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Maria Teresa Luisa di Savoia Principessa di Lamballe

Festa: Testimoni

Torino, 8 settembre 1749 – Parigi, 3 settembre 1792

Maria Teresa Luisa fu figlia di Luigi Vittorio di Savoia, 4° principe di Carignano, e di Cristina d’Assia. Fu la prozia del re Carlo Alberto. Maria Teresa sposò giovanissima nel 1768 il principe di Lamballe, Luigi Alessandro di Borbone. L’anno seguente rimase vedova, senza figli. Rimase presso la corte francese, accolta benevolmente dalla cugina, la regina Maria Antonietta d’Asburgo. Al divampare della rivoluzione fu anch’essa arrestata con la famiglia reale e rinchiusa nella prigione del Tempio. In occasione delle “stragi di settembre” fu processata dal tribunale rivoluzionario, che come colpa le attribuì l’amicizia con la regina, e ghigliottinata. Il suo corpo venne lacerato e la sua testa, infilzata su una picca, fu crudelmente mostrata a Maria Antonietta dalla finestra del Tempio, dove questa era ancora rinchiusa. I resti della principerra furono recuperati e sepolti accanto ad un roseto, nel giardino del castello di Bizy a Vernon, dove tuttora riposano. Nel beatificare i martiri delle Stragi di Settembre, il Papa Pio XI non incluse il nome della principessa sabauda. Anche il re Luigi XVI, la regina Maria Antonietta, il piccolo Luigi XVII e Madame Elisabeth, sorella del re, caddero vittime della rivoluzione. Se il Papa Pio VI si espresse riconoscendo come "martirio" l'uccisione di Luigi XVI, ad oggi solamente per Madame Elisabeth si è aperta ufficialmente presso l'Arcidiocesi di Parigi la causa di beatificazione.



Il sangue scorreva in nove carceri di Parigi. La Force richiudeva, dopo l’Abbazia, i prigionieri più in vista, le vittime prescelte alla strage, e fra gli arrestati alle Tuileries il 10 agosto la principessa Maria Teresa Luigia di Savoia Carignano, principessa di Lamballe, amica e dama della regina.
Le memorie del tempo sono concordi nel decantarne la non comune bellezza; sul suo viso leggiadro, negli occhi azzurri, portava impressa – scrive Imbert de Saint Armand – la dolcezza e la purità della sua anima. A diciassette anni era andata sposa al diciannovenne principe Lamballe, figlio del virtuoso, benefico e ricchissimo duca di Penthièvre, ultimo rampollo della discendenza illegittima di Luigi XIV. Matrimonio infelice e di brevissima unione, perché il giovane già infermo, correttissimo, dedico ad ogni stravizio, morì pochi mesi dopo le nozze. Nel pieno splendore della bellezza, ricca, portando i nomi di due fra le più auguste casate d’Europa, essa avrebbe potuto aspirare ad un secondo e cospicuo matrimonio; ma preferì rimanere, angelo tutelare, presso il suocero, quando l’unica sua figlia, Luisa Adelaide, divenne moglie del duca di Chartres (in seguito duca d’Orléans e, al tempo della rivoluzione, Filippo-Égalité).
Malignità di cortigiani, e sussurri bugiardi ed osceni, non possono offuscale il ricordo di questa leggiadrissima figura femminile, circondata dall’aureaola di martirio, e per la quale sarà nei secoli un palpito di infinita pietà. Era buona, pietosa, modesta, ferma e costante nelle amicizie, gentile, affettuosa, e piena di grazia nelle parole e nei gesti; il suo animo, straordinariamente sensibile, si rivelava per un’eccessiva impressionabilità. Un velo di sofferenza era steso sul suo viso e lo rendeva più affascinante e più delicato, e andava soggetta a svenimenti, anche per piccole cause.
Maria Antonietta l’ebbe amica; ma le male arti e il gioco delle preminenze alla Corte la misero in contrasto con una dama che la regina prediligeva: la contessa di Polignac. La Lamballe si allontanò dalla sovrana, nei giorni della fortuna, ma fece ritorno e volle esserle vicina, fedele e confortatrice, quando più grave incombeva la minaccia, con una dedizione coraggiosa, intera e magnanima sino al sacrificio, e proprio nel momento in cui l’altra favorita, la Polignac, cercava scampo fuggendo in Francia.
Il 10 agosto, allorché la famiglia di Luigi XVI venne rinchiusa nel Tempio, alcuni del seguito ebbero la concessione di seguire i sovrani prigionieri: la principessa Lamballe, la marchesa di Tourzel con la figlia, le signore Thibaud, Bazire, Saint-Brice, Navarre, e i signori Huc e Chamilly.
Ma questi fedeli nella sventura, questi ammirevoli e generosi prigionieri volontari, rimasero pochi giorni presso i reali, perché nella notte del 19 agosto, alcuni ufficiali del Comune si presentarono al Tempio ordinando che fossero condotte in altro luogo tutte le persone che non appartenevano alla famiglia di Luigi Capeto. Invano, la regina obiettò che la principessa di Lamballe poteva considerarsi sua parente; le si rispose che anch’essa doveva, come tutti gli altri, essere allontanata. Fu ben dolorosa quella separazione. «La regina – scrive nelle sue memorie la signora di Tourzel – ci dimostrò la sua affettuosa premura. Mi disse a bassa voce: “Se noi non avremo più il bene di rivederci, vi prego di avere speciali riguardi per la principessa di Lamballe; se vi interrogano insieme, procurate di rispondere voi, se lo potete, a certe domande suggestive che la possono turbare».
La Lamballe fu interrogata nello stesso giorno al Palazzo di Città da Billaud-Varennes, e poi condotta e rinchiusa alla Force, la prigione dalla quale non doveva uscire che per essere ammazzata.
Siamo al tragico 2 settembre. Scrive Lamartine: «Nella stessa ora nella quale l’usciere Maillard formava il suo tribunale all’Abbazia, due membri del Comune, il giornalista Hébert e Lhuilier, si nominarono loro stessi giudici sovrani nella prigione della Lamballe, con la stessa preparazione sinistra, la stessa orrenda disciplina dell’assassinio, lo stesso scellerato procedere negli interrogatori, e nel pronunciare le sentenze, le stesse precauzioni per detergere il suolo dal sangue, gli stessi carretti per ammassare i corpi, le stesse mutilazioni sui cadaveri, gli stessi atroci giochi con le teste mozzate, la stessa indifferenza bruta dei carnefici che mangiano e tracannano vino ed acquavite, le stesse torce a vento che rischiarano nella notte questi saturnali macabri che hanno il riverbero di pozze rosse di sangue umano.
E anche qui, la forza pubblica assiste impassibile, e le autorità sono conniventi o timide, o portano, come Billaud-Varennes, degli incoraggiamenti criminali. «Bravi cittadini! – dice questo torvo rappresentante in parrucca rossa – con la vostra forte opera patriottica liberate la Francia da grandi colpevoli. La Municipalità non sa come sdebitarsi di quando state facendo. Senza alcun dubbio le spoglie di questi mostri, a buon diritto, vi appartengono Sono incaricato di offrire, a ciascuno di voi, ventiquattro franchi, che subito vi dovranno essere pagate; e ciò non è una ricompensa ma un attestato della nostra gratitudine».
«E alla Force cento e sessanta teste rotolarono in due giorni, sotto i fendenti delle sciabole, ai piedi degli assassini: Hébert e Lhuilier ne salvarono dieci, in gran parte dame della regina. Chi riscattò, a prezzo di denaro, queste vittime? Non si conteggiò la moneta palesemente fra le mani dei giudici; ma i colpi omicidi che si abbatterono, senza pietà e senza intercessione, sulle persone meno note e più povere, risparmiarono le più illustri e le più ricche. Si pesò il sangue patteggiandone il prezzo per il maggior tornaconto. Questi menzogneri atti di umanità ebbero, per accrescere l’orrore del fatto, il loro mercato».
Una sola delle vittime che, nell’intenzione di quei giudici obbrobriosi, doveva essere risparmiata, non poté scampare: la principessa di Lamballe. Fu un grido che la perdette.

Il prezzo del sangue

Narra ancora Lamartine: «Il duca di Penthièvre viveva ritirato nel castello di Bizy, in Normandia; l’amore del popolo proteggeva la vecchiaia di questo signore munifico e buono. Egli aveva avuto avviso della detenzione della nuora, del fermento di Parigi, dei propositi di strage dei rivoluzionari, e da lontano vegliava per la salvezza della congiunta amatissima. Un negoziatore segreto era stato dal duca inviato a Parigi portando centomila scudi, e aveva intavolato trattative coi principali agenti del Comune per riscattare la vita della principessa; altre persone, domestici e familiari della casa, avevano pure, nella capitale, degli incarichi segreti e diversi per contribuire al successo dell’impresa: dovevano frequentare gli ambienti e gli uomini più autorevoli e pericolosi, avere confidenti e spie nel personale subalterno del Comune, gironzolare attorno alle prigioni per raccogliere notizie, insinuarsi abilmente tentando la cupidigia dei più ribaldi. E tutto quest’occulto maneggio, che faceva capo a palazzo Tolosa, proprietà del duca, era riuscito allo scopo: degli occhi protettori fissavano la principessa, fra i giudici, al Comune, fra gli esecutori, La Lamballe non avrebbe dovuto perire.
Essa fu tradotta, ultima fra i detenuti, davanti al tribunale. Volutamente era stata risparmiata nella giornata e nella notte del 2 settembre, perché il furore degli autori della strage fosse, se non placato, almeno mitigato dai molti olocausti già avvenuti.
La Lamballe si trovava rinchiusa, con la signora Navarre e una delle sue cameriere, in una camera elevata delle carceri, ed aveva sentito, per ben quaranta ore, il clamore nel cortile, il tumulto del popolo, i colpi dei massacratori, le urla strazianti dei feriti, i gemiti dei morenti. Giunsero al suo orecchio delle voci che gridavano il suo nome. L’infelicissima era rimasta, per tutto quel tempo, in angoscia mortale, stesa sul letto, in preda a continui svenimenti, a sonni brevi ed interrotti da convulsioni quando, di tratto in tratto, un fragore più alto la richiamava alla orribile realtà e a quanto accadeva sotto le sue finestre.
Verso le quattro due guardie nazionali entrarono nel camerotto e le imposero, con simulata asprezza, di alzarsi e seguirle nell’Abbazia.
La principessa, esausta e tremante, non poté sollevarsi, rimanendo seduta, e supplicò che la lasciassero dov’era: «Desidero – disse -  morire qui piuttosto che altrove». Una delle guardie si chinò su di lei e le sussurrò: «Bisogna che scendiate, altrimenti ne va della vostra vita».
Così rassicurata, fattasi coraggio e radunate tutte le sue forze, la sventurata pregò i due uomini di ritirarsi per un istante, e vestitasi con una certa prestezza, lasciò la camera e discese le scale sorretta dai due soldati che sembravano interessarsi premurosamente di lei. Hébert e Lhuilier l’attendevano. Alla vista delle sinistre figure dei giudici, di quella palese mostra di delitto, dei carnefici con le braccia insanguinate che, di tanto in tanto, aprivano la porta della corte, campo della strage, dove i prigionieri passavano per essere massacrati, la misera perdette i sensi e cadde fra le braccia della sua cameriera che la seguiva.
Rinvenne lentamente, e si diede principio all’interrogatorio: «Come vi chiamate?» - «Maria Luigia di Savoia Carignano, principessa di Lamballe» – «Quale carica avevate a Corte?» - «Ero sovrintendente alla casa della Regina». - «Conoscete le trame che si ordivano alle Tuileries contro la nazione?» - «Non so di alcuna trama». - «Giurate di amare l’eguaglianza, la libertà, e di odiare i re e le regine?» - «Volentieri giuro di amare la libertà e l’eguaglianza; ma non posso giurare odio al re e alla regina, perché ciò non è nel mio cuore». Uno dei giudici le disse sottovoce: «Giurate, o siete perduta!». La principessa abbassò il capo e rimase silenziosa. Il presidente le impose: «Ebbene, uscite, e quando sarete sulla porta gridate forte: Viva la nazione!». Uno dei capi della masnada, certo Truchon, soprannominato Grosso Nicola, la condusse verso la porta, sostenendola per il braccio, insieme ad uno dei suoi accoliti. La sventurata apparve sulla soglia, e con un gesto di terrore indietreggiò quando scorse nel cortile il cumulo di cadaveri mutilati. Dimentica dell’evviva che l’avrebbe salvata, la principessa gridò: «Dio, che orrore!». Trouchon, le mise una mano sulla bocca e la trascinò facendola passare sui morti che ingombravano il passo. Vi fu un istante di dubbio. Gli assassini, vedendo apparire quella bellezza a cui il sacrificio e la sventura davano quasi uno splendore angelico, la rimirarono senza alzar colpi, muti e sorpresi.
Poteva dirsi in salvo, aveva già attraversato la strada, quando un’anima indemoniata, il garzone del parrucchiere Charlot, ubriaco di vino e di sangue, volle, per scherzo feroce, togliere con la punta della sua picca la cuffia dai capelli della principessa. Ebbro com’era, non colse giusto e sfiorò e ferì la fronte facendo zampillare il sangue che, come maschera rossa, nascose il viso della poveretta.

Lo scempio della Principessa

I massacratori cedettero che quel gesto indicasse che la vittima doveva essere immolata, e furiosi si precipitarono su di lei. Uno scellerato, Grizon, per primo, le inferse un colpo di randello, facendola cadere; e subito le sciabole e le picche compievano lo strazio nefando. L’abominevole Charlot afferrò per i capelli quel corpo che ancora si dibatteva negli spasimi dell’agonia, e tagliò la testa; poi le membra denudate vennero, da quelle belve, fatte a brani e fu strappato il cuore. Dopo questo sacrilegio nefando, Charlot, Grizon, Mamin, Rodi portarono la testa della principessa in una bettola vicina e la deposero sul banco, fra i bicchieri e le bottiglie, obbligando i presenti a brindare con loro. La testa e il cuore, innalzati sulla punta delle picche, aprirono un orrendo corteo, che si diresse verso il Tempio dove era rinchiusa la famiglia del re. Si voleva portare il terrore agli infelici sovrani mostrando loro il viso sconvolto dalla morte dell’amica di Maria Antonietta. Alcuni commissari del Comune e alcuni deputati dell’Assemblea, avvertiti dell’avvicinarsi della folla, andarono incontro ai dimostranti, con pavidi riguardi e con umili preghiere. Venne chiesto di passare sotto le finestre dell’”Austriaca” perché potesse, per l’ultima volta, “vedere la sua complice”. Si accondiscese per crudele e codarda debolezza, e mentre il corteo sfilava nel giardino, il comandante posto invitò il re a presentarsi al popolo. Luigi XVI stava per farlo quando un commissario, che aveva sensi d’umanità, si frappose fra lui e la finestra verso la quale si innalzava l’orribile trofeo. La regina, che alcuni chiamavano con grida insistenti, ignara di quello che accadeva, corse anch’essa ad affacciarsi; ma il re la trattenne e la condusse nelle ultime stanze dell’appartamento. Non le venne però nascosto il supplizio della sua povera amica, e dai particolari di quella tragica morte essa comprese quanto il popolo l’aveva in odio, e come si accaniva su tutte le persone che le erano care.
Il corteo, che si apriva con la testa gocciolante sangue sulla picca, riprese il suo cammino attraverso le strade di Parigi, e si fermò sotto le finestre del Palazzo Reale, per mostrare anche al duca d’Orléans il viso della cognata; e ciò non come una minaccia, ma come un tributo ad un plauso al principe demagogo, cugino del re, che abolendosi i titoli di nobiltà, aveva assunto il nome di Filippo-Égalité.
«Il principe – scrive Lamartine – quando la turba apparve davanti al palazzo, stava a tavola con la signora Buffon sua nuova amante, e con alcuni allegri commensali. Egli non osò rifiutare quella macabra dimostrazione d’omaggio che il popolo gli offriva per mezzo di assassini; si alzo presentandosi al balcone contemplò, per qualche tempo, silenzioso e accigliato, il capo mozzo di quella sua parente, mentre dalla via si elevavano clamori di evviva. Madama Buffon, dai cortinaggi, scorse pure quell’ondeggiante stendardo di morte, e disse atterrita, giungendo le mani: «Dio mio! Anche la mia testa sarà portata così per le strade!» E cadde svenuta.
Il duca rinchiuse le finestre e cercò di far rinvenire e di consolare l’amica: «Povera donna! – esclamò compiangendo la sorella della principessa – Se mi avesse dato ascolto la sua testa non sarebbe là». Poi si sedette, e rimase cupo e silenzioso fino alla fine del pranzo.
I nemici dell’Orléans gli mossero accuse di avere, egli stesso, indicato la Lamballe prigioniera al ferro degli assassini, e di avere importo che l’avviso della morte gli fosse dato in quel modo, per saziare un sentimento di vendetta o un segreto rancore, e per appagare la sua cupidigia; si disse che egli, nell’amica di Maria Antonietta, vedeva una sua nemica personale, e che sperava, qualora fosse stata uccisa, nell’eredità completa ed intensissima del duca di Penthièvre. Queste accuse non rispondono a verità. La vita della dama non poteva avere alcuna influenza sulla sua ambizione, e la morte quasi nulla poteva aggiungere alle sue ricchezze straordinarie. Egli si era già giuridicamente separato dalla moglie, e i presunti futuri redditi ereditari della dama assassinata gli avrebbero aggiunto, tutto al più, tremila franchi all’anno: prezzo irrisorio per il sangue versato. Eppure questa scelleratezza, ed altre ancora, di cui la storia ricerca le cause oscure, vennero fatte risalire alla perfidia, alla venalità e all’ambizione di questo parente di Luigi XVI. Triste conseguenza di una pessima fama, e di eccessi per i quali, a tutti i costi, si voleva andare ricercando motivi tenebrosi e non conformi alla realtà.
Nella notte dopo la triste giornata, uno sconosciuto che seguiva assiduamente, di sosta in sosta, il corteo, poté avere dai manigoldi la testa della Lamballe, che conservava ancora la sua lunga e ricciuta capigliatura. La riscattò con monete d’oro, la deterse dal sangue e dal fango e, portatala nella sua abitazione, la rinchiuse in un cofano di rame, consegnandola poi ad un domestico del duca di Penthièvre, perché tutti i resti della morte, riuniti, avessero sepoltura nella tomba di famiglia.
Il duca era in ansiosa attesa e, quando il corpo dilaniato giunse al castello, invano i familiari vollero tacergli i particolari del delitto e allontanarlo dalla vista orribile. Egli si inginocchiò presso la salma e disse: «Gran Dio, perché tanta bellezza e tanta bontà non hanno potuto trovare grazia davanti al popolo? Che mostro è dunque il popolo?».
Il colpo era stato mortale anche per il vecchio signore e, dopo che il servizio funebre fu celebrato nella sua stanza parata a lutto, egli non poté più levarsi dal suo letto di dolore e di lacrime. Negli ultimi giorni ripeteva a sua figlia: «Vedo la mia morta seduta, presso la finestra, nel suo piccolo gabinetto da lavoro. Vi ricordate, figliuola, con quanta premura ed assiduità lavorava, da mattina a sera, per dare indumenti ai poveri? Ho passato con lei tanti anni, e mai non le ho sorpreso un pensiero che non fosse per me, per la regina, per i derelitti che soccorreva. Ecco l’angelo che han fatto a brani!».
Poco dopo, senza alcun conforto, anch’egli scese nel sepolcro, con la mente fissa sempre nella tragedia della Force.


Autore:
Jules Michelet


Fonte:
Le Donne della Rivoluzione


Note:
Per approfondire: Roberto Codazzi "L'amica della regina. Maria Teresa Luisa di Savoia Carignano, Principessa di Lamballe" Edizioni il Campano

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Aggiunto/modificato il 2020-01-10

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