina, beatificato nel 1909 e canonizzato l’1-10-2000.
A seguito della questione dei riti cinesi e delle disposizioni provenienti dalla Santa Sede, l’imperatore Kang-Hi si inasprì, cominciando ad avversare i missionari cattolici, fino a bandirli dall’Impero aprendo così la via alle persecuzioni, che esplosero con i suoi successori.
Infatti nel 1724 l’imperatore Young-Cheng ordinò che si distruggessero le chiese e si scacciassero o arrestassero i missionari e si incarcerassero e decapitassero i cristiani; nel 1736-37 con Kien-Lung si proibì la predicazione della religione cristiana, furono esiliati tutti i missionari europei, uccidendone molti; rimasero a Pechino solo i Gesuiti francesi che godevano della fama di letterati, pittori, idraulici.
Bisogna dire che all’opera di evangelizzazione della Cina cooperarono, i Domenicani dal 1587, i Francescani dal 1590, gli Agostiniani dal 1680, i Lazzaristi dal 1711.
Nel 1747-48 si ebbero i cinque martiri domenicani Pietro Sanz, Francesco Serrano, Gioacchino Royo, Giovanni Alcober, Francesco Diaz.
Con la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte di papa Clemente XIV, le missioni cinesi decaddero quasi completamente nelle città, mentre eroicamente gli altri Ordini religiosi, dispersi nelle varie regioni dell’Impero, continuarono a lavorare con eroismo e con gravi difficoltà.
Nel 1799 si avevano in Cina tre diocesi e tre vicariati apostolici, ma l’imperatore Kia-King era apertamente ostile al cristianesimo, i cui seguaci erano a torto sospettati di simpatia verso i gruppi ribelli alla sua autorità, cioè l’associazione della ‘Regione Celeste’.
Anche con questo imperatore scoppiò una nuova e sanguinosa persecuzione in tutto l’Impero, che durò fino alla sconfitta cinese nella guerra dell’oppio nel 1842; la libertà di religione subentrò con il trattato di Pechino del 1860.
Ci fermiamo qui con la storia del Cristianesimo in Cina, che continuò ad essere perseguitato nei decenni successivi, specie con i famosi violenti e sanguinari ‘Boxers’ nel 1900, sotto la protezione dell’imperatrice Tze-Hsi, e poi in epoca moderna con il regime maoista-comunista.

Francesco Fernandez de Capillas è il protomartire dei missionari in Cina, gloria e vanto dell’Ordine Domenicano.
Nacque a Baquerin dos Campos, diocesi di Valenza il 14 agosto 1607; a 17 anni entrò nell’Ordine dei Predicatori, vestendone l’abito nel convento di S. Paolo a Valladolid; ancora diacono partì missionario per le Filippine sbarcando a Manila.
Qui rimase per un decennio lavorando alacremente al fianco dei missionari e venendo ordinato sacerdote nel 1631; il suo campo di apostolato fu il distretto di Cagayan (Luzon), in cui poté raccogliere una meravigliosa fioritura di conversioni.
Anima apostolica e nel contempo ascetica, seppe congiungere allo zelo uno spirito di penitenza straordinaria, prendeva i suoi brevi riposi stendendosi sopra una croce di legno e volontariamente non si difendeva dalle punture degli insetti che infestavano la regione.
Egli considerò quegli anni trascorsi nelle Filippine, come un periodo di preparazione alla missione in Cina, che gli fu accordata nel 1642.
Fu associato nel viaggio e nella destinazione ad un altro missionario che ritornava via Formosa, a riprendere l’apostolato già iniziato nel Fukien; padre Francesco Fernandez de Capillas si impegnò con tutte le sue forze ad evangelizzare la regione, raccogliendo ottimi frutti nelle città di Fogan, Moyang e Ting-ten.
Ma nel 1644 alla dinastia cinese dei Ming, subentrò quella tartara dei Manciù, che ostili ai missionari presero subito a perseguitarli insieme ai fedeli cristiani.
Ai primi di dicembre del 1647, padre Francesco fu catturato mentre tornava da Fogan, dove si era recato ad amministrare i Sacramenti ad un infermo. Insultato e calunniato passò da un tribunale all’altro, subì la tortura dei malleoli (cioè stringere i piedi fra due asticelle, così da spostare le ossa).
Fu flagellato più volte a sangue, sopportando i tormenti senza grida di dolore, così da meravigliare giudici e torturatori, alla fine fu trasportato quasi moribondo in prigione dove erano rinchiusi i condannati a morte.
La sua condotta fu edificante, tale da suscitare l’ammirazione degli altri condannati a morte e degli stessi carcerieri, che permisero gli fosse passato del cibo per non farlo morire di fame.
Il 15 gennaio 1648 padre Francesco fu condannato a morte con l’accusa di aver diffuso false dottrine religiose e per aver sobillato il popolo contro i governanti.
La sentenza mediante decapitazione, fu eseguita a Fogan quel giorno stesso; la Chiesa ebbe così il primo martire del vasto Impero cinese.
Fu beatificato da papa s. Pio X il 2 maggio 1909 insieme a 14 fedeli cinesi martiri e canonizzato insieme a 120 martiri in Cina, il 1° ottobre 2000 da papa Giovanni Paolo II; la loro memoria collettiva è al 9 luglio, mentre la celebrazione liturgica di s. Francesco Fernandez de Capillas è al 15 gennaio.

Autore: Antonio Borrelli



Dovremmo andare a scuola da lui, tutte le volte che ci sentiamo i “salvatori della patria”,migliori degli altri, indispensabili al funzionamento del nostro gruppo o della nostra parrocchia. Perché questi sentimenti, a lui, erano del tutto sconosciuti, anzi, raccontano i suoi biografi, “timoroso che Dio, a cagione dei suoi peccati, non usasse misericordia ai villaggi ai quali era diretto, prima di entrarvi si prostrava con la faccia per terra e implorava da lui perdono e pietà”. Nasce nel 1607 a Baquerin de Campos, nei pressi di Palencia e a 16 anni entra dai Domenicani, nel convento di Valladolid. Alla vocazione religiosa si aggiunge quella missionaria: è ancora diacono quando parte in direzione di Manila, via Messico, e vi arriva dopo un anno di navigazione, giusto in tempo per essere ordinato prete il 5 giugno 1632. Difficile da capire, per noi, la sua spiritualità, figlia del tempo in cui vive: grandi penitenze, invocate, cercate, procurate, nella convinzione che esse soltanto sono il lasciapassare per la conversione delle anime. Qualche esempio? Dorme sì sul letto, ma al posto del materasso ha sistemato una ruvida croce di legno, sulla quale ogni sera si distende, cercando di prendere sonno. Anche il sassolino, penetrato un giorno nella sua scarpa, lo considera un dono di Dio e si guarda bene dal liberarsene, anche quando questo gli penetra nel piede; peccato che, una volta arrivato a destinazione, debba ricorrere alle cure del medico per stroncare un’infezione già in atto. E, a vergogna di noi, che cerchiamo le posizione più comoda per pregare, lui sta ginocchioni; ma non solo per pregare, anche per studiare, preparar le prediche e scrivere la corrispondenza, tanto che sulle sue ginocchia sono presenti due vistose calli che tradiscono la sua incomoda posizione. Altri tempi, evidentemente, ed altra mentalità, con forme penitenziali che non è proprio il caso di imitare. Per il resto, non è perfetto, proprio come noi, ma si sforza per diventarlo. I confratelli gli hanno affidato la cura dei malati indigeni nell’ospedale attiguo al convento di Tocolana: si trova a suo perfetto agio e tutti sono ammirati nel vederlo trasformarsi in inserviente, infermiere, cuoco e cameriere. Ebbene: tanto è disinvolto in ospedale nel passare da una mansione più umile all’altra, quanto si vergogna nel farsi vedere dai connazionali per strada, carico di piatti, di pentole e secchi. E’ un suo lato debole che cerca di vincere giorno per giorno e che ce lo fa sentire simpatico e maggiormente nostro fratello. Le conversioni non si contano, anche forse perchè “pagate” a così caro prezzo; oppure anche perché quel povero prete, pur di cercare un’anima o portare i sacramenti ad un morente, si sottopone a qualsiasi fatica, sempre disponibile di giorno e di notte. Ma sicuramente e prima di tutto, perché la vita di quel prete “parla”: se ne accorgono anche i non credenti, che tessono il suo miglior elogio quando dicono di lui: “E’ un Padre che non guarda né a destra né a sinistra”, quasi a sottolineare che non perde tempo neanche con gli occhi, tanto è concentrato nel suo ministero. E chi lo accompagna nei suoi spostamenti deve ammettere: “Quando cammina, non va, vola; e io non posso tenergli dietro nel viaggio”. E non sono sempre spostamenti facili perché, egli stesso scrive, “quando passiamo tra i buddisti essi non fanno che maledirci, trattandoci da ladroni stranieri, burlandoci e schernendoci. Talvolta raccolgono pietre, facendo atto di tirarcele, e talvolta ce le tirano di fatto”. Ma questo, evidentemente, è niente in confronto a quello che lo attende. Nel capitolo provinciale del 1641 aveva chiesto e ottenuto di andare missionario in Cina, pienamente cosciente del rischio che correva. Per sei anni lavora nella missione cinese di Fogan, dove il 13 novembre 1647 viene arrestato dal governo tartaro, su istigazione dei mandarini locali. Raffinatissime torture lo aspettano, perché “bestemmiatore degli dei e sollevatore del popolo”; ovviamente “grandi cose” gli vengono promesse se rinnega la religione cristiana. Le torture stancano prima i carnefici di lui, che è certamente sostenuto dalla forza di Dio, ma è anche allenato a sopportar sofferenze. Per liberarsi di lui devono tagliarli la testa il 15 gennaio 1648 con un colpo di scimitarra: è il primo martire della Cina. Beatificato 100 anni fa, Francesco Fernadez de Capillas è stato canonizzato da Giovanni Paolo II° il 1° ottobre 2000.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2009-07-19

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