Home . Per Nome . Per Data . Patronati . Diz.Nomi . Ricerca . Ultimi . Più visitati



Newsletter
Per ricevere i Santi di oggi
inserisci la tua mail:


E-Mail: [email protected]


> Home > Sezione I santi che iniziano con la lettera G > Beato Giuseppe di San Giacinto de Salvanés Condividi su Facebook

Beato Giuseppe di San Giacinto de Salvanés Martire

Festa: 10 settembre

>>> Visualizza la Scheda del Gruppo cui appartiene

Villarejo de Salvanés, Madrid, Spagna, 1580 - Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622

Nacque a Villarejo de Salvanés, nella regione di Madrid, nel 1580. Entrato giovanissimo nell'Ordine dei Predicatori nel convento di Santo Domingo de Ocaña, completò la formazione filosofica e teologica a Toledo e fu ordinato sacerdote. Animato dal desiderio di dedicarsi all'evangelizzazione dell'Estremo Oriente, partì per le missioni della Provincia domenicana del Rosario. Dopo un periodo trascorso in Messico a causa di problemi di salute, raggiunse Manila nel 1607 e fu destinato al Giappone. In un Paese nel quale la presenza cristiana era già minacciata dalla persecuzione, Giuseppe si dedicò allo studio della lingua e riuscì a raggiungere una notevole padronanza del giapponese. Il suo apostolato si sviluppò prima a Kyodomari e poi soprattutto a Kyoto e Osaka, dove promosse nuove residenze e luoghi di culto. Nel 1619 divenne superiore della missione domenicana in Giappone. La crescente repressione lo costrinse a vivere nella clandestinità, mentre la sua salute andava progressivamente peggiorando. Arrestato nell'agosto 1621, fu rinchiuso nella prigione di Suzuta. Anche durante la detenzione continuò a sostenere i cristiani e mantenne una intensa attività epistolare. Il 10 settembre 1622 fu condotto a Nagasaki insieme ad altri prigionieri e morì sul rogo durante quella che è ricordata come la Grande persecuzione di Genna. Fu beatificato da Pio IX nel 1867 insieme ad altri 204 martiri giapponesi.

Etimologia: Dall'ebraico Yosef, significa 'Dio aggiunga' o 'Dio accresca'.

Emblema: Abito domenicano e palma del martirio.


Le notizie sulla prima parte della vita di Giuseppe sono limitate, ma la documentazione successiva consente di collocarlo a Villarejo de Salvanés, presso Madrid, nel 1580. Le fonti locali ricordano i genitori come Pedro, soprannominato El Negro, e Isabel Maroto. Una tradizione documentaria locale conserva anche la memoria del suo battesimo nel marzo 1580, ma le fonti moderne non concordano perfettamente sul giorno della nascita: per questo è preferibile indicare semplicemente il 1580 come anno di nascita.
Nel 1598, a circa diciotto anni, entrò nel convento domenicano di Santo Domingo de Ocaña, appartenente alla Provincia di Spagna. La sua formazione proseguì nel convento di San Pedro Mártir di Toledo, importante centro di studi dell'Ordine dei Predicatori. Qui completò gli studi filosofici e teologici e ricevette l'ordinazione sacerdotale.
La sua vocazione religiosa si accompagnò presto al desiderio missionario. L'espansione della presenza domenicana in Estremo Oriente aveva aperto ai religiosi della penisola iberica la possibilità di lavorare nelle Filippine, in Cina e soprattutto nel Giappone, dove i missionari incontravano contemporaneamente una società complessa, una cultura profondamente strutturata e una crescente ostilità delle autorità nei confronti del cristianesimo.

Verso le missioni dell'Estremo Oriente
Giuseppe si offrì per la missione della Provincia del Rosario, che aveva il proprio principale centro nelle Filippine. La partenza avvenne nel 1605, seguendo la consueta rotta che collegava la Spagna ai possedimenti asiatici attraverso la Nuova Spagna.
Durante il viaggio e la permanenza in Messico la sua salute gli impedì di proseguire immediatamente. Rimase quindi nel territorio della Nuova Spagna per circa due anni, prima di raggiungere Manila nel 1607.
Quello stesso anno fu destinato al Giappone. Il Paese era allora entrato in una fase particolarmente delicata. Dopo l'apertura iniziale verso i missionari cristiani, le autorità avevano progressivamente limitato la loro attività e imposto misure sempre più severe contro i cristiani. La missione domenicana, iniziata nel 1602, cercava comunque di consolidare le comunità già esistenti e di raggiungere nuove popolazioni.

Lo studio del giapponese e i primi anni di apostolato
Giuseppe iniziò il suo ministero a Kyodomari, nel territorio di Satsuma. Parallelamente all'attività pastorale si dedicò con grande impegno allo studio della lingua giapponese.
La conoscenza della lingua divenne uno degli elementi più caratteristici della sua attività. Una testimonianza dell'epoca lo descrive come un ministro particolarmente eloquente nella lingua giapponese. Non si trattava soltanto di una capacità pratica: per un missionario impegnato in un ambiente nel quale le autorità guardavano con sospetto gli stranieri, conoscere la lingua significava poter entrare direttamente in rapporto con le comunità locali, comprendere le loro esigenze e svolgere più efficacemente la predicazione.
Nel 1608 la situazione nella regione di Satsuma conobbe temporaneamente una fase meno aspra. Giuseppe poté così approfondire il proprio lavoro missionario e consolidare la preparazione necessaria per affrontare gli anni successivi, molto più difficili.

Kyoto e Osaka
Nel 1609 la persecuzione riprese vigore e vennero applicate misure di espulsione contro i missionari e i cristiani. Giuseppe fu quindi inviato a Kyoto, allora uno dei principali centri politici e culturali del Giappone.
Qui sviluppò un'intensa attività apostolica. Nel 1610 fondò una residenza e una chiesa dedicate alla Madonna del Rosario, indicate dalle fonti come la casa e la chiesa di Nostra Signora del Rosario di Miyako. Poco dopo contribuì alla fondazione di una seconda chiesa a Osaka, posta sotto la protezione di san Domenico.
La sua attività non rimase confinata ai centri urbani. Insieme ad altri domenicani, fra i quali Tommaso de Zumárraga e Alfonso de Mena, percorse le regioni circostanti per assistere le comunità cristiane.
In questa fase Giuseppe seppe anche utilizzare le relazioni con persone influenti per ottenere margini di libertà per l'attività missionaria. Le fonti ricordano i suoi rapporti con ambienti vicini allo shogun Tokugawa Hidetada e con persone coinvolte nei commerci di Osaka. Tali relazioni, tuttavia, non poterono fermare il progressivo irrigidimento della politica anticristiana.

La persecuzione e la clandestinità
La situazione precipitò negli anni successivi. Nel 1614 fu promulgato l'ordine di espulsione dei missionari stranieri e la presenza cristiana divenne sempre più difficile.
Giuseppe, anziché abbandonare il Giappone, continuò clandestinamente la propria attività. Dopo essere tornato a Nagasaki, rientrò nella regione di Kyoto e, secondo le fonti domenicane, viaggiò sotto mentite spoglie, arrivando a presentarsi come un cavaliere spagnolo per sfuggire ai controlli.
Nel 1615 assistette agli eventi militari legati alla caduta del castello di Osaka, durante il conflitto che portò alla definitiva sconfitta di Toyotomi Hideyori. La distruzione della città colpì anche la comunità missionaria: la casa domenicana di Osaka andò perduta.
In questo periodo Giuseppe contrasse una grave malattia, indicata dalle fonti come tubercolosi. La salute ormai compromessa lo costrinse a ritornare nella regione di Nagasaki per un periodo di riposo.

Superiore della missione domenicana
Nonostante le condizioni fisiche sempre più precarie, nel 1619 Giuseppe fu scelto come superiore della missione domenicana in Giappone.
La responsabilità era particolarmente gravosa. La missione doveva continuare a sostenere i cristiani mentre i missionari erano costretti a nascondersi, gli arresti aumentavano e le autorità cercavano sistematicamente di eliminare la presenza cattolica.
Giuseppe si impegnò soprattutto nell'assistenza alle comunità di Omura. Aveva promesso di recarsi personalmente presso quei cristiani e mantenne l'impegno, soggiornandovi per un periodo prima di trasferirsi nuovamente a Nagasaki.
La malattia limitava ormai le sue possibilità di movimento, ma non gli impedì di esercitare il ruolo di guida della comunità. La sua attività si svolse sempre più attraverso contatti personali, lettere e relazioni.

Le lettere e le relazioni
Uno degli aspetti più significativi della figura di Giuseppe è costituito dalle sue lettere e relazioni.
La documentazione da lui lasciata non ha soltanto un interesse religioso. Le sue testimonianze costituiscono una fonte importante per la conoscenza della missione domenicana e della situazione del cristianesimo giapponese nei primi decenni del Seicento.
Gli scritti riguardano la vita delle comunità cristiane, le difficoltà incontrate dai missionari, i rapporti con le autorità, la situazione della missione e le condizioni dei credenti sottoposti alla persecuzione.
Una parte importante di questa documentazione è stata studiata e pubblicata nel XX secolo da José Delgado García, O.P., che ha curato l'edizione delle lettere e relazioni di Giuseppe. L'esistenza di questa documentazione consente di avvicinarsi alla sua figura non soltanto attraverso le successive narrazioni agiografiche, ma anche attraverso testimonianze direttamente legate all'ambiente missionario nel quale egli operò.

L'arresto
Nell'agosto 1621 la clandestinità terminò.
Giuseppe fu catturato insieme al suo catechista Alessio Sanbashi Saburō. La data dell'arresto è indicata dalle fonti nel 17 agosto 1621.
Dopo la cattura fu condotto davanti alle autorità e successivamente trasferito alla prigione di Suzuta. Il carcere divenne il luogo dell'ultimo lungo periodo della sua vita.
Le condizioni di salute erano già molto precarie. La malattia, le privazioni e la durezza della detenzione rendevano particolarmente difficile la sua situazione. Tuttavia, secondo le testimonianze trasmesse dalla tradizione missionaria, Giuseppe continuò a incoraggiare i cristiani detenuti con lui.
La prigionia non interruppe neppure la sua attività epistolare. Poco prima dell'esecuzione scrisse ancora diverse lettere, indirizzate ai cristiani prigionieri di Nagasaki, ai confratelli domenicani e in particolare al padre Juan de los Ángeles Rueda.

Il Grande martirio di Nagasaki
Il 10 settembre 1622 Giuseppe fu condotto al luogo dell'esecuzione a Nagasaki.
Quel giorno è ricordato come il Grande martirio di Genna. Il gruppo comprendeva numerosi cristiani di diversa condizione: sacerdoti, religiosi, catechisti, membri delle confraternite, uomini, donne e bambini. La repressione non colpiva infatti soltanto i missionari stranieri, ma anche la popolazione giapponese che aveva aderito al cristianesimo.
Giuseppe fu destinato al rogo insieme ad altri prigionieri. Secondo la relazione attribuita a Diego Collado, testimone degli avvenimenti, i condannati mostrarono grande serenità e cantarono inni e salmi durante l'attesa dell'esecuzione.
Tra i religiosi domenicani destinati al rogo vi erano anche Angelo Ferrer Orsucci e Giacinto Orfanell. La morte di Giuseppe avvenne mediante il fuoco lento, nella stessa giornata nella quale furono messi a morte numerosi altri cristiani.
Il suo martirio conclude una vita trascorsa quasi interamente al servizio della missione in Estremo Oriente.

Il gruppo dei martiri del 10 settembre 1622
Giuseppe è ricordato insieme ai beati Sebastiano Kimura, Francesco de Morales e ai loro cinquanta compagni.
Il gruppo commemorato il 10 settembre comprendeva rappresentanti di diverse famiglie religiose e numerosi laici giapponesi. Tra i domenicani figurano, oltre a Giuseppe, Angelo Orsucci, Alfonso de Mena e Giacinto Orfanell, insieme ai religiosi Domenico del Rosario e Alessio.
Accanto ai domenicani vi erano francescani, gesuiti e cristiani laici. La composizione del gruppo mostra il carattere ampio della persecuzione e la partecipazione di una comunità cristiana ormai radicata nella società giapponese.
Il Martirologio Romano ricorda questi martiri come coloro che morirono a Nagasaki durante la persecuzione, davanti a una grande folla, dopo crudeli tormenti.

Culto e beatificazione
La memoria dei martiri giapponesi rimase viva nella Chiesa missionaria e negli Ordini religiosi ai quali appartenevano.
Nel XIX secolo venne avviato il processo che portò al riconoscimento ecclesiastico di numerosi martiri della persecuzione giapponese. Giuseppe fu beatificato da papa Pio IX il 7 luglio 1867 insieme ad altri martiri, nel grande gruppo dei 205 martiri del Giappone.
La beatificazione non comportò la canonizzazione. Giuseppe è pertanto venerato nella Chiesa cattolica con il titolo di beato.
La sua memoria liturgica è celebrata il 10 settembre, insieme ai compagni del gruppo dei martiri di Nagasaki del 1622.

Spiritualità e significato storico
La figura di Giuseppe presenta un particolare interesse perché unisce tre dimensioni: la vita religiosa domenicana, l'attività missionaria e la testimonianza del martirio.
Il suo apostolato non fu caratterizzato soltanto dalla predicazione. Lo studio della lingua, la conoscenza dell'ambiente giapponese, la fondazione di residenze e chiese, l'assistenza alle comunità cristiane e il mantenimento dei contatti durante la clandestinità mostrano una forma di missione fortemente inserita nella realtà locale.
Anche le sue relazioni hanno un valore che supera l'ambito strettamente devozionale. Esse documentano le difficoltà concrete incontrate dai missionari e dai cristiani giapponesi e contribuiscono alla conoscenza della società religiosa del Giappone dell'inizio del Seicento.
Il martirio rappresentò quindi il momento conclusivo di un'attività missionaria durata circa quindici anni e svolta in condizioni progressivamente più difficili.

Rapporti con altri martiri domenicani
Giuseppe operò accanto ad alcuni dei principali missionari domenicani della prima missione in Giappone.
Con Tommaso de Zumárraga e Alfonso de Mena condivise l'attività apostolica nelle regioni di Kyoto e Osaka. Con Giacinto Orfanell, anch'egli spagnolo e domenicano, condivise la missione e infine il martirio.
La sua vicenda è inoltre strettamente collegata a quella del catechista Alessio Sanbashi Saburō, arrestato insieme a lui nel 1621 e ucciso nello stesso giorno del 1622.
Questi rapporti mostrano che l'attività missionaria non era affidata esclusivamente ai sacerdoti europei. La sopravvivenza delle comunità cristiane dipendeva anche dall'opera dei catechisti e dei cristiani locali, che continuarono ad assistere i missionari anche dopo la loro clandestinità.


Autore:
Giampietro Cattini

______________________________
Aggiunto/modificato il 2026-09-02

___________________________________________
Translate this page (italian > english) with Google

Album Immagini


Home . Per Nome . Per Data . Patronati . Diz.Nomi . Ricerca . Ultimi . Più visitati