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Venerabile Sisto Riario Sforza Arcivescovo di Napoli

Festa: .

Napoli, 5 dicembre 1810 - 29 settembre 1877

Sisto Riario Sforza, di nobili origini sia per parte materna che paterna, venne ordinato sacerdote il 15 settembre 1833 a Napoli. Incaricato di delicate missioni apostoliche da parte di papa Gregorio XVI, fu consacrato vescovo a 34 anni, il 25 maggio 1845. Dopo sei mesi come vescovo titolare di Aversa, venne destinato a Napoli, sua città natale, come arcivescovo. Nel pieno del Risorgimento, fu fedele al Papa, il Beato Pio IX, ospitandolo nella reggia di Portici. Fu a sua volta esule a Roma e Terracina, da dove tornò nel 1861. Per la carità e la vicinanza ai poveri della sua terra, fu chiamato “Borromeo redivivo”, tanto appariva simile a san Carlo. Morì a Napoli il 29 settembre 1877. È stato dichiarato Venerabile il 28 giugno 2012.I suoi resti mortali riposano dal 1927 presso la terza cappella della navata destra, dedicata al SS. Crocifisso, della chiesa dei Santi Apostoli a Napoli.



Discendente di antichissima ed illustre nobiltà, nacque a Napoli il 5 dicembre 1810. Il padre, duca Giovanni, vantava una discendenza dai Riario, di origine gota o normanna, e da quella degli Sforza di Milano; la madre, Maria Gaetana, era dei principi Cattaneo di Sannicandro, di origine genovese.
A 15 anni il giovane Sisto vestì l’abito clericale e chiese di essere incorporato alla Congregazione delle Apostoliche Missioni, per istruirsi nelle opere del ministero sacerdotale. Nel mese di febbraio 1825 ricevette la tonsura e gli Ordini minori dalle mani del cardinale Luigi Ruffo; nel 1828 fu nominato dal papa Leone XII abate di San Paolo in Albano, abbazia che godeva del patronato giuridico della sua casata, prendendone possesso il 12 febbraio 1828.
Si trasferì così a Roma dove proseguì gli studi sotto la vigilanza dello zio cardinale Tommaso Riario. Venne ordinato sacerdote a Napoli il 15 settembre 1833 dall’arcivescovo cardinale Filippo Giudice-Caracciolo, quindi ritornò a Roma, dove conseguì le lauree in giurisprudenza e teologia.
Papa Gregorio XVI lo incaricò di delicate missioni apostoliche e poi lo volle come segretario particolare. Nominato canonico di S. Pietro e vicario della Collegiata di S. Maria in Via Lata, si dedicò ad una delicata forma di apostolato fra i diplomatici ed aristocratici.
Per le sue eccezionali doti di mente e di cuore meritò la dignità vescovile già a 34 anni, venendo consacrato il 25 maggio 1845 dal cardinale Mario Mattei. Il 21 giugno faceva il suo ingresso nella sede vescovile di Aversa, in provincia di Napoli, che gli era stata assegnata. Ma il suo episcopato lì durò appena sei mesi, perché venne nominato arcivescovo della sua città natale, Napoli. L’8 dicembre prendeva possesso della nuova diocesi e il 19 gennaio 1846 venne elevato alla porpora cardinalizia.
Il suo episcopato si svolse in un periodo storico di grandi sconvolgimenti politici, rivoluzioni e laceramento delle coscienze; è stato accusato dalla storiografia liberale di sostenitore o addirittura di campione della reazione. In realtà, la sua figura appare sempre più come quella dell’uomo di Dio sollecito solo del bene delle anime e degli interessi essenziali della Chiesa: “troppo sacerdote per poter essere uomo politico”. In pieno Risorgimento scrisse delle lettere pastorali l’8 febbraio 1848, dove veniva espressa la sua posizione netta e coraggiosa, pochi giorni prima della promulgazione dello Statuto da parte di Pio IX (14 marzo 1848).
Accolse nel Regno di Napoli il pontefice Pio IX che la rivoluzione romana costrinse a riparare a Gaeta, e per 18 mesi divenne il suo angelo consolatore, nelle dimore reali di Portici e Napoli.
Non volle riconoscere il nuovo regime scaturito con l’ingresso di Garibaldi a Napoli il 7 settembre 1860 e l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte: venne perciò costretto all’esilio, a partire del 22 settembre. Imbarcatosi a Napoli, sbarcò a Genova e di lì a Marsiglia, ospite per qualche giorno dell’arcivescovo; passò in seguito presso i suoi parenti a Hyères e infine andò a Roma. Poté tornare a Napoli il 30 novembre, ma fu di nuovo allontanato con la forza il 31 luglio 1861.
Proseguì la sua opera pastorale dall’esilio di Roma e Terracina, che durò fino al 6 dicembre 1866. Organizzò una rete di pubblicazioni periodiche in contrasto alla stampa anticlericale e liberale, ponendo così il clero di Napoli all’avanguardia di questa forma di apostolato; disposeinoltre che i nuovi ordinandi sacerdoti si recassero da lui a Roma, per conoscerli personalmente.
Fu attaccato da tutte le parti, non solo dai nemici della Chiesa: dovette affrontare i tentativi di scisma e di apostasia di due vescovi e alcuni prelati,ed ebbe a che fare con Enrichetta Caracciolo dei principi Forino, l’autrice delle memorie autobiografiche "I misteri del chiostro napoletano".
Fin dal 1849 progettò un seminario centrale per i chierici e i sacerdoti delle province del Regno, inaugurato nel 1876 con il titolo di “Ospizio di Maria”, più una casa di riposo per sacerdoti anziani. Nei 33 anni del suo lungo episcopato vi furono tre eruzioni del Vesuvio e quattro epidemie di colera, che funestarono Napoli e rivelando nell’arcivescovo Sisto Riario Sforza, un autentico eroe della carità cristiana, per l’aiuto dato anche personalmente alle vittime nei tuguri e nei ‘bassi’ (appartamenti poveri al piano terra); dopo aver dato tutti i suoi beni, contrasse debiti per 12.000 ducati con il barone Rotschild, che preso dall’ammirazione, rinunciò poi alla restituzione della somma.
Si meritò il titolo di ‘Borromeo redivivo’, ricevendo dall’episcopato napoletano il 2 febbraio 1862, in dono una stola appartenuta al santo vescovo milanese.
Durante l’eruzione vesuviana del 1861 mise a disposizione degli sfollati il palazzo arcivescovile di Torre del Greco. Partecipò al Concilio Ecumenico Vaticano I, come degno capo dell’episcopato meridionale; si pronunziò per la non opportunità della proclamazione del dogma dell’infallibilità papale.
Incrementò la vita della vasta arcidiocesi, elevando il numero delle parrocchie, introducendo nuovi Istituti e Ordini Religiosi, favorendo le più svariate opere di assistenza sia materiale che spirituale e morale.
Alla vigilia del secondo Concilio Provinciale del suo episcopato, fu colto da malore che nel giro di un mese lo portò alla sua rassegnata morte, il 29 settembre 1877.
I suoi funerali furono una memorabile apoteosi di fedeli, clero e autorità. Il suo corpo, inumato inizialmente nella chiesa del cimitero di Santa Maria del Pianto a Napoli, fu traslato nel 1927 nella cappella del SS. Crocifisso della chiesa dei Santi Apostoli (terza cappella della navata destra).
Con lui la Chiesa di Napoli conobbe il periodo più glorioso della sua storia. Il rammarico per la sua morte fu unanime: Pio IX ne pianse la perdita come del “suo braccio destro”, mentre Leone XIII affermò che se Sisto Riario Sforza fosse vissuto, lui certamente non sarebbe stato eletto papa.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2015-07-29

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