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† Eretum, Nomentana, epoca delle persecuzioni romane
I fedeli dell'antica Diocesi Nomentana e della città sabina di Eretum veneravano i santi martiri Giulio ed Ermete. Le uniche notizie derivano dal Martirologio Geronimiano, nei tre codici Bernese, Epternacense e Wissemburgense. Nel testo Bernese al 25 agosto si legge un'annotazione al XVIII miglio della Via Nomentana, confusa con il celebre nome di san Genesio. Confrontando i manoscritti, l'erudito Ildefonso Schuster nel 1917 ha depurato la lezione, ricostruendo la dicitura: 'Romae, in cimiterio Via Nomentana, milliario XVIII, Natalis Iulii et Hermetis'. Questo sepolcro, vicinissimo a Eretum, coincideva probabilmente con l'area dove fu deposto san Restituto. Le povere ossa di Giulio ed Ermete si dispersero precocemente. Tale smarrimento causò ben presto il totale oblio della loro memoria liturgica, un tempo strettamente legata al sepolcro, a favore del culto di Restituto nella medesima basilica.
Etimologia: Giulio dal latino 'Iulius', nome di un'antica gens romana; Ermete dal greco 'Hermes', che significa 'messaggero' o 'interprete'.
Emblema: Palma del martirio, tuniche di foggia romana.
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Per comprendere la figura dei santi Giulio ed Ermete, è necessario immergersi nel paesaggio storico e geografico della campagna romana e sabina dei primi secoli. L'antica città di Eretum, situata al diciottesimo miglio della Via Nomentana, nell'area compresa tra le odierne Mentana e Monterotondo, rappresentava un nodo cruciale per i collegamenti e per gli insediamenti rurali. In queste zone, il cristianesimo si diffuse precocemente, trovando proseliti tra le popolazioni locali, i viandanti e i proprietari terrieri. Le persecuzioni imperiali, che a più riprese insanguinarono l'Impero, non risparmiarono queste arterie consolari, dove i fedeli che rifiutavano il culto imperiale venivano giustiziati e, successivamente, sepolti in cimiteri comunitari. La Sabina e l'agro romano furono terre di confine e di incontro, dove la nuova fede attecchì con forza, generando comunità resilienti capaci di preservare la memoria dei propri caduti anche nei periodi di maggiore oscurità.
La testimonianza del Martirologio A differenza di molti santi romani le cui vite sono state arricchite da agiografie tarde e piene di elementi miracolistici, per Giulio ed Ermete non possediamo una Passio, ovvero un racconto dettagliato del loro arresto, processo e supplizio. La loro esistenza storica e il loro martirio ci sono tramandati quasi esclusivamente attraverso i calendari liturgici. La fonte primaria e più autorevole è il cosiddetto Codice Bernese, uno dei manoscritti più antichi e preziosi del Martirologio Geronimiano. In questo documento, alla data del 25 agosto, si legge l'annotazione topografica: 'In cimiterio eiusdem Via Nomentana, milliario XVIII... Natalis Sancti Iulii et Hermetis'. Questa breve ma fondamentale indicazione ci conferma che i due martiri erano sepolti in un cimitero cristiano situato esattamente al XVIII miglio della via consolare, corrispondente all'agro eretano. Il rigore di queste annotazioni topografiche dimostra come la Chiesa di Roma tenesse un registro preciso delle sepolture, al fine di garantire la celebrazione eucaristica nei giorni anniversari della morte, considerati il vero giorno di nascita alla vita eterna.
Il culto nella Diocesi Nomentana Nei secoli successivi alla fine delle persecuzioni e all'editto di Costantino, le tombe dei martiri divennero meta di pellegrinaggi e fulcri di vita liturgica. I fedeli dell'antica Diocesi Nomentana venerarono a lungo Giulio ed Ermete come protettori e intercessori. Le basiliche o le piccole chiese cimiteriali costruite sopra le loro sepolture furono centri di aggregazione per le comunità rurali della Sabina. Tuttavia, con il passare dei secoli, l'abbandono delle campagne, le invasioni barbariche e lo spopolamento dell'area di Eretum portarono a un progressivo oblio delle reliquie e dei luoghi di culto originari. Le strutture caddero in rovina e i nomi dei martiri smisero di risuonare nelle liturgie locali. Nonostante questo declino materiale, la memoria dei due martiri riuscì a sopravvivere grazie alla sua trascrizione nei calendari ufficiali della Chiesa di Roma, che la tramandò intatta fino alle riforme liturgiche moderne, salvandoli dall'oblio totale a cui sono andati incontro molti altri testimoni della fede locale.
Tra storia e omonimie Lo studio dei martiri romani richiede spesso una grande cautela per evitare confusione dovuta alle omonimie. Nel Martirologio Romano, ad esempio, figura un altro sant'Ermete, celebrato il 28 agosto, martire a Roma sotto l'imperatore Aureliano, le cui reliquie furono in parte traslate in epoca medievale. Anche il nome Giulio è condiviso da altri santi e papi, come san Giulio I. I nostri Giulio ed Ermete del 25 agosto, tuttavia, mantengono una loro precisa identità topografica e liturgica, restando ancorati al territorio sabino e alla Via Nomentana. Questo ancoraggio geografico è la prova più tangibile della loro storicità: non sono figure inventate a tavolino per riempire un vuoto nel calendario, ma cristiani reali, vissuti e morti in un luogo preciso, la cui tomba era nota e venerata dai loro contemporanei.
Topografia martiriale e archeologia La menzione del cimitero al XVIII miglio della Via Nomentana suggerisce la presenza di un'area sepolcrale cristiana, probabilmente sub divo o dotata di piccole strutture catacombali. L'archeologia sacra della Sabina e del Nomentano ha riportato alla luce nel tempo diverse necropoli e iscrizioni paleocristiane che confermano la vivacità delle prime comunità locali. Sebbene non siano stati rinvenuti sarcofagi o iscrizioni recanti inequivocabilmente i nomi di Giulio ed Ermete, la tradizione topografica del Geronimiano è considerata dagli studiosi di archeologia cristiana come un dato di fatto inoppugnabile riguardo all'esistenza delle loro tombe in quel preciso luogo.
Etimologia I nomi dei due martiri riflettono il crogiolo culturale dell'Impero Romano. Mentre 'Iulius' è un classico nome di gens latina, indicante spesso l'appartenenza a una famiglia di antica cittadinanza o a liberti affrancati, 'Hermes' è un nome di chiara origine greca, molto diffuso tra gli schiavi, i liberti e i mercanti d'Oriente residenti a Roma e nelle sue province. La loro associazione nel martirio potrebbe suggerire una fraternità nata all'interno della stessa comunità cristiana, superando le barriere sociali ed etniche tipiche del mondo antico.
Autore: Enrico Quiri
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