San Giovanni Vincenzo
Vescovo ed eremita
Festa: 27 novembre
Nascita-morte: † Caprie, Torino, 12 gennaio 1000
Nascita - morte:
† Caprie, Torino, 12 gennaio 1000
Festa:
27 novembre
Etimologia:
Giovanni dall'ebraico Yohanan, «il Signore ha fatto grazia»; Vincenzo dal latino Vincentius, da vincere, «colui che vince»
Emblema:
Mitra, Pastorale
Categoria: I santi che iniziano con la lettera G
Calendario: I santi del 27 novembre
E' un eremita venerato nella valle di Susa, la cui memoria si intreccia con le origini della Sacra di San Michele sul monte Pirchiriano e con la storia religiosa del vicino monte Caprasio. Vissuto, secondo la tradizione, tra la fine del X e l'inizio dell'XI secolo, sarebbe stato in precedenza arcivescovo di Ravenna e avrebbe poi scelto la solitudine presso Celle, nell'attuale territorio di Caprie. L'identificazione con Giovanni di Besate, effettivamente attestato sulla cattedra ravennate alla fine del X secolo, è tuttavia discussa e non può essere trattata come un dato incontestabile. Anche la sua partecipazione alla fondazione del santuario micaelico è trasmessa da racconti che uniscono memoria monastica e motivi leggendari. La devozione locale, invece, è documentata dalla venerazione delle reliquie a Sant'Ambrogio di Torino, dalla tradizione confraternale e dalle immagini del santo. La diocesi di Susa ne celebra la memoria il 27 novembre. La sua figura consente di osservare come, attorno a un nucleo storico di vita eremitica, si siano sviluppate narrazioni di fondazione e una duratura identità religiosa del territorio.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Il problema dell'identità
La vicenda di Giovanni Vincenzo deve essere ricostruita distinguendo tre livelli: la documentazione relativa a un arcivescovo di Ravenna di nome Giovanni, le testimonianze sull'eremitismo nella valle di Susa e la tradizione agiografica che ha collegato il santo alla fondazione della Sacra di San Michele. Non tutti questi livelli possiedono il medesimo grado di certezza, né il loro intreccio dimostra automaticamente che ogni notizia si riferisca a una sola persona.
Una linea interpretativa identifica l'eremita con Giovanni di Besate, ecclesiastico attivo nella Ravenna della fine del X secolo. Tale identificazione ha ricevuto attenzione anche nella storiografia locale e in un volume curato da Giorgio Orioli e Paola Novara. Altri studiosi hanno invece rilevato la possibilità che l'origine ravennate o la dignità episcopale siano state attribuite all'asceta in una fase successiva, per conferire prestigio alla sua memoria. È pertanto corretto parlare di un'identificazione sostenuta da una tradizione e da parte della ricerca, ma non unanimemente accettata.
La nascita a Besate, talvolta indicata nelle biografie moderne, dipende dalla stessa questione. Non esiste una documentazione biografica autonoma che consenta di fissare con sicurezza per l'eremita un anno di nascita, una famiglia o una formazione scolastica. Anche l'eventuale rapporto di discepolato con san Romualdo appartiene alla ricostruzione tradizionale e richiede prudenza: non può essere assunto come testimonianza diretta di un incontro personale.
Ravenna alla fine del X secolo
La città di Ravenna conservava nell'alto Medioevo un'importanza ecclesiastica e politica particolare. La sua sede arcivescovile, legata alla memoria dell'antico esarcato, partecipava alle relazioni fra autorità locali, papato e potere imperiale. È in questo quadro che si colloca il Giovanni identificato con il futuro eremita.
La cronologia comunemente riportata pone l'accesso di Giovanni alla sede ravennate fra il 2 ottobre 982, quando è ancora attestato il predecessore Onesto, e il 16 luglio 983, quando un documento ricorda già il nuovo presule. Sono indicazioni che riguardano la successione episcopale e non provano da sole il successivo trasferimento del vescovo in Piemonte. Le notizie che lo vedono lasciare l'ufficio verso la fine del secolo devono quindi essere valutate separatamente dai documenti che ne attestano il ministero.
La tradizione racconta una rinuncia alla dignità episcopale in favore della vita contemplativa. Il motivo è coerente con il clima spirituale dell'epoca, caratterizzato da esperienze ascetiche e da un rinnovato interesse per la solitudine monastica, ma la coerenza con il contesto non costituisce una prova dell'episodio. Non sono accertati né le circostanze precise della rinuncia né i motivi personali che l'avrebbero determinata.
Il monte Caprasio e la comunità degli eremiti
La parte più caratteristica della memoria di Giovanni Vincenzo è ambientata presso il monte Caprasio, sul versante sinistro della Dora Riparia, di fronte al monte Pirchiriano. In questo ambiente di rilievi, grotte e piccoli insediamenti si sviluppò una tradizione eremitica di notevole importanza per la storia religiosa della valle. La diocesi di Susa ricorda che nella seconda metà del X secolo, dopo la fase delle incursioni saracene, sul Caprasio fiorì una colonia di eremiti, ricordata anche da testimonianze dell'XI secolo.
Secondo la tradizione Giovanni si ritirò in una grotta presso Celle, nell'attuale territorio di Caprie, e vi condusse vita di preghiera con alcuni compagni. A lui è attribuita la costruzione di una chiesa dedicata alla Vergine. Queste notizie conservano il ricordo di un insediamento religioso locale, ma non tutte sono accompagnate da documenti contemporanei che permettano di attribuire con certezza a Giovanni le singole opere edilizie.
Il toponimo Celle rimanda a un paesaggio di dimore e spazi monastici, ma non consente da solo di ricostruire l'organizzazione giuridica della comunità. È inoltre improprio proiettare sull'asceta la struttura degli ordini religiosi sviluppatisi nei secoli successivi. La sua figura appartiene al mondo fluido dell'eremitismo altomedievale, nel quale solitudine personale e piccoli gruppi di discepoli potevano coesistere.
La scelta di un luogo appartato non significava necessariamente isolamento completo dalla società. Gli eremiti potevano mantenere rapporti con popolazioni, proprietari e pellegrini; i loro oratori diventavano talvolta punti di riferimento spirituale e territoriale. Per Giovanni Vincenzo questo ruolo emerge soprattutto dalla successiva storia del culto, più chiaramente documentabile dei dettagli quotidiani della sua esistenza.
Il Pirchiriano e la Sacra di San Michele
Il nome di Giovanni Vincenzo è inseparabile, nella memoria piemontese, dal santuario di San Michele sul monte Pirchiriano. La tradizione narra che l'arcangelo gli ordinasse di costruire una cappella sulla cima opposta al suo eremo. In alcune versioni i materiali predisposti sul Caprasio sarebbero stati trasportati miracolosamente sul Pirchiriano durante la notte; altre insistono su segni luminosi e sull'intervento degli angeli nella consacrazione del luogo.
Questi episodi appartengono al linguaggio della leggenda di fondazione. Il loro scopo è affermare la scelta divina del sito e spiegare l'autorità spirituale di un santuario costruito in una posizione eccezionale. Non costituiscono una descrizione verificabile delle tecniche di costruzione né un resoconto contemporaneo delle apparizioni. L'iconografia e la devozione hanno comunque mantenuto viva questa narrazione.
Sul piano storico occorre distinguere l'esistenza di luoghi di culto precedenti, la formazione del complesso monastico e le attribuzioni agiografiche. La ricerca archeologica e storica ha discusso la presenza di strutture sacre anteriori alla grande abbazia medievale. Gli studi di Giuseppe Sergi sulle origini della Sacra hanno contribuito a separare la vicenda del santuario dalla costruzione letteraria delle sue origini. Non è quindi corretto affermare senza riserve che Giovanni abbia fondato da solo l'intero complesso oggi visibile.
La tradizione relativa al conte Ugo di Montboissier, detto lo Scucito, appartiene a una fase fondamentale della fondazione e del consolidamento monastico tra X e XI secolo. Il rapporto fra l'iniziativa aristocratica, eventuali cappelle preesistenti e l'opera attribuita all'eremita è stato interpretato diversamente dagli studiosi. La figura di Giovanni può conservare la memoria di una presenza religiosa anteriore o parallela all'istituzione abbaziale, senza che sia possibile assegnargli ogni fase costruttiva.
Il successo del santuario micaelico si spiega anche con la sua posizione all'imbocco della valle di Susa, lungo un'importante direttrice di transito alpino. Il legame con un eremita venerato nel territorio ha favorito una narrazione delle origini capace di unire paesaggio, culto dell'arcangelo e memoria monastica. Tale legame è storicamente significativo come tradizione, indipendentemente dalla verificabilità dei singoli prodigi.
La morte e le diverse date tramandate
La morte di Giovanni Vincenzo è collocata tradizionalmente a Celle, attorno all'anno 1000. Alcune ricostruzioni indicano il 12 gennaio 1000; altre ricordano il 21 novembre. È stata proposta anche la distinzione fra il giorno della morte e una successiva ricorrenza connessa alla scoperta o traslazione delle reliquie. Le testimonianze non permettono tuttavia di trasformare questa soluzione in una certezza cronologica.
La data del 27 novembre, oggi propria della memoria liturgica nella diocesi di Susa, non va confusa con una data di morte documentata. I calendari liturgici registrano la storia della venerazione e possono conservare o riorganizzare commemorazioni che non coincidono con il dies natalis. Il dato sicuro per l'uso ecclesiastico attuale è la celebrazione diocesana del 27 novembre.
La tradizione colloca la prima sepoltura nell'area di Celle. Non sono disponibili elementi sufficienti per descrivere le circostanze del decesso, eventuali ultime parole o miracoli avvenuti nell'ora della morte. Le biografie che arricchiscono questa fase con particolari edificanti devono essere lette nel contesto dei racconti agiografici e non come cronache oculari.
La traslazione a Sant'Ambrogio di Torino
La successiva storia delle reliquie costituisce uno dei nuclei più persistenti della devozione a Giovanni Vincenzo. La tradizione racconta che il corpo, trasferito da Celle verso Sant'Ambrogio di Torino, vi trovò definitiva collocazione perché gli animali che trainavano il carro si fermarono e rifiutarono di proseguire. Il motivo degli animali che scelgono il luogo di sepoltura ricorre in molte leggende di traslazione: esprime la volontà del santo di essere venerato in una determinata comunità, ma non può essere verificato come fatto miracoloso.
La liturgia propria della diocesi di Susa indica per la traslazione il 21 novembre, forse del 1154. Il riferimento cronologico è presentato con prudenza dalla stessa fonte diocesana. La collocazione nel XII secolo è importante perché mostra una fase di consolidamento del culto e di ridefinizione dei suoi luoghi principali. La venerazione a Sant'Ambrogio si affiancò così alla memoria dell'eremitaggio di Celle, dando origine anche a rivendicazioni locali sul possesso delle spoglie.
Presso l'altare che accolse le reliquie fu ricordata un'epigrafe, ancora segnalata in età moderna, contenente una sintesi della vita del santo. Questa testimonianza è rilevante per la storia della memoria locale, ma la sua distanza cronologica dagli eventi impone di non equipararla a un documento del X secolo. Le tradizioni agiografiche possono essersi alimentate proprio di iscrizioni, racconti liturgici e memorie comunitarie successivamente raccolte in un'unica narrazione.
La confraternita e la continuità della devozione
A Sant'Ambrogio di Torino la custodia e la celebrazione del culto sono legate alla Società Abbadia, confraternita la cui origine viene tradizionalmente fatta risalire ai tempi della traslazione. La documentazione storica della sua esistenza, tuttavia, è attestata con sicurezza solo a partire dal XVIII secolo. La differenza fra data tradizionale di fondazione e prime attestazioni documentarie è decisiva per ricostruire correttamente la storia dell'associazione.
Una spiegazione locale collega il ruolo della confraternita alla necessità di proteggere le reliquie da eventuali tentativi di recupero da parte degli abitanti di Celle. Da questa memoria deriva anche l'uso cerimoniale di presenziare armati alla processione. La pratica rappresenta un tratto peculiare della devozione e testimonia il valore identitario attribuito alle spoglie del santo, senza provare automaticamente che tutti gli episodi di contesa tramandati siano realmente accaduti nella forma raccontata.
Il culto di Giovanni Vincenzo si è mantenuto attraverso la liturgia, le processioni, le immagini e la custodia del reliquiario. La sua importanza non dipende esclusivamente dalla soluzione del problema dell'episcopato ravennate: è radicata nella continuità della memoria religiosa di comunità che ne hanno fatto un riferimento stabile della propria storia.
Immagini, culto e lettura storica
L'iconografia locale rappresenta Giovanni Vincenzo in due modi principali. Come eremita richiama il ritiro sul Caprasio; come vescovo, con mitra e pastorale, rende visibile la tradizione che lo identifica con il presule di Ravenna. Tra le testimonianze ricordate figurano un dipinto seicentesco nella cappella ipogea della Sacra e un trittico di Defendente Ferrari nella chiesa superiore. Queste opere sono fonti preziose per la storia del culto e dell'immagine del santo, ma non possono risolvere retroattivamente le questioni biografiche del X secolo.
La celebrazione del 27 novembre nel calendario della diocesi di Susa offre invece un dato ecclesiastico preciso. Il formulario liturgico presenta Giovanni Vincenzo come vescovo ed eremita, ricorda il fiorire della colonia eremitica del Caprasio e usa formule prudenti sull'identificazione con l'arcivescovo ravennate e sul ruolo nella fondazione della Sacra. È un esempio significativo di come la memoria cultuale possa conservare una tradizione senza eliminare le incertezze riconosciute dalla ricerca.
Nella figura di Giovanni Vincenzo convergono dunque la storia dell'eremitismo alpino, le origini complesse di un grande monastero e la formazione di una devozione locale. La parte più solida della ricostruzione riguarda l'ambiente religioso del Caprasio, la persistenza del culto e la sua tradizione liturgica. L'identità episcopale, le modalità della fondazione e numerosi episodi prodigiosi restano questioni da trattare secondo il diverso valore delle fonti.
Biografia
A cura di Damiano Pomi
Il nome di San Giovanni Vincenzo è legato alla fondazione di quell’imponente complesso monumentale che è oggi la Sacra di San Michele, posta sulla vetta del monte Pirchiriano all’imbocco della valle di Susa, scelta come simbolo della regione Piemonte. Secondo la tradizione, diversamente suffragata dalla presenza di documentazione storica, Giovanni Vincenzo fu un discepolo di San Romualdo e venne destinato ad occupare la prestigiosa cattedra episcopale della città di Ravenna. La data della sua elezione ad arcivescovo della città, che già fu una delle capitali dello scomparso impero romano di occidente, si colloca tra il 2 ottobre 982, quando ancora è vivente il suo predecessore Onesto, ed il 16 luglio 983, quando in un documento egli è già ricordato come vescovo della città adriatica. Diversi altri documenti testimoniano, fino all’anno 997, la sua sollecitudine pastorale e l’impegno civile e politico da lui svolto, come la sua carica a quel tempo comportava. La rinuncia all’episcopato da parte di Giovanni Vincenzo avvenne tra l’estate del 997 e la primavera dell’anno successivo quando, il 1 maggio, il suo successore Gerberto, firmò i decreti di un sinodo provinciale da lui presieduto a Ravenna. Ignote sono le reali motivazioni di una tale scelta, forse influenzata, come ipotizzato da alcuni storici, da quella analoga compiuta dal suo maestro spirituale Romualdo, che rinunziò al governo dell’abbazia di Sant’Apollinare in Classe proprio in quel periodo, oppure dal semplice e sincero desiderio di ritirarsi a vita eremitica. Altrettanto oscuri sono i motivi che spinsero Giovanni Vincenzo a scegliere la valle di Susa come luogo del suo eremitaggio. Forse egli fece parte di quel gruppo di persone, tra le quali figura un certo Giovanni Morosini, che accompagnarono San Romualdo nel suo viaggio a Cuxa nel 982 e, percorrendo molto probabilmente la valle, sia rimasto favorevolmente attratto dalla sua bellezza. Luogo del suo primo stanziamento fu il monte Caprasio, sulla sponda orografica sinistra della Dora proprio di fronte al Pirchiriano, presso una selva in cui vi erano dei naturali anfratti ove, insieme ad alcuni compagni, iniziò vita eremitica; sul luogo, che prese poi il nome di Celle, Giovanni Vincenzo costruì una chiesa in onore della Vergine. Successivamente, al santo sarebbe apparso più volte l’arcangelo Michele, cui egli era molto devoto, che gli chiese di edificare in suo onore una cappella, sulla vetta del monte davanti a quello sul quale Giovanni viveva; la leggenda vorrebbe che lo stesso arcangelo abbia aiutato il santo a trasportare sull’impervia montagna il materiale per la costruzione della chiesetta. Storicamente quella che nel tempo diverrà una delle più importanti fondazioni monastiche del Piemonte ed uno dei maggiori centri di pellegrinaggio micaelico, venne fondata dal conte Ugo di Montboisser, detto lo Scucito intorno all’anno 1000, anche se, come studi recenti vanno dimostrando, molto probabilmente già esistevano sul luogo delle cappelle, forse addirittura risalenti all’epoca tardo antica. Non tutti gli storici sono concordi nell’identificare Giovanni Vincenzo con il vescovo di Ravenna di cui testimoniano i documenti, ritenendo ravennati solo le origini dell’eremita che, successivamente, per nobilitarne la figura venne assimilato al più noto personaggio. Al di là delle possibili soluzioni della questione che riguarda l’identità ed il ruolo di Giovanni prima della sua presenza in valle di Susa, è indubbio il culto di cui egli ha goduto fin dal tempo della sua morte, avvenuta a Celle , secondo alcuni il 12 gennaio dell’anno 1000, secondo altri il 21 novembre seguente. Una diversa opinione colloca a gennaio la morte del santo e a novembre la prima traslazione o inventio del suo corpo, di fatto è che quest’ultima data è oggi la maggior ricorrenza del santo, specialmente a Sant’Ambrogio di Susa, dove vennero trasportate le sue reliquie. Tale traslazione è da collocarsi intorno alla metà del XII secolo e si svolse secondo il più ricorrente topos agiografico: i buoi, che trainavano il carro su cui erano state poste le sacre spoglie, giunti in prossimità della chiesa del paese non vollero più proseguire e tale fatto venne interpretato come la volontà del santo di essere deposto in quell’edificio. Presso l’altare in cui fu collocato il corpo del santo, venne sistemata un epigrafe, ancora in loco alla fine del XVII secolo: una sintesi della sua vita cui attinsero gli agiografi che nei secoli si occuparono di Giovanni Vincenzo. Al culto tributato al santo eremita presiede ancor oggi una particolare confraternita detta Società Abbadia, costituitasi, secondo la tradizione poco tempo dopo l’arrivo delle reliquie a Sant’Ambrogio, anche se la sua esistenza è testimoniata dai documenti solo a partire dal XVIII secolo. Sembra che lo scopo iniziale di tale sodalizio fosse quello di impedire il trafugamento delle spoglie, di cui gli abitanti di Celle rivendicavano il possesso; ancor oggi i soci presenziano armati alle cerimonie in onore di San Giovanni Vincenzo, in particolare alla processione con il reliquiario che ne contiene i resti. L’iconografia, diffusa in ambito locale, ritrae il santo sia come eremita, come nel quadro seicentesco esistente nella cappella ipogea della Sacra, sia come vescovo, come nel pregevole trittico di Defendente Ferrari, conservato nella chiesa sovrastante. La sua memoria liturgica è celebrata nella diocesi di Susa il 27 novembre.
Approfondimenti
La Vita e la costruzione della memoria
La Vita Sancti Iohannis Confessoris appartiene al patrimonio narrativo che ha trasmesso l'immagine di Giovanni Vincenzo. Come ogni testo agiografico medievale, va studiata in rapporto alla sua redazione, agli scopi del racconto e al contesto istituzionale che ne ha favorito la circolazione. Il suo interesse è duplice: conserva tradizioni sull'eremita e documenta il modo in cui la comunità religiosa interpretava le proprie origini. La lettura critica non comporta il rifiuto del testo, ma la distinzione fra testimonianza sul culto e prova diretta dei fatti narrati.
Cronologia
- Tra il 982 e il 983: cronologia dell'ascesa alla sede di Ravenna del vescovo Giovanni, la cui identificazione con l'eremita è discussa.
- Seconda metà del X secolo: sviluppo della colonia eremitica del monte Caprasio, attestata dalla tradizione e ricordata nella liturgia diocesana.
- Intorno all'anno 1000: morte tradizionalmente collocata a Celle; giorno esatto non accertato.
- XII secolo, forse 1154: traslazione delle reliquie a Sant'Ambrogio di Torino secondo la memoria locale e la fonte liturgica diocesana.
- Dal XVIII secolo: documentazione sicura dell'esistenza della Società Abbadia.
- 27 novembre: memoria liturgica nella diocesi di Susa.
Valutazione storico-critica
- L'esistenza di una tradizione eremitica sul monte Caprasio e la continuità del culto locale costituiscono elementi distinti dalle narrazioni miracolose.
- L'identificazione di Giovanni Vincenzo con Giovanni di Besate, arcivescovo di Ravenna, è sostenuta da una parte della storiografia, ma resta discussa.
- La partecipazione del santo alle origini della Sacra di San Michele va distinta dalle successive fasi di organizzazione monastica e dalle leggende di fondazione.
- Le date del 12 gennaio e del 21 novembre non sono entrambe dimostrabili come giorni di morte; il 27 novembre è la memoria liturgica diocesana.
- La traslazione delle reliquie e la devozione confraternale sono importanti per la storia del culto; i particolari miracolosi dei racconti non sono verificabili storicamente.
Fonti e bibliografia essenziale
- Diocesi di Susa, Liturgia delle Ore propria, 27 novembre, «San Giovanni Vincenzo, vescovo ed eremita», memoria e nota biografica.
- Giorgio Orioli e Paola Novara (a cura di), Giovanni di Besate (San Giovanni Vincenzo) arcivescovo di Ravenna ed eremita, Fernandel, 2010.
- Giuseppe Sergi, La produzione storiografica di S. Michele della Chiusa. Una cultura fra tensione religiosa e propaganda terrena, Borgone di Susa, Melli, 1983.
- Vita sancti Iohannis Confessoris, in Giuseppe Sergi, La produzione storiografica di S. Michele della Chiusa, Borgone di Susa, Melli, 1983, pp. 44-58.
- Damiano Pomi, «San Giovanni Vincenzo», Santi e Beati, scheda agiografica.
