Maria Bolognesi nacque il 21 ottobre 1924 a Bosaro (Rovigo) da Giuseppa Samiolo, madre nubile. Il padre naturale, Amedeo Gozzati, si rifiutò di riconoscere la figlia. Nel febbraio 1930 la madre sposò un bracciante agricolo, Giuseppe Bolognesi, che diede il cognome alla figlia adottiva. Maria visse l’infanzia e la fanciullezza in uno stato di estrema povertà. La nascita di altri sette fratelli comportò un aggravamento delle già precarie condizioni economiche della famiglia e, insieme alla miseria, sopraggiunsero anche le malattie che segnarono pesantemente tutta la vita della Beata: queste vennero diagnosticate e curate molto tardivamente, quando ormai le loro conseguenze erano diffuse in tutto l’organismo. Maria, per aiutare la famiglia, affrontò fin da bambina il lavoro dei campi e, per questa ragione, non poté frequentare regolarmente la scuola: terminò a malapena la prima elementare e frequentò per qualche mese la seconda.
Le sofferenze familiari e la scoperta della vocazione Il rapporto tra la madre di Maria e il marito fu sempre molto conflittuale e il clima domestico ne risentì pesantemente: Maria soffrì molto per quella situazione e fece sempre il possibile per mantenere la pace in famiglia. In questa desolazione, unico vero riferimento affettivo e morale fu la nonna materna, Cesira Cornetto, che, con la sua fede semplice e concreta, le trasmise i grandi valori religiosi e morali della sua vita: l’amore per Gesù, per il prossimo, per la natura. In Maria nacque una straordinaria intimità con il Signore, confidenza che sarà il centro di gravitazione di tutta la sua spiritualità. Infatti, fin dall’infanzia, Maria decise di consacrare la vita al “suo” Gesù.
La direzione spirituale e le prime esperienze mistiche Ancora adolescente, Maria comprese l’importanza del legame con la Chiesa e, per questa ragione, si affidò pienamente a un direttore spirituale; volendo vivere una sempre più perfetta conformazione alla volontà di Dio nell’esercizio dell’ubbidienza, domandò poi che il direttore spirituale le fosse indicato dal Vescovo. A partire dai primi anni Quaranta, la Beata ebbe una singolare serie di esperienze mistiche che la spinsero ad una donazione sempre più incondizionata al servizio dei bambini, dei più poveri, degli ammalati e degli abbandonati. Dal 1943, in accordo col suo direttore spirituale, come segno della sua personale consacrazione, indossò sempre un abito nero che le attirò infinite critiche e ostilità.
La comunione con il Cristo sofferente Profondamente legata al Cristo sofferente, Maria intuì che Gesù la invitava costantemente al sacrificio, alla preghiera e alla penitenza per il bene della Chiesa; ebbe una singolare comunione con la Sua Passione, della quale ebbe nitida visione per tutta la vita e, a partire dal 1944, ne portò misticamente i segni. Il frutto della visione del Christus Patiens, il Cristo sofferente, si tradusse nel riconoscimento immediato della presenza del Cristo nei mille volti della sofferenza umana, che lei cercò di servire con amore e dedizione totale fino all’ultimo giorno della sua vita divenendo per tutti sorella e madre affettuosa.
L’opera educativa e le prime persecuzioni Nel 1946, la Beata lasciò la casa paterna per trasferirsi a San Cassiano (Ro), nell’abitazione dei signori Piva, i poveri fittavoli alle cui dipendenze erano i suoi genitori. Lì poté iniziare ad accogliere una piccola schiera di bimbi a lei affidati dalle mamme impegnate nel duro lavoro dei campi. Maria, pur non avendo fatto alcuno studio, riuscì tuttavia ad intrattenere amabilmente la piccola scolaresca, a trasmettere un certo metodo di ragionamento e anche a seguire il percorso scolastico dei più grandicelli. Per il Natale 1946, la Beata costruì un grande presepe in cui espresse tutta la sua devozione per il Dio che si è fatto bambino e da allora, fino alla fine della sua vita, riuscì a costruire ogni anno il presepe che divenne meta di molte visite e fonte di generose offerte per i poveri. Nonostante l’encomiabile iniziativa della “scuola”, per la maggior parte degli abitanti di San Cassiano, la diversità di Maria risultò molto problematica fino ad indurre veri e propri maltrattamenti e minacce. Con l’approssimarsi delle elezioni politiche del 1948, il clima paesano si infuocò e la sera del 5 marzo del 1948, la Beata, che non aveva mai nascosto il suo appoggio al “Partito della fede”, la Democrazia Cristiana, subì una brutale aggressione, e – non essendo stata creduta – dovette persino affrontare un processo per autolesionismo-simulazione di reato; il magistrato, tuttavia, dopo un’accurata indagine, assolse pienamente la Beata.
L’offerta vittimale e la spiritualità della sofferenza Maria Bolognesi comprese sempre più profondamente che il Signore le chiedeva di farsi carico dei bisogni altrui, quasi di prendere su di sé il peso di ogni creatura in pena che ricorreva a lei e, nel 1949, decise di offrirsi vittima per il bene dei fratelli e in particolare per la santificazione dei sacerdoti. E fu presa in parola. A quell’offerta farà seguito, negli anni successivi, con cadenza quasi rituale, una serie infinita di sofferenze fisiche, psichiche e morali che trasformeranno la vita della Beata in una sorta di “liturgia della sofferenza”. Fortificata dalle tante grazie straordinarie derivate dalla sua unione sponsale col Cristo, colse l’importanza del “momento presente” e sempre incoraggiò tutti, in particolar modo il clero, a vivere con la massima intensità il rapporto con Dio nel proprio «oggi». La sua prontezza ad accogliere la volontà di Dio si tradusse anche in una costante preparazione alla morte: «Sia pronta ogni ora, eccomi Gesù, sono pronta sempre, quando mi vuoi».
Le opere di carità a Rovigo Nel 1952, a causa delle sue condizioni di salute, Maria dovette cessare il suo apostolato tra i bambini e venne accolta dalla più agiata famiglia Guerrato di Rovigo che le offrì maggiori possibilità di curarsi, e lì rimase fino al 1955; dopo la morte improvvisa di Wanda Guerrato, Maria fu accolta in un’altra famiglia, quella dei signori Mantovani, e lì rimase per undici anni. In quegli anni, vari amici si resero disponibili ad affiancare la Beata nelle sue opere di misericordia diventando suoi fidati collaboratori. La sua azione benefica si estese su molti fronti: visite ai malati, assistenza notturna ospedaliera, specialmente per i ricoverati in sanatorio, raccolte di denaro e di generi di prima necessità per tante famiglie povere, accoglienza di orfani a cui trovò buone sistemazioni presso famiglie generose o istituti. Non meno intenso fu l’esercizio delle opere di misericordia spirituale: grazie alla sua granitica fede e a una speciale forza di consolazione che emanava dalla sua persona, poté infondere serenità e fiducia nella misericordia di Dio a tanti fratelli tormentati da gravi problemi morali, a malati incurabili, a moribondi. Benché l’azione caritativa di Maria fosse estesa a tutti i generi di povertà, ella avvertì un pressante impegno soprattutto verso il clero, per il quale offrì a Dio la sua incessante preghiera e le sue sofferenze.
La pittura, l’apostolato e il progetto del convalescenziario Dal 1966 al 1971, insieme a Zoe Mantovani e a Rita Bassan (donna carica di problemi che da alcuni anni era ospitata in casa Mantovani) alloggiò – sempre nel capoluogo polesano – in una piccola mansarda; nel 1968 iniziò anche un’intensa attività pittorica che le consentì di raccogliere offerte per i bisognosi. Nonostante le tante malattie sempre più invalidanti, Maria svolse ugualmente il suo apostolato dal Nord al Centro e al Sud Italia, senza lasciarsi sopraffare dalle precarie condizioni fisiche. Nel novembre del 1969, con il provvidenziale aiuto di generosi benefattori, la Beata dette avvio al progetto che da molti anni aveva in cuore: la costruzione di un convalescenziario per i suoi assistiti a Rovigo, in via Giovanni Tasso. La realizzazione di quest’opera comportò per Maria, fin dall’inizio, ogni sorta di difficoltà.
Gli ultimi anni di vita e la morte Nel luglio 1971, la Beata poté finalmente trasferirsi nella nuova casa, insieme a Zoe e a Rita. La sua attività dovette tuttavia ridursi progressivamente per l’ingravescenza delle tante malattie da cui era affetta, specialmente la cardiopatia reumatica che, proprio nel 1971, esitò in un grave infarto. Ne seguirono anni di infermità che ella seppe vivere con generosità e letizia, nonostante le tante incomprensioni e ostilità. Man mano che le forze della Beata diminuivano, gli amici seppero mantenere la rete caritativa di cui ella era stata artefice. Alla fine del 1979, Rita Bassan - che era stata assistita per anni -, sobillata da parenti senza scrupolo, sporse denuncia contro Maria per sfruttamento e pretendendo la terza parte della casa. Il Questore, accertata agevolmente l’illegalità della richiesta e dell’atto compiuto, invitò la “parte lesa” a ritirare immediatamente la denuncia, per non dover procedere ulteriormente contro di loro per millantato credito e possibile contro-denuncia per danni morali. In quell’occasione, la Beata ebbe un repentino aggravamento della situazione cardiaca e, dopo mesi di gravi sofferenze, la notte del 30 gennaio 1980, concluse il suo cammino terreno. I funerali ebbero luogo venerdì 1° febbraio tra il compianto degli amici che, riconoscendone la fama di santità, parteciparono numerosi alle sue esequie.
La causa di canonizzazione e la beatificazione Nel 1992 ebbe avvio, presso la Diocesi di Adria-Rovigo, la fase diocesana della Causa di canonizzazione, che si concluse nel 2000. Tra il 2004 e il 2006, presso la Diocesi di Padova, si svolse invece la fase diocesana del processo sul presunto miracolo riguardante la guarigione inspiegabile di Marco Ferrari. Maria Bolognesi venne dichiarata Venerabile il 10 maggio 2012 e il 7 settembre 2013 venne celebrata, a Rovigo, la Santa Messa nella quale venne dichiarata Beata.
Autore: Raffaele Talmelli, sP
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