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Servo di Dio Pasquale Pirozzi Sacerdote dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria

Festa: .

Pomigliano d’Arco, Napoli, 13 aprile 1886 – Buenos Aires, Argentina, 3 marzo 1950

Pasquale Pirozzi, nativo di Pomigliano d’Arco, entrò sedicenne nella congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, fondata da san Gaetano Errico. Visse la maggior parte della sua vita come missionario in America Latina, particolarmente in Argentina e in Uruguay. Fu dotato di un notevole spirito di sacrificio e di una non comune capacità di ascolto, specie dei penitenti nel confessionale. Morì nell’ospedale italiano di Buenos Aires verso le 18 del 3 marzo 1950, a causa di un blocco renale. L’inchiesta diocesana per l’accertamento dell’eroicità delle sue virtù è stata aperta a Buenos Aires il 27 agosto 2001. I resti mortali di padre Pasquale Pirozzi riposano dal 19 marzo 1985 nella parrocchia di San Rocco di Capitan Bermudez.



Famiglia e primi anni
Pasquale Pirozzi nacque a Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli e diocesi di Nola, il 13 aprile 1886. La sua famiglia era composta dal padre Felice, di professione carradore (fabbricante e riparatore di carri), dalla madre Rosa e da altre tre figlie; Pasquale era l’unico maschio, nonché l’ultimo nato. il contesto sociale era quello di un paese che vide, specie negli ultimi anni dell’Ottocento, emigrare buona parte dei suoi abitanti verso le lontane Americhe.
Crebbe con il desiderio di farsi sacerdote, ma le scarse condizioni economiche della famiglia lo costrinsero invece a lasciare gli studi. Pasquale dovette quindi rendersi utile nell’officina paterna, nonostante avesse un fisico gracile.

Vocazione tra i Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria
Ormai adolescente, conobbe a Pomigliano un giovane religioso, Giovanni Terracciano, della congregazione dei Missionari dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria, fondata nel 1833 da don Gaetano Errico (morto nel 1860 e canonizzato nel 2008). Studente nel noviziato annesso alla Casa madre di Secondigliano, ogni tanto tornava in famiglia. In breve tempo, Pasquale capì di voler diventare come lui.
Il Terracciano, volendolo accontentare, gli procurò un incontro con i suoi superiori, che, pur riscontrando nel giovane una carenza intellettuale dovuta all’interruzione degli studi, lo accolsero in noviziato. Quanto alle spese necessarie, se ne fece carico un suo zio.

Le tappe della sua formazione
Dopo sei mesi, il 19 maggio 1902, Pasquale indossò l’abito della congregazione; aveva sedici anni. Trascorse l’anno di noviziato in modo non del tutto tranquillo, per le prove morali e spirituali cui fu sottoposto. Il 1° maggio 1903 emise la prima professione religiosa.
Non primeggiò negli studi, ma nella pietà e nell’osservanza della Regola, diventando un modello per tutti gli altri. Ordinato suddiacono nel 1907 e diacono nel 1908, divenne sacerdote nel Santuario dell’Addolorata a Secondigliano, annesso alla Casa madre, il 5 giugno 1909.
Dopo la Prima Messa, celebrata nella natia Pomigliano, ritornò a Secondigliano. Il suo primo incarico fu la formazione dei giovani aspiranti della congregazione, alternata alle attività pastorali. Trascorse il 1913 nella casa di Afragola, facendosi apprezzare dai confratelli.

Missionario in Argentina
Intanto la congregazione cominciava, se pur a fatica, ad impiantarsi in Argentina. Padre Giovanni Terracciano, già menzionato aveva aperto una casa a Mar de Plata. In seguito, con l’aiuto di un’associazione di dame, trovò l’opportunità di insegnare nel nuovo collegio “Benito Nazar” a Buenos Aires. Per questo motivo chiese con insistenza al Padre Generale che venisse trasferito lì padre Pasquale Pirozzi.
Il superiore della casa di Afragola voleva trattenerlo, ma padre Pirozzi accettò la proposta. Si diede quindi a studiare lo spagnolo presso il console di Spagna a Napoli e infine, il 7 marzo 1914, s’imbarcò sulla nave “Alice”, nel porto di Napoli. Fra tanti saluti, lacrime e mestizia degli emigranti, lui rimase sereno e soddisfatto: vedeva infatti avverarsi il suo sogno, che l’aveva portato a diventare un Missionario dei Sacri Cuori.

A Buenos Aires
Arrivò a Buenos Aires il 30 marzo 1914, dopo una traversata che lo vide quasi sempre a letto con il mal di mare, impedendogli anche di celebrare la Messa. Prese a lavorare nel Collegio “Benito Nazar”, che contava più di 550 alunni. Ascoltava le confessioni, preparava i più piccoli per la Prima Comunione, insegnava a tutti i collegiali il catechismo.

Durante la prima guerra mondiale
Dopo diciotto mesi, il 2 dicembre 1915, fu richiamato in Italia: era scoppiata la prima guerra mondiale. Arruolato nei servizi di Sanità dell’Esercito italiano, prestò servizio in vari ospedali romani, in particolare al “Sant’Elena”. Dato che quell’ospedale era gestito da suore francesi, colse l’opportunità d’imparare la loro lingua. Fu congedato il 16 agosto 1919.
Il 28 agosto, dopo un corso di Esercizi spirituali a Secondigliano, raggiunse di nuovo Buenos Aires con la nave “Tommaso di Savoia”.

La situazione politica nell’Argentina del tempo
Dalla sua successiva corrispondenza e da quella di padre Terracciano, dirette alla Casa Madre, siamo informati degli avvenimenti che si susseguirono in quegli anni in terra argentina e segnatamente a Buenos Aires.
Per motivi politici e rivoluzionari, che portarono anche a duemila morti nella stessa capitale, i religiosi e le suore furono costretti a vestirsi con abiti secolari e ad agire clandestinamente. Quanto ai Missionari dei Sacri Cuori, dovettero lasciare il Collegio “Benito Nazar”.

La parrocchia dell’Addolorata
Dopo varie vicende e qualche munifica donazione, acquistarono un terreno per erigere una chiesa e una casa. L’iniziativa incontrò il favore del vescovo di Buenos Aires e del Nunzio Pontificio.
Completata la costruzione di una cappella, benedetta il 2 giugno 1923, venne posta sull’altare una statua dell’Addolorata, simile a quella della Santuario di Secondigliano, offerta da una devota donatrice argentina e scolpita dall’artista napoletano Cerrone.
La piccola chiesa venne eretta in parrocchia, con padre Terracciano come primo parroco. Lui e padre Pirozzi, insieme a padre Gaetano Ruggiero, vivevano in povertà e con pochi mezzi. Ciò nonostante, intensificarono l’attività catechistica a tutti i livelli: istituirono l’Associazione dell’Addolorata, la Pia Unione dei Sacri Cuori, le Associazioni dei “Luigini” e delle “Teresine”, l’Azione Cattolica, la Conferenza di San Vincenzo.

La nuova chiesa
I fedeli di quella zona, in precedenza abbandonata spiritualmente, affluirono numerosi: in pochi anni, la cappella divenne quindi insufficiente. I Padri decisero allora che a ogni costo bisognava innalzare un tempio e un trono più degno all’Addolorata.
Il 30 ottobre del 1932 venne collocata la prima pietra della costruzione, con la partecipazione di Autorità dello Stato e della Chiesa. Purtroppo, non era presente padre Terracciano: ormai ammalato da tempo, era dovuto ritornare definitivamente in Italia nel 1931, dopo 19 anni di permanenza in Argentina. Morì nel 1942, nello stesso anno dell’inaugurazione del nuovo tempio, che tanto aveva desiderato.

L’azione apostolica di padre Pirozzi
Padre Pirozzi, insieme a padre Ruggiero, continuò a lavorare nella parrocchia dell’Addolorata, dove, tranne alcune parentesi, trascorse circa venti anni. La sua giornata iniziava verso le 4,30 del mattino e proseguiva con molteplici attività. A notte fonda, la concludeva con la preghiera in chiesa. A volte si addormentava con il capo appoggiato sul tavolo dello studio.
Con quel ritmo di vita, la sua salute cominciò a vacillare. Padre Ruggiero lo pregava di riguardarsi, preoccupato sia per lui, sia per il fatto di rimanere solo nella conduzione della grande parrocchia.

A Capitan Bermudez
La missione dei Padri, per necessità della Chiesa locale, dovette però espandersi. Venne inaugurata una comunità a Montevideo in Uruguay, seguita da una parrocchia a Juan Ortiz, oggi Capitan Bermudez.
Nel 1938, padre Pirozzi fu destinato lì come primo parroco. A dispetto delle enormi difficoltà iniziali, con l’aiuto di Dio e di qualche benefattore si riuscì a costruire una casa per i Padri, a fianco della preesistente chiesetta di San Rocco.
Quella casetta costituì l’inizio urbanistico di Juan Ortiz, alla quale ben presto si affiancarono altre abitazioni. Padre Pirozzi operò praticamente da solo, perché gli altri padri vennero quasi subito inviati a curare le comunità di emigrati italiani.

A Montevideo
Dopo quattro anni, mentre la nuova chiesa non era ancora terminata, venne di nuovo trasferito. I parrocchiani parteciparono piangenti alla celebrazione della Messa di addio. La municipalità di Capitan Bermudez gli dedicò poi una strada, in suo ricordo.
Sua nuova destinazione fu Montevideo in Uruguay. Fu incaricato della cura pastorale di una cappella dedicata a santa Teresina, distante sette chilometri dalla casa dei Missionari. Incurante delle condizioni atmosferiche e sopportando una continua emicrania per raggiungere quanta più gente possibile, rimase lì tre anni. Nel 1945 ritornò a Buenos Aires: la sua assenza, durata sei anni, produsse la soddisfazione di quanti avevano sofferto per il suo trasferimento.

Le virtù di padre Pirozzi
La gloria di Dio e la salvezza delle anime furono lo scopo della sua vita missionaria. La preghiera e la penitenza furono il mezzo con cui le ottenne. Donava tutto ai poveri e teneva per sé un solo ricambio della biancheria, che lavava lui stesso.
Consapevole che Dio parla per mezzo dei superiori, maturò un’obbedienza pronta, precisa e gioiosa. Dominò i sensi e s’impose una vita austera: dormiva solo tre o quattro ore a notte, a volte seduto senza nemmeno stendersi. Nascondeva il suo spirito di mortificazione dietro un sorriso bonario. Dai suoi confratelli, sia in Argentina, sia in Uruguay, era considerato “il santo della Comunità”.
 
La morte
Nel gennaio 1950 cominciò ad accusare una spossatezza eccessiva, a causa della quale stentava a camminare. La sera del 26 febbraio, mentre si trovava a tavola con i confratelli, avvertì un dolore lancinante al fianco sinistro ed emise un forte grido. Ricoverato nell’ospedale italiano, trascorse alcuni giorni fra acute sofferenze, finché, il 1° marzo, il dolore scomparve. Non perché fosse guarito, ma perché ormai si era atrofizzato tutto l’apparato renale.
Morì quindi in ospedale, verso le 18 del 3 marzo 1950, con la corona del Rosario in mano. Alla stessa ora, nella parrocchia dell’Addolorata, si stavano concludendo le Quarantore. Padre Pasquale Pirozzi aveva 64 anni, di cui 37 vissuti in Argentina.
I funerali videro la partecipazione commossa di tutta la parrocchia dell’Addolorata e di amici venuti a salutarlo anche da lontano. La salma fu tumulata in un loculo della famiglia Cavagnaro-Garborino nel cimitero della Chacharita, a Buenos Aires. Nel 1956 i suoi resti furono traslati nel cimitero di Capitan Bermudez, nella tomba della Comunità dei Missionari dei Sacri Cuori. Il 19 marzo 1985 furono di nuovo traslati nella chiesa parrocchiale di San Rocco di Capitan Bermudez, con la partecipazione delle autorità civili e religiose.

La causa di beatificazione

Poiché la sua fama di santità non era venuta meno, i Missionari dei Sacri Cuori decisero di avviare la sua causa di beatificazione, per l’accertamento dell’eroicità delle sue virtù. Ottenuto il nulla osta da parte della Santa Sede il 26 maggio 2001, il 27 agosto dello stesso anno fu aperta l’inchiesta diocesana, tuttora in corso.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2018-03-07

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