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La Rochelle, Francia, 24 marzo 1732 - Estuario della Charente, Francia, 27 agosto 1794
E' una delle figure più emblematiche tra i martiri dei cosiddetti "pontoni di Rochefort", un capitolo oscuro della Rivoluzione Francese in cui centinaia di ecclesiastici furono condannati a una lenta agonia su vecchie navi prigione. Sacerdote stimato per la sua dedizione pastorale, Souzy visse la deportazione non come una vittima passiva, ma come una guida spirituale. Nominato dal proprio vescovo "vicario generale della deportazione", trasformò le stive delle navi negriere in veri e propri santuari clandestini, offrendo conforto, sacramenti e speranza ai confratelli stremati dalle malattie e dalle vessazioni. La sua morte per sfinimento, il 27 agosto 1794, non fu che il culmine di un sacrificio quotidiano, consumato nel silenzio dell'estuario della Charente. Beatificato nel 1995 da Giovanni Paolo II, il suo ricordo resta legato a quello dei 63 compagni che condivisero con lui la stessa sorte.
Etimologia: Giovanni = 'dono del Signore'; Battista = 'colui che battezza'.
Emblema: Palma del martirio, abito sacerdotale, nave (pontone).
Martirologio Romano: Nel mare antistante Rochefort in Francia in una sordida galera ferma all’ancora, beati martiri Giovanni Battista de Souzy, sacerdote, e Ulderico (Giovanni Battista) Guillaume, fratello delle Scuole Cristiane, martiri, che durante la persecuzione contro la Chiesa subirono una disumana carcerazione e morirono per Cristo consunti dalla fame e dalla malattia.
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Nato a La Rochelle il 24 marzo 1732, Giovanni Battista Souzy crebbe in un contesto segnato dalla profonda tradizione cattolica della regione dell'Aunis. Dopo aver completato gli studi ecclesiastici, fu ordinato sacerdote e inserito nel clero diocesano locale. Le prime notizie certe sul suo ministero lo vedono impegnato come vicario presso la parrocchia di Saint-Barthélémy a La Rochelle, per poi assumere l'incarico di parroco ad Ardillières, un piccolo centro rurale dell'entroterra. Qui Souzy si distinse per una conduzione pacata e rigorosa della comunità, dedicandosi alla cura d'anime con lo zelo tipico del clero francese del XVIII secolo. La sua esistenza, apparentemente destinata a scorrere sui binari della normale attività pastorale, fu tuttavia bruscamente interrotta dagli eventi sismici che scossero la Francia a partire dal 1789.
La bufera rivoluzionaria e il rifiuto del giuramento Con l'approvazione della Costituzione Civile del Clero nel luglio del 1790, il governo rivoluzionario impose a tutti gli ecclesiastici un giuramento di fedeltà allo Stato, subordinando di fatto la Chiesa francese all'autorità civile e separandola dalla comunione con il Romano Pontefice. Souzy, come migliaia di altri preti in tutta la nazione, si trovò di fronte a un bivio ineludibile: tradire la propria coscienza e la comunione cattolica, oppure affrontare la proscrizione. Rifiutò con fermezza di prestare il giuramento scismatico, unendosi alle file del cosiddetto "clero refrattario". Costretto all'abbandono della sua parrocchia e alla clandestinità, continuò per quanto possibile a sostenere i fedeli, finché la stretta del regime giacobino, culminata nel Terrore, rese impossibile qualsiasi forma di ministero occulto.
L'arresto e la deportazione Nel 1793 e nei primi mesi del 1794, la Convenzione Nazionale decretò la deportazione in massa dei preti refrattari verso le colonie penali della Guyana francese. Giovanni Battista fu arrestato e condotto verso il porto di Rochefort, dove avrebbe dovuto imbarcarsi per l'esilio definitivo. Tuttavia, il rigido blocco navale imposto dalla flotta britannica impedì alle navi di prendere il largo. I prigionieri vennero così stipati a centinaia su due vecchi vascelli da guerra in disarmo, il Deux-Associés e il Washington, ribattezzati dalla storiografia successiva come "pontoni". Queste imbarcazioni, ancorate nell'estuario della Charente e poi spostate verso l'Isola d'Aix e l'Isola Madame, si trasformarono in prigioni galleggianti, prive di ventilazione, sovraffollate e infestate dal tifo e dalla scabbia.
Il "vicario generale della deportazione" In questo scenario di desolazione, la figura di Souzy emerse per la sua eccezionale statura morale e organizzativa. Il vescovo di La Rochelle, pur non potendo intervenire direttamente, gli conferì clandestinamente il titolo e le facoltà di "vicario generale della deportazione". Questo ruolo, inedito e drammatico, gli affidava la responsabilità spirituale di tutti i sacerdoti e religiosi detenuti. Souzy si prodigò instancabilmente per mantenere viva la fede e la dignità umana dei compagni di sventura. Organizzava celebrazioni liturgiche notturne e clandestine, distribuiva la comunione, ascoltava le confessioni e amministrava l'Estrema Unzione ai moribondi. La sua leadership silenziosa fu un punto di riferimento cruciale per i prigionieri, aiutandoli a dare un senso teologico alla loro sofferenza e a perdonare i propri carnefici.
Gli ultimi giorni e la morte Le condizioni igieniche e la totale mancanza di razioni adeguate decimarono i deportati. Giovanni Battista Souzy, già provato dalle fatiche pastorali e dall'età non più giovane, contrasse le malattie che imperversavano nelle stive. Non volle mai risparmiare le proprie energie per assistere gli altri, accelerando di fatto il proprio declino fisico. Stremato dalla fame, dal freddo e dalle infezioni, morì di sfinimento il 27 agosto 1794. Il suo corpo, come quello di centinaia di altri martiri, fu sbarcato e gettato in una fossa comune sulle rive fangose dell'Isola Madame, un piccolo lembo di terra divenuto da allora un sacrario della memoria cattolica francese.
I pontoni di Rochefort e l'Isola Madame La tragedia dei pontoni di Rochefort rappresenta uno dei capitoli più crudeli e meno conosciuti del Terrore rivoluzionario. Tra il 1794 e il 1795, circa 823 sacerdoti, religiosi e vescovi furono rinchiusi su navi negriere e mercantili in disarmo. Sopravvissero in 264. Le salme dei defunti venivano calate in mare o sepolte in fosse comuni sulla vicina Isola Madame. Solo di recente la storiografia ha restituito a questi uomini il loro ruolo di martiri della libertà di coscienza. Nel 1995, la Chiesa Cattolica ha riconosciuto ufficialmente il martirio di Souzy e di 63 suoi compagni, elevandoli agli onori degli altari come esempio di resistenza non violenta di fronte alla tirannia ideologica. Oggi l'Isola Madame è meta di pellegrinaggi annuali, dove una grande croce formata da pietre raccolte sulla spiaggia ricorda il sacrificio di questi "confessori della fede". Autore: Enrico Quiri
La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna, ma come tutte le rivoluzioni, che in qualche modo presuppongono un capovolgimento violento delle classi al potere con i rivoltosi, lasciò dietro di sé un lago di sangue, morti ingiuste, delitti e violenze.
E la Chiesa Cattolica che in ogni rivoluzione avvenuta nel mondo, sin dalle sue origini, ha dovuto pagare un tributo di sangue, anche in questa ebbe innumerevoli martiri, morti per il solo fatto di essere religiosi.
L’Assemblea Costituente nel 1789, dopo aver confiscato tutti i beni ecclesiastici e soppresso gli Istituti religiosi, decretò la Costituzione Civile del Clero, per cui vescovi e parroci, dovevano essere eletti con il voto popolare e imponendo al clero il giuramento di adesione alla Costituzione stessa; ci fu chi aderì (clero giurato) e chi non lo volle fare (clero ‘refrattario’).
L’Assemblea Legislativa andata al potere, infierì contro il clero ‘refrattario’ giungendo nel 1792 a massacrarne 300, fra vescovi e sacerdoti. Seguì al potere la Convenzione Nazionale, che emise contro il clero ‘refrattario’ dei decreti di deportazione per cui bisognava presentarsi spontaneamente pena la morte; furono così colpiti 2412 sacerdoti e religiosi, deportati in tre zone della Francia, di cui 829 a La Rochelle (Rochefort), fra questi ultimi troviamo Jean-Baptiste Souzy, sacerdote della diocesi di La Rochelle, nato in questa città il 24 marzo 1732, il quale era stato nominato dal vescovo, vicario generale della deportazione; insieme agli altri suoi compagni di prigionia, subì stenti di ogni genere, condizioni di vita miserevoli, maltrattamenti crudeli, perché si tendeva ad eliminarli clandestinamente.
Fu imprigionato nel 1794 a La Rochelle e imbarcato come gli altri sulle navi, che poi rimasero al largo dell’isola di Aix, nella Charente; morì di stenti, sopportati con eroica pazienza e forza nella fede, il 27 agosto 1794.
È stato beatificato insieme a 63 altri compagni di martirio, denominati “Martiri dei Pontoni”, di cui si è potuto reperire una sufficiente documentazione, da papa Giovanni Paolo II, il 1° ottobre 1995.
Autore: Antonio Borrelli
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