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Santa Giusta Martire di Siviglia

Festa: 17 luglio

Siviglia, Spagna, 287 circa

Santa Giusta è una delle più antiche figure del cristianesimo sivigliano. Venerata insieme alla sorella Santa Rufina, rappresenta la memoria delle prime comunità cristiane della Hispania romana e la testimonianza della fede cristiana durante il periodo delle persecuzioni imperiali. Secondo la tradizione, le due giovani donne erano umili artigiane della ceramica e affrontarono il martirio dopo essersi rifiutate di partecipare a un culto pagano, preferendo perdere la vita piuttosto che rinnegare la propria fede. Le fonti storiche disponibili sono limitate e il racconto dettagliato della loro passione appartiene alla tradizione agiografica sviluppatasi nei secoli successivi. Tuttavia, il culto delle due martiri è molto antico: Santa Giusta è già ricordata nel Martyrologium Hieronymianum, mentre la venerazione delle due sorelle è attestata con sicurezza nella Chiesa di Siviglia almeno dal VII secolo.

Martirologio Romano: A Siviglia nell’Andalusia in Spagna, sante Giusta e Rufina, vergini, che, arrestate dal governatore Diogeniano e sottoposte a crudeli supplizi, patirono il carcere, l’inedia e altre torture: Giusta morì in prigione, mentre a Rufina, per aver confessato la sua fede nel Signore, fu spezzato il collo.


Santa Giusta sarebbe vissuta nella città di Hispalis, l’attuale Siviglia, durante il III secolo, un periodo complesso per l’Impero romano e per le comunità cristiane.
La presenza del cristianesimo nella penisola iberica è documentata già nei primi secoli, anche se le informazioni sulle singole comunità sono spesso frammentarie. Nel III secolo le persecuzioni contro i cristiani ebbero intensità variabile: non furono continue né uniformi in tutto l’Impero, ma produssero numerosi martiri soprattutto durante i periodi di repressione ufficiale.
La tradizione colloca il martirio di Giusta e Rufina sotto l’autorità del governatore romano Diogeniano, in un contesto collegato alla persecuzione dell’imperatore Diocleziano o agli anni immediatamente precedenti. La storicità precisa di questo quadro rimane discussa dagli studiosi.

Origini e lavoro artigianale
Secondo gli Atti tramandati dalla tradizione, Giusta e Rufina erano sorelle nate da una famiglia cristiana di modeste condizioni economiche. Vivevano vendendo manufatti di terracotta, attività molto diffusa nella Siviglia romana.
La tradizione le presenta come donne semplici, dedite al lavoro quotidiano e alla carità verso i poveri. La loro professione di ceramiste è rimasta un elemento caratteristico della loro iconografia e del loro culto popolare.
Dal punto di vista storico, non possediamo documenti contemporanei che confermino dettagli biografici come la parentela, l’attività lavorativa o la condizione sociale; tali elementi appartengono alla narrazione agiografica elaborata successivamente.

Il rifiuto del culto pagano
Il racconto tradizionale narra che durante una processione pagana dedicata alla dea Venere o alla divinità orientale Salambò (identificata dagli studiosi con culti diffusi nel mondo romano tardo), alcuni partecipanti chiesero alle due sorelle un contributo economico o alcuni vasi destinati alla celebrazione religiosa.
Giusta e Rufina avrebbero rifiutato, dichiarando incompatibile con la fede cristiana la partecipazione a pratiche idolatriche. Secondo la tradizione, durante la protesta avrebbero infranto l’immagine della divinità pagana.
L’episodio costituisce il nucleo simbolico della loro passione: il contrasto tra la fede cristiana nascente e il sistema religioso romano. Gli studiosi riconoscono che il racconto conserva probabilmente elementi storici, ma è stato rielaborato secondo i modelli letterari delle passioni dei martiri antichi.

Arresto e martirio
Dopo l’episodio dell’idolo, secondo la narrazione agiografica, le due donne furono denunciate e condotte davanti al governatore Diogeniano.
Fu chiesto loro di rinnegare la fede cristiana e di compiere un sacrificio agli dèi. Al loro rifiuto seguirono interrogatori e torture.
La tradizione racconta che Giusta e Rufina rimasero ferme nella professione cristiana nonostante le sofferenze.

La morte di Santa Giusta
Secondo gli Atti, Giusta subì numerosi supplizi e morì in carcere per le conseguenze delle torture e della privazione.
Il Martirologio Romano ricorda che Giusta morì dopo il carcere, la fame e altri tormenti inflitti dal governatore.
La sua morte divenne il segno della vittoria spirituale del martire: non una sconfitta davanti alla violenza, ma una testimonianza definitiva della fedeltà a Cristo.

Il martirio di Santa Rufina
Dopo la morte della sorella, Rufina avrebbe continuato a confessare la fede. Secondo la tradizione fu condannata alla morte mediante strangolamento o rottura del collo.
Le diverse versioni degli antichi racconti martiriali presentano alcune differenze, ma concordano nel riconoscere entrambe come martiri della Chiesa di Siviglia.

Culto
Il culto di Santa Giusta e Santa Rufina è profondamente radicato nella città di Siviglia. Le due martiri sono considerate protettrici della città e sono rappresentate frequentemente nell’arte locale.
La loro memoria liturgica è particolarmente viva nella cattedrale sivigliana, dove la celebrazione delle due sante continua ancora oggi.

Autore: Giampietro Cattini
 


 

GIUSTA e RUFINA, sante, martiri di Siviglia.

Patrone della città di Siviglia, sono menzionate nel Martirologio Geronimiano (soltanto Giusta), in quelli di Adone e di Usuardo (19 luglio) e nel Romano (18 dello stesso mese). Nei libri liturgici mozarabici la commemorazione è sempre al 17 luglio.
Il culto delle loro reliquie è abbondantemente testimoniato dal sec. VII ed il racconto del loro martirio, benché conservato in codd. del sec. X, risale al sec. VI; lo stile sobrio, l'esatta descrizione dei riti siri in onore di Adone e Salambò, e la precisione di altre notizie storiche ci permettono di pensare, se non ad un teste oculare, almeno a un autore che raccolse con cura tradizioni orali o scritte non ancora deformate.
Giusta e Rufina vendevano oggetti di ceramica. In occasione delle feste di Adone, che si celebravano in Siviglia dal 17 al 19 luglio, i devoti di questa divinità orientale facevano una processione coll'idolo, e andavano danzando di casa in casa per chiedere un obolo; arrivati da Giusta e Rufina, chiesero alcuni vasi per fiori, che dovevano essere usati per i « giardini di Adone ». Il rifiuto delle sante ebbe come conseguenza la distruzione della loro merce ed esse distrussero a loro volta Ndolo Salambò; il governatore Diogeniano pertanto le fece rinchiudere in carcere e torturare. Dovendosi celebrare una nuova processione Diogeniano dispose che le due donne vi partecipassero a piedi nudi. Giusta mori poi in carcere; Rufina fu decapitata. L'epoca del martirio è ignota.
Diverse città, oltre a Siviglia, hanno le sante come patrone, o hanno intitolato loro una chiesa: Orihuela, Huete, Maluenda, Badajoz, Lisbona, ecc.
Sono rappresentate con oggetti di ceramica in mano o con gli strumenti del martirio o con un leone ai piedi; spesso si stagliano sullo sfondo della celebre torre della cattedrale di Sivíglia, «la Giralda».
A Maluenda (Saragozza), nella chiesa loro dedicata, si conserva una pittura del XV sec.; una si trova a Siviglia, nella cattedrale, un'altra, di Zurbarán, a Parigi, nel museo del Louvre, un'altra ancora nella stessa cattedrale di Siviglia ed, infine, una di Goya a Madrid, nel Museo del Prado e una di Murillo al Museo provinciale di Siviglia.


Autore:
Manuel Sotomayor


Fonte:
Bibliotheca Sanctorum

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Aggiunto/modificato il 2026-07-14

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