|
|
Newsletter
|
Per ricevere i Santi di oggi inserisci la tua mail:
|
|
E-Mail: [email protected]
|
|
|
Santi Ireneo ed Aurelio Martiri, venerati a Cutigliano
Festa:
10 agosto
|
|
Cutigliano (Val di Lima, diocesi e provincia di Pistoia) conserva nella
sua chiesa parrocchiale i corpi di questi due martiri. Tolti, come tanti
altri, dalle catacombe romane e forse individuati nel nome da
un'iscrizione tombale e nella qualità di martiri dalla consueta, non
sicura, simbologia di segni in essa incisi o graffiti, ovvero dalla
presenza - di valore probativo altrettanto incerto - di presunte ampolle
di sangue, essi furono trasferiti lassú nella seconda metà del sec.
XVII. Ne ottenne la concessione dal papa Alessandro VIII un
giureconsulto oriundo di Cutigliano e dimorante a Roma, I'auditore
Pietro Pacioni, fratello minore del piú celebre Giuliano. Le reliquie
dei due presunti martiri ottennero una intensa venerazione nel paese di
Cutigliano e in tutta la montagna pistoiese. Un artistico altare in loro
onore venne eretto nella pieve. La loro festa si celebrò solennemente
ogni anno, il 10 agosto, giorno anniversario della loro traslazione. Con
beni donati per testamento dallo stesso Pietro Pacioni, il 1° gennaio
1697 fu istituita un'opera pia, ad essi intitolata, che esercitò per
lungo tempo benefica attività, mantenendo nel paese una scuola di
grammatica e retorica ed assegnando sussidi a giovani che mostrassero
disposizione a frequentare i corsi universitari, ma ne fossero impediti
da mancanza di mezzi. A scopo di culto e di suffragio per i defunti
sorse pure, sotto il titolo dei suddetti santi martiri, una
confraternita, eretta con decreto vescovile in data 16 novembre 1843 ed
arricchita d'indulgenze e privilegi dal pontefice Gregorio XVI con breve
del 22 maggio 1844.
Etimologia: Ireneo deriva dal greco 'eiréne', pace, colui che porta la pace; Aurelio deriva dal latino 'aurum', oro, o dalla gens romana Aurelia, splendente come l'oro.
Emblema: Palma del martirio, fiala di sangue, armi o strumenti del martirio generici, abiti da antichi cristiani o soldati romani.
|
Nel corso del XVII secolo, la Chiesa Cattolica visse un intenso periodo di riscoperta delle catacombe romane. In un'epoca segnata dalle dispute con il mondo protestante, il ritrovamento di sepolture paleocristiane veniva interpretato come una conferma tangibile della continuità della Chiesa delle origini. Migliaia di corpi furono estratti dai cimiteri ipogei, in particolare dalle catacombe di San Callisto e di Priscilla, e identificati come martiri sulla base di segni simbolici. Tra questi vi furono quelli che assunsero i nomi di Ireneo e Aurelio. L'attribuzione dello status di martire derivava dalla presenza di graffiti, incisioni o presunte ampolle di sangue rinvenute presso i loculi, elementi che la devozione post-tridentina considerava prove inconfutabili del sacrificio supremo per la fede. L'archeologia cristiana moderna ha successivamente ridimensionato il valore probatorio di tali simboli, classificando queste figure come presunti martiri, senza tuttavia intaccare la legittimità del culto loro tributato nei secoli.
Pietro Pacioni e la traslazione a Cutigliano Il trasferimento di queste reliquie in Toscana fu merito di un eminente giurista originario di Cutigliano, Pietro Pacioni. Dimorante a Roma con l'incarico di uditore, il Pacioni apparteneva a una famiglia di spicco della Montagna Pistoiese; era fratello minore del ben più celebre Giuliano Pacioni, avvocato e letterato di fama. Pietro riuscì a ottenere direttamente da papa Alessandro VIII, il cui pontificato si consumò tra il 1689 e il 1691, la concessione per l'estrazione e il trasferimento dei corpi santi di Ireneo e Aurelio. Le reliquie intrapresero un lungo viaggio verso nord, giungendo infine a Cutigliano, in Val di Lima, nella seconda metà del Seicento. Furono accolte con grande solennità nella locale pieve parrocchiale, dove venne eretto un artistico altare in loro onore. La comunità montana, profondamente legata alla figura del concittadino che aveva donato un tesoro spirituale così prezioso, fissò la festa dei due martiri al 10 agosto, anniversario della loro traslazione.
L'Opera Pia e l'eredità culturale La presenza dei santi martiri non si limitò alla sola sfera liturgica. Pietro Pacioni, consapevole delle difficoltà che i giovani della montagna affrontavano per accedere agli studi superiori, dispose nel suo testamento che parte dei propri beni fosse destinata alla fondazione di un istituto caritativo. Il 1° gennaio 1697, anno della sua morte, nacque ufficialmente l'Opera Pia intitolata ai santi Ireneo e Aurelio. Questa istituzione esercitò per lungo tempo una benefica e lungimirante attività sociale: manteneva a Cutigliano una scuola di grammatica e retorica e assegnava preziosi sussidi economici ai giovani meritevoli che mostravano disposizione per gli studi universitari, ma che ne erano impediti dalla mancanza di mezzi. In questo modo, il culto dei martiri si trasformò in uno strumento di emancipazione e promozione culturale per l'intera vallata.
La Confraternita e il culto moderno Nel XIX secolo, la devozione verso i due santi si strutturò ulteriormente. A scopo di culto e di suffragio per i defunti, sorse una confraternita sotto il loro titolo, eretta con decreto vescovile il 16 novembre 1843. L'associazione fu successivamente arricchita di indulgenze e privilegi da papa Gregorio XVI, tramite un breve pontificio datato 22 maggio 1844. La festa del 10 agosto divenne il momento culminante dell'anno religioso cutiglianese, caratterizzato da un notevole concorso di popolo, manifestazioni devozionali e tradizioni folkloristiche. Con il trascorrere del Novecento e i profondi mutamenti socio-economici della montagna pistoiese, la devozione popolare verso Ireneo e Aurelio si è gradualmente affievolita. La festa ha perduto quasi del tutto l'antica solennità, ma i corpi santi continuano a riposare nella chiesa parrocchiale, silenziosi testimoni di un'epoca in cui la fede sapeva generare opere di grande impatto civile.
Il fenomeno dei 'Corpi Santi' La storia di Ireneo e Aurelio è un esempio paradigmatico del culto dei 'Corpi Santi'. A partire dalla fine del Cinquecento, la Chiesa di Roma iniziò a organizzare in modo sistematico l'estrazione delle reliquie dalle catacombe. I corpi venivano ricomposti, spesso abbigliati con vesti preziose o armature romane, e collocati in urne di vetro o legno dorato sotto gli altari delle chiese di tutta Europa. Questo fenomeno rispondeva a un'esigenza teologica e pastorale: opporre alla critica riformata, che negava la venerazione delle reliquie, la presenza fisica di innumerevoli martiri delle origini. Le diocesi e le famiglie nobili facevano a gara per ottenerli, considerandoli potenti protettori contro le calamità naturali e le epidemie.
I segni del martirio Fino al XIX secolo, gli archeologi e i custodi delle catacombe ritenevano che la presenza di una palma dipinta o incisa sulla calce del loculo fosse il simbolo inconfondibile del martirio, in quanto richiamo alla vittoria della fede. Allo stesso modo, il ritrovamento di piccole ampolle vitree, le cosiddette 'lacrimatorie' o 'fiale di sangue', murate accanto alle tombe era interpretato come la conservazione del sangue versato dal martire. Solo con gli studi di Giovanni Battista de Rossi e della moderna archeologia cristiana si è compreso che la palma era un simbolo generico di vita eterna e che le ampolle contenevano spesso profumi, oli sacri o, più semplicemente, calce. Nonostante questa revisione critica, il Martirologio Romano e le tradizioni locali hanno mantenuto la memoria e il culto di queste figure.
Autore: Enrico Quiri
|
|
|
|
Album Immagini
|