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Urbino, 1434 - Pesaro, 8 settembre 1478
Nata a Urbino nel 1434 nella prestigiosa famiglia dei Montefeltro, Sveva Feltria fu figlia di Guidantonio, conte di Urbino, e di Caterina Colonna, nipote di papa Martino V. Rimasta orfana ancora bambina, fu coinvolta nelle complesse vicende delle signorie italiane del Quattrocento e nel 1448, appena adolescente, sposò per procura Alessandro Sforza, signore di Pesaro. Il matrimonio, inizialmente inserito nelle strategie dinastiche dell'epoca, si trasformò presto in una dolorosa esperienza. Durante le frequenti assenze del marito per le campagne militari, Sveva contribuì alla gestione della signoria e all'educazione dei figli di primo letto di Alessandro. In seguito fu coinvolta in accuse di adulterio e di complotto politico, la cui fondatezza fu contestata nel corso della successiva causa di beatificazione. Nel 1457 entrò nel monastero delle Clarisse del Corpus Domini di Pesaro e assunse il nome di Serafina. Quella che era nata come una condizione imposta dalle circostanze divenne progressivamente una scelta consapevole di vita religiosa. Per oltre vent'anni visse secondo la Regola di santa Chiara, distinguendosi per umiltà, carità e attenzione alle consorelle, fino a essere eletta badessa nel 1475. Morì a Pesaro l'8 settembre 1478. Il culto sviluppatosi dopo la morte fu riconosciuto da Benedetto XIV il 17 luglio 1754. Il suo elogio nel Martirologio Romano ricorda soprattutto le avversità della vita coniugale e la fedeltà con cui, nella vita religiosa, seguì la Regola di santa Chiara.
Patronato: Compatrona di Pesaro.
Etimologia: Dall'ebraico serafim, 'ardenti, infiammati', con riferimento agli esseri celesti della tradizione biblica.
Emblema: Abito di clarissa, velo e gli attributi propri della religiosa; nelle raffigurazioni può comparire con il libro della Regola o altri simboli della vita monastica.
Martirologio Romano: A Pesaro, beata Serafina Sforza, che affrontò nella vita coniugale molte avversità e, rimasta vedova, trascorse in grande umiltà i restanti anni della sua vita seguendo la regola di santa Chiara.
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Sveva Feltria nacque a Urbino nel 1434, ultima figlia legittima di Guidantonio da Montefeltro e di Caterina Colonna. La madre apparteneva a una delle più importanti famiglie dell'aristocrazia romana ed era nipote di papa Martino V. Il padre, conte di Urbino, apparteneva alla dinastia che avrebbe dato alla storia italiana il celebre Federico da Montefeltro. L'infanzia di Sveva fu segnata molto presto dalla perdita dei genitori. Caterina Colonna morì nel 1438, quando la figlia era ancora bambina; Guidantonio morì nel 1443. La piccola rimase quindi inserita in una complessa rete di tutela familiare, determinata anche dagli equilibri politici della corte urbinate. Nel 1444 morì violentemente anche il fratello Oddantonio, primo duca di Urbino, ucciso durante una congiura. Il potere passò al fratellastro Federico da Montefeltro, futuro duca e celebre condottiero e mecenate. La vicenda familiare di Sveva si intrecciava così fin dall'infanzia con le lotte e le trasformazioni politiche dell'Italia centrale del Quattrocento. Nel marzo 1446 Sveva fu trasferita a Roma, dove rimase per oltre un anno presso lo zio materno, il cardinale Prospero Colonna. Qui ricevette una formazione adeguata al suo rango, prima di essere destinata a un matrimonio politicamente conveniente.
Il matrimonio con Alessandro Sforza Il candidato scelto per Sveva fu Alessandro Sforza, signore di Pesaro, fratello del più potente Francesco Sforza, duca di Milano. Alessandro era vedovo di Costanza Varano e aveva già due figli, Battista e Costanzo. Il matrimonio fu celebrato per procura il 9 gennaio 1448. Sveva raggiunse personalmente Pesaro soltanto il 1° settembre dello stesso anno. Era ancora molto giovane, mentre Alessandro aveva circa quarant'anni. La differenza d'età e il carattere politico dell'unione riflettevano le consuetudini delle grandi famiglie signorili italiane. Il matrimonio non diede figli. Alessandro era frequentemente lontano da Pesaro, impegnato nelle guerre che caratterizzavano la politica dei condottieri italiani. In particolare partecipò alle vicende militari legate alla conquista del ducato di Milano da parte del fratello Francesco. Durante le assenze del marito, Sveva assunse responsabilità non trascurabili nella vita della signoria. Si occupò degli affari di corte e dell'educazione dei figli di primo letto di Alessandro, Battista e Costanzo. La sua posizione non era quindi quella di una semplice presenza dinastica, ma quella di una donna appartenente alla famiglia regnante e chiamata a svolgere compiti di responsabilità.
Le accuse e la crisi coniugale La parte più drammatica della vita di Sveva riguarda la crisi del matrimonio con Alessandro Sforza. Le fonti tradizionali riferiscono di accuse di adulterio, di complotti politici e persino di un presunto tentativo di avvelenamento del marito. Questi episodi devono tuttavia essere presentati con cautela. Le accuse non possono essere considerate fatti definitivamente accertati. Le fonti relative alla causa di beatificazione sostennero infatti la sostanziale infondatezza delle imputazioni rivolte a Sveva e interpretarono la sua vicenda coniugale alla luce delle ingiustizie che avrebbe dovuto sopportare. Anche l'Arcidiocesi di Pesaro ricorda che nel processo le accuse di adulterio furono considerate di parte. La situazione divenne comunque insostenibile. Secondo la tradizione agiografica, Alessandro arrivò a progettare l'eliminazione della moglie e a ricorrere a tentativi di avvelenamento e violenze fisiche. Al di là dei particolari più difficili da verificare, è documentato il dato fondamentale che Sveva fu allontanata dalla corte e indirizzata verso la vita monastica. La vicenda va compresa anche nel contesto della politica signorile del Quattrocento, nella quale i matrimoni, le successioni, le alleanze familiari e i rapporti tra le diverse casate erano strettamente collegati. Le vicende personali di Sveva si svolsero infatti sullo sfondo delle rivalità tra Montefeltro, Sforza, Malatesta e Colonna.
Dal palazzo al monastero Nel 1457 Sveva entrò nel monastero delle Clarisse del Corpus Domini di Pesaro. Per poter compiere il passo decisivo della professione religiosa fu necessaria una dispensa della Santa Sede, ottenuta durante il pontificato di Callisto III. Alla fine di agosto dello stesso anno pronunciò la professione religiosa e assunse il nome di Serafina. Le fonti locali presentano l'ingresso come conseguenza delle difficili vicende matrimoniali; la sua successiva esistenza dimostra però che la condizione inizialmente subita si trasformò in una scelta religiosa profondamente interiorizzata. Il passaggio dalla corte al monastero rappresenta il momento decisivo della sua biografia. Sveva, cresciuta in un ambiente aristocratico e coinvolta negli equilibri politici delle signorie italiane, trascorse il resto della vita in una comunità religiosa caratterizzata dalla clausura, dalla preghiera, dal lavoro e dalla fraternità. Non è necessario leggere questa trasformazione soltanto come una fuga dalle difficoltà. La tradizione relativa a Serafina insiste soprattutto sulla progressiva maturazione della sua vita spirituale. La sua figura divenne significativa proprio perché seppe trasformare una vicenda personale dolorosa in un'esistenza orientata al servizio della comunità.
La clarissa Nel monastero del Corpus Domini Serafina visse per circa vent'anni. Le fonti agiografiche la ricordano per l'umiltà, la carità e l'assistenza alle consorelle, soprattutto alle più bisognose e alle malate. Il Martirologio Romano, con una formulazione estremamente sobria, concentra il significato della sua esistenza su due elementi: le molte avversità affrontate nella vita coniugale e gli anni successivi trascorsi nell'umiltà secondo la Regola di santa Chiara. Questa sintesi è particolarmente significativa perché evita di costruire la santità di Serafina soltanto intorno alle sofferenze subite. Il centro della sua esperienza religiosa fu infatti la lunga fedeltà alla vita claustrale. La comunità riconobbe progressivamente in lei una figura di riferimento. La sua esperienza precedente, maturata nella vita di corte, non scomparve completamente: le capacità di governo e di relazione acquisite negli anni giovanili poterono essere messe a servizio della comunità monastica. Nel 1475 le consorelle la elessero badessa. Aveva allora circa quarant'anni. L'incarico conferma la stima raggiunta all'interno del monastero e rappresenta l'ultima fase della sua vita, caratterizzata da responsabilità, prudenza e servizio.
La riconciliazione con Alessandro Un episodio particolarmente significativo della tradizione relativa a Serafina riguarda il rapporto con il marito dopo la separazione. Alessandro Sforza morì nel 1473. Prima della morte, secondo le fonti locali, si recò al monastero per riconciliarsi con la moglie e riconoscere i propri torti. La tradizione riferisce inoltre che tornò successivamente da Serafina per chiederle consiglio e sostegno spirituale. Il particolare ha un valore che va oltre la vicenda familiare. La donna che era stata accusata e allontanata dalla corte divenne, negli ultimi anni del marito, una persona dalla quale egli stesso cercò consiglio. È però opportuno non trasformare questo episodio in una scena edificante priva di riscontri. Le fonti locali lo conservano come elemento importante della memoria della beata, ma i particolari del rapporto tra i due negli ultimi anni devono essere mantenuti nel quadro della tradizione agiografica.
Gli ultimi anni e la morte Serafina continuò a guidare la comunità delle Clarisse fino alla morte. Morì a Pesaro l'8 settembre 1478. Aveva trascorso nel monastero circa ventuno anni. La sua morte fu seguita da una venerazione che si sviluppò all'interno della comunità religiosa e successivamente nella città. Il culto non nacque quindi soltanto molti secoli dopo la sua morte. La tradizione locale conserva infatti la memoria di una venerazione sviluppatasi già presso le consorelle e poi consolidatasi nella comunità pesarese.
Il culto e la beatificazione La memoria di Serafina si mantenne viva a Pesaro per secoli. Nel Settecento venne avviato il procedimento per il riconoscimento ecclesiastico del culto. Secondo la documentazione locale, il processo fu aperto nel 1748 dal vescovo di Pesaro Luigi Umberto Radicati. La documentazione raccolta comprendeva testimonianze sulla vita della religiosa, sulla sua fama di santità e sui miracoli attribuiti alla sua intercessione. La causa giunse a conclusione nel 1754. Il 17 luglio di quell'anno papa Benedetto XIV confermò il culto di Serafina Sforza e ne riconobbe ufficialmente il titolo di beata. La sua vicenda rientra dunque tra quelle figure il cui culto preesistente venne riconosciuto dalla Santa Sede. La documentazione relativa alla causa comprendeva anche un fascicolo dedicato ai miracoli attribuiti all'intercessione della beata e materiali relativi alla sua storia e alla sua iconografia. Serafina non fu canonizzata e il suo titolo ecclesiale rimane pertanto quello di beata. La sua memoria è inserita nel Martirologio Romano all'8 settembre. Il testo ufficiale ne riassume la vicenda sottolineando le avversità della vita coniugale e la successiva vita di umiltà secondo la Regola di santa Chiara.
Le reliquie La memoria materiale di Serafina è strettamente legata alla storia religiosa di Pesaro. Il monastero del Corpus Domini, dove la beata aveva vissuto, fu soppresso nel 1810. In quell'occasione le reliquie di Serafina furono trasferite insieme a quelle della beata Felice Meda nella Cattedrale di Pesaro. L'Arcidiocesi ricorda che la traslazione avvenne nella notte tra il 3 e il 4 settembre 1810. Nella Cattedrale le reliquie sono oggi conservate nella Cappella delle Beate, insieme alla memoria degli altri beati legati alla storia religiosa della città. La stessa Arcidiocesi indica esplicitamente l'urna della beata Serafina tra quelle conservate nella cattedrale. La presenza delle sue reliquie nel duomo costituisce uno degli elementi più importanti della continuità del culto pesarese.
Serafina e la città di Pesaro Il legame tra Serafina e Pesaro è particolarmente forte. La città fu il luogo della sua vita matrimoniale, ma soprattutto quello della sua lunga esperienza claustrale, della sua morte e della successiva formazione del culto. Per questo la beata appartiene pienamente alla storia religiosa pesarese. L'Arcidiocesi la annovera tra i santi e beati della diocesi e la ricorda insieme alle altre figure che hanno segnato la tradizione spirituale della città. La Cattedrale conserva inoltre una sua rappresentazione tra le immagini dedicate ai santi e beati pesaresi. Il suo rapporto con Pesaro non è quindi soltanto quello di una religiosa vissuta in città: Serafina è divenuta nel corso dei secoli una delle figure femminili più significative della memoria religiosa locale.
Una vicenda femminile nel Quattrocento La storia di Serafina Sforza permette anche di osservare da vicino la condizione delle donne appartenenti alle grandi famiglie italiane del Quattrocento. La sua vita fu segnata fin dall'inizio da decisioni prese all'interno delle strategie familiari. Rimasta orfana, fu affidata alla tutela dei parenti; ancora adolescente venne destinata a un matrimonio con un uomo molto più anziano e appartenente a un'altra grande dinastia. Il matrimonio aveva una evidente funzione politica e dinastica. La giovane Sveva si trovò successivamente a svolgere responsabilità nella gestione della signoria di Pesaro, mentre il marito era impegnato nelle guerre. La sua esperienza mostra dunque una duplice realtà. Da una parte l'aristocratica capacità di partecipazione alla vita politica e amministrativa delle corti; dall'altra la limitata libertà personale di una donna il cui destino era strettamente collegato alle esigenze delle famiglie dominanti. La successiva vita monastica rappresentò una radicale trasformazione. Nel monastero Serafina non fu più soltanto una pedina delle alleanze dinastiche, ma divenne responsabile della propria comunità e infine sua badessa.
Iconografia La rappresentazione di Serafina Sforza si sviluppò soprattutto in relazione al culto pesarese successivo alla conferma pontificia del 1754. Un'incisione della beata realizzata da Giambattista Sintes nel 1754 è documentata tra i materiali legati alla sua causa e costituisce una testimonianza dell'immediata diffusione della sua immagine nell'ambito della devozione settecentesca. La sua iconografia è quella propria di una religiosa clarissa: l'abito dell'Ordine, il velo e gli elementi che richiamano la vita consacrata. La raffigurazione insiste quindi più sulla sua identità monastica che sull'origine aristocratica. Nella Cattedrale di Pesaro la beata è inoltre ricordata tra le figure della tradizione religiosa locale. Autore: Giampietro Cattini
Scorrendo le alterne vicende della vita della beata Serafina Sforza, si evidenzia soprattutto un’ampia panoramica partecipativa della nobiltà italiana del Quattrocento, tante sono le Casate e dinastie coinvolte. Sveva Feltria, appartenne all’illustre famiglia dei conti di Montefeltro, signori di Urbino dal 1234 al 1508 e che proprio negli anni in cui visse Sveva, divenne ducato sotto il fratello Oddantonio (1443). Nacque ad Urbino nella prima metà del 1434, ultima dei figli di Guidantonio e di Caterina Colonna nipote di papa Martino V. Divenne orfana della madre nel 1438 e del padre nel 1443, essendo una bambina di nove anni, rimase per qualche tempo ad Urbino, prima sotto la tutela del fratello Oddantonio e poi dopo la tragica morte di questi, ucciso nel 1444 in una congiura, del fratello Federico di Montefeltro (1422-1482), celebre condottiero e mecenate dell’arte. Nel marzo 1446 a 12 anni, lasciò Urbino, andando a vivere per più di un anno a Roma, presso lo zio materno cardinale Prospero Colonna, della celebre famiglia patrizia romana. Lo zio, secondo gli usi del tempo, trattò il matrimonio della giovanissima nipote, con il quarantenne Alessandro Sforza, signore di Pesaro, che Sveva sposò per procura il 9 gennaio 1448, raggiungendolo solo il 1° settembre successivo. Ma ben presto Sveva Feltria Sforza rimase sola; per gli impegni militari del marito chiamato nella guerra di Lombardia, a sostenere il fratello Francesco I Sforza (1401-1466) nella conquista del ducato di Milano, possesso poi riconosciutagli con la pace di Lodi del 1454. Sveva, in sua assenza fu impegnata nei doveri dello Stato a Pesaro, assistita dalla zia Vittoria Colonna, dalla cugina Elisabetta Malatesta dei signori di Rimini, e inoltre nell’educazione dei figliastri Battista e Costanzo Sforza, figli di suo marito e della defunta prima moglie, Costanza Varano dei signori di Camerino. La lunga lontananza e l’incuria del maturo consorte, impegnato solo nelle guerre e dedito ai facili amori, misero a dura prova i sentimenti e la fedeltà coniugale di Sveva. Probabilmente cedette alle lusinghe di un cortigiano, per cui fu accusata di adulterio dal marito Alessandro Sforza, nel contempo fu incolpata anche di tentato avvelenamento del marito e di tramare contro di lui con la connivenza della zia Vittoria Colonna, dietro istigazione di Sigismondo Malatesta (1417-1468), al quale si cercava di restituire la signoria di Pesaro. A parte le accuse formulate ingiustamente contro la moglie, Alessandro sempre più deciso di sbarazzarsene, tentò varie volte di avvelenarla e una notte cercò persino di strangolarla; soliti intrighi e delitti di corte, di cui sono pieni i resoconti storici della vita e delle successioni nelle varie corti europee, specie del Medioevo e secoli successivi. Nonostante le difese dei parenti, l’infelice Sveva fu costretta dal marito e dal cognato Francesco duca di Milano, ad entrare fra le Clarisse del monastero “Corpus Christi” di Pesaro, dove dopo aver ottenuta la necessaria dispensa da papa Callisto III, fece la sua professione religiosa alla fine di agosto del 1457, prendendo il nome di suor Serafina. Ritirarsi oppure far ritirare in un convento, era pratica abbastanza usuale fra le nobili, vedove, decadute, perseguitate, ecc., ma questo stato forzato di religiosa, fu per suor Serafina Sforza il trampolino di lancio verso una santità di vita, riscattando l’errore in cui era caduta per la giovanile inesperienza, ma ancor più a causa dell’ambiente corrotto, dove per sua sventura era capitata ancora adolescente. Visse fra le clarisse di Pesaro 21 anni, nei quali seppe essere di esempio alle consorelle nella pratica delle virtù cristiane, nella carità, nell’umiltà e nell’assistenza agli infermi, tanto che nel 1475 a 41 anni venne eletta badessa. Ebbe la consolazione di vedere il marito Alessandro, giungere al monastero del “Corpus Christi” per riconciliarsi con lei, riconoscendo i propri torti e tornare in seguito più volte a conversare con lei per la sua redenzione spirituale; Alessandro morì nel 1473. Cinque anni dopo, l’8 settembre 1478, suor Serafina Sforza morì nel suo monastero di Pesaro a 44 anni, fra il cordoglio generale e pianta profondamente da tutte le clarisse, che ormai da anni la ritenevano una santa e che presero a tributarle quel culto, che poi fu confermato solennemente da papa Benedetto XIV il 17 luglio 1754, con il titolo di beata. La sua festa viene celebrata l’8 settembre.
Autore: Antonio Borrelli
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