Le informazioni sulla vita di Simplicio, Costanzo e Vittoriano derivano essenzialmente da una tradizione agiografica sviluppatasi intorno al loro culto. La Passio nella quale viene narrata la loro vicenda è tramandata attraverso un'iscrizione del 1406 e presenta caratteristiche proprie della letteratura martiriale medievale. Non possediamo quindi una fonte contemporanea al presunto martirio che permetta di verificare i dettagli della loro vita. Secondo il racconto tradizionale, Simplicio sarebbe stato un nobile cristiano originario della Borgogna, marito di Gaudenzia e padre di Costanzo e Vittoriano. La famiglia avrebbe ricevuto il battesimo da un certo Gennaro, identificato dalla tradizione con un santo cristiano della Gallia distinto dal più noto martire di Napoli. Dopo la conversione, Gaudenzia si sarebbe ritirata in un luogo consacrato, mentre Simplicio e i due figli avrebbero intrapreso un'attività di evangelizzazione. Il racconto li presenta dunque come una famiglia trasformata dalla conversione e impegnata nella diffusione della fede cristiana. Questi elementi, tuttavia, appartengono alla tradizione agiografica e non possono essere considerati dati biografici storicamente accertati.
La persecuzione e il viaggio verso l'Italia La Passio narra che i tre furono arrestati durante una persecuzione contro i cristiani in Gallia. Condotti davanti al prefetto Ponzio, avrebbero professato apertamente la fede cristiana, rifiutando di sacrificare agli dèi pagani. Il racconto attribuisce loro anche una pubblica professione della fede nella Trinità e nella redenzione. Seguirono torture e prodigi: i carnefici sarebbero morti improvvisamente dopo averli flagellati e i tre sarebbero stati rinchiusi in carcere, dove un angelo avrebbe mostrato loro la gloria dei santi. Il prefetto avrebbe quindi deciso di inviarli a Roma per sottoporli a un giudizio di maggiore autorità. Anche questa parte della narrazione deve essere letta con prudenza. La presenza di interventi angelici, morti prodigiose dei persecutori e liberazioni miracolose costituisce infatti una delle caratteristiche tipiche delle Passiones medievali.
I prodigi narrati dalla Passio Durante il viaggio verso Roma, secondo il racconto, i tre avrebbero guarito una fanciulla cieca di Ravenna, figlia di un patrizio di nome Cornelio. Giunti a Roma, avrebbero desiderato pregare presso le tombe degli apostoli Pietro e Paolo, ma le autorità avrebbero impedito loro di farlo. La tradizione racconta allora una liberazione miracolosa dalle catene, che avrebbe consentito ai tre di compiere il pellegrinaggio. Successivamente, una sommossa tra pagani e cristiani avrebbe provocato nuovi arresti. Simplicio, Costanzo e Vittoriano sarebbero stati condotti nella Marsica, dove la tradizione colloca la presenza dell'imperatore e il successivo giudizio. Il racconto presenta qui una complessa sovrapposizione di personaggi e circostanze storiche. Le diverse versioni della tradizione non sono infatti concordi nell'indicare l'imperatore coinvolto e oscillano tra Antonino Pio e Lucio Vero. Questa discordanza impedisce di utilizzare il racconto per stabilire una cronologia precisa.
Il martirio a Celano Secondo la tradizione locale, i tre sarebbero stati condotti davanti all'autorità imperiale nella Marsica e avrebbero nuovamente rifiutato di sacrificare agli dèi. La Passio narra che furono rinchiusi in una prigione piena di serpenti e scorpioni, dai quali sarebbero usciti illesi. In seguito sarebbero stati sottoposti a un'altra prova: legati a un carro trainato da quattro giovenche, avrebbero dovuto essere trascinati lungo i pendii del monte Tino. Anche in questo caso gli animali, secondo il racconto, si sarebbero rifiutati di muoversi. Infine sarebbe stata ordinata la decapitazione. Il luogo dell'esecuzione è indicato dalla tradizione con il nome di Aureum fontem, successivamente collegato alla zona di San Giovanni Vecchio a Celano, chiamata anche Sancti Ioannis in capite aquae. La tradizione locale ha identificato questo luogo con l'area dell'attuale Fonte Grande, detta anche Fonte dei Santi Martiri. Anche la data presenta problemi. La tradizione più diffusa nella documentazione moderna locale indica il 26 agosto 159 circa, mentre altre ricostruzioni collegano il martirio al periodo di Marco Aurelio e Lucio Vero, arrivando al 171. Il Martirologio Romano, nella memoria del 26 agosto, non conserva tuttavia una data precisa per il martirio, limitandosi a ricordare i tre come martiri presso i Marsi sotto l'imperatore Antonino. Pertanto il dato storicamente prudente è quello di un martirio tradizionalmente collocato nel II secolo nella regione marsicana, mentre la data del 26 agosto appartiene alla memoria liturgica.
Il terremoto e la sorgente La tradizione collega alla morte dei tre martiri un terremoto e la conversione di uno dei carnefici. Quest'ultimo, sconvolto da quanto sarebbe accaduto, si sarebbe recato dal diacono Fiorenzo, chiedendogli di mettere per iscritto il racconto degli eventi. Un'altra tradizione narra che dal luogo nel quale caddero le teste dei martiri sarebbe sgorgata una sorgente di acqua limpida. Da questo racconto deriverebbe il legame tra il luogo del martirio e la cosiddetta Fonte dei Santi Martiri. Si tratta di tradizioni devozionali prive di una verifica storica indipendente e non devono essere confuse con dati documentari. La sorgente e il luogo della memoria, tuttavia, hanno avuto un ruolo importante nella costruzione della geografia sacra di Celano.
Il culto a Celano La parte più solida della storia dei tre martiri riguarda il loro culto medievale. La venerazione a Celano è documentata almeno dall'XI secolo. Il vescovo dei Marsi Pandolfo, appartenente alla famiglia dei Berardi, fece eseguire una ricognizione delle reliquie attribuite a Simplicio, Costanzo e Vittoriano e le collocò sotto l'altare maggiore della chiesa di San Giovanni Vecchio, allora importante edificio religioso della città. La documentazione relativa al vescovo Pandolfo si inserisce nel quadro dei rapporti tra la Chiesa marsicana e la sede romana nel secolo XI. La presenza delle reliquie costituisce una testimonianza particolarmente significativa: anche se non permette di ricostruire la biografia dei martiri, documenta l'esistenza di una venerazione consolidata e riconosciuta dalla comunità cristiana locale già nel Medioevo.
La distruzione della città e la traslazione delle reliquie Nel XIII secolo Celano fu coinvolta nelle vicende politiche del regno svevo. La città fu distrutta per ordine di Federico II nel 1223 circa e successivamente ricostruita sul colle Vittorino. Con la ricostruzione dell'abitato, anche il culto dei martiri fu trasferito nel nuovo centro urbano. Le reliquie furono portate nella chiesa di San Giovanni Battista, dove furono collocate in un'arca marmorea realizzata nel 1406 da Giovanni da Parma. La presenza dell'arca e delle immagini dei tre martiri mostra come, nel Quattrocento, il culto avesse ormai assunto una notevole importanza nella vita religiosa e artistica della città. Il Catalogo generale dei Beni Culturali registra infatti un gruppo scultoreo dei tre Santi Martiri datato al 1406 e attribuito a Giovanni da Parma, con figure di Simplicio, Costanzo e Vittoriano. Sono inoltre documentati dipinti murali quattrocenteschi raffiguranti i tre martiri.
Le reliquie nella chiesa di San Giovanni Battista La storia delle reliquie proseguì nei secoli successivi. Il 24 agosto 1709 i resti attribuiti ai tre martiri furono sistemati in tre teche d'argento, dorate e di cristallo, collocate sotto l'altare maggiore della chiesa di San Giovanni Battista. La loro presenza continua a costituire uno degli elementi centrali della devozione celanese. La venerazione delle reliquie non rappresenta però una prova indipendente dell'identità dei resti. Per gli studiosi è necessario distinguere la storia documentata della loro custodia e venerazione dalla questione, non dimostrabile con le fonti disponibili, della loro effettiva identificazione con i tre martiri del II secolo.
La memoria liturgica La memoria dei tre martiri è celebrata il 26 agosto. I loro nomi entrarono nel Martirologio Romano soltanto nel XVII secolo, tradizionalmente nel 1630. La formulazione della memoria liturgica ricorda i tre come Simplicio e i suoi figli Costanzo e Vittoriano, martiri presso i Marsi sotto l'imperatore Antonino. La tradizione liturgica, pertanto, conserva l'elemento fondamentale del loro culto - il martirio nella regione marsicana - senza riprodurre necessariamente tutti i particolari narrativi della Passio medievale.
I patroni di Celano Il rapporto tra i tre martiri e Celano è particolarmente stretto. Essi sono considerati i patroni della città e la festa patronale si sviluppa tradizionalmente dal 24 al 26 agosto, con il culmine il giorno della memoria liturgica. La celebrazione ha assunto nel tempo una forte dimensione comunitaria. Il culto non riguarda soltanto l'ambito strettamente liturgico, ma coinvolge processioni, confraternite, manifestazioni pubbliche e il ritorno a Celano di numerosi emigrati in occasione della festa. La festa costituisce quindi uno degli esempi più significativi di come il culto di antichi martiri possa diventare elemento strutturante dell'identità storica e religiosa di una comunità.
Il culto a Castelpoto La venerazione dei tre martiri non è limitata a Celano. Essi sono infatti patroni anche di Castelpoto, nel territorio beneventano, dove la loro memoria viene celebrata il 14 maggio. Il culto di Castelpoto è legato in particolare a San Costanzo e alla tradizione secondo la quale la comunità sarebbe stata liberata da un'epidemia di peste grazie alla sua intercessione. Anche in questo caso si tratta di una tradizione religiosa locale, importante per la storia della devozione, ma da distinguere dalla documentazione storica relativa all'epidemia e alla sua presunta cessazione miracolosa. Il rapporto tra Celano e Castelpoto ha dato origine nel tempo a una particolare forma di devozione condivisa, con scambi di visite tra le due comunità in occasione delle rispettive feste.
Arte e iconografia Il culto dei tre martiri ha lasciato una significativa traccia nella produzione artistica di Celano. Particolarmente importante è l'arca realizzata nel 1406 da Giovanni da Parma. Il gruppo scultoreo originario comprendeva le figure di Simplicio, Costanzo e Vittoriano ed è oggi documentato dal Catalogo generale dei Beni Culturali. Sono inoltre documentati dipinti murali quattrocenteschi raffiguranti i tre martiri, testimonianza della diffusione della loro memoria nella decorazione degli edifici religiosi celanesi. Una rappresentazione più recente si trova nel monumento ai Santi Martiri presso Fonte Grande. L'opera, realizzata nel XX secolo, presenta i tre martiri come figure alate ascendenti verso il cielo, traducendo in forma visiva il significato cristiano del martirio come passaggio alla vita eterna.
Una tradizione da leggere criticamente La vicenda di Simplicio, Costanzo e Vittoriano rappresenta un caso particolarmente interessante per lo studio dell'agiografia medievale. Da una parte esiste una tradizione di culto antica e documentata, radicata a Celano almeno dall'XI secolo, accompagnata dalla venerazione di reliquie, dalla presenza di edifici e opere d'arte e da una memoria liturgica successivamente entrata nel Martirologio Romano. Dall'altra parte, la narrazione biografica conservata dalla Passio presenta numerosi elementi che non possono essere verificati storicamente: la provenienza borgognona, la parentela tra i tre, il battesimo ricevuto da Gennaro, i viaggi missionari, la guarigione della fanciulla di Ravenna, la prigionia tra serpenti e scorpioni, le giovenche che rifiutano di muoversi, l'intervento angelico, il terremoto e la conversione del carnefice. Il rigore storico impone quindi di non presentare questi episodi come fatti accertati. Essi appartengono alla tradizione narrativa sviluppatasi intorno al culto dei martiri. Questo non significa che la tradizione sia priva di interesse. Al contrario, essa documenta il modo nel quale una comunità cristiana medievale interpretava la memoria dei propri martiri, collegandola ai temi della conversione, della testimonianza della fede, del coraggio davanti alla persecuzione e della vittoria sulla morte. Autore: Giampietro Cattini
Bisogna dire che su questi tre martiri, la fantasia degli agiografi antichi, si è sbizzarrita nel raccontarne la vita. Il racconto, purtroppo di nessun valore storico, proviene da un’antica ‘Passio’, riportata in una iscrizione del 1406. Il loro culto nella Marsica aquilana è del sec. XI, quando il vescovo Pandolfo, destinatario di un documento di papa Stefano IX nel 1057, fa una ricognizione delle reliquie dei martiri Simplicio, Costanzo, Vittoriano e le fa riporre sotto l’altare maggiore di S. Giovanni Vecchio, l’antica Collegiata di Celano (L’Aquila). In seguito detta città fu distrutta da Federico II nel 1222, e quindi riedificata sul Colle S. Vittorino, e le citate reliquie furono trasportate in una cappella della nuova chiesa, il 10 giugno 1046, con l’iscrizione sopra citata. Ne facciamo un riassunto; al tempo dell’imperatore romano Antonino Pio (138-161), in Borgogna, si convertì al Cristianesimo un’intera famiglia, che venne battezzata da s. Gennaro (forse un santo omonimo francese, non quello venerato a Napoli), a questo punto la madre Gaudenzia si ritirò in un monastero, mentre il padre Simplicio ed i figli Costanzo e Vittoriano, presero a propagare con impegno, la nuova religione. Intanto venne inviato in Francia (Gallia) il prefetto Ponzio, con severe disposizioni contro i cristiani. I tre burgundi vennero arrestati e condotti davanti al suo tribunale, dove illustrarono la teologia della Trinità e della Redenzione. Vennero frustati ed i carnefici, secondo il leggendario e fantasioso racconto, morirono subito dopo all’istante; allora furono chiusi in carcere, dove apparve loro un Angelo, che mostrò ad essi la gloria dei santi. Ponzio l’inviò a Roma per farli condannare a morte; non mancarono prodigi avvenuti durante il viaggio, una fanciulla di Ravenna, cieca da otto anni, per le loro preghiere, riebbe la vista. Giunti a Roma volevano visitare e pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo, ma ne vennero impediti dalle guardie; allora Dio intervenne, liberandoli dalle catene e permettendo così il pellegrinaggio desiderato, insieme ad una folla (?) di cristiani. A questo punto seguì una colossale rissa fra pagani e cristiani, con grandi perdite da parte dei pagani. I tre francesi vennero di nuovo arrestati e portati alla presenza dell’imperatore Antonino Pio, che in quel periodo si trovava in Marsica, per trascorrevi un periodo di riposo estivo. Anche qui, continuano le descrizioni di prodigi miracolosi, da parte dell’estensore dell’antica ‘Passio’; alla presenza dell’imperatore, Simplicio ed i figli Costanzo e Vittoriano, ribadirono tenacemente la loro fede, per cui vennero gettati in un carcere pieno di serpenti e scorpioni, ne uscirono illesi per un nuovo intervento di un Angelo. Allora vennero condannati ad essere squartati da quattro giovenche infuriate, ma queste non si mossero; alla fine il 26 agosto del 159 ca. vennero decapitati ad “Aureum fontem”, denominazione con la quale, lo scrittore intese certamente indicare il luogo, dove poi sorgerà la chiesa di S. Giovanni Vecchio a Celano, che anche in altri testi, viene detto “S. Ioannis in capite acquae”. Alla loro morte segui un terremoto e uno dei carnefici si convertì ed insieme ad altri, si recò dal diacono Fiorenzo, pregandolo di scrivere gli ‘Atti’ del martirio dei tre santi, raccontandogli tutti i particolari, che furono così tramandati. In questa narrazione sono tutti presenti gli elementi, che gli antichi agiografi, inserivano nei racconti aurei delle vite e delle morti dei martiri. Apparizioni di Angeli, liberazioni improvvise, prodigi miracolosi, Dio non è presentato solo per esaltare i suoi martiri, ma anche per vendicarne le pene o la morte. Ad ogni modo i nomi di Simplicio, Costanzo e Vittoriano, furono inseriti nel ‘Martirologio Romano’ al 26 agosto, solo nel 1630; riconoscendo così comunque, l’esistenza reale dei tre martiri, che si è pensato pure, fossero in realtà tre persone non della stessa famiglia, ma provenienti da luoghi diversi come Roma, Perugia, Amiterno e accomunati nel martirio, subito nella Marsica.
Autore: Antonio Borrelli
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