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† Monte Massico, presso Carinola, Caserta, intorno al 580
La sua fama deriva dai Dialoghi di san Gregorio Magno, che lo presenta come un uomo di intensa preghiera, dedito alla penitenza e al completo distacco dal mondo. Visse per molti anni in una stretta grotta sul Monte Massico, in Campania, conducendo un'esistenza solitaria fatta di digiuno, silenzio e contemplazione. La tradizione lo pone in relazione con san Benedetto da Norcia, il quale lo incontrò dopo il proprio arrivo a Montecassino e lo esortò ad abbandonare una dura penitenza volontaria per affidarsi piuttosto alla libertà interiore donata da Cristo. Gregorio riferisce inoltre numerosi episodi ritenuti miracolosi, sempre presentati come testimonianze raccolte da persone che avevano conosciuto personalmente l'eremita. Il suo culto è rimasto vivo soprattutto nel territorio del Monte Massico e a Carinola, che lo venera come patrono.
Patronato: Carinola (CE)
Etimologia: Martino deriva dal latino Martinus, cioè 'consacrato a Marte', antica divinità romana della guerra.
Emblema: Grotta, catena spezzata, croce, serpente, secchio, monte.
Martirologio Romano: Sul monte Massico in Campania, san Martino, che condusse vita solitaria e rimase per molti anni recluso in un angustissimo speco.
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Le notizie sulla vita di san Martino provengono quasi esclusivamente dal libro III dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Il pontefice precisa di aver raccolto le informazioni da persone degne di fede e da testimoni che avevano conosciuto direttamente l'eremita, oltre che dal suo predecessore papa Pelagio II. Per questo motivo gli studiosi considerano l'esistenza storica di Martino sostanzialmente certa, mentre alcuni episodi straordinari appartengono al genere letterario agiografico e sono letti come espressione della spiritualità del tempo.
Origini e scelta della vita eremitica Secondo la tradizione Martino apparteneva a una famiglia nobile romana o comunque laziale. Alcune fonti riportano che il suo nome originario fosse Marco oppure Marzio e che l'appellativo Martino gli sia stato attribuito successivamente da Gregorio Magno. Nato probabilmente intorno all'anno 500, abbandonò molto giovane ogni prospettiva mondana per ritirarsi sul Monte Massico, antica altura della Campania settentrionale già frequentata da asceti e monaci.
L'incontro con san Benedetto Quando san Benedetto lasciò Subiaco per fondare il monastero di Montecassino, nel 529, trovò Martino già stabilito sul vicino Monte Massico. I due santi trascorsero insieme un periodo di preghiera e di dialogo spirituale, pur seguendo vocazioni differenti. Benedetto stava dando forma alla vita cenobitica, mentre Martino preferiva rimanere nella completa solitudine. L'episodio più celebre riguarda la pesante catena di ferro con cui Martino aveva legato una caviglia alla roccia della sua grotta per impedire a sé stesso di abbandonare il luogo dell'ascesi. Benedetto gli fece giungere questo messaggio: Se sei servo di Dio, ti trattenga la catena di Cristo, non una catena di ferro. L'eremita accolse immediatamente il consiglio e si liberò della catena, che in seguito donò come ferro da riutilizzare per un secchio del monastero. L'episodio è considerato un significativo insegnamento sul primato dell'obbedienza e della libertà interiore rispetto alle mortificazioni esteriori.
Una vita di solitudine e preghiera Martino trascorse decenni in una piccola grotta, dedicandosi alla contemplazione, al digiuno e alla penitenza. I fedeli della zona gli portavano il necessario per vivere, mentre egli offriva consiglio spirituale e preghiera. Gregorio racconta che Dio avrebbe più volte manifestato la propria protezione nei suoi confronti, provvedendo anche all'acqua necessaria quando questa veniva a mancare.
Il serpente e la vittoria spirituale Tra gli episodi più noti dei Dialoghi figura quello del grande serpente che, secondo il racconto di Gregorio, avrebbe condiviso quotidianamente la grotta dell'eremita per circa tre anni senza arrecargli alcun danno. L'episodio è tradizionalmente interpretato come simbolo della vittoria del santo sulle tentazioni e sulle forze del male piuttosto che come semplice cronaca di un fatto naturale.
Gli ultimi anni Martino rimase fedele alla propria vocazione eremitica fino alla morte, avvenuta probabilmente intorno al 580. La sua fama di santità si diffuse rapidamente in tutta la Campania e contribuì alla valorizzazione del Monte Massico quale luogo di vita ascetica. Autore: Giampietro Cattini
Nobile romano o comunque laziale, si chiamò Marco, o Marzio, da cui venne poi il nome di Martino, datogli da S. Gregorio Magno che nei suoi Sermoni elogiò la santità e la grandezza di questo umile seguace di Cristo. Nacque intorno all’anno 500. Si desume ciò dal fatto che quando nell’anno 529 S. Benedetto si trasferì da Subiaco a Montecassino, trovò già sul posto questo giovane eremita, che aveva dai 25 ai 30 anni. Difatti Martino aveva scelto la montagna sovrastante Cassino come luogo di preghiera e di penitenza. Solitario abitava in un anfratto di roccia quando lo raggiunse S. Benedetto. Insieme digiunarono e pregarono per un po’ di tempo, ma non concordarono sul sistema di vita: mentre S. Benedetto voleva unire alla preghiera e alla penitenza anche l’apostolato a favore dei pastori e della povera gente che abitava in quelle case sperdute, S. Martino prediligeva la vita di solitario, eremita, dedicandosi solo alla lode perenne a Dio.. Cosicché non andando d’accordo, decisero di separarsi. S. Benedetto rimase a Montacassino, S. Martino emigrò ancora e scelse come suo luogo di preghiera Monte Massico, nella terra di Falerno, tra le contee di Carinola e di Mondragone. Trovò un anfratto di roccia, che adattò come sua cella, e tutto il giorno Martino lo passava tra preghiere, penitenze e contemplazione, rimanendo in contatto con S. Benedetto. Per rendere più dura la sua penitenza S. Martino si legò una catena al piede, fissando l’altro capo ad un ceppo di pietra e visse così per quasi tre anni. Fu poi S. Benedetto a pregarlo di sciogliersi da quella catena, bastandogli essere incatenato a Cristo per amore. S. Martino obbedì, pur continuando in una vita di estrema mortificazione e penitenza. Il Papa S. Gregorio Magno ricorda i miracoli operati in vita da S. Martino. E la fama della santità di Martino era sempre più diffusa tra la gente dei circostanti villaggi, per cui varie persone, a gruppi spesso, andavano per chiedere preghiere ed essere benedetti dal Santo eremita. Santo taumaturgico. Ma Santo eccezionale per spirito di preghiera e penitenza. Alla fascinosità di corti imperiali o di corti di ricchi e potenti, contrappone la spelonca oscura di un monte solitario, sul quale si consuma, come un olocausto, l’umanità e la santità di questo eroe cristiano, che rifulgerà nel tempo e nei secoli successivi. Ammirazione popolare e desiderio di imitazione che portarono intorno a Martino altri giovani che man mano formano con Lui una piccola comunità che cresce anno per anno e Martino li assunse quali suoi discepoli, per i quali costruì delle celle per abitazione e una Chiesa per la preghiera comune. Martino diviene Padre. Abate di questa nuova comunità che fiorisce intorno a Lui, sul Monte Massico. E sono i suoi Monaci che lo sostengono nel periodo di debolezza fisica che lo porterà all’incontro col Signore che viene. E così quando il 3 agosto dell’anno 580 Martino chiuse gli occhi a questa terra, i Suoi Monaci seppellirono il suo corpo nella Chiesa del Monastero, dove rimase alla venerazione dei fedeli fino al 26 giugno 1094, quando S. Bernardo Vescovo di Carinola raccolse i resti del Santo per portarli nel Duomo di Carinola, da lui costruito. Ed il Signore veglia sul corpo di S. Martino che altri volevano rimuovere da Monte Massico. Vari Vescovi del circondario ed anche autorità civili avevano più volte tentato di impossessarsi del corpo di S. Martino per portarlo nelle loro Chiese. Ma ogni tentativo era sempre andato male, perché come si avvicinavano alla Chiesa avvenivano dei segni straordinari:terremoti o temporali violenti per cui dovevano desistere dall’impresa. Vi tentò invano anche il Principe di Benevento, (758-787), ma il Santo non volle e fece tremare la terra per cui tutti tornarono indietro spaventati. I Saraceni tra l’anno 840-881 si preparavano ad assalire e a saccheggiare il Monastero.Ma Martino appare ai suoi Monaci (circa 300), si unisce a loro per sconfiggere i Saraceni, che nel trambusto della battaglia, lasciarono circa 2000 morti. Bernardo, da autentico carinolese, aveva un culto speciale a S. Martino, eremita del Monte Massico. Così che appena la Cattedrale fu coperta, Bernardo volle arricchirla trasferendovi le reliquie di S. Martino, che Egli stesso proclamò Patrono della Città e Diocesi di Carinola. E così organizzò un grande pellegrinaggio ed il mattino del 26 giugno 1094, seguito dal clero, dalle autorità e dal popolo raggiunse il Cenobio di Monte Massico e con le sue mani raccolse le reliquie ossee di S. Martino, le sigillò in un’urna di marmo, e tra canti e preghiere, ridiscese il Monte Massico e translò la sacre reliquie nella nuova Cattedrale. Il Monastero, dunque, dal VI secolo fu attivo fino al X secolo e forse anche oltre.
Autore: Giovanni Iannettone
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