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Venerabile Marcello Candia Laico missionario

Festa: .

Portici, Napoli, 27 luglio 1916 – Milano, 31 agosto 1983

Terzo dei cinque figli di Camillo Candia, industriale dell’acido carbonico, e Luigia Mussato, Marcello Candia nacque il 27 luglio 1916 a Portici in provincia di Napoli, dove la famiglia si era trasferita per ragioni di lavoro del padre. Il 7 febbraio 1933 perse la madre, che aveva insegnato a lui e ai figli, una volta tornati a Milano, ad occuparsi dei più poveri. Sotto la guida del padre, iniziò a lavorare presso la fabbrica di cui lui era proprietario. Nel 1939 ottenne il dottorato in Chimica, mentre nel 1943 si laureò in Scienze biologiche e in Farmacia. Negli anni della seconda guerra mondiale s’impegnò in tutta una serie d’iniziative benefiche, culminate nello slancio verso le missioni e nella decisione di partire lui stesso, a seguito di un viaggio a Macapá, in Brasile, con la guida di monsignor Aristide Pirovano del PIME. Venduta la fabbrica e provveduto a sistemare tutti i suoi lavoratori, il dottor Candia ricevette il crocifisso come missionario da monsignor Pirovano, nel frattempo divenuto superiore del PIME, e si stabilì a Macapá il 28 giugno 1965. L’Ospedale San Camillo e San Luigi, costruito a partire dal 1961 e inaugurato nel 1969, è solo la prima di una lunga serie di strutture, la cui gestione, dopo l’avvio, venne sempre affidata a religiosi. Celibe per scelta, il dottor Candia si trasferì al centro per lebbrosi di Marituba, che lasciò poco dopo aver scoperto di avere un cancro alla pelle, ormai esteso ai polmoni e al fegato. Morì a Milano, presso la Clinica San Pio X, il 31 agosto 1983; aveva 67 anni. Il suo processo di beatificazione si è svolto nella diocesi di Milano dal 12 gennaio 1991 all’8 febbraio 1994. L’8 luglio 2014 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui il dottor Marcello Candia veniva dichiarato Venerabile. Le sue spoglie mortali riposano dal 6 aprile 2006 presso la parrocchia dei SS. Angeli Custodi a Milano, a sinistra dell’altare maggiore.



Sarà beatificato (e forse anche tra non molto) malgrado i suoi difetti, che erano vistosi come la sua carità. Perché Marcello Candia si è davvero santificato “nonostante se stesso”, come ha scritto qualcuno; incompreso e criticato fino all’ultimo, ma amato dai poveri.
È figlio dell’alta borghesia milanese, nato nel 1916 a Portici (Napoli), dove papà ha uno dei suoi tanti stabilimenti di acido carbonico che hanno determinato la sua fortuna e la ricchezza della sua famiglia. È devoto fin da bambino, ma non per merito di papà, che non mette i piedi in chiesa; molto probabilmente ciò gli è arrivato da parte di mamma, che l’ha pure educato ad una carità spicciola e concreta, portandolo volentieri con sé nelle sue “spedizioni” tra i poveracci della “Milano-bene”.
Così il figlio del “re dell’acido carbonico” cresce colto, ricco, elegante, signorile e corteggiato, con una “vita parallela” a fianco dei poveri milanesi. Che ad un certo punto non gli bastano più, perché la carità di Marcello è come un fiume in piena, anche se trova il tempo per laurearsi in Chimica, poi in Biologia e quindi in Farmacia, “tagliando” sulle ore del sonno, sulle ore dello svago e finanche sulla sua vita privata, visto che rinuncia a sposarsi perché “quando tu continui a pensare a tutto il genere umano, non puoi pensare a una persona sola”.
Durante la Resistenza collabora con i partigiani e si schiera anche dalla parte degli ebrei, per salvarne il maggior numero dalla deportazione; dopo la guerra si dedica agli sfollati e ai senzatetto, investendo le sue doti manageriali in una carità organizzata e preveggente, inventandosi anche un “villaggio” per accogliere ragazze madri.
Nel 1950 eredita l’impero di papà e comincia a pensare alle missioni brasiliane, in cui vuole andar a vivere non appena la fabbrica non avrà più bisogno di lui, anche per non penalizzare i suoi operai. Dovrà aspettare però 15 anni, visto che nel frattempo la fabbrica milanese è ridotta ad un cumulo di macerie per lo scoppio di una cisterna e lui deve pensare a salvare i posti di lavoro, ricostruire, rispettare le consegne ai fornitori, seguire le pratiche dell’assicurazione.
Assolti tutti i suoi obblighi, riesce a vendere la fabbrica tra l’incomprensione e la disapprovazione dei benpensanti, che gli hanno consigliato di continuare la sua attività di imprenditore, destinando il superfluo alle missioni, mentre lui si forza di far capire che “bisogna condividere con i poveri la loro vita, almeno quanto è possibile”.
Nel 1965 arriva a Macapá, nella foresta amazzonica brasiliana, dove lo attira l’amicizia con il Padre Aristide Pirovano, missionario del PIME, che però proprio in quell’anno deve lasciare il Brasile per tornare in Italia. Così, invece che dall’amico, Marcello viene accolto dalla diffidenza che sempre lo circonderà: autorità e religiosi lo ritengono in sostanza, un benefattore intraprendente e anche generoso, ma forse un po’ strampalato che ha deciso a cinquant’anni di acquietarsi la coscienza realizzando un ospedale all’avanguardia ai margini della foresta, destinato a rimanere sottoutilizzato, mentre lui è soltanto convinto che “chi ha molto ricevuto deve dare molto”.
Dopo due anni un primo infarto, poi altri cinque con l’impianto di tre by-pass dicono la misura del suo spendersi per gli altri. “Testardo nelle sue idee, impaziente, perfezionista, esigente fino all’eccesso; convinto d'aver sempre ragione, insistente fino all'esasperazione, travolgente”: ecco i difetti di Marcello, che gli impediscono di farsi amare, mentre egli fa di tutto per limare il suo carattere, staccarsi da tutto, radicarsi in Dio.
Attorno a lui pullulano incomprensioni, critiche, invidie, maldicenze, pigrizie, meschinità che non gli impediscono, ultimato l’ospedale di Macapá, di realizzare un lebbrosario a Marituba ed altre dodici opere tra ospedali, scuole, villaggi, lebbrosari, conventi, seminari, chiese, associazioni di volontariato in cui dà fondo a tutta la fortuna economica che si è portato dietro dall’Italia.
Malgrado ciò viene accusato di aver introdotto illegalmente farmaci in Brasile, i suoi collaboratori arrivano ad accusarlo di aver rubato alla missione, mentre frati e suore cercano di coinvolgerlo nelle loro beghe di religiosi frustrati.
Finiscono così per neppure accorgersi che è stato colpito da un cancro alla pelle, con metastasi ormai diffuse. Rientra in Italia tra l’indifferenza generale, giusto in tempo per scoprire che il cancro ha ormai intaccato il fegato e poco gli resta ormai da vivere. Muore il 31 agosto 1983.

Autore: Gianpiero Pettiti
 


 

Nascita e famiglia
Marcello Candia nacque a Portici, in provincia di Napoli, il 27 luglio 1916 e fu battezzato nella chiesa parrocchiale di Santa Maria della Natività (oggi Santa Maria della Natività e San Ciro) il 4 agosto dello stesso anno.
Suo padre Camillo aveva fondato a Milano, quasi dal nulla, la «Fabbrica Italiana di Acido Carbonico Dottor Candia e C.» e si era trasferito con la famiglia a Napoli per seguire lo sviluppo di una filiale, cui seguirono quelle di Pisa e Aquileia. Per questo motivo, Marcello, che era il terzo dei cinque figli suoi e della moglie Luigia Mussato, detta Bice, venne alla luce lontano dal capoluogo lombardo, dove la famiglia ritornò dopo la prima guerra mondiale.
Camillo Candia era un uomo tutto d’un pezzo, di sani principi, con acuta coscienza del dovere, legato al lavoro, tuttavia non era praticante: era convinto fortemente che la fede ardente della moglie bastasse anche per lui. In effetti fu da lei, che aderiva alle Conferenze di San Vincenzo De’ Paoli, che i figli impararono a pregare e ad essere attenti verso chi fosse nel bisogno.
Non è stato possibile risalire alla data della Prima Comunione di Marcello, mentre è certo che l’11 giugno 1925 gli fu amministrata la Cresima nella chiesa di Sant’Andrea Apostolo a Milano, sotto la cui giurisdizione cadeva all’epoca l’abitazione della sua famiglia.
Purtroppo mamma Bice morì il 7 febbraio 1933, a soli 42 anni, di polmonite. Il dolore portò Marcello, che ne aveva diciassette, ad un esaurimento nervoso durato un anno; restò segnato profondamente dal suo ricordo e dal suo insegnamento spirituale.

Giovane al servizio dei poveri di Milano
Per sua fortuna, quando venne meno il sostegno visibile della madre, Marcello trovò un sicuro riferimento spirituale in padre Genesio da Gallarate (al secolo Alessandro Premazzi), un Cappuccino del convento di viale Piave, che in quegli anni era per Milano un centro che spargeva cultura e carità.
Per lui, giovane ricco cattolico, fu la scoperta dell’“altro mondo”, composto di carcerati, ragazze madri, poveri di ogni specie, ammassati nelle periferie della città. A loro dedicò il suo cosiddetto tempo libero, rinunciando alle ore di sonno: costituivano la punta emergente dell’immensa povertà del mondo, che si sentiva chiamato ad alleviare.
Era intanto divenuto naturale che qualcuno gli domandasse come mai un giovane della sua posizione non s’interessasse di qualche ragazza: «Quando tu continui a pensare a tutto il genere umano, non puoi pensare a una persona sola!», era la sua risposta.

Durante la seconda guerra mondiale
Giunto a 23 anni, Marcello si laureò in Chimica all’Università di Pavia e subito divenne Direttore Generale dell’azienda paterna, ma non si fermò. Proseguì gli studi, laureandosi anche in Farmacia. Anche durante i due anni di servizio militare continuò a studiare, prendendo una terza laurea in Biologia.
Nel 1940, quando l’Italia entrò nella seconda guerra mondiale, venne chiamato alle armi. Vista la sua notevole preparazione, gli fu assegnato l’incarico di chimico addetto al controllo di esplosivi e munizioni nell’Arsenale di Piacenza.
Nel settembre 1943, dopo la caduta di Mussolini, Marcello entrò nella Resistenza, collaborando con il Comitato di Liberazione Nazionale. Finanziò la realizzazione di documenti necessari all’espatrio di ebrei e rifugiati politici, che venivano aiutati dalla rete attuata dai Cappuccini milanesi, coi quali era sempre in contatto.
Dopo la Liberazione fu ancora in prima linea a soccorrere la valanga di soldati reduci, che arrivavano in treni stracolmi, in condizioni pietose e senza nessuna organizzazione che li accogliesse. Tra i pochi volontari c’era anche lui, impegnato a portare alla Stazione Centrale generi alimentari, scarpe, vestiario.

Collaboratore del Villaggio della Madre e del Fanciullo
Riuscì a farsi assegnare, dal sindaco di Milano, Palazzo Soriani, semidistrutto dalle bombe. Nel cortile installò baracche prefabbricate ma riscaldate, e lì aiutò Elda Scarsella Marzocchi ad accogliere ragazze madri incinte o con bambini piccoli, bisognose di tutto, ma soprattutto di un po’ di riservatezza e di una stanzetta. Nacque così il Villaggio della Madre e del Fanciullo, con un centinaio di ragazze madri.
Il dottor Candia manifestava con tanti segni, piccoli ma eleganti, la sua vicinanza alle ospiti: ad esempio, organizzava concerti con ottimi concertisti nel cortile, i cui inviti erano stampati su cartoncino raffinato. A ciascuna donna faceva anche qualche regalo: ora un velo bianco di pizzo di Murano, ora delle tendine, altre volte i bagnetti per i bambini, o ancora una semplice rosa.

L’orientamento alla missione
Incoraggiato da padre Genesio, si dedicò poi alla fondazione di un ambulatorio medico per i poveri presso il convento dei Cappuccini, ma non molto tempo dopo orientò il suo impegno verso le missioni all’estero. Fondò pertanto una decina di organizzazioni, ambulatori, collegi, scuole di medicina, affidate a collaboratori capaci e liberi di agire.
Nel 1950, dopo la morte del padre Camillo, del quale ereditò l’attività, compì la sua scelta definitiva mediante due incontri con altrettanti missionari. Il primo era un altro Cappuccino, padre Alberto da Milano, al secolo Enrico Beretta (fratello di santa Gianna Beretta Molla; anche per lui è in corso la causa di beatificazione). Medico oltre che religioso, doveva andare a fondare un ospedale nel nord-est del Brasile. Il secondo era monsignor Aristide Pirovano, vescovo membro del PIME, che chiedeva aiuti per la missione della diocesi di Macapá, da lui istituita sulle foci del Rio delle Amazzoni.
Marcello decise che Macapá sarebbe stata la sua destinazione appena l’azienda che dirigeva si fosse consolidata e la sua presenza non fosse più necessaria. Visto che sembrava una questione di poco tempo, cominciò con l’inviare aiuti per la costruzione di una chiesa, con opere perfino dello scultore Francesco Messina. Compì i suoi primi viaggi in Brasile per rendersi conto dei bisogni di quei luoghi. Tuttavia, prima che potesse realizzare la sua partenza, trascorsero quindici anni.

Un incidente che blocca i sogni
Nella notte del 22 ottobre 1955, infatti, scoppiò il grande serbatoio di 60.000 litri di acido carbonico, distruggendo completamente il nuovo stabilimento della Candia, inaugurato quindici giorni prima. Nonostante la terrificante onda d’urto, che abbatté tutte le costruzioni vicine, vi furono solo due operai morti, che lavoravano di notte, in una fabbrica vicina.
Marcello Candia, alla vista di tanta distruzione, vide andare in fumo i suoi propositi missionari.
Pur non essendo la ditta direttamente responsabile dell’incidente, pagò di tasca propria un milione di lire di allora ad ognuna delle famiglie delle vittime. Dando fondo a tutti i beni di famiglia, riprese la nuova costruzione dello stabilimento di Milano, che dopo un anno produceva a pieno ritmo.
Intanto, impigliato nella rete di cause, perizie, avvocati, rinvii di giudizio che si succedevano continuamente, vedeva il Brasile allontanato dai suoi immediati desideri, ma non dal suo cuore. Continuò infatti ad inviare aiuti a Macapá, con il sogno di costruire un grande ospedale in mezzo alla foresta.
Il progetto suscitò critiche, anche da alcuni missionari, che lo ritenevano inutile e dispendioso. Comunque, la costruzione fu intrapresa nel 1960, su di un terreno donato dal Governatore dell’Amapá, facendo arrivare anche materiali dall’Italia.
Nel 1963, finalmente, il dottor Candia poté vendere l’azienda, ma non fu capito da tutti: si era in pieno boom economico e i prodotti si vendevano con facilità. A chi gli faceva presente che al massimo avrebbe potuto mandare i guadagni ai poveri di Macapá, lui rispondeva: «Non basta dare un aiuto economico. Bisogna condividere con i poveri la loro vita, almeno per quanto è possibile. Sarebbe troppo comodo che me ne stessi qui a fare la vita agiata e tranquilla, per poi dire: Il superfluo lo mando là. Io sono chiamato a vivere con loro!».

Finalmente missionario
A consegnargli il crocifisso dei missionari partenti, il 7 giugno 1965, fu il suo amico di sempre, monsignor Pirovano, diventato Superiore generale del PIME due mesi prima. Per questo motivo, una volta giunto a Macapá, Marcello trovò un attestato del vescovo, che garantiva per lui come missionario laico, consigliando di nominarlo direttore del costruendo ospedale.
In Amazzonia soffrì non poco: l’ospedale non era condiviso da tutti, mentre il materiale necessario per costruirlo non bastava mai, perché veniva utilizzato dai missionari per altri scopi. Il dottor Candia, abituato alla correttezza e all’efficienza manageriale, si trovava a contatto con l’approssimazione e la rozzezza. Inoltre, pur conoscendo quattro lingue, ebbe sempre notevoli difficoltà con l’apprendimento del portoghese brasiliano.

«L’uomo più buono del Brasile»
Anche le autorità locali, insospettite sulle reali intenzioni di quest’industriale milanese, frapponevano molte difficoltà e gli infliggevano umiliazioni per lunghe attese. Solo molti anni dopo il settimanale illustrato «Manchete» lo proclamò «L’uomo più buono del Brasile».
Subì un cambiamento notevolissimo: da uomo al centro del suo mondo, stava diventando servo di tutti; si sentiva davvero al servizio di coloro che Dio gli faceva incontrare. Nel 1967 subì il primo infarto. Nello stesso anno cominciò a funzionare il grande ospedale «San Camillo e San Luigi», inaugurato nel 1969; tutti i reparti funzionavano a pieno regime già nel 1970.
Mise poi in pratica un consiglio, che aveva ricevuto dall’arcivescovo di Milano, il cardinal Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI e Beato: in missione saper curare malattie è meno importante che insegnare a curarle. Per questo motivo istituì scuole per medici e infermieri locali, accogliendo chiunque, specie chi non poteva pagare. A loro pensava lui, aiutato dagli amici che avevano cominciato a interessarsi alle sue opere mediante donazioni in denaro.
Ancora nel 1973 il governo brasiliano lo accusò di aver fatto entrare illegalmente medicinali in Brasile. Nel 1975 decise di donare l’ospedale ai Camilliani, sperando che ciò garantisse nel tempo lo spirito missionario e le finalità caritative per cui l’aveva voluto.

Marcello dei lebbrosi
Un’altra opera l’aveva intanto affascinato. Nel 1967 si era recato per la prima volta nel lebbrosario di Marituba: un villaggio di 1000 lebbrosi senza nessuna assistenza, senza pace, senza morale, ammassati in locali putrescenti, infestati da topi ed insetti; praticamente, l’anticamera dell’inferno, da cui non si poteva più uscire e nella quale era proibito ai sani di entrare.
La sua prima mossa fu l’allestimento della Casa di preghiera Nostra Signora della Pace, al centro del villaggio. Rifece i padiglioni rendendoli ariosi, collocandoli ai lati di una diritta via centrale. Provvide alla costruzione di casette per le famiglie, alla formazione di un’organizzazione amministrativa autonoma, agli ambulatori e a laboratori per piccoli lavori. Attualmente il lebbrosario è un luogo di pacifica e serena convivenza, con una cittadina di ventimila abitanti che vi si è sviluppata intorno.
Suore e preti provenienti dall’Italia crearono sul suo esempio, un clima di fiducia e di affetto con gli ammalati e come Marcello, presero a manifestarlo toccando questi uomini e donne definiti “intoccabili”. Lui diceva alle suore: «Quando ami non ti accorgi più delle deformità. Tanto bella ti appare l’anima, l’amicizia, l’affetto di questi malati che sono diventati tuoi, parte della tua vita».
Nel 1980 il Papa san Giovanni Paolo II, in visita in Brasile, arrivò anche a Marituba. Abbracciò molti lebbrosi e poi chiese di Marcello Candia che non vedeva. Quando lui gli fu giunto di fronte, mentre spingeva la carrozzella di Adalucio, un suo amico lebbroso rimasto privo degli arti, l’abbracciò e baciò sulla fronte.

Contemplativo nell’azione
Oltre all’ospedale e al lebbrosario, ben altre 14 opere sociali e assistenziali nacquero, sparse in tutto il Brasile. Al centro di tutta la sua multiforme attività volle che ci fosse la preghiera: per questo istituì due piccoli Carmeli a Macapá e Belo Horizonte, facendo venire le Suore Carmelitane da Firenze, di vita semicontemplativa, cosicché potessero vivere insieme ai lebbrosi. Lui stesso si ritirava ogni giorno presso di loro per un’ora di preghiera, durante la quale non esisteva più niente per lui; si definiva «il novizio delle carmelitane».
Veniva ogni anno in Italia, ufficialmente per riposarsi dagli altri quattro infarti subiti e dal delicato intervento chirurgico che gli aveva impiantato ben tre by-pass. In realtà coglieva l’occasione per incontri, conferenze, dibattiti, raccolte di fondi, tanto da ritornare ogni volta in Brasile più stanco di prima.

«Da ricco che era», con un carattere esigente
A dare grande risalto alla sua attività fu il giornalista Giorgio Torelli, col libro «Da ricco che era», che vendette 100.000 copie in breve tempo. Intanto nacque la Comunità Spirituale Missionaria, affiancata, nel 1982, dalla «Fondazione Dottor Marcello Candia», per sostenere le opere da lui iniziate.
Non era facile sopportarlo per il suo carattere esigente, se non si aveva il suo stesso ardore di carità. In lui c’era, come in tutti i santi, che sono anzitutto uomini, una miscela di virtù e di difetti. Lo circondavano incomprensioni, invidie, maldicenze, pigrizie, meschinità e lui reagiva da gigante buono, che non riusciva a muoversi senza dare una scrollata.

Gli ultimi tempi e la morte
Sempre con il pensiero di dover morire d’infarto, si accorse invece di avere un tumore devastante della pelle, che aveva già intaccato i polmoni. Passò gli ultimi mesi in Brasile soffrendo, senza quasi più mangiare e angustiato dalle divisioni interne fra i suoi collaboratori. Ci fu pure chi lo accusò di aver rubato, infliggendogli ulteriori amarezze in quel suo Calvario silenzioso. Gli unici a sostenerlo erano i lebbrosi, gli ammalati e le sue confidenti privilegiate, le Suore Carmelitane di Firenze.
Improvvisamente, nel 1983, decise di ripartire per l’Italia, sia per un ultimo controllo, sia per riconciliarsi con suo fratello Riccardo, che aveva un conto in sospeso con lui circa la vendita della fabbrica. Era accompagnato da un giovane segretario e nessuno lo salutò all’aeroporto, solo un sacerdote. Sull’aereo cadde e, giunto all’aeroporto di Parigi, svenne nuovamente, tanto che fu necessario fermarlo al pronto soccorso.
L’11 agosto, appena giunto a Milano, venne ricoverato alla Clinica San Pio X: il tumore si era nel frattempo esteso al fegato. Dopo alcuni accertamenti a Pavia, tornò nella clinica milanese, dove ricevette l’Unzione degli infermi da parte di don Giuseppe Orsini, suo direttore spirituale e parroco della parrocchia dei SS. Angeli Custodi, sotto il cui territorio la sua residenza era venuta a trovarsi dopo lo scorporo dalla parrocchia di Sant’Andrea.
Dopo aver risolto la questione col fratello, si dispose a lasciare questo mondo. Così, circondato dai suoi familiari e ringraziando per ogni cosa chi lo curava, morì venti giorni dopo, alle 17.30 del 31 agosto. Aveva da poco compiuto 67 anni.
Il suo funerale si svolse il 2 settembre 1983, nella chiesa parrocchiale degli Angeli Custodi, alla presenza di un numero impressionante di religiosi, sacerdoti e fedeli laici. A presiedere le esequie fu l’arcivescovo di Milano, il cardinal Carlo Maria Martini, che era anche andato a trovarlo in clinica.

Il processo di beatificazione
La fase diocesana del suo processo di beatificazione, ottenuto il nulla osta della Santa Sede il 20 gennaio 1990, è durata dal 12 gennaio 1991 all’8 febbraio 1994. Il 15 luglio 1998 è stata chiusa la redazione della “Positio super virtutibus”, che è stata consegnata presso la Congregazione vaticana per le Cause dei Santi. Le sue spoglie, inizialmente sepolte nel cimitero di Chiaravalle, sono state traslate, il 6 aprile 2006, presso la chiesa parrocchiale dei SS. Angeli Custodi a Milano; precisamente, si trovano a sinistra dell’altare maggiore.
Sia i consultori teologi della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi, l’8 marzo 2013, sia i cardinali e vescovi membri della stessa Congregazione hanno dato parere positivo circa l’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane da parte del Servo di Dio. Infine, l’8 luglio 2014, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui il dottor Marcello Candia veniva dichiarato Venerabile.

La Fondazione Candia oggi
In attesa di un eventuale fatto prodigioso che potrebbe portarlo sugli altari, i soci e i sostenitori della Fondazione Dottor Marcello Candia, Onlus dal 1997 (www.fondazionecandia.org), attestano che il più autentico miracolo di Marcello Candia sia concretizzato nelle oltre 70 realizzazioni sparse su tutto il territorio brasiliano, in particolare nelle regioni del Nord Est e di quella Amazzonica.
La Fondazione attinge dalle piccole e grandi somme inviate da centinaia di persone per continuare l’opera di carità da lui iniziata, in modo da alleviare le varie povertà e i bisogni dal punto di vista sanitario, culturale e alimentare.
L’eredità spirituale di colui che si definiva comunque un «semplice battezzato» può comunque essere efficacemente riassunta in una frase che aveva fatto scrivere sulle pareti della sua abitazione in Brasile: «Non si può condividere il Pane del cielo se non si condivide il pane della terra».

Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini
 


 

Per “Marcello dei lebbrosi”, come lo chiamava San Giovanni Paolo II papa Karol Wojtyla, «chi ha ricevuto tanto, tanto deve donare». E lui ha ricevuto davvero molto. Marcello Candia nasce nel 1916 a Portici (Napoli). Il padre Camillo è un ricco industriale chimico milanese e in Campania sorge una delle sue numerose filiali. La madre Luigia Mussato insegna al figlio ad avere fede e a fare la carità ai poveri. Spesso lo porta con sé a svolgere volontariato tra i diseredati di Milano. A diciassette anni Marcello viene colpito da un grande dolore, la morte della madre a soli quarantadue anni.
Riesce a trovare una ragione di vita frequentando il Convento dei cappuccini di Viale Piave a Milano. Il ragazzo promette a se stesso di non sposarsi e di aiutare l’umanità sofferente. Si laurea in chimica, farmacia e biologia. Finita la Seconda guerra mondiale, dopo aver aiutato gruppi di ebrei ad espatriare, accoglie i reduci che arrivano alla stazione di Milano affamati, portando cibo, indumenti e scarpe. Organizza anche il ricovero per un centinaio di ragazze madri.
Nel 1950 muore il padre e Marcello si ritrova alla guida dell’industria. Compito che svolge brillantemente fino al 1965, quando decide di vendere tutto e di trasferirsi in Brasile. Qui trova una realtà drammatica. L’ex ricco e affermato industriale impegna tutte le sue ricchezze e tutte le sue energie per costruire un ospedale sul Rio delle Amazzoni, a Macapà e, soprattutto, il lebbrosario a Marituba, in mezzo alla foresta amazzonica. Al suo arrivo la situazione è indescrivibile. I mille lebbrosi, che nessuno va a visitare, vivono in totale stato di abbandono. Le case, fatiscenti e putride, sono infestate dai topi. Marcello porta una ventata di umanità, dando dignità a esseri umani dimenticati da tutti, ma non da Dio che opera attraverso il cuore generoso di Marcello. Il benefattore italiano non si lascia scoraggiare dalla mancanza di fondi. Il suo patrimonio, per quanto cospicuo, si estingue e per finanziare le sue opere servono altre entrate. Grazie alla generosità di alcuni benefattori che decidono di aiutare l’infaticabile Marcello, in Brasile sorgono altri ospedali, lebbrosari, conventi, una scuola per infermieri, un centro per disabili, centri sociali nelle favelas (“baraccopoli brulicanti di miseria e degrado”). Marcello Candia muore di malattia nel 1983 a Milano dove oggi riposa, nella Chiesa degli Angeli Custodi.


Autore:
Mariella Lentini


Fonte:
Mariella Lentini, Santi compagni guida per tutti i giorni

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Aggiunto/modificato il 2023-08-20

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