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Castellammare di Stabia, Napoli, inizi del XIV sec. - Gaza, Palestina, 8 agosto 1364
Originario della città campana di Castellammare di Stabia, abbracciò la regola dei Frati Minori con uno zelo che lo portò a scegliere la via più ardua: l'evangelizzazione in Terra Santa. In un'epoca in cui la presenza cristiana in Palestina era tollerata ma costantemente minacciata dal dominio mamelucco, la sua testimonianza di fede si trasformò in un atto di coraggio estremo. Arrestato a Gaza mentre predicava il Vangelo, rifiutò con fermezza ogni invito all'apostasia, preferendo il martirio alla rinuncia della propria identità cristiana. La tradizione agiografica, supportata da cronache storiche francescane, ricorda la sua morte crudele, avvenuta nel 1364, e la distruzione delle sue spoglie per impedire la venerazione delle reliquie.
Etimologia: Dal germanico Willahelm, composto da wil (volontà, desiderio) e helm (elmo, protezione), con il significato di 'colui che protegge con la volontà' o 'elmo di volontà'.
Emblema: Abito francescano, palma del martirio, breviario, talvolta la sega.
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Le notizie biografiche sulle origini di Guglielmo sono frammentarie, come spesso accade per i religiosi di umili natali nel Medioevo. La tradizione locale e gli studi agiografici collocano la sua nascita a Castellammare di Stabia, nell'attuale provincia di Napoli, agli inizi del XIV secolo, con alcune fonti che indicano probabilemente l'anno 1311. Cresciuto in un contesto territoriale segnato dalla profonda spiritualità francescana, il giovane Guglielmo decise di abbracciare la vita religiosa nell'Ordine dei Frati Minori. Il convento di riferimento per la sua formazione fu probabilmente quello di San Francesco nella sua città natale, allora parte della Provincia di Terra di Lavoro. Qui maturò non solo la conoscenza della Regola, ma anche quel forte slancio missionario che caratterizzava una parte significativa del francescanesimo trecentesco, erede diretto dell'esperienza di san Francesco d'Assisi in Egitto nel 1219.
La missione in Terra Santa Spinto dal desiderio di annunciare il Vangelo nelle terre della predicazione di Cristo, fra Guglielmo si unì al flusso di missionari che raggiungevano la Terra Santa. Nel XIV secolo, la regione era sotto il controllo del Sultanato mamelucco. La presenza francescana, custode dei Luoghi Santi, era garantita da fragili accordi politici, ma i frati che si dedicavano alla predicazione diretta tra la popolazione musulmana operavano in una zona di estremo pericolo. Guglielmo raggiunse la Palestina via mare, stabilendosi nella zona di Gaza. La sua attività apostolica non si limitò alla cura dei pellegrini cristiani, ma assunse un carattere pubblico e provocatorio per le autorità locali: egli annunciava apertamente la fede cristiana, mettendone in discussione le verità fondamentali dell'Islam. Questo approccio, sebbene rischioso, era considerato da alcuni missionari dell'epoca come l'unica forma di testimonianza possibile, un atto di coraggio volto a scuotere le coscienze.
L'arresto e il martirio a Gaza Le cronache francescane, tra cui gli Annales di Wadding e gli studi successivi di padre Francesco Cassini da Perinaldo, riportano che l'attività di fra Guglielmo attirò presto l'attenzione delle autorità. Intorno al 1355, il frate fu arrestato e imprigionato a Gaza. Durante una lunga detenzione, fu sottoposto a pressioni psicologiche, minacce e promesse nel tentativo di indurlo all'apostasia. La fermezza della sua risposta, che rifiutava ogni compromesso sulla propria fede, segnò inevitabilmente il suo destino. Il martirio si consumò nell'anno 1364, nella data ricordata l'8 agosto. Secondo la tradizione agiografica, la condanna fu eseguita con estrema crudeltà: Guglielmo fu segato in due parti verticalmente davanti a una folla. Prima di morire, stringendo il proprio breviario, avrebbe esclamato parole di lode a Dio per la grazia del martirio. Alcuni resoconti suggeriscono che la sua testimonianza di fede abbia toccato alcuni dei presenti, portando a conversioni.
La distruzione delle spoglie e la memoria storica Per impedire che il luogo dell'esecuzione o le spoglie del frate diventassero meta di pellegrinaggio e venerazione da parte dei cristiani, le autorità ordinarono che il suo corpo fosse bruciato insieme al breviario con cui recitava la Liturgia delle Ore. Questa pratica, volta a cancellare ogni traccia fisica del martire, era comune nelle persecuzioni in terra islamica. La memoria di beato Guglielmo rimase viva principalmente all'interno dell'Ordine francescano, trasmessa attraverso i martirologi dell'Ordine. Per secoli, la sua figura rischiò di cadere nell'oblio, fino a quando, nel 1977, padre Anselmo Paribello pubblicò una ricerca approfondita dal titolo Beato Guglielmo da Castellammare. Martire 1364, restituendo alla storia civile e religiosa la figura di questo coraggioso missionario meridionale. Il suo culto come beato e martire è confermato dalla Chiesa in virtù del martirio in odium fidei, senza necessità di un processo formale di canonizzazione.
Il contesto del martirio francescano in Terra Santa Il sacrificio di beato Guglielmo si inserisce in una lunga scia di sangue che ha caratterizzato la presenza francescana in Terra Santa. Già nel 1220, san Francesco aveva inviato i primi martiri in Marocco, seguiti da molti altri nei secoli successivi. La figura di Guglielmo si distingue per essere uno dei rari martiri francescani di origine meridionale italiana documentati in quel periodo storico, testimoniando come la spinta missionaria attraversasse tutte le regioni della penisola. Autore: Enrico Quiri
Il Francescanesimo, sin dai primi tempi ebbe come uno degli obiettivi, l’evangelizzazione del mondo islamico; quindi già s. Francesco si recò nel 1219 in Palestina, dopo due tentativi andati a vuoto, presentandosi al sultano Al-Malik al Kamil, instaurando un contatto interessante, che rivelava dopo le secolari lotte fra saraceni e cristiani, la possibilità almeno da parte cristiana, di un dialogo dell’amore fra le due grandi religioni, per le comuni origini in Abramo. Anche uno dei primi discepoli di Francesco, il dotto e taumaturgo s. Antonio di Padova, tentò nel 1220 di recarsi in Africa Settentrionale fra i saraceni, ma una tempesta lo fece naufragare in Sicilia. Ma già agli inizi del 1220 ci furono i primi martiri francescani per mano degli islamici; s. Francesco inviò come missionari cinque frati nella Spagna occupata dai musulmani, i santi Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto, Ottone. Essi presero a predicare nelle moschee e per questo condannati a morte dal sultano; poi furono graziati e come tanti altri cristiani della regione, inviati in Marocco ai lavori forzati. I coraggiosi frati continuarono però a predicare il Vangelo; di nuovo imprigionati, furono flagellati e infine decapitati il 16 gennaio 1220. Dopo di loro tanti altri francescani, persero la vita nel tentativo di diffondere il Vangelo nell’ostico e chiuso mondo musulmano, già nel 1227 ci furono in Marocco altri sette martiri francescani, i santi Daniele e compagni; anche altri Ordini portarono il loro contributo di sangue per la conversione dei saraceni, che è bene ricordare spadroneggiavano con sanguinose incursioni sulle coste del Mediterraneo, depredando, uccidendo, rapendo donne e uomini ridotti in schiavitù, tutto in nome di una ‘guerra santa’ in nome di Allah. L’Ordine Mercedario si distinse in quel triste periodo, per il riscatto dei cristiani dalla schiavitù in terra araba e molti di loro morirono martiri fra inauditi tormenti. Questa era la situazione di quei secoli di terrore e la Terra Santa era occupata dai musulmani, ciò generò il fenomeno delle ‘Crociate’, che acuì ancor di più il contrasto ideologico e gli scontri sanguinosi fra il mondo cristiano e quello musulmano, con eccessi da ambo le parti. In questo contesto storico-religioso, si inserisce la vicenda del frate Minore Francescano, il beato Guglielmo da Castellammare di Stabia, originario appunto della bella, storica, ricca di acque termali, città del Golfo di Napoli. Purtroppo non ci sono pervenute sufficienti notizie; missionario anche lui in Palestina, annunziava pubblicamente il Vangelo, accusando coraggiosamente di falsità la religione musulmana; forse all’epoca non c’era altro modo di fare apostolato, se non quello di fare queste pubbliche sortite, che evidentemente colpivano per il coraggio dimostrato. Naturalmente fu arrestato e durante la detenzione si cercò di farlo apostatare con minacce e promesse, non risulta che fosse torturato, come successo per tanti altri; alla fine subì il martirio nel 1364 a Gaza (a quanto pare segato in due). Il suo corpo fu bruciato insieme al breviario con cui recitava le preghiere canoniche; i corpi dei martiri venivano bruciati affinché non si creasse un culto delle reliquie fra i cristiani, culto che gli islamici vedevano come il fumo negli occhi. Il beato Guglielmo è ricordato l’8 agosto.
Autore: Antonio Borrelli
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