Origini e formazione Giulio nacque a Nardò, nel Salento, probabilmente nella seconda metà del XVI secolo, da una famiglia nobile. Ricevette un'educazione accurata nelle lettere, nelle scienze e soprattutto nella musica, disciplina nella quale mostrò fin da giovane una particolare inclinazione. Le fonti concordano nel descriverlo come un giovane riflessivo, profondamente attratto dalla preghiera e dalla meditazione. Giunto all'età adulta maturò la decisione di rinunciare ai privilegi della propria condizione sociale, distribuendo i beni ai poveri e scegliendo una vita di assoluta povertà evangelica.
Il pellegrino e l'eremita Indossato l'abito del pellegrino, lasciò definitivamente la sua terra dirigendosi verso la Campania, alla ricerca di un luogo appartato dove vivere nella contemplazione. Lo trovò nei boschi del massiccio del Partenio, in una località detta "Chiaia", dove incontrò un altro eremita di nome Giovanni. I due condivisero una vita austera, scandita dalla preghiera, dal digiuno e dal lavoro manuale. La loro fama di uomini santi attirò progressivamente numerosi fedeli, desiderosi di ricevere consigli spirituali e conforto. Tale notorietà trasformò quel remoto romitaggio in un punto di riferimento religioso per l'intera zona.
La nascita di una comunità La crescente affluenza di pellegrini spinse i feudatari locali della famiglia Carafa a sostenere i due eremiti con la costruzione di un piccolo oratorio dedicato alla Vergine Maria e di alcuni edifici destinati all'accoglienza. Giulio e Giovanni, tuttavia, non desideravano fondare una comunità personale. Preferirono affidare quanto era stato costruito a un ordine religioso stabile. Secondo la tradizione, fu papa Gregorio XIII ad affidare il luogo ai monaci camaldolesi, affinché garantissero la continuità della vita religiosa e dell'assistenza ai fedeli. Questo episodio, tramandato dalle fonti monastiche, appartiene alla tradizione storica dell'abbazia e non è documentato nei registri pontifici con il dettaglio narrativo conservato dalla memoria locale.
Montevergine Terminata quella missione, Giulio si trasferì presso l'Abbazia di Montevergine. Pur vivendo accanto ai monaci benedettini, non risulta che abbia mai emesso la professione monastica. Scelse invece una forma di vita semplice e umile, dedicandosi ai servizi più ordinari della comunità. Per circa ventiquattro anni svolse il compito di organista della basilica, mettendo a disposizione il talento musicale acquisito in gioventù. Le cronache ricordano che il suo modo di accompagnare la liturgia suscitava profonda partecipazione nei fedeli, tanto che persone provenienti anche da località lontane accorrevano per ascoltarlo.
Una santità silenziosa Le testimonianze concordano nel presentare Giulio come uomo di grande umiltà. Evitava qualsiasi forma di notorietà personale, preferendo il silenzio, la preghiera e il servizio. La sua spiritualità riflette pienamente il clima della riforma cattolica del XVI secolo: centralità dell'Eucaristia, devozione mariana, vita sacramentale, carità verso i poveri e continua ricerca dell'unione con Dio. Le tradizioni popolari gli attribuirono numerosi episodi prodigiosi, soprattutto guarigioni e grazie ottenute per sua intercessione. Tali racconti appartengono però alla devozione locale e non sono stati oggetto di un riconoscimento ufficiale da parte dell'autorità ecclesiastica.
La morte Giulio morì nel 1601, circondato dalla fama di uomo santo. Fu sepolto nella chiesa di Montevergine e ben presto la sua tomba divenne meta di continui pellegrinaggi. Nei secoli successivi il suo corpo fu traslato e oggi è custodito in un'urna all'interno del santuario, dove continua a ricevere la visita di numerosi fedeli.
Il culto Uno degli aspetti più singolari della figura di Giulio riguarda il suo culto. Da oltre quattro secoli è comunemente chiamato "Beato" dalla popolazione e dalla tradizione monastica. Tuttavia, non risulta una beatificazione canonica né un riconoscimento ufficiale del culto da parte della Santa Sede. Lo stesso Santuario di Montevergine precisa che il titolo deriva dalla venerazione popolare e che l'autorità ecclesiastica non si è pronunciata formalmente sulla sua causa. Ciò non ha impedito che il suo ricordo sia rimasto profondamente radicato nella spiritualità del santuario. Autore: Giampietro Cattini
È da secoli chiamato così, semplicemente “Beato Giulio” e fra i tanti servi di Dio e venerabili che aspettano la glorificazione in terra, come quella che già godono in cielo, è uno dei più conosciuti e venerati. Infatti non vi è pellegrino, fra i milioni che si sono recati nei secoli, a rendere la loro devozione alla Madonna di Montevergine, nella chiesa della celebre abbazia benedettina fondata da s. Guglielmo da Vercelli, nel XII secolo sui Monti dell’Irpinia, che dopo la visita alla Madonna non sia passato a rendere, un sia pur breve omaggio a questo umile suo figlio, che riposa nella stessa chiesa. Giulio nacque nel XVI secolo a Nardò (Lecce) da nobile famiglia, la quale secondo le consuetudini del casato, lo fece educare nelle lettere e nelle scienze con l’aggiunta della musica, a cui il giovanetto era particolarmente inclinato. Divenuto giovane, si raccolse nella preghiera e nella meditazione, per decidere la scelta della sua vita; illuminato dallo Spirito Santo, distribuì i suoi beni ai poveri, lasciò la casa paterna e la sua città e vestito con il saio del pellegrino, si avviò verso la Campania, per trovare un posto adatto per il suo desiderio di solitudine. Dopo un certo tempo, lo trovò in una piccola valle con molti faggi detta “Chiaia” nel massiccio del Partenio in Irpinia e insieme ad un altro eremita di nome Giovanni, prese a condurre una vita di mortificazione, nella contemplazione delle cose celesti, dediti alla preghiera. La loro presenza e santità di vita, attirò molte persone, compreso i nobili Carafa, feudatari del luogo, i quali ammirati, fecero costruire per i due eremiti un eremo e una chiesa dedicata alla Vergine Incoronata; ancora oggi quel luogo dove sorgeva la chiesetta di cui sono rimasti pochi ruderi, si chiama “L’Incoronata”. A lavori ultimati Giulio e Giovanni si adoperarono affinché l’eremo e il nascente Santuario, fossero affidati ad un Ordine religioso e il papa Gregorio XIII (1502-1585), vi mandò i Benedettini Camaldolesi. Ma ormai il “Beato” Giulio era diventato troppo noto e in più si prospettava la possibilità che diventasse Superiore; allora per ritornare nel nascondimento e sconosciuto a tutti, lasciò l’eremo e andò a bussare all’abbazia di Montevergine, non tanto lontana, accolto con gioia dai monaci. Qui visse all’ombra della Madonna, prodigandosi con zelo instancabile per il decoro del Santuario e per il culto della Madre Celeste, soprattutto come organista. Compito che tenne per 24 anni, con maestria ed arte, al punto che molti fedeli accorrevano anche da Napoli, per sentirlo suonare durante le funzioni liturgiche. Per umiltà non volle essere ordinato sacerdote, non reputandosi degno e per umiltà, prima di morire, chiese ai suoi Superiori di essere seppellito sotto il pavimento della Cappella della Madonna, così da poter essere calpestato da ogni pellegrino, come il più grande peccatore. Il suo desiderio fu esaudito quando morì l’8 luglio 1601; la sua grande umiltà, fu esaltata dal Signore con un grande prodigio, infatti 20 anni dopo, nel 1621 quando si volle rifare il pavimento della Cappella, il suo corpo fu trovato intatto, con la pelle fresca e gli arti ancora mobili; e dopo tre secoli e mezzo, le sue spoglie mortali sono rimaste quasi allo stato del 1621 e sono visibili in un urna esposta alla devozione dei fedeli. La devozione popolare l’ha chiamato sempre ‘Beato’ anticipando la conferma ufficiale della Chiesa, che si spera avvenga al più presto; anche se da secoli ormai è considerato potente intercessore presso il trono di Maria e quindi per tutti è già il “Beato Giulio”.
Autore: Antonio Borrelli
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