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† Tigranakert, Impero Ottomano, 20 agosto 1652
L'Impero Ottomano del XVII secolo fu un crocevia di tensioni politiche e religiose, in cui le minoranze cristiane vissero periodi di alternata tolleranza e dura repressione. In questo contesto si inserisce la figura di Xacatur, un giovane apprendista fabbro di Tigranakert che scelse il martirio pur di non abiurare la propria fede. Appartenente alla Chiesa Apostolica Armena, Xacatur rappresenta la schiera dei neomartiri orientali, laici che opposero una resistenza silenziosa ma incrollabile alle pressioni assimilatrici del potere costituito. La sua storia, tramandata dalle cronache armene coeve, unisce il realismo della vita quotidiana nelle botteghe artigiane al dramma di un processo sommario. Il suo rifiuto di rinnegare Cristo lo condusse a una esecuzione atroce, mitigata solo dal coraggio di un sacerdote che gli portò l'eucaristia nascondendola in un tozzo di pane. La memoria di Xacatur è celebrata il 20 agosto.
Etimologia: Dall'armeno 'Khach' (croce) e 'tur' (dare), significa 'dato dalla croce'.
Emblema: Incudine, martello da fabbro, croce, strumenti del martirio.
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Tigranakert, nota anche come Amida e oggi identificabile con la città di Diyarbakır, era nel XVII secolo un centro cruciale dell'Impero Ottomano, a lungo conteso tra la Sublime Porta e la dinastia safavide di Persia. La città ospitava una nutrita comunità armena, dedita prevalentemente al commercio e all'artigianato. In questo tessuto urbano viveva Xacatur (Khachatur), un giovane di condizione modesta che lavorava come apprendista in una bottega da fabbro. Il nome stesso, che in lingua armena significa 'dato dalla croce', sembrava prefigurare il suo destino. La Chiesa Armena, a cui apparteneva, attraversava un periodo di forte pressione demografica e religiosa, stretta tra le dominazioni straniere e la necessità di preservare la propria identità liturgica e teologica.
La provocazione e il processo Le fonti storiche non riportano dettagli sulla formazione spirituale del giovane, ma indicano che fosse mosso da un profondo desiderio di emulare i martiri dei primi secoli. Un giorno, abbandonati gli attrezzi della bottega, Xacatur si recò nei pressi di una moschea locale. Qui ebbe un alterco con un notabile musulmano che intendeva allontanarlo, scambiando parole che sfociarono in un'accusa formale di vilipendio della religione islamica. La legge ottomana dell'epoca prevedeva pene severissime per i dhimmi, i sudditi non musulmani, che avessero offeso l'Islam o i suoi fedeli. Xacatur fu immediatamente trascinato davanti al tribunale del cadì. Durante l'interrogatorio gli fu offerta una via d'uscita: avrebbe avuto salva la vita e la libertà se avesse pronunciato la formula di abiura e si fosse convertito. Il giovane fabbro oppose un rifiuto netto, dichiarando la propria fedeltà a Cristo.
Il martirio e la comunione clandestina La sentenza fu rapida e spietata. Xacatur fu condannato a morte e sottoposto a crudeli torture prima dell'esecuzione capitale. Secondo le cronache, fu prima scorticato e poi subì l'amputazione degli arti a colpi di scure. Nonostante le atroci sofferenze, il giovane non cedette. Un dettaglio di grande realismo storico riguarda le sue ultime ore. Un sacerdote armeno, sfidando il divieto delle autorità e il rischio della pena capitale, riuscì ad avvicinarsi al condannato. Nascondendo la particola consacrata all'interno di un tozzo di pane, il prete poté amministrare a Xacatur il viatico, concedendogli il conforto dell'eucaristia prima del trapasso.
La sepoltura e la venerazione Subito dopo l'esecuzione, avvenuta il 20 agosto 1652, le cronache registrano un evento che impressionò le autorità locali: una luce intensa avrebbe avvolto il corpo straziato del martire. Di fronte a questo fenomeno, il giudice concesse ai cristiani di Tigranakert il permesso di recuperare la salma. I fedeli provvidero a una sepoltura decorosa, tributando al giovane fabbro gli onori riservati ai santi. La tomba di Xacatur divenne rapidamente meta di pellegrinaggi. La tradizione armena tramanda che presso il sepolcro si verificarono numerose guarigioni e che l'acqua versata dal vaso di coccio da cui il martire aveva bevuto prima del processo fosse dotata di proprietà taumaturgiche.
La fonte storica e i neomartiri armeni La principale fonte per la vita di Xacatur è lo storico armeno Arakel Davrizhetsi, noto come Arakel di Tabriz. Nella sua monumentale opera storica, che copre gli anni dal 1602 al 1662, Arakel documentò le travagliate vicende del suo popolo, incluse le persecuzioni e le storie di numerosi neomartiri. Queste figure non appartengono all'epoca delle grandi persecuzioni romane, ma si collocano in un'era successiva, sotto il dominio ottomano o persiano, dove il martirio assumeva i contorni della resistenza identitaria e della difesa della propria comunità.
Il culto e le tensioni con le autorità La venerazione per Xacatur non fu priva di rischi. Le riunioni dei pellegrini sulla sua tomba attirarono l'ostilità di alcuni governatori locali, che tentarono di disperdere i fedeli. La tradizione racconta di un episodio in cui un'improvvisa rivolta popolare costrinse il governatore a rifugiarsi nella fortezza di Tigranakert per un'intera settimana, permettendo così ai cristiani di continuare a onorare il loro martire senza subire rappresaglie.
Curiosità - Il vaso di coccio. L'oggetto da cui Xacatur bevve prima di affrontare il tribunale divenne una reliquia di seconda classe. L'acqua che vi veniva versata era raccolta e distribuita ai malati, una pratica comune nella pietà popolare orientale. - L'eucaristia nel pane. L'episodio del sacerdote che nasconde l'ostia nel pane comune testimonia le condizioni di semiclandestinità in cui spesso i cristiani armeni dovevano celebrare i sacramenti per evitare le ritorsioni delle autorità locali. Autore: Enrico Quiri
Come per la Chiesa Cattolica, anche per le Chiese sorelle Orientali Ortodosse o no, come l’Armena, la Russa, l’Assira, la Copta, l’Etiopica, la Bulgara, la Siriana, la Serba, l’Ucraina, la Bizantina, ecc., hanno avuto i loro martiri per l’affermazione e la difesa del cristianesimo nelle loro terre. E alla Chiesa Armena appartiene il culto del martire Xacatur, il quale essendo stato martirizzato dopo l’XI secolo, viene elencato tra i neomartiri della Chiesa Armena; Chiesa cristiana autonoma, costituita verso il IV secolo, che adottò la lingua nazionale nella liturgia e che seguì la dottrina teologica del ‘monofisismo’, che negava la natura umana di Cristo, affermandone l’unica natura divina. L’eresia monofisita (V-VI secolo) fu condannata dal Concilio di Calcedonia (451), che determinò il distacco delle Chiese Copta, Armena e ‘Giacobita’ (fondata da Giacomo Baradeo in Siria). La storia del martirio di Xacatur è narrata dallo storico armeno contemporaneo Arak e poi passata in alcuni ‘Sinassari’ orientali. Xacatur era un giovane desideroso di seguire l’esempio dei martiri cristiani e un giorno lasciò la bottega da fabbro, dove lavorava come apprendista a Tigranakert, recandosi nella vicina moschea islamica e qui si scontrò con un notabile musulmano che voleva cacciarlo via, offendendolo. Secondo le leggi islamiche, fu subito condotto davanti al tribunale come denigratore dell’Islam, e quando gli fu offerto di aver salva la vita se abiurava, Xacatur rifiutò, preferendo il martirio in nome di Cristo. Secondo le selvagge usanze islamiche, venne prima scorticato e poi mutilato di gambe e braccia a colpi di scure; prima di morire riuscì ad avere la Comunione da un sacerdote che aveva nascosto la particola in un pane. Dopo la sua morte, un’intensa luce illuminò il suo corpo, inducendo il giudice a concedere ai cristiani la sua sepoltura, che fu effettuata con tutti gli onori funebri. Il martirio sarebbe avvenuto il 20 agosto 1652, quando l’Armenia era contesa fra la Turchia e la Persia; presso la sua tomba si sarebbero avverate numerose guarigioni e altre dall’acqua versata dal vaso di coccio in cui aveva bevuto Xacatur prima di morire. Il suo patrocinio fu evidente quando il governatore musulmano voleva colpire i pellegrini riuniti sulla sua tomba, una rivolta improvvisa provocò la fuga del governatore nella fortezza della città di Tigranakert per una settimana, salvando così i fedeli.
Autore: Antonio Borrelli
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