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† Chalon-sur-Saône, Francia, 4 settembre 270-275
Primo vescovo di Chalon-sur-Saône, nell'attuale Borgogna. La sua memoria, fissata al 4 settembre, affonda le radici in un culto documentato già nel VI secolo da Gregorio di Tours, che nella Historia Francorum ricorda la basilica a lui dedicata come luogo di pellegrinaggio e di miracoli. Vescovo in un'epoca in cui la fede cristiana doveva ancora misurarsi con la tenace resistenza del paganesimo nelle campagne della Gallia centro-orientale, Marcello unì all'annuncio del Vangelo un'azione energica di rottura con gli antichi culti, tanto da meritarsi, nella tradizione posteriore, l'appellativo di 'martellatore degli idoli'. Il suo episcopato si concluse con il martirio, avvenuto verosimilmente nel III secolo durante una delle persecuzioni imperiali, forse sotto Aureliano. La Passio, redatta in forma definitiva tra il IX e il X secolo, mescola dati storici e motivi leggendari - tra cui il celebre episodio del drago - che non intaccano la sostanza della testimonianza: quella di un pastore che ha pagato con la vita la fedeltà al gregge affidatogli.
Patronato: Invocato contro i serpenti e gli animali velenosi.
Etimologia: Dal latino 'Marcellus', diminutivo di Marcus, con il significato di 'piccolo Marte' o 'dedicato a Marte'.
Emblema: Abito episcopale (mitria, pastorale), palma del martirio, libro dei Vangeli, drago vinto ai piedi.
Martirologio Romano: A Châlon-sur-Saone nella Gallia lugdunense, ora in Francia, san Marcello, martire.
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Delle origini di Marcello le fonti antiche non tramandano quasi nulla. I cataloghi episcopali di Chalon, compilati nel IX secolo ma fondati su tradizioni orali più antiche, lo collocano tra i primi vescovi della città, in un'epoca in cui la cristianizzazione della Gallia interna muoveva i suoi passi più decisivi. È ragionevole supporre che Marcello fosse nato nella stessa Chalon-sur-Saône, o comunque nella valle della Saona, e che avesse ricevuto una formazione tipica del clero galloromano del III secolo: conoscenza del latino, familiarità con le Scritture, esperienza della vita comunitaria cristiana in una civitas ancora in larga parte pagana. L'elezione episcopale dovette avvenire per acclamazione del popolo e del clero, secondo l'uso delle Chiese primitive. Non è possibile stabilire con certezza se Marcello fosse già presbitero al momento della designazione, né se fosse stato consacrato da un metropolita vicino - forse quello di Lione, da cui la regione cabilonese dipendeva ecclesiasticamente. Ciò che le fonti concordemente attestano è che egli assunse l'episcopato in un momento difficile, in cui la piccola comunità cristiana di Chalon aveva bisogno di una guida decisa per consolidarsi e per estendersi oltre le mura, verso i pagi rurali ancora legati ai santuari pagani.
Il ministero e l'evangelizzazione della civitas cabilonese Il ministero di Marcello si svolse interamente entro i confini della civitas Cabilonensis, un territorio che si estendeva lungo la Saona e comprendeva borghi, villaggi e fattorie sparse tra le colline della Borgogna. La sua azione pastorale, secondo quanto riportano le fonti agiografiche, si caratterizzò per tre tratti ricorrenti nelle vite dei vescovi evangelizzatori della Gallia: la predicazione pubblica, la distruzione dei luoghi di culto pagani, la cura dei poveri e dei malati. Gregorio di Tours, che pure non narra in dettaglio la vita di Marcello, ne menziona il culto e la basilica come centri di devozione popolare, segno che la memoria del vescovo martire era già viva e operante nel VI secolo. La tradizione successiva, raccolta nella Passio, descrive Marcello mentre abbatte i templi dedicati a Giove e a Diana, mentre converte i sacerdoti pagani e mentre battezza folle di neofiti sulle rive della Saona. Al di là dei particolari romanzati, questi elementi restituiscono un quadro storicamente coerente: l'episcopato galloromano del III secolo fu davvero un episcopato di frontiera, in cui il vescovo era insieme pastore, missionario e, non di rado, protagonista di scontri con le autorità civili e con le popolazioni legate agli antichi dèi. Marcello si distinse anche per la cura dei malati e per i gesti taumaturgici che la pietà popolare gli attribuì. La fama di taumaturgo, tipica dei santi vescovi della Gallia, contribuì non poco alla diffusione del suo culto già in vita e soprattutto dopo la morte.
La persecuzione e il martirio La data esatta del martirio di Marcello non è conosciuta. La tradizione locale lo colloca sotto il regno dell'imperatore Aureliano (270-275), periodo durante il quale si ebbero in alcune province misure repressive contro i cristiani, anche se non una persecuzione generale paragonabile a quelle di Decio o di Diocleziano. Altri studiosi hanno proposto una datazione più tarda, al principio del IV secolo, sotto la tetrarchia. La mancanza di documentazione coeva rende impossibile una certezza, e la prudenza impone di attestarsi su un generico 'III secolo'. Ciò che è certo è che Marcello morì per la fede. Le circostanze del martirio, come spesso accade per i santi galloromani di epoca pre-costantiniana, sono avvolte nel silenzio delle fonti antiche e riempite dai particolari della Passio tarda. Secondo questa, Marcello fu arrestato durante una cerimonia pubblica in cui stava abbattendo un idolo pagano, fu flagellato e infine decapitato fuori dalle mura della città, in un luogo che divenne subito meta di pellegrinaggio. La decapitazione, pena riservata ai cittadini romani, potrebbe indicare in Marcello un uomo di condizione libera, forse di origine galloromana agiata, circostanza non rara tra i vescovi del tempo. Il giorno della sua morte, il 4 settembre, divenne immediatamente la data della sua memoria liturgica, fissazione che testimonia l'antichità del culto.
Sepoltura e prime forme di culto Il corpo di Marcello fu sepolto dai fedeli in un'area cimiteriale suburbana, secondo l'uso cristiano delle origini. Sopra la sua tomba sorse ben presto una piccola basilica, che Gregorio di Tours vide ancora in piedi nel VI secolo e che descrisse come luogo di pellegrinaggio e di miracoli. La basilica divenne il nucleo attorno al quale si sviluppò il culto del santo, e intorno ad essa si raccolse nei secoli la devozione della città e della diocesi. Quando, in epoca successiva, le reliquie dei martiri furono traslate all'interno delle mura, i resti di Marcello trovarono collocazione nella cattedrale di Chalon, dedicata a san Vincenzo, dove rimasero oggetto di venerazione fino alle guerre di religione del XVI secolo. Nel 1562 e poi nel 1567, durante i conflitti tra cattolici e ugonotti, molte reliquie cabilonesi furono disperse o distrutte, e anche quelle di Marcello subirono la stessa sorte. Frammenti sono tuttavia conservati in varie chiese della Borgogna, e la memoria del santo non si è mai spenta.
La leggenda del drago Uno degli episodi più celebri della vita di Marcello, assente nelle fonti antiche ma presente nella Passio tarda e nella tradizione orale borgognona, è quello della lotta con un drago, o enorme serpente, che desolava le campagne della Saona. Secondo il racconto, la bestia - interpretata dalla pietà popolare come manifestazione demoniaca o come simbolo del paganesimo - fu affrontata dal vescovo, che la sconfisse con il segno della croce e la costrinse a ritirarsi o a morire. Il motivo è ricorrente nelle agiografie dei vescovi evangelizzatori della Gallia (si pensi a Marcellino di Arles, a Giuliano di Brioude, a Romano di Blaye) e va letto non come cronaca ma come rappresentazione simbolica della lotta del cristianesimo contro le potenze del male e contro gli antichi culti. L'episodio ha lasciato traccia nell'iconografia, in cui Marcello compare spesso con un drago ai piedi, e nella devozione popolare, che lo ha invocato come protettore contro i serpenti e gli animali velenosi.
Culto, reliquie e traslazioni Il culto di san Marcello si diffuse rapidamente nella Borgogna meridionale e, attraverso la rete dei pellegrinaggi e delle dipendenze monastiche, raggiunse anche altre regioni della Francia. La diocesi di Chalon-sur-Saône, soppressa nel 1790 durante la Rivoluzione francese, lo ha sempre considerato suo patrono principale, insieme a san Vincenzo. La festa del 4 settembre era celebrata con solennità particolare, accompagnata da processioni e da fiere popolari. Le reliquie, come si è detto, subirono gravi dispersioni nel XVI secolo. Alcuni frammenti ossei sono conservati in chiese della Borgogna e della Franca Contea, e in diverse parrocchie del Chalonese si custodiscono reliquiari che recano il nome del santo. La traslazione più antica documentata risale al periodo carolingio, quando parti delle reliquie furono donate ad abbazie vicine per rinsaldare i legami tra le comunità.
Iconografia Nell'arte, san Marcello è raffigurato in abito episcopale, con mitria e pastorale, talvolta con il libro dei Vangeli in mano e la palma del martirio. L'attributo più caratteristico è il drago, rappresentato ai suoi piedi o trafitto dal pastorale, a ricordo della leggenda agiografica. Le rappresentazioni più antiche risalgono al Medioevo centrale e si trovano in chiese della Borgogna; nei secoli successivi il santo compare in pale d'altare, vetrate e sculture, spesso in cicli dedicati ai vescovi martiri della Gallia. Autore: Enrico Quiri
Questo martire è noto attraverso due serie di testimonianze: quelle che riguardano il suo culto, il cui valore è incontestabile, e quelle che provengono dalla doppia redazione dei suoi Acta la cui storicità è dubbia. Secondo queste ultime testimonianze Marcello sarebbe stato un discepolo di s. Potino di Lione, sfuggito miracolosamente alla persecuzione del 177, al fine di diffondere la fede sulle rive della Saóne. Il suo compagno, s. Valeriano si sarebbe fermato a Tournus, mentre lui avrebbe proseguito fino a Chalon, dove converti la famiglia di un certo Lati-nus che adorava Marte, Mercurio e Minerva. Passando nei pressi della villa del prefetto Vriscus, in una località detta Hubiliacus (od. La Vacherie, comune di St-Marcel, cantone di Chalon), sarebbe stato invitato a partecipare al banchetto con il quale quel notabile festeggiava gli dèi. Essendosi Marcello dichiarato cristiano, sarebbe stato suppliziato, sepolto fino all'altezza della cintola e lasciato morire. Se i particolari sono sospetti, non lo è il fatto del martirio in sé; Gregorio di Tours, infatti, ne fa menzione nel suo De gloria martyrum (I, 5). Già nel sec. IV la basilica dedicata a Marcello appariva come un luogo di culto frequentato e un monastero venne ben presto ad affiancarla. Nel 1050, quest'ultimo entrò nell'obbedienza di Cluny e il culto del santo si diffuse rapidamente in altre regioni. Un'iscrizione su di un antico reliquiario a St-Marcel-de-Carreiret (cantone di Lussan, dipartimento del Gard), datata della fine del IV sec, testimonia della presenza delle reliquie « dei santi martiri Marcello e Valeriano che patirono nel territorio di Chalon ». Tracce del culto si trovano anche in Germania (Colonia, Treviri, Worms) e in Spagna (Toledo, Siviglia). Marcello è menzionato nel Martirologio Geronimiano (in qualche cod. con l'errato titolo di vescovo), al 4 sett., data nella quale è pure commemorato dal Martirologio Romano, che parla di lui solo come martire senz'altra qualifica.
Autore: Gérard Mathon
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