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> Home > Sezione I santi che iniziano con la lettera E > Beata Eustochio (Lucrezia) Bellini Condividi su Facebook

Beata Eustochio (Lucrezia) Bellini Vergine benedettina

Festa: 13 febbraio

Padova, 1444 - 13 febbraio 1469

Lucrezia Bellini nacque a Padova nel 1444, figlia di Maddalena Cavalcabò, monaca del monastero benedettino di San Prosdocimo della medesima città, e di Bartolomeo Bellini. A quattro anni cominciò a manifestare atteggiamenti singolari, per via dei quali fu sottoposta a vari esorcismi. Nel 1451 fu affidata alle monache di San Prosdocimo, che gestivano una forma di educandato, ma che continuavano la loro vita estranea al rigore monastico, tanto che, nel 1460, assassinarono la badessa. Il vescovo di Padova, monsignor Jacopo Zeno, istruì un processo e tentò d’imporre una maggiore disciplina, ma sia le monache, sia le educande, tranne Lucrezia, ritornarono alle proprie case. Con l’arrivo di nuove monache, la disciplina fu ristabilita e la stessa Lucrezia domandò di essere ammessa come religiosa: il 15 gennaio 1461 vestì l’abito benedettino, prendendo il nome di suor Eustochio. La sua vita monastica fu costellata di malattie e di altri atteggiamenti strani, a causa dei quali fu mal sopportata da alcune consorelle. Quando divenne chiara la sua virtù, suor Eustochio fu ammessa alla professione solenne il 25 marzo 1465, mentre il 14 settembre 1467, come era usanza dell’epoca, le fu imposto il velo nero delle benedettine. Trascorse gli ultimi anni di vita quasi sempre a letto ammalata, assorta nella preghiera e nella meditazione della Passione di Gesù. Morì nel monastero di San Prosdocimo a Padova il 13 febbraio 1469, a venticinque anni. Papa Clemente XIII confermò il suo culto nel 1760, mentre il 9 maggio 2026, nella cattedrale di Padova, si è aperta l’inchiesta diocesana della sua causa di canonizzazione. I resti mortali della Beata Eustochio sono venerati dal 2019 nella cattedrale di Santa Maria Assunta a Padova.

Martirologio Romano: A Padova, beata Eustochio (Lucrezia) Bellini, vergine dell’Ordine di San Benedetto.


Lucrezia Bellini nacque a Padova in un giorno imprecisato del 1444, figlia di Maddalena Cavalcabò, monaca del monastero benedettino di San Prosdocimo della medesima città, e di Bartolomeo Bellini, il quale entrava facilmente nello stesso monastero.
A quattro anni cominciò a manifestare atteggiamenti singolari, dovuti principalmente al fatto che la moglie di Bartolomeo non l’amava, dato che lei rappresentava una prova del tradimento da parte del marito: la maltrattava in ogni occasione, anche fisicamente a volte. Secondo la prassi dell’epoca, la bambina fu sottoposta a vari esorcismi: gli strani atteggiamenti, infatti, erano ricondotti a una presunta possessione demoniaca.
Lucrezia era una bambina dotata di particolare bellezza: nel 1451 fu affidata alle monache di San Prosdocimo, che gestivano una forma di educandato. Tuttavia, la condotta della comunità continuava a non essere esemplare: le monache, infatti, potevano entrare e uscire a piacimento e avevano anche relazioni con uomini. La bambina, invece, preferiva il ritiro, il lavoro e la preghiera; era molto devota alla Madonna, a san Girolamo e a san Luca.
Nel 1460 le monache assassinarono la badessa, la quale stava cercando di riportare l’ordine nel monastero. Il vescovo di Padova, monsignor Jacopo Zeno, istruì un processo e tentò d’imporre una maggiore disciplina, ma sia le monache, sia le educande, tranne Lucrezia, ritornarono alle proprie case. 
Giunsero allora le benedettine provenienti dal monastero di Santa Maria della Misericordia, sotto la guida della badessa Giustina da Lazzara. Lucrezia, ormai diciottenne, chiese di entrare nel loro Ordine: il 15 gennaio 1461 vestì l’abito benedettino, prendendo il nome di suor Eustochio.
La sua primitiva biografia riferisce che, a questo punto, ricominciò a compiere gesti problematici, spesso contrari alla Regola: esplose in atti così chiassosi e violenti, che le consorelle ne furono terrorizzate e dovettero legarla per molti giorni a una colonna. Poco dopo che suor Eustochio fu liberata, la badessa si ammalò di una strana malattia: ne fu incolpata lei, quasi considerandola un’ipocrita strega; fu chiusa in una prigione per tre mesi a pane e acqua.
Tutte queste prove non avvilirono la novizia: a chi l’invitava a ritornare nel mondo o a cambiare monastero, rispose che tutte quelle tribolazioni erano bene accette e che intendeva espiare la colpa da cui era nata, proprio là dov’era stata commessa. Nella sua solitudine si confortava con la recita di un rosario o corona di salmi e preghiere da lei stessa composte.
Una volta liberata, tornò ad essere oggetto di strani patimenti, che cercava di sopportare con pazienza; per quattro anni si alternarono a periodi relativamente tranquilli. Ciò convinse le consorelle delle sue virtù: finalmente, il 25 marzo 1465 fu ammessa alla professione solenne, mentre il 14 settembre 1467, come era usanza dell’epoca, le fu imposto il velo nero delle benedettine.
Trascorse gli ultimi anni di vita quasi sempre a letto ammalata, assorta nella preghiera e nella meditazione della Passione di Gesù. Ripeteva di frequente, tenendo il Crocifisso in mano: «Jesu, fili Dei, miserere mei» («Gesù, Figlio di Dio, abbi pietà di me»). Morì il 13 febbraio 1469 a venticinque anni: poco prima della fine, che lei aveva previsto, il suo volto poté riacquistare l’antica bellezza.
Quattro anni dopo la sua morte, il corpo fu riesumato dal primitivo sepolcro: la fossa cominciò a riempirsi d’acqua purissima a cui il popolo di Padova attingeva, spesso ottenendo miracoli attribuiti all’intercessione di suor Eustochio, che in molti chiamavano “beata”, quando non addirittura “santa”. Il fenomeno cessò quando fu soppresso il monastero, il 12 settembre 1805.
Nel 1475 il suo corpo fu portato nella chiesa dell’allora monastero e dal 1720 fu visibile in un’arca di cristallo. Dopo la soppressione, fu traslato nella chiesa di San Pietro sempre a Padova; il marmoreo altare che ha contenuto i suoi resti, traslati nel 2019 (a causa di lavori di restauro e consolidamento della chiesa) nella cattedrale di Santa Maria Assunta a Padova, è sovrastato dalla pala dipinta del Guglielmi che rappresenta suor Eustochio mentre calpesta il demonio.
Papa Clemente XIII, già vescovo di Padova, confermò il culto nel 1760, prima alla città patavina e poi esteso nel 1767 a tutti gli Stati della Repubblica Veneta. La memoria liturgica della Beata Eustochio, per la diocesi di Padova, ricorre il 13 febbraio.
Nei secoli successivi, la sua fama di santità non è venuta meno. Lo attestano i “Quaderni della Beata”, su cui i devoti hanno scritto e scrivono suppliche e rendimenti di grazie. Ogni terzo sabato del mese, nella cattedrale di Padova, viene celebrata una Messa in suo onore. Inoltre, alcuni sacerdoti esorcisti hanno fatto ricorso a suor Eustochio, sperimentando come la sua intercessione giovi all’esorcismo medesimo.
Per tutte queste ragioni, monsignor Claudio Cipolla, vescovo di Padova, ha disposto l’avvio del processo diocesano per la canonizzazione della Beata Eustochio, la cui prima inchiesta pubblica si è celebrata il 9 maggio 2026 nella cattedrale di Padova.

Preghiera
O luminosa nostra avvocata, beata Eustochio, noi ti invochiamo e ti preghiamo per essere stata un modello di virtù cristiane, per la tua pazienza e la tua incrollabile speranza. Intercedi presso Dio per le nostre necessità spirituali e corporali; insegnaci a camminare lungo la strada del tuo esempio e del tuo amore, specialmente nelle nostre fatiche e tribolazioni quotidiane.
Per Cristo nostro Signore. Amen.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2026-04-23

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