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Beato Alessandro da Ceva (Ascanio Pallavicino) Eremita camaldolese

Festa: 6 ottobre

Garessio, Cuneo, 13 gennaio 1538 - Pecetto, Torino, 16 ottobre 1612

Fu un eremita camaldolese piemontese vissuto tra il XVI e il XVII secolo e protagonista della formazione della Congregazione camaldolese di Piemonte. Nato a Garessio nel 1538, appartenente a una famiglia marchionale, ricevette una formazione teologica e trascorse un lungo periodo a Roma come segretario del cardinale Alessandro Crivelli. Entrato nella vita camaldolese, svolse incarichi di responsabilità nell'ordine prima di trasferirsi in Piemonte nel 1596. Qui divenne priore del monastero di Santa Maria di Pozzo Strada a Torino e successivamente confessore del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il suo nome è strettamente legato alla fondazione dell'eremo di Pecetto, avviato nel 1602, e alla diffusione della vita eremitica camaldolese nel Piemonte sabaudo. Morì nel 1612 in concetto di santità. Dopo la morte si sviluppò una significativa venerazione locale e camaldolese, ma il culto non ricevette una conferma canonica universale. Il Menologio camaldolese lo commemora come beato il 6 ottobre.

Etimologia: Dal greco Alexandros, composto da alexein, 'difendere', e aner, andros, 'uomo', con il significato di 'difensore degli uomini'.


Ascanio Ceva nacque a Garessio il 13 gennaio 1538, terzogenito di Giovanni Ceva e Caterina Scarampi, appartenenti alla nobiltà locale. La storiografia recente lo identifica come esponente dell'antico casato dei Ceva e lo indica con la formula 'Ascanio de' marchesi di Ceva'. Le fonti agiografiche più tarde hanno invece diffuso la forma Ascanio Pallavicino.
Ricevette una formazione teologica sotto la guida dell'abate Galbiate da Pontremoli. Terminati gli studi, si trasferì a Roma, dove entrò al servizio del cardinale Alessandro Crivelli. Rimase per circa dieci anni nella sua segreteria. La permanenza romana rappresentò una fase importante della sua formazione e dei suoi rapporti con gli ambienti ecclesiastici della curia.

L'ingresso a Camaldoli
L'esperienza romana fu seguita dalla scelta della vita eremitica. Ceva entrò nell'ambito della tradizione camaldolese e si stabilì nell'abbazia di Camaldoli in Toscana, assumendo il nome religioso di Alessandro. La professione solenne è tradizionalmente datata al 1 novembre 1571.
La sua permanenza nell'ordine non fu priva di contrasti. La recente ricerca di Paolo Cozzo dedica ampio spazio alle tensioni interne alla realtà camaldolese nelle quali Ceva fu coinvolto, mostrando una figura più complessa di quella tramandata dalle biografie devozionali settecentesche e ottocentesche. Le antiche biografie, infatti, tendono a presentare il religioso in termini prevalentemente edificanti, mentre la documentazione studiata dalla storiografia moderna consente di ricostruire anche conflitti istituzionali e difficoltà disciplinari.
Nel 1592 è ricordato come procuratore generale dell'ordine e fu inviato a Roma per questioni riguardanti il romitaggio di Camaldoli. Le fonti successive sottolineano i rapporti da lui intrattenuti con esponenti di primo piano della Chiesa e con gli ambienti della corte sabauda.

Torino e la peste
Nel 1596 Alessandro fu inviato a Torino come priore del monastero camaldolese di Santa Maria di Pozzo Strada, con facoltà di ampliarne la presenza e di promuovere nuove fondazioni. In questo periodo entrò in rapporto con l'arcivescovo Carlo Broglia e con il duca Carlo Emanuele I di Savoia, del quale divenne confessore e consigliere di coscienza.
La peste che colpì Torino alla fine del XVI secolo costituisce uno degli episodi più importanti della tradizione biografica di Alessandro. Le fonti camaldolesi ricordano l'assistenza prestata agli ammalati e la sua attività religiosa nella città colpita dall'epidemia. La tradizione riferisce anche la celebrazione della messa presso un altare eretto nella contrada di Dora Grossa, l'attuale via Garibaldi. La documentazione moderna collega l'azione di Alessandro al progetto di una nuova fondazione eremitica sostenuta dalla corte sabauda.

L'eremo di Pecetto
Il progetto di un grande eremo camaldolese nella collina torinese maturò nel contesto della peste del 1599 e del voto formulato dal duca Carlo Emanuele I. Dopo il superamento dell'epidemia, fu scelto un sito presso Pecetto e il 21 luglio 1602 venne posta la prima pietra della nuova chiesa. La fondazione fu sostenuta direttamente dal duca e coinvolse l'architetto Ascanio Vitozzi.
L'eremo divenne il principale centro della nuova presenza camaldolese piemontese. Alessandro ne fu il primo promotore e ne rimase alla guida. La chiesa venne completata nel 1606 e l'intero complesso fu concepito come una struttura eremitica composta da celle separate, spazi comuni e servizi necessari alla vita religiosa.
Il duca Carlo Emanuele propose inoltre Alessandro per importanti sedi episcopali, tra cui Saluzzo, Ivrea e Tarantasia. Le fonti tradizionali riferiscono che il religioso rifiutò tali incarichi, preferendo continuare la vita eremitica. La notizia è conservata nella tradizione biografica e in antiche iscrizioni commemorative.

La diffusione della Congregazione piemontese
L'attività di Alessandro non si limitò all'eremo di Pecetto. La tradizione camaldolese gli attribuisce anche la fondazione o il consolidamento degli eremi di Lanzo e di Belmonte presso Busca. La ricerca storica moderna considera Alessandro una figura centrale nella nascita della Congregazione camaldolese di Piemonte, pur sottolineando che la sua vicenda va inserita nel più ampio processo istituzionale di organizzazione dell'eremitismo camaldolese nell'Italia settentrionale.
L'eremo di Torino-Pecetto divenne successivamente un importante centro della congregazione. La sua storia proseguì per circa due secoli, fino alle soppressioni che determinarono l'abbandono dell'istituzione e la dispersione di gran parte del patrimonio documentario e artistico.

La morte e la memoria
Alessandro morì nell'eremo di Pecetto nel 1612. Le fonti più diffuse indicano il 16 ottobre 1612, mentre un'antica iscrizione commemorativa, conservata nella tradizione erudita e riprodotta anche in repertori bibliografici, riporta la formula latina 'pridie nonas octobris', corrispondente al 4 ottobre. La stessa iscrizione indica un'età di 74 anni e 42 anni di vita eremitica. La divergenza tra queste testimonianze non è stata risolta dalle fonti consultate.
Fu sepolto nell'eremo davanti all'altare maggiore. La tradizione successiva racconta una ricognizione del corpo dopo circa trent'anni e ne riferisce l'incorruttibilità, insieme ad altri prodigi attribuiti alla sua intercessione. Questi elementi appartengono alla tradizione agiografica posteriore e non possono essere assunti allo stesso livello delle notizie biografiche documentarie.

La figura storica e la costruzione della memoria agiografica
La figura di Alessandro Ceva è documentata da un insieme insolitamente ricco di materiali per un eremita dell'età moderna. Il fondo relativo alla sua vita comprende manoscritti, lettere e memorie conservati presso l'Archivio di Stato di Torino e gli archivi camaldolesi. Un'importante raccolta settecentesca fu compilata dall'eremita Apollinare Chiomba e comprende una biografia, un epistolario e altre testimonianze relative a Ceva.
La tradizione biografica fu poi sviluppata da Carlo Tenivelli e, nel XIX secolo, da Tomaso Chiuso. Paolo Cozzo ha evidenziato il carattere in parte apologetico di queste opere e il loro rapporto di dipendenza, osservando che entrambe utilizzarono ampiamente gli Annales Camaldulenses e la precedente documentazione camaldolese.

Il culto
La memoria di Alessandro si sviluppò soprattutto nell'ambiente camaldolese e piemontese. Il Menologio camaldolese lo commemora come beato il 6 ottobre. Anche la tradizione locale di Garessio ne conserva la memoria, mentre la storia dell'eremo di Pecetto rimane strettamente legata alla sua figura.
La ricerca storica contemporanea precisa tuttavia che il culto non ottenne un riconoscimento canonico universale. Paolo Cozzo definisce Alessandro oggetto di un culto postumo che non riuscì a conseguire il riconoscimento canonico. Il titolo di beato appartiene quindi alla tradizione liturgica e devozionale camaldolese, non a una canonizzazione universale della Chiesa cattolica.

Curiosità
- La forma latina dell'iscrizione funeraria lo definiva Ven. P. Alexander ex marchionibus Cevae eremita Camaldulensis, cioè Alessandro, dei marchesi di Ceva, eremita camaldolese.
- Un'antica iscrizione ricordava Alessandro come fondatore dell'eremo torinese e direttore degli eremiti, mentre un'altra tradizione epigrafica lo presentava come promotore della Congregazione camaldolese piemontese.
- Il nome religioso Alessandro sostituì il nome secolare Ascanio quando entrò nella vita camaldolese.

Cronologia
- 13 gennaio 1538 - Nasce ad Ascanio Ceva nel castello di Garessio.
- Seconda metà del XVI secolo - Compie gli studi teologici e si trasferisce a Roma.
- Circa dieci anni - Svolge l'incarico di segretario del cardinale Alessandro Crivelli.
- 1571 - Entra nella vita camaldolese e assume il nome religioso di Alessandro.
- 1 novembre 1571 - Emette la professione solenne secondo la tradizione biografica.
- 1592 - È ricordato come procuratore generale dell'ordine camaldolese.
- 1596 - Viene inviato a Torino come priore del monastero di Santa Maria di Pozzo Strada.
- 1599 - La peste colpisce Torino; Alessandro è coinvolto nell'assistenza religiosa alla popolazione e matura il progetto di una nuova fondazione eremitica.
- 21 luglio 1602 - Viene posta la prima pietra dell'eremo camaldolese presso Pecetto.
- 1606 - Viene completata la chiesa del nuovo eremo.
- 1612 - Muore nell'eremo di Pecetto. La tradizione più diffusa indica il 16 ottobre; un'antica iscrizione riporta il 4 ottobre.
- 6 ottobre - Il Menologio camaldolese commemora Alessandro come beato.

Valutazione storico-critica
- Alessandro Ceva è una figura storicamente documentata e la sua identità è ben distinta nella storiografia recente. La forma Ascanio Ceva, utilizzata nello studio di Paolo Cozzo e in una recente pubblicazione della Deputazione Subalpina di Storia Patria, è preferibile alla forma Ascanio Pallavicino, diffusa soprattutto in repertori agiografici moderni.
- La ricostruzione biografica poggia su una documentazione ampia, comprendente manoscritti camaldolesi, epistolari, memorie, gli Annales Camaldulenses e biografie successive. La principale documentazione settecentesca è costituita dalla Vita del venerabile fondatore di Apollinare Chiomba e dalle raccolte epistolari conservate presso l'Archivio di Stato di Torino.
- Le biografie di Carlo Tenivelli e Tomaso Chiuso sono importanti per la trasmissione della memoria di Ceva, ma presentano un carattere apologetico riconosciuto dalla storiografia contemporanea e sono in parte dipendenti da tradizioni precedenti.
- La data della morte presenta una discrepanza significativa. La tradizione biografica più diffusa indica il 16 ottobre 1612, mentre l'antica iscrizione commemorativa riporta 'pridie nonas octobris', cioè 4 ottobre. La divergenza rimane irrisolta.
- La fondazione dell'eremo di Pecetto nel 1602 e il ruolo di Alessandro nell'organizzazione della presenza camaldolese in Piemonte sono solidamente attestati. La storiografia recente considera la sua attività determinante per la formazione della Congregazione camaldolese di Piemonte.
- Gli episodi relativi a estasi, miracoli, incorruzione del corpo e altri prodigi appartengono prevalentemente alla tradizione agiografica posteriore e non possiedono lo stesso grado di documentazione delle vicende istituzionali e biografiche.
- Il culto di Alessandro è attestato nella tradizione camaldolese e il Menologio camaldolese lo commemora come beato il 6 ottobre. La storiografia contemporanea precisa tuttavia che tale venerazione non ha ricevuto un riconoscimento canonico universale.

Fonti e bibliografia essenziale
- Paolo Cozzo, Un eremita alla corte dei Savoia. Alessandro Ceva e le origini della Congregazione camaldolese di Piemonte, FrancoAngeli, Milano 2018. Studio storico fondato anche su documentazione archivistica inedita e sull'analisi critica della tradizione biografica.
- Apollinare Chiomba, Vita del venerabile fondatore il padre d. Alessandro de' marchesi di Ceva, manoscritto conservato presso l'Archivio di Stato di Torino, Materie Ecclesiastiche, Regolari diversi, Eremitani camaldolesi dell'eremo, mazzo 1, ff. 1-587.
- Apollinare Chiomba, Raccolta di lettere scritte dal ven. Padre Alessandro da Ceva a più personaggi, con i Viglietti di coscienza scritti dal padre don Alessandro a S.A.S., Archivio di Stato di Torino, medesimo fondo, ff. 599-769.
- G.B. Mittarelli, A. Costadoni, Annales Camaldulenses ordinis Sancti Benedicti, I-IX, Venezia 1755-1773. Opera erudita fondamentale per la storiografia camaldolese moderna.
- Carlo Tenivelli, Vita del venerabile padre don Alessandro de' marchesi di Ceva fondatore del sacro eremo di Torino, in Biografia piemontese, decade quarta, parte II, Torino 1792, pp. 297-369.
- Tomaso Chiuso, Istoria del venerabile Alessandro Ceva fondatore dell'eremo di Torino narrata da un sacerdote torinese, Torino 1877.
- A. Giabbani, Menologio camaldolese, Roma 1950, p. 63. Repertorio liturgico camaldolese nel quale Alessandro Ceva è commemorato il 6 ottobre.
- G. Cacciamani, voce 'Ceva Alessandro', in Dizionario degli Istituti di Perfezione, vol. II, Roma 1975, coll. 851-852.
- Paolo Cozzo, L'Ordine camaldolese dal Medioevo all'Età contemporanea nelle fonti degli Archivi di Stato italiani, in Quaderni della Direzione Generale degli Archivi, Roma 2016, pp. 1-16. Studio sulle fonti archivistiche relative ad Alessandro Ceva e alla Congregazione camaldolese piemontese.

Autore: Giampietro Cattini
 


 

Ascanio nacque il 13 gennaio 1538 nel castello di Garessio, terzogenito di Giovanni Pallavicino e Caterina Scarampi, marchesi di Ceva e consignori di Garessio e di Ormea. Il primogenito Giorgi,o uomo di consumata bontà e morigeratezza, fu consigliere del duca Vittorio Amedeo I di Savoia; il secondogenito, Pompeo, vestì in giovanissima età l’abito di frate minore conventuale e si distinse per la sua bontò e l’integerrima dottrina. Il marchese Giovanni, loro padre, scorgendo in Ascanio un’indole eccellente ed una propensione particolare allo studio, lo affidò dunque alle saggie cure dell’abate Galbiate da Pontremoli, poi vescovo di Ventimiglia. Terminati gli studi teologici, per la sua esemplare condotta ed i suoi rari talenti a Roma colpì l’attenzione del cardinale Alessandro Crivelli, che lo nominò suo segretario.
Mantenne questo incarico per dieci anni, ma il suo amore per la solitudine lo spinse a rinunciare alle grandezze del mondo e chiese di poter passare alla vita religiosa tra i seguaci di San Romualdo. Non gli fu però semplice convincere il cardinale a rinunciare ad un così prezioso collaboratore, ma infine poté finalmente stabilirsi nell’abbazia di Camaldoli in Toscana. Ascanio vestì l’abito camaldolese ed asunse il nome religioso di Alessandro. Emise la professione solenne il 1° novembre 1571 e, per la santità dei costumi, per la prudenza e la dottrina, nel 1592 fu nominato procuratore generale dell’ordine ed inviato a Roma per affari riguardanti il romitaggio di Camaldoli. Nella Città Eterna fu ben accolto da Papa Clemente VIII, che da cardinale era molto amico del Crivelli, già suo principale.
I camaldolesi si erano diffusi anche in Piemonte grazie a San Giovanni Vincenzo, fondatore della celebre Sacra di San Michele. Nel 1596 Fra’ Alessandro fu eletto priore del monastero camaldolese di Santa Maria di Pozzo Strada in Torino, con piena facoltà di ampliarlo ed eventualmente erigerne di nuovi. Entrò dunque in relazione con l’allora arcivescovo torinese, monsignor Carlo Broglia, il quale lo presentò al duca Carlo Emmanuele I di Savoia. Il sovrano non tardò a conoscerne i distinti meriti e specialmente la sua eminente pietà. Lo scelse quale suo confessore e gli propose l’edificazione di un nuovo eremo.
Questo progetto dovette però essere rimandato a tempi migliori, a causa della terribile peste che colpì Torino. Chiamò allora Padre Alessandro ad assistere gli appestati della capitale, che non mancò di dar prova di tanta carità ed abnegazione di se stesso. Da tutti fu infatti considerato come un angelo consolatore loro concesso dalla provvidenza divina. Fece ergere un altare in mezzo alla contrada di Dora Grossa, odierna Via Garibaldi, ove celebrava messa con grande edificazione dei desolati cittadini. Il terribile flagello della peste commosse l’animo religioso del duca sabaudo, che fece voto solenne di ergere il progettato eremo se il suo popolo fosse stato liberato dalla grave pestilenza.
Questa cessò e Carlo Emanuele ordinò allora al suo ambasciatore a Roma, il conte di Verrua, di ottenere dal Santo Padre il breve di erezione del nuovo eremo facente capo a Padre Alessandro. Si scelse uno dei punti più alti della collina torinese, nei pressi di Pecetto, ed il sito fu visitato dallo stesso duca, dall’arcivescovo Broglia e dall’ingegnere Ascanio Vitozzi. Il 21 luglio 1602 si pose la prima pietra di quella chiesa, alla presenza del duca e dei principi reali suoi figli. Stabilito finalmente l’eremo, ne fu sempre confermato ogni triennio priore proprio Padre Alessandro. Il sovrano ne apprezzò sempre più i meriti e lo propose per le sedi episcopali di Saluzzo, Ivrea e Tarantasia, ma l’umile religioso rifiutò ripetutamente tali offerte ed addirittura avrebbe voluto rimettere l’incarico di confessore di Sua Altezza.
Padre Alessandro fu anche fondatore di altri due eremi in terra piemontese: quello di Lanzo e quella di Belmonte presso Busca nel cuneese. Fu amico dei suoi contemporanei papa Paolo V e San Francesco di Sales. Non poche volte fu sorpreso in estasi.
Alessandro, ormai carico d’anni ma anche di meriti, morì in concetto di santità nell’eremo di Pecetto il 16 ottobre 1612, ove fu sepolto il suo corpo innanzi all’altar maggiore, poi ritrovato incorrotto trent’anni dopo la sua morte. Ai suoi funerali prese parte anche il duca, che fece scortare il feretro da un gran numero di cavalieri. Continuarono a verificarsi miracoli che già non erano mancati quando era ancora in vita. Nella sua città natale, nella cappella dell’Assunta il Beato Alessandro figura con gli altri tre santi garessini. Le sue spoglie mortali sono state recentemente traslate nella chiesa parrocchiale di Pecetto, vista l’incuria che ha travolto l’antico eremo.
Molte furono le iscrizioni mortuarie che furono apposte sulla sua antica tomba, ai piedi della sua statua eretta in suo onore o sotto i ritratti, uno dei quali volle nelle sue stanze Carlo Emmanuele. Per la sua tomba ne compose una il celebre letterato milanese Don Valeriano Castiglione, monaco Cassinese, che merita di essere qui riportata: “D. O M Clausus diu jacqui Diutius hic claudendus jaceo Resurrectionem expectans Cella stetit mihi pro Coelo Coelestia cum meditabar Stetit et pro sepulchro Mortis cogitatio dum me tenebat Sepulchrum nunc verius me habet Eremi erectorem eremitarum rectorem Sub lapide ne sim ignotus Lapis hic me fecit notum Alexander sum a Ceva Silentiosus vixsi; viator tace”. Sotto la statua si leggeva invece: “Ven. P. Alexander ex marchionibus Cevae eremita Camaldulensis fundator et maioris eremi Taurinensis a serenissimo Carolo Emmanuele Sabaudiae duce erectae et dotatae, ex apostolico indulto deputatus. Obdormivit in Domino pridie nonas octobris an. 1612, aetatis suae 74, professionis vero vitae eremiticae 42”. Sotto il suo ritratto si leggeva infine questo elogio: “Pedemontanae Camaldulensium eremitarum congregationis institutor, severioris monasticae disciplinae cultor exsimius et propagator, ob recusatos episcopatus duos, et archiepiscopatum Tarantensem singularis modestiae laude clarissimus”.
Il Menologio Camaldolese lo commemora quale “beato” al 6 ottobre, ma il suo culto non ha ancora ricevuto conferma ufficiale da parte della Chiesa. I “Praenotanda” del Martyrologium Romanum, nell’ultima edizione promulgata nel 2004, ricordano comunque come i calendari delle diocesi e delle congregazioni religiose costituiscano delle vere e proprie versioni locali del Martirologio e pertanto sia cosa legittima tributare il titolo di “santo” o “beato” a quei personaggi che già ne godono da tempo immemorabile.
Le strutture eremitiche da lui fondate in Piemonte furono pozzi di nuova fiorente santità e si segnalano in particolare presso Torino i venerabili Apollinare Chioma (27 gennaio), Franceschino Garberi (1° febbraio), Tito de Presbyteris (9 febbraio), Ignazio Carelli (10 aprile), Onofrio Natta (21 maggio), Massimo Soria (24 maggio), Gioacchino Tubassi (25 maggio), Basilio Nicolis de Robilant (12 luglio), Mauro da Sabina (20 luglio), Benedetto Pettinai (18 agosto), Carlo Amedeo Botti (19 agosto), Clemente Per lasco (27 agosto), Giovanni Grisostomo Chieppi (24 settembre), Massimino Chariers (12 ottobre), Bonifacio Scozia (18 novembre), Prospero Magliano (1° dicembre) e Pietro Vacca (27 dicembre), mentre altri due venerabili morirono invece presso l’eremo di Belmonte presso Busca nel cuneese: Giovanni Chiotassi (17 settembre) e Bernardino Milano (23 novembre).


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto/modificato il 2026-09-18

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