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L'Aquila, circa 1435 - Convento di San Giuliano, L'Aquila, 7 agosto 1504
Nato intorno al 1435, entrò giovanissimo nel convento di San Giuliano, alle porte della città dell'Aquila, dove trascorse gran parte della propria esistenza. Pur non essendo sacerdote, acquistò fama di santità grazie all'intensa preghiera, alla penitenza, all'umiltà e ai numerosi consigli spirituali richiesti tanto dalla gente semplice quanto da personaggi della nobiltà e della corte aragonese. La tradizione gli attribuì inoltre il dono della profezia e numerosi fatti straordinari, elementi che contribuirono rapidamente alla diffusione del suo culto. Dopo la morte, avvenuta il 7 agosto 1504, la devozione popolare crebbe costantemente fino alla conferma ufficiale del culto da parte di papa Pio VI nel 1787. Ancora oggi il convento di San Giuliano conserva le sue reliquie.
Etimologia: Dal latino Vincentius, cioè 'colui che vince', 'vittorioso'.
Emblema: Abito francescano, bisaccia del questuante, crocifisso, calzolaio, libro, luce celeste, angeli.
Martirologio Romano: All’Aquila, beato Vincenzo, religioso dell’Ordine dei Minori, celebre per umiltà e spirito di profezia.
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Quando nacque Vincenzo, il Regno di Napoli attraversava una fase di profonde trasformazioni politiche e religiose. L'Aquila rappresentava uno dei principali centri dell'Italia centrale e viveva una stagione di intensa vitalità spirituale, favorita soprattutto dalla recente predicazione di san Bernardino da Siena e dalla diffusione della riforma osservante francescana. In questo clima maturò la vocazione del giovane Vincenzo, attratto dall'ideale evangelico della povertà francescana.
L'ingresso tra i Frati Minori Verso i quattordici anni entrò nel convento di San Giuliano, fondato dal beato Giovanni da Stroncone. Terminato il noviziato, emise la professione religiosa come fratello laico. Non ricevette gli ordini sacri, scegliendo invece la via del servizio nascosto, conforme allo spirito più autentico della tradizione francescana. Per molti anni visse in una piccola capanna nei boschi del convento, dedicando gran parte delle giornate alla contemplazione e alla preghiera silenziosa. Lasciava il proprio rifugio soltanto per svolgere gli incarichi affidatigli dalla comunità.
Il lavoro umile Tra gli incarichi che gli furono affidati vi fu quello di calzolaio, probabilmente il mestiere che aveva imparato prima dell'ingresso in convento. Le fonti francescane insistono sul fatto che svolgesse ogni attività con estrema precisione e spirito di servizio, considerandola una forma concreta di obbedienza e di preghiera. I superiori notarono tuttavia che le sue penitenze rischiavano di compromettere la salute e decisero quindi di affidargli anche l'ufficio della questua, così da moderare l'eccessivo rigore ascetico attraverso un'attività a contatto con il popolo.
Uomo di contemplazione Le testimonianze più antiche descrivono Vincenzo come un religioso profondamente immerso nella contemplazione. Fra Marco da Lisbona racconta che durante la preghiera cadeva frequentemente in estasi e rimaneva completamente assorto nella meditazione dei misteri divini. Tali racconti appartengono alla tradizione agiografica francescana e riflettono la fama di santità che il religioso godeva già pochi anni dopo la morte.
I trasferimenti Nel corso della vita religiosa fu inviato dapprima nel convento francescano di Penne e successivamente in quello di Sulmona, dove rimase circa dieci anni. In seguito ritornò definitivamente a San Giuliano, il convento che sarebbe rimasto il centro della sua attività spirituale fino alla morte.
Consigliere di umili e potenti La fama della sua saggezza superò rapidamente i confini dell'Abruzzo. Secondo le fonti contemporanee e la tradizione francescana, si rivolgevano a lui non soltanto contadini e cittadini, ma anche membri della corte aragonese, tra cui il principe di Capua e la regina Giovanna d'Aragona, seconda moglie di Ferdinando I di Napoli. La tradizione gli attribuisce inoltre una celebre profezia riguardante il futuro regno del duca di Calabria. Pur non essendo verificabile con certezza sul piano storico, questo episodio testimonia la grande autorevolezza spirituale che gli veniva riconosciuta.
Il rapporto con la beata Cristina Ciccarelli Fra le persone maggiormente influenzate dal suo esempio vi fu Mattia Ciccarelli di Lucoli, futura beata Cristina. La giovane riconobbe in Vincenzo una guida spirituale decisiva per la propria vocazione religiosa. La tradizione racconta che al momento della morte del frate vide in visione la sua anima accompagnata dagli angeli verso il cielo, mentre il bosco di San Giuliano appariva straordinariamente illuminato. Da questo episodio nacque l'antica consuetudine dell'illuminazione del convento nella vigilia della sua festa.
Gli ultimi anni Negli ultimi anni della vita fu afflitto dalla gotta e dalle inevitabili conseguenze delle numerose penitenze praticate durante la giovinezza. Morì serenamente nel convento di San Giuliano la sera del 7 agosto 1504, all'età di circa sessantanove anni. La sua fama di santità era ormai consolidata e il popolo iniziò subito a venerarne la memoria.
Il culto La venerazione nei confronti del beato Vincenzo si sviluppò immediatamente dopo la morte. Le fonti documentano che già nel primo decennio del XVI secolo egli era ricordato come operatore di miracoli. Poco dopo fu rinvenuto il suo corpo incorrotto, evento che contribuì ulteriormente alla crescita della devozione popolare. Nel corso del Seicento le reliquie furono collocate in una nuova urna lignea all'interno della chiesa conventuale di San Giuliano, dove sono tuttora conservate. Il culto ricevette il riconoscimento ufficiale il 19 settembre 1787, quando papa Pio VI ne confermò la venerazione liturgica. Il suo nome è oggi iscritto nel Martirologio Romano al 7 agosto. Autore: Giampietro Cattini
Vincenzo è ricordato nel Martirologio Francescano il 7 agosto. Nacque verso il 1435 ed entrò, sui quattordici anni, tra i Frati Minori nel convento di S. Giuliano, fondato dal beato Giovanni da Stroncone, presso le porte della città aquilana. Ammesso subito al noviziato, e compiutolo coi voti solenni, passò i primi anni della vita conventuale ritirato in una capanna nella selva del convento, che lasciava solo per l'adempimento degli uffici affidatigli, specialmente quello di calzolaio, forse suo mestiere di origine. Ma tanta era la sua applicazione alla preghiera che, di lui, fra' Marco da Lisbona lasciò scritto che era «astratto, elevato in aria et era il suo corpo così privo di sensi come se fosse morto». I superiori, vedendolo così esemplare, ed anche per distoglierlo dall'eccessiva sua mortifìcazione, lo avviarono alla questua. Tra le anime che si ispirarono alla sua santità, va ricordata la giovinetta Mattia Ciccarelli di Lucoli, divenuta poi agostiniana in Aquila col nome di suor Cristina, ed oggi venerata sugli altari col titolo di beata. Vincenzo venne mandato, in seguito, al convento di Penne e, per dieci anni, a quello di Sulmona, per fare quindi definitivo ritorno a S. Giuliano. Con lui furono in relazione per consigli, il principe di Capua, la regina Giovanna, seconda moglie di Ferdinando I, e sorella di Ferdinando il Cattolico, re di Spagna. Predisse il reame al duca di Calabria, primogenito di Ferdinando I d'Aragona. Travagliato dalla gotta e dagli stenti, nonché dall'età, morì la sera del 7 agosto 1504 a sessantanove anni. La beata Cristina ne vedeva l'anima, portata dagli angeli, salire al cielo mentre la selva di S. Giuliano era tutta una gran luce. Da qui la consuetudine annuale dell'illuminazione del convento e di parte della selva, la sera del 6 agosto e cioè la vigilia della sua festa. Vincenzo è sepolto nella chiesetta di S. Giuliano, e il suo corpo incorrotto è racchiuso in artistica urna. Il suo culto fu confermato da Pio VI, il 19 settembre 1787.
Autore: Rocco Guerini
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