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Padre Caio Rastelli Missionario Saveriano

Festa: Testimoni

Ghiara di Fontanellato, Parma, 25 marzo 1872 - Tai-yen-fu, Cina, 28 febbraio 1901


Un’ambasciata dalla Cina
Alla stazione di Parma il mercoledi' 9 marzo 1898 alle 16.25, si videro scendere dal treno cinque curiosi personaggi. Erano vestiti goffamente con lunghe sottane e giacche grigie, avevano il viso brunastro, gli zigomi sporgenti e gli occhi a mandorla. Oltre al vestito faceva specie una lunga treccia di capelli che ciascuno portava pendente sulla schiena. Erano cinesi. Li conduceva un vecchio missionario dalla maestosa bianca barba fluente che lo rendeva venerando. Vecchio, per se', non era poichè aveva solo 58 anni, ma le fatiche apostoliche, gli strapazzi della missione lo avevano invecchiato anzitempo. Era Fra Francesco Fogolla dei frati francescani della SS.ma Annunziata. Era nato a Montereggio, nel Pontremolese, nel 1840, ma si era trasferito a Parma fin dall'infanzia con la famiglia, e si era fatto frate nel convento dell'Annunziata nell'Oltre Torrente fin da giovinetto. Era partito per la Cina nel 1866 a 26 anni e non era piu' tornato. Rientrava ora in Italia, dopo 32 anni, per partecipare a una Mostra Missionaria organizzata a Torino dall'Associazione per aiutare i Missionari italiani all'estero, e soprattutto per reclutare qualche giovane missionario per la sua missione dello Shanxi settentrionale, in Cina, tanto vasta e tanto povera di uomini. Lo accompagnavano quattro giovani seminaristi cinesi e un uomo piu' attempato che gli faceva da segretario.
La missione dello Shanxi settentrionale era a ridosso della Grande muraglia, anzi ne era attraversata nella parte settentrionale. Quella muraglia, lunga seimila chilometri, avrebbe dovuto tenere al di la' dei confini le orde mongole sempre inquiete; ma i cavalli mongoli e i feroci cavalieri avevano superato ogni ostacolo nel lontano 1200 e avevano instaurato in Cina la dinastia mongola degli Yuan, durata circa un secolo; ed ora, mentre i missionari costruivano chiese e diffondevano la fede tra i cinesi, un'altra dinastia mongola regnava sulla Cina gia' da due secoli e mezzo, erano i Qing della Manciuria (leggi: Cing).

Don Caio vuole partire
Qualche giorno dopo il padre Francesco tenne una conferenza sulla Cina alle cinque del pomeriggio, nella chiesa dell'Annunziata. Una folla enorme stipava la chiesa: ascolto' con grande attenzione quanto il missionario raccontava della Cina, sugli usi e costumi e sul progresso della fede. Il frate disse che i suoi cristiani amavano tanto Cristo che se fosse avvenuta una persecuzione avrebbero dato volentieri la vita per Lui: non sapeva di fare una profezia. Tra gli uditori c'era un giovane canonico, attorniato da un gruppo di 29 ragazzi in veste talare che li designava come seminaristi. Il giovane prete, Don Guido Conforti, aveva fondato, due anni prima, il 3 dicembre 1895, il piccolo "Seminario Emiliano per le Missioni Estere" con l'intento di raccogliere ragazzi che aspirassero a dedicarsi alle missioni tra gli infedeli. La parola "infedele", in quei tempi, non aveva un senso negativo, ed era usata per indicare chi non aveva la fede cristiana. ragazzi ascoltarono incantati il missionario dalla lunga barba e pensavano: "Forse, un giorno andremo anche noi in Cina...". Ma c'era qualcuno che lo pensava davvero: era il giovane Vice rettore, don Caio Rastelli, entrato nel Seminario di Conforti fin dagli inizi, quasi appena ordinato prete. Era nato a Ghiara di Fontanellato (Parma-Italia) il 25 marzo 1872.
Qualche giorno dopo la conferenza, verso la meta' di marzo 1898, il padre Fogolla si reco' in Borgo Leon d'oro n. 12 (oggi Via Bruno Longhi), nel piccolo Seminario di Conforti. Don Caio gli ando' a parlare: gli chiese semplicemente, "Padre, potrei venire con Lei?..." La risposta fu quanto mai incoraggiante; ma quando Rastelli ne parlo' a Conforti, una piccola doccia fredda gli piombo' sul capo: "Ma don Caio, come posso fare senza di te? Non vedi quanto sono occupato in Curia dopo che il Vescovo mi ha nominato Vicario Generale?" Il vescovo era mons. Francesco Magani. Venuto a Parma nel settembre del 1894, non aveva esitato e scegliersi come collaboratore di fiducia il canonico Conforti e lo aveva nominato prima Pro Vicario e poi Vicario Generale, malgrado la giovane eta': non aveva ancora trent'anni.
La stessa sera un altro alunno del Seminario, unico studente del corso teologico, il suddiacono Odoardo Manini, si reco' dal Conforti per dirgli: "Voglio partire anch'io...". Manini era "prefetto", ossia assistente della piccola comunita': nemmeno di lui si poteva far senza. E poi... non aveva nemmeno vent'anni ed era figlio unico... No: era impossibile! Il Fondatore si tormentava dentro, nella gioia di vedere l'ardore missionario dei suoi figli e nella impossibilita' di poter aderire alle loro richieste. Se non che l'incontro che Conforti ebbe con Fogolla in quei giorni fece piegare la bilancia a favore dei due aspiranti alla Cina: quando mai Conforti avrebbe avuto la sorte di poter affidare i suoi primi missionari a una guida piu' sicura che i Frati francescani e particolarmente quel padre Francesco che prometteva di averne cura come di figli?

La città si commuove
Durante l'estate, nella villa di campagna che don Guido aveva preso in affitto a Vigatto per i suoi ragazzi, il giovane Vice rettore spingeva sull'altalena i piu' piccoli (ma erano tutti piccoli) e a ogni falcata del gioco gridava: "Aden!...Colombo!... Singapore!... Manila!... Hongkong!... Shanghai!... " Insomma, tutti i porti in cui immaginava che lo avrebbe portato la nave. Il 4 marzo dell'anno seguente, il 1899, fu il giorno degli addii. Il grande salone dell'episcopio era stato convertito in cappella; l'immagine di San Francesco Saverio, patrono dell'Istituto, dominava la parete di fondo dove era stato preparato un altare. La gente era numerosa. In prima fila i genitori dei partenti, in lagrime, e i famigliari tutti. Celebro' la Messa il canonico Conforti, mentre il Vescovo assisteva in veste rossa e cotta bianca; ma fu lui, il Vescovo, a imporre il crocifisso sul petto ai giovani partenti e a rivolgere paterne parole di addio. La sua voce era commossa, come quella di un padre che vede partire i suoi figli e che sa che non li vedra' piu'... Perche' in quei tempi i missionari partivano per non piu' tornare e, inoltre, si sapeva che la Cina era inquieta, che manifestazioni contro gli europei avvenivano qua e la', e che alcuni missionari erano stati uccisi. Il Vescovo accenno' al dolore dei genitori, ai duri sacrifici della vita apostolica e anche alla possibilita' di incontrare il martirio. Si rivolse poi a ciascuno dei partenti, salutandoli con la voce rotta dai singhiozzi e baciandoli con paterno affetto: "Vi affido all'arcangelo Raffaele la cui immagine dorata risplende sulla torre campanaria - disse - : che egli vi accompagni nel vostro cammino".
Poi vennero gli addii dei genitori e dei famigliari; la gente li attorniava commossa. Alla fine dovettero staccarsi e salire su un lando' ornato a festa e trainato da due cavalli, mentre altre nove carrozze seguivano in corteo, come scolta d'onore. Partirono dalla stazione alla volta di Genova alle 12.24, seguiti da un applauso della gente e dai singhiozzi repressi dei famigliari.

Diventare cinesi
Partirono da due diversi porti e in date differenti: Rastelli parti' da Genova il 7 marzo sul piroscafo tedesco "Prinz Heinrich", insieme ai quattro seminaristi cinesi e il francescano laico Fra Andrea Bauer, alsaziano; Manini parti' da Marsiglia il 12 marzo con mons. Fogolla, divenuto vescovo coadiutore del vicario apostolico della Missione mons. Gregorio Grassi. Con loro viaggiavano due giovani Padri e quattro studenti francescani non ancora ordinati; vi erano pure dieci Suore Francescane Missionarie di Maria, di cui sette destinate alla missione dello Shanxi.
Mons. Conforti, affidando Rastelli e Manini al vescovo Fogolla aveva scritto: "Voglia considerarli suoi figli in Gesu' Cristo ed essere loro largo di carita' e di benigno compatimento". Al Vicario apostolico mons. Grassi aveva inviato lettera a mezzo Rastelli: "Le affido i due primi missionari che l'umile Congregazione di San Francesco Saverio puo' offrire all'apostolato cattolico... Le protesto che mi sono cari quanto l'anima mia e reputero' fatto a me stesso tutto quel bene che Vostra Eccellenza nella sua grande carita' si compiacera' di fare loro".
Toccarono i porti scanditi sui prati di Vigatto spingendo l'altalena; ed ebbero anche l'emozione e la paura di una tempesta piuttosto violenta. Manini, piu' emotivo, la descrisse come se la nave fosse stata piu' volte per affondare; Rastelli la nomina appena. Giunsero a Shanghai il 15 aprile.
Qui comincio' la trasformazione: bisognava diventare cinesi! Un abile sarto prese le misure e in poche ore confeziono' i vestiti adatti, poi fu dato loro un berrettino nero rotondo, che oltre a coprire il capo aveva la funzione di tenere agganciata alla capigliatura naturale una treccia di capelli comprati che doveva sporgere, discreta o spavalda, sulla schiena del nuovo figlio adottivo della Cina. Figlio adottivo non e' una parola di troppo, perche' quei giovani missionari si erano scelta veramente la Cina come nuova patria per sempre. Si erano dunque trasformati in cinesi; ma cinesi come bambini appena nati che non sanno parlare e non capiscono quelli che parlano. Sotto, dunque, con lo studio della lingua, fin dal primo giorno.
Arrivarono il 1° maggio a Taiyuan, la capitale della provincia dello Shanxi e del Vicariato apostolico; furono accolti nella grande residenza dove dimorava il Vescovo e dove operavano un orfanotrofio per bambine abbandonate, una scuola e un incipiente ambulatorio per le cure di prima necessita'. Qui si mettera' al lavoro Odoardo Manini, costretto a trascurare alquanto lo studio della lingua per le urgenze dell'arte medica. Rastelli, invece, si mise con tutte le forze a immagazzinare caratteri ideografici e a cimentarsi con i molteplici toni con i quali i medesimi caratteri vengono pronunciati.
Non e' che gli entrassero ben bene nella testa, ma le urgenze erano molte, tanto che mons. Fogolla scriveva al Fondatore:"Appena padre Caio sapra' esprimersi sufficientemente, probabilmente sara' inviato in qualche distretto ove e' necessaria la presenza di un missionario europeo che solo viene riconosciuto dai Mandarini...".

Sui monti occidentali
Non passarono sei mesi che padre Caio fu destinato a una missione sui monti occidentali. A piu' di 300 chilometri dalla capitale si elevava un altopiano dominato dai monti Luliang. L'altezza si aggirava sui 1500 metri con alcune vette che superavano i 2500. A ovest il Fiume Giallo segnava i confini con la vicina provincia dello Shaanxi. La missione comprendeva la prefettura di Fenzhou e otto sottoprefetture e si estendeva per 150 chilometri in lunghezza e poco meno in larghezza, con una superficie di circa 20.000 chilometri quadrati. Padre Caio parti' il 1° novembre, pieno di entusiasmo e di giubilo, malgrado il Vicario apostolico gli avesse detto che avrebbe trovato molto da soffrire per il clima e per il cibo e soprattutto per la solitudine, le ansie e i patimenti spirituali.
Scriveva al Fondatore: "Partiro' per... per il Paradiso!" Il nome della localita' gli resta sulla penna. Spiega: "Troppo e' pieno di gioia l'animo mio, e dove, se non alle porte del Paradiso approdera' il mio viaggio?... Oh, quanto e' dolce servire il Signore! Oh, come riempie i voti di chi in Lui confida!" Si era addossato quattro pianete, un messale, il breviario e un piccolo libro, compendio di morale e di dogmatica. Nient'altro. Lo accompagnava il padre cinese Gabriele Suen e un giovane di 22 anni che doveva fargli da maestro e da catechista. Impiegarono cinque o sei giorni per giungere a Sie-kou, il paese cristiano che doveva divenire la sua sede centrale.
Appena ambientato un poco, scrisse le prime lettere alla famiglia e al Fondatore. Abita in una grotta, probabilmente una casa scavata nel loess, e ci sta benissimo; del resto anche la gente del luogo abita nelle grotte. Per mangiare ammette che non si mangia molto bene: tutti si nutrono di miglio, melica scopaiola e avena; per condimento, fagioli, zucche, lenticchie, rape, peperoni e una specie di cavolo o verza. Il riso lo si vede raramente. Anche la carne e' rara: molti muoiono senza averla mai assaggiata... Questo e' anche il suo regime: "Ma basta non soffrir la fame e che il cibo non faccia male, scriveva, - cosi' diceva il papa' e cosi' dico anch'io".
La lingua divenne un incubo: da un paese all'altro la pronuncia era diversa e non riusciva a raccapezzarsi. Eppure quella lingua gli piaceva: "E' di una delicatezza e di una nobilta' di eloquio straordinaria". Peccato non poterla parlare: " Soffro non poco di non potermi slanciare tra la massa che mi circonda... Mi basterebbe poter parlare, per consolare Gesu' e salvare le anime". Guarda con simpatia i suoi figli spirituali: sono buoni, docili, animati da una sincera pieta'. Li vede lavorare con mezzi rudimentali, ma con una industriosita' e una tenacia che lo riempie di ammirazione. Peccato che ci sia la carestia...
Quali drammi dolorosi sottende questa parola! Padre Caio imparo' a vedere la miseria, a sentire la fame nelle sue viscere quasi un riflesso di quella degli altri, a logorarsi dal dolore per non poter far nulla o assai poco per salvare delle vite. "La carestia, egli scrive, si e' presentata nelle forme piu' orribili. L'altr'anno si raccolse una meta', l'anno scorso un terzo; quest'anno non si e' seminato nulla, perche' nulla si puo' seminare. Nessuna industria, nessun lavoro da guadagnare qualche soldo, nessuna erba mangiabile. I lupi cominciano a girare qua e la' in cerca di preda; torme di uomini si aggirano ovunque in cerca di un po' di cibo per scampare alla morte vicina; assalgono qualche famiglia benestante e portano via quanto trovano di commestibile; ma anche di questi pagani coraggiosi, una gran parte muore sulla via; i pagani piu' timidi aspettano la morte nelle loro case. I cristiani che gia' molte volte sono ricorsi al Padre, ora vengono definitivamente alla chiesa, anche di lontano con stenti inauditi, per prepararsi alla morte. Poi, rassegnati, si rintanano nelle loro case, aspettando che la fame, come una fiamma venga finalmente a consumarli..."
La morte arriva a Taiyuan
Intanto all'orizzonte si profilava l'uragano. Era come se il cielo si fosse riempito di nubi scure e un diluvio stesse per abbattersi sulla terra. A Pechino era scoppiata la guerra: numerosi rivoluzionari fanatici si erano scatenati contro i bianchi, che ritenevano invasori della loro terra. Erano i boxer. Procedevano come orde selvagge, brandendo spade e fucili, la fronte legata con un fazzoletto rosso. Si erano preparati con incantesimi che avrebbero dovuto renderli invulnerabili. Il 20 giugno 1900 l'ambasciatore della Germania, barone Von Ketteler, era stato assassinato per strada; nello stesso giorno una massa inferocita di boxer aveva assediato il Quartiere delle Legazioni straniere e la chiesa cattolica del Pe'tang. Avendo avvertito la tempesta tutti gli stranieri si erano rifugiati nell'ambasciata d'Inghilterra, come la piu' sicura, perche' circondata di mura. Alla missione si era recato un piccolo presidio francese per difendere i Padri e i cristiani la' rifugiati. Nei giorni successivi, ai boxer si uni' l'esercito regolare, istigato dall'Imperatrice madre Cixi. Sulle mura e all'interno cominciarono a piovere palle di fucile e a cadere bombe di cannone.
Messaggeri erano stati inviati di nascosto a Tientsin a chiedere soccorsi. Una prima spedizione fu intercettata e i soldati europei furono costretti a ritirarsi. Questa vittoria aveva esaltato gli assedianti; il grido di "Morte agli europei" risuonava terribile per l'aria. Mentre a Pechino venivano moltiplicati gli assalti alla Legazione e alla chiesa, a Taiyuan si consumava la tragedia.
Da qualche mese era arrivato alla capitale della Provincia il nuovo Governatore, il generale mancese Yushien, noto per il suo odio contro gli europei e contro i cristiani. Aveva subito fatto affiggere manifesti contro i missionari, accusandoli di avere irritato gli de'i, predicando una nuova religione, e di essere percio' causa della grave carestia che affliggeva la Provincia. Si ordinava quindi ai cristiani di ritornare alle antiche divinita' e di non essere partigiani degli stranieri. Ai primi di luglio, eccitati dalla lotta che si svolgeva a Pechino e dalla notizia della sconfitta di un primo esercito straniero, nella citta' di Datong, a nord della provincia, i boxer avevano bruciato la chiesa e catturato il padre cinese che vi si trovava. Fu poi fatto morire tra i piu' atroci tormenti con altri due cristiani.

Globi di luce verso il cielo
La notizia non era ancora giunta a Taiyuan che anche la' una turba di facinorosi diede alle fiamme la residenza dei pastori protestanti. Questi, con le loro famiglie, furono fatti alloggiare in un vecchio tempio al centro della citta'. I francescani, in seguito alla morte per tifo del Superiore, si trovavano riuniti per la nomina del successore. Mons Grassi, rendendosi conto della gravita' del momento, diede ordine ai missionari di mettersi in salvo: le porte erano sorvegliate e non era possibile passare, percio' i Padri si fecero calare dalle mura della citta' durante la notte; rimasero in citta' i due vescovi, due missionari anziani e il fratello Andrea Bauer. Si sperava di far uscire dalla citta' le suore il giorno dopo, travestite da contadine; ma esse non vollero per non abbandonare le orfane.
Per prima cosa il Governatore fece sequestrare le orfane, tra cui varie erano adolescenti. Di notte arrivarono dei carri ed esse furono portate via tra lagrime e pianti. Il giorno dopo, con il pretesto di metterli a sicuro dagli assalti dei boxer, il Governatore diede ordine di condurre i missionari e le suore nella medesima pagoda dove gia' si trovavano i protestanti.
Nel pomeriggio del 9 luglio un forte contingente di soldati circondo' l'edificio dove erano i prigionieri. Un drappello entro' armi alla mano. I protestanti reagirono con qualche colpo di arma da fuoco, ma furono subito ridotti all'impotenza. I padri e le suore si erano raccolti attorno a mons. Grassi che diede loro l'assoluzione. Mons. Grassi fu colpito alle reni con il calcio di un fucile e faceva fatica a camminare; mons. Fogolla aveva ricevuto due piattonate sul collo con una sciabola: sia lui che fratel Andrea versavano sangue. I soldati li legarono con prepotenza e li condussero tra una folla inferocita fino al tribunale del Governatore.
Giunti sul luogo, Yushien si avvicino' a Fogolla e gli chiese: " Da quanto tempo sei in Cina e quanto male hai fatto al mio popolo?" Il Vescovo rispose dolcemente:"Sono qui da 34 anni e ai cinesi non ho fatto che del bene". "Tu menti - rispose irritato Yushien - ed ora ti uccido". Lo colpi' con due pugnalate, ma non in modo da farlo cadere. Subito ordino':"Portateli fuori e uccideteli tutti".
Segui' una confusione enorme. Nel cortile antistante i due vescovi, i due padri, il fratello e le sette suore furono massacrati. Ad alcuni fu tagliata la testa, altri furono sgozzati, altri ebbero trapassato il cuore con la spada. Morirono con loro cinque seminaristi e nove servi della missione: in tutto 26 martiri. Anche i pastori protestanti con le loro famiglie furono massacrati: altri 32 martiri per il Regno di Dio. Lontano, a duecento chilometri, nella citta' di Zhengding, i cristiani narrarono di aver veduto in direzione di Taiyuan, proprio nell'ora del martirio, globi di luce salire verso il Cielo.

In fuga sui monti
Conforti e la citta' di Parma gia' piangevano i loro figli, perche' la stampa internazionale aveva dato notizie catastrofiche: un telegramma da Shanghai aveva annunciato l'uccisione a Taiyuan dei vescovi Grassi e Fogolla e di altri 42 europei, tra cui tutti i missionari. La cifra corrispondeva esattamente al numero degli europei uccisi: 32 protestanti e 10 cattolici (i due vescovi, tre missionari e sette suore); ma per vicende provvidenziali gli altri missionari cattolici del Vicariato si erano messi in salvo. I piu' giovani si erano rifugiati sui monti; Manini si trovava nel convento di Tong-el-kou a trenta chilometri dalla citta' e pote' fuggire insieme con padre Barnaba Nanetti, superiore del convento. Quando giunsero nei pressi della missione di p. Rastelli, gli mandarono messaggi perche' si mettesse in salvo. Padre Caio, vestito da contadino, con un gran cappello in testa e un sacco sulle spalle usci' di notte dalla residenza e marcio' verso ovest. Arrivato al Fiume Giallo non lo riconobbero e lo lasciarono passare. Si reco' nella residenza di un missionario al di la' del fiume, ma si fermo' un solo giorno; e fu fortuna perche' il mandarino che gli era nemico gli aveva mandato dietro dieci soldati, promettendo un premio se lo catturavano. Ma lasciamo a lui stesso raccontare la sua avventura: "Il Signore manifestamente mi protesse poiche' potei viaggiare di notte e di giorno, pernottare negli alberghi e nelle case dei pagani; fui in spelonche abbandonate da belve o da pecore ed in piazze popolate, ma sempre non riconosciuto... Mi ero cosi' camuffato alla cinese che Ella pure non so se mi avrebbe conosciuto. Manifestamente Dio mi protesse, perche' in una casa, dove dimorai due giorni e mezzo, solo dopo altri due giorni fu bruciato un mio sacerdote cinese e tre cristiani che vi si erano rifugiati" (10.12.1900, a Conforti).
"Mandarini, popolo, ribelli, tutti davano orribile caccia agli europei e ai cristiani. Fui inseguito da dieci soldati con una taglia, ma il Signore che mi protesse fece si' che, nei dieci giorni in cui fuggivo, da nessuno fossi conosciuto come europeo. Quel che mi spaventava era passare il Fiume Giallo. Ivi furono poi martirizzati tre sacerdoti cinesi, due proprio nel luogo dove io passai: ebbene con 15 centesimi potei passare e senza noie; mentre Manini e il nostro Vicario generale dovettero puntare il fucile per spaventare i barcaioli, che poi cedettero al ricevere 18.000 sapeche" (22.01.1901, al Vescovo di Parma).
Padre Barnaba e Manini giunsero primi in Mongolia, a Xiao-kiao-ban, la residenza fortificata dei padri Belgi di Scheut. Era il 29 luglio: avevano viaggiato 22 giorni tra immense fatiche e timori. Qualche giorno dopo giunse anche Rastelli: era irriconoscibile per il travestimento e piu' ancora per la magrezza a cui si era ridotto per le strettezze della sua missione e gli strapazzi del viaggio. Pochi giorni dopo scoppio' la persecuzione anche in Mongolia: il Vescovo e alcuni Padri furono uccisi, mentre gli altri si rifugiarono a Xiao-kiao-ban.

Assediati nel forte
La residenza fortificata era stata costruita dai Padri belgi solo cinque anni prima per difendersi dalle orde dei mongoli o dai musulmani, sempre inquieti nella vicina provincia del Kansu. Comprendeva la chiesa, la residenza dei Padri, l'orfanotrofio, alcune dipendenze e un po' d'orto. Una muraglia alta sette metri circondava l'abitato per un perimetro di circa 500 metri. Le mura erano fortificate da bastioni con merli, mentre cinque torrette servivano alla difesa. Intorno alle mura scorreva un fossato pieno d'acqua. Fuori, dalla parte sud, si estendeva il villaggio dei cristiani, fondato dai padri 25 anni prima. Ai primi movimenti sospetti, i Padri fecero affluire nella zona fortificata i cristiani del villaggio: circa 500 persone. Alle dieci di sera del 9 agosto una moltitudine di boxer circondarono la residenza; ad essi si uni' un'orda di mongoli avidi di bottino. Avanzavano portando fiaccole e facendo un rumore pauroso. Gridavano a gran voce: "Morte agli europei! Vogliamo mangiare la vostra carne".
Gli assediati si difendevano dalle mura sparando sugli assalitori e a volte facevano delle sortite per sgominare le avanguardie; con i Padri combattevano anche i cristiani. I boxer si ritenevano invulnerabili, ma quando una quarantina di assediati decisero di uscirgli incontro sparando e menando le spade, sei boxer caddero, malgrado la loro invulnerabilita', e gli altri si diedero alla fuga.
Il giorno dopo ritornarono; e cosi' mattina e sera e perfino alla notte. I Padri e i cristiani sparavano dalle feritoie. "Piu' volte, scrisse il p. Rastelli, si presentarono a portata dei nostri fucili a gruppi di una decina di persone, sfidandoci a sparare su di loro, dichiarando di essere invulnerabili. Ci piangeva il cuore ma dovemmo sparare per difendere noi stessi e le 500 persone che erano con noi. Ci meravigliavamo di tanta cecita' che li faceva credere invulnerabili".
"Eravamo assediati dai ribelli e poi da 400 soldati mongoli. Noi, con soli trenta fucili, battendo il nemico dalle mura e in sortite, riuscimmo a spaventarlo e a farlo fuggire". Per un giorno intero e per tutta la notte Rastelli era rimasto sugli spalti, mentre i boxer si presentavano a ondate di una ventina di persone alla volta, sparando all'impazzata: "Finalmente stanco, fatto segno di un orribile fischiare di palle, chiamo in aiuto un Padre olandese; dopo un'ora circa una palla lo stende morto al mio fianco. Mi piego su di lui e poi distrattamente alzo la testa dal mio riparo: il nemico pronto spara e la palla mi sfiora il cappello".
Dovettero anche scavare una contro-galleria per contrastare quella che i mongoli stavano scavando per entrare sotto le torri e porvi le mine. "Quando udivamo l'orribile fischio delle palle di fucile e da cannone, o sentivamo il sordo rumore dei mongoli che scavavano sotto le torri per farle saltare, pensavamo a voi, alle vostre preghiere, e ci sentivamo rianimati al coraggio, alla consolazione, alla piu' illimitata fiducia" (Lettera al Vescovo di Parma).
Rastelli era stato congedato dal servizio militare col diploma di tiratore scelto e avrebbe potuto uccidere ad ogni colpo, ma deve aver cercato di colpire alle gambe o alle braccia se ci furono molti feriti tra gli assalitori e pochi morti. Il 15 settembre, dopo trentasette giorni di assedio, Rastelli non ne pote' piu': si mise a letto divorato dalla febbre. Alla fine di settembre una notizia circolo' tra gli assedianti: le armate straniere erano entrate a Pechino, l'imperatrice si era data alla fuga e i soldati europei facevano strage dei cinesi. Forse da qualche parte era anche giunto l'ordine di ritirarsi: i boxer lasciarono l'assedio e i mongoli, con i loro carri, si avviarono verso Ovest.

La vigna desolata
Qualche giorno dopo, padre Barnaba si avvio' verso lo Shaanxi (Shenxi), la provincia a sud della loro missione. Non si fidava ad entrare direttamente nella provincia dello Shanxi, fatta oggetto di tanta persecuzione. I due Saveriani dovettero attendere ancora quindici giorni perche' Rastelli, non ancora ristabilito, non era in grado di intraprendere il viaggio. Partirono a meta' ottobre; la guida, per non farli passare per le strade usuali forse pericolose, li condusse attraverso i monti, per sentieri impervii in una marcia che non finiva mai.
Dopo quindici giorni, giunsero sfiniti a Xi'an, la capitale della Provincia dello Shaanxi. Padre Rastelli pareva piu' malato di prima. Furono accolti amorevolmente da mons. Amato Pagnucci, Vicario apostolico di quella missione. Dovettero fermarsi per circa due mesi in attesa di un lasciapassare: solo il 10 dicembre lo ebbero nelle mani e il giorno dopo partirono. Viaggio' con loro anche il padre Barnaba che era pure stato costretto ad attendere.
Cio' che trovarono appena entrati nel territorio della missione li colpi' al cuore: sette sacerdoti cinesi uccisi tra i tormenti, 1.500 o 2.000 cristiani massacrati; le chiese e le residenze distrutte o gravemente danneggiate; le case dei cristiani date alle fiamme e interi villaggi completamente rasi al suolo."I due distretti di padre Rastelli che avevamo attraversato nella fuga - scrive Manini - furono completamente distrutti: non rimangono piu' che un centinaio di persone". Rastelli piangeva i suoi morti, quelli che aveva amato come figli e che non erano piu'.
Fece grande impressione il racconto dell'eccidio compiuto a Taiyuan cinque giorni dopo l'uccisione dei vescovi: una cinquantina di cristiani si erano radunati in una chiesa a pregare; i boxer circondarono l'edificio e si gettarono sui cristiani come belve feroci, urlando e menando strage. Si videro le madri offrire i loro bambini, nel timore che venissero preservati per essere pervertiti. Il racconto dell'eroismo dei cristiani commuoveva Rastelli fino alle lagrime, ma nello stesso tempo lodava Dio che aveva dato a creature inermi la forza del martirio. Gli eccidi erano stati compiuti paese per paese e i sopravvissuti erano nella piu' squallida miseria.
La sera del 24 dicembre, vigilia di Natale, giunsero al convento di Tong-el-kou. I cristiani accolsero i Padri con grandi manifestazioni di gioia. Era gia' l'imbrunire e, dopo tanti mesi di silenzio, la campana della chiesa comincio' a suonare per chiamare i fedeli alla celebrazione del Natale. Padre Barnaba, Superiore del convento e Vicario generale della missione, costrinse affettuosamente Rastelli a celebrare la Messa di mezzanotte, rinunciando a celebrarla lui stesso, come sarebbe stato suo diritto.Una grave sventura
Nei giorni seguenti padre Rastelli fu nominato Procuratore della missione. Inizio' subito un disagiato viaggio, per la vasta pianura, per valli e per monti, di paese in paese a riscontrare le rovine, a consolare i superstiti, a soccorrere gli indigenti. Un compito forse troppo pesante per il suo fisico indebolito e piu' per il suo cuore angosciato. Per l'ultima volta vide i luoghi delle montagne dell'ovest, dove aveva tanto pregato e sofferto.
"Il lavoro e' cresciuto, scrive al Vescovo di Parma, perche' mancano dodici valenti operai ( uccisi o morti di malattia) e io sono il terzo fra gli anziani europei. Ed ora mi tocca fare da Maestro di filosofia con quattro seminaristi, da curatore di 200 orfane e 40 vergini, oltre che da Procuratore generale in un periodo in cui tutte le cose furono sconvolte dalla persecuzione".
Dovette anche presentarsi al tribunale come rappresentante della Chiesa per chiedere la restituzione degli oggetti rubati durante i saccheggi e soprattutto per chiedere l'intervento dell'autorita' per la riconsegna alla missione delle orfane che i pagani avevano rapito: di qualcuna non si ebbe piu' notizia.
Duro' un mese questo suo peregrinare tra le miserie: si sentiva stanco da morire; tornato a casa ai primi di febbraio da un'ultima visita ai luoghi del dolore, si senti' male. Lo prese la febbre e la diarrea. Fu chiamato il medico cinese che diagnostico' il tifo. Furono tentati rimedi di ogni specie, si chiamarono dottori sempre piu' bravi, ma inutilmente. Odoardo Manini gli era sempre a fianco con affetto fraterno. Padre Barnaba era andato a Pechino a implorare aiuti per i cristiani affamati e in convento rimaneva il padre Francesco Saccani di Parma che non abbandono' mai il malato.
Il 10 febbraio Rastelli volle alzarsi per far riposare le ossa rotte dal durissimo tavolato in cui giaceva. Il giorno 13 si accinse a scrivere una lettera al Fondatore e ai genitori, ma la sospese alle prime righe perche' si senti' mancare. Lo riportarono a letto, madido di sudor freddo e preso da tremiti in tutto il corpo. Riconobbe Manini ma non riusci' a parlare: gli strinse la mano affettuosamente. Padre Francesco gli amministro' l'Unzione degli Infermi. Fu chiamato un vecchio medico di fama: diede qualche speranza, forse per non far brutta figura, scrisse una ricetta e se ne ando'. Da quel momento si noto' un cambiamento strano nel carattere di padre Caio: prima coraggioso, sprezzante dei pericoli, ora timido, pauroso, bisognoso che qualcuno gli stesse sempre vicino.

La notte dello spirito
Gli ultimi giorni, al male fisico si aggiunse l'angoscia morale: lo avevano preso gli scrupoli. Si angustiava per ogni piccola cosa, temendo di commettere o di aver commesso peccato. Faceva spesso chiamare Padre Francesco Saccani per ripetere le sue confessioni e non si dava pace. Era penoso vederlo in tali angustie. Finalmente, dopo qualche giorno, il padre Francesco ebbe l'ispirazione di imporsi con l'autorita' del confessore: gli comando' di non pensare piu' ai peccati e di abbandonarsi nelle braccia misericordiose del Padre celeste. Rastelli era tanto abituato a obbedire che, come per incanto, si calmo' e passo' tranquillo gli ultimi giorni.
Trascorsero venti giorni. Padre Caio era debolissimo; non prendeva piu' che un po' di brodo di miglio ed era diventato di una magrezza spaventosa; passava continuamente dagli ardori della febbre a brividi di freddo.
Il 27 Il 27 febbraio ebbe un po' di miglioramento, tanto che padre Francesco penso' di potersi assentare per affari urgenti. Alla sera sembrava assopito e il polso era abbastanza regolare, ma Manini era preoccupato; verso mezzanotte ritorno' al capezzale dell'infermo. Alle quattro padre Caio entro' in agonia. Venne un sacerdote cinese per una nuova assoluzione e per le preghiere dei moribondi. Alle sei e un quarto ebbe un colpo di tosse e spiro'. Era il 28 febbraio; aveva 29 anni meno un mese. "Cosi' ebbe fine quella tanto amata e preziosa esistenza", scrisse Odoardo Manini dando minuta relazione degli ultimi giorni di padre Rastelli.
Quando, due mesi dopo, alla fine di aprile, mons. Conforti seppe da una lettera di padre Barnaba dell'irreparabile perdita, raduno' i suoi alunni attorno all'altare e, con voce rotta dall'emozione, annuncio': "Miei cari, ci e' accaduta una grave disgrazia, la piu' grave che umanamente ci potesse capitare: e' morto Don Caio". Padre Bonardi, allora presente, affermo': "Forse il piu' grande dolore che una morte gli abbia provocato...".

Conforti piange il suo figlio
Per quali circostanze mons. Conforti non fu subito informato della morte del suo figlio primogenito? Si era prospettata l'ipotesi che Manini avesse inviato un telegramma a Pechino al padre Barnaba perche', a sua volta, egli telegrafasse in Italia; ma in una lettera del 1° aprile Manini dice chiaramente di avere spedito un telegramma a Conforti subito dopo la morte del Confratello, e forse anche padre Barnaba lo fece da Pechino; ma erano tempi di guerra e si puo' pensare che i telegrammi per l'estero fossero sospettati di comunicare in linguaggio cifrato chi sa quali diavolerie e che percio' non siano stati inoltrati. La lettera di padre Barnaba rimpiange la dolorosa perdita e ha parole di elogio per il Padre Caio; ma piu' che tutte le altre testimonianze vale il profilo che lo stesso mons. Guido Maria Conforti scrisse in occasione dei solenni funerali celebrati a Parma il 9 maggio 1901.
Lo ricorda seminarista, "indefesso nello studio, fervoroso nella pieta', osservantissimo delle Regole, di una modestia verginale; abbelliva tutte queste rare doti con si' schietta e profonda umilta' da rendersi caro a quanti l'avvicinavano. Non deve percio' recar meraviglia se il Signore destinava quest'anima eletta ad operare e a patire grandi cose per la gloria del suo nome". "Infatti, non appena ordinato sacerdote chiedeva di entrare nel Seminario Emiliano di San Francesco Saverio... Vi entro' con quel trasporto di santa gioia che e' piu' facile immaginare che descrivere e da quel primo istante in poi non ebbe che un solo pensiero, una sola aspirazione: perfezionarsi nella virtu' del suo stato e fornirsi di quel corredo di cognizioni che dovevano formarne uno strenuo banditore del Vangelo".
Ne ricorda poi lo spirito di mortificazione che il Superiore doveva moderare perche' non ne pregiudicasse la salute. Non era austero nel suo comportamento, ma sereno e giocondo, per cui era cara la sua compagnia e gli alunni, di cui era vice rettore, nutrivano per lui affetto e venerazione. "Con queste disposizioni si preparava a bere l'amaro calice che il Signore suole apprestare ai suoi Apostoli che rende a Se' conformi alla scuola dei patimenti". Il 3 dicembre 1898, festa di San Francesco Saverio, apostolo delle Indie, "si consacro' a Dio con voto, assieme al confratello Odoardo Manini, per la conversione di tanti infedeli, giacenti ognora nelle tenebre dell'errore e nelle ombre di morte. Il sacrificio era ormai compiuto e il Signore l'aveva accolto in odore di soavita'".
Del suo apostolato in Cina il Fondatore dice che la missione affidatagli era vasta come le diocesi di Parma, Piacenza e Reggio unite insieme, posta fra monti scoscesi e sterili, ed egli doveva viaggiare di continuo dall'una all'altra cristianita' per predicare, battezzare, cresimare... Abitava in misere stamberghe e umide spelonche, ne' altro cibo poteva procacciarsi all'infuori di un po' di miglio e di erbaggi cotti nell'acqua. Riporta una lettera di mons. Fogolla in data 12 marzo 1900: "Don Rastelli trovasi sui monti occidentali di questa provincia, a cinque o sei giornate da Taiyuan. Lassu' vi e' una grande quantita' di neofiti e catecumeni e vi e' anche molto da lavorare e da patire, non essendovi nessun comodo per la vita; ma per chi ha virtu' come Don Rastelli, vi sta bene ed e' contento, perche' vi si possono acquistare molti meriti". "La perdita immatura di cosi' strenuo banditore del Vangelo ha gettato nel lutto piu' profondo questo Seminario Parmense per le Missioni Estere, ma ora Superiori e alunni, mentre piangono il caro Estinto e lo desiderano, si confortano non poco col ricordo delle sue virtu' e colla dolce speranza d'avere acquistato in Cielo un protettore che presso Dio intercedera' anche per essi e per quest'umile Istituto che tende unicamente alla propagazione di quella Fede per la quale egli ha sacrificato con generoso distacco la famiglia, la patria, la vita".

Defunctus adhuc Loquitur
I sentimenti che illuminarono la vita di padre Caio Rastelli sono bene espressi dalla formula di rinnovazione della sua consacrazione, scritta il 30 novembre 1900 a Tung yangfang, nello Shaanxi, per pronunciarla il 3 dicembre, festa di San Francesco Saverio. Ne riportiamo qualche passo: "Dio eterno e onnipotente, Padre, Figliolo e Spirito Santo, io vostra indegna creatura..., in unione con l'Ostia accettevolissima che or ora vi ho sacrificata e percio' rivestito delle sue perfezioni, virtu' e meriti, Vi offro l'anima mia, il mio corpo e quanto ha e avra' con me relazione. ...Rinnovo i voti di osservare un'intera castita' e perfetta continenza; di una pronta esatta, cieca, allegra, generosa obbedienza; di una vera e religiosa poverta'; di una totale dedicazione di tutte le mie forze a quelle opere di Missione o di Congregazione a cui i miei Superiori mi vorranno impiegato". Si rivolge quindi alla Vergine Maria, a San Francesco Saverio, agli Angeli e Santi della Corte celeste perche' gli ottengano dal Signore Gesu' Cristo illibatezza e santita' di pensieri, di parole, di opere, di desideri che lo rendano sempre piu' accettevole alla Divina Maesta', alla quale interamente si dedica e si consacra.
A consolazione del Fondatore giunsero dalla Cina belle testimonianze, tra cui la seguente: "I cristiani lo ricordano quale modello, vorrei dire non mai visto, di santo missionario. Splendeva per la poverta', l'umilta', la mansuetudine e la pieta'. Al vederlo pregare non si poteva non sentirsi stimolati a imitarne gli esempi. Se non riporto' la corona del martirio, ne ebbe certamente il merito". E tra i martiri viene considerato anche ai nostri giorni. Il Fondatore nutriva per lui un'ammirazione singolare e piu' volte scrisse a padre Luigi Calza, poi vescovo, di far trasportare "le ossa del povero indimenticabile Don Caio" (dove "povero" sta per defunto) da Taiyuan alla missione dei nostri nel Henan occidentale: "Niente di piu' conveniente e pietoso che le sue spoglie mortali riposino in mezzo ai nostri, ai quali ha lasciato in eredita' tanti luminosi esempi di virtu' apostoliche.
Mortuus adhuc loquitur!"
L'idea era di trasportarne le reliquie in "Campo di Marte", cioe' nella sede dell'Istituto sorta nella zona con quel nome (ora Viale San Martino). Conforti voleva che i resti mortali fossero deposti nella chiesa che aveva in mente di costruire e che fu sempre rimandata per mancanza di mezzi: "chiesa annessa a questo Istituto per le Missioni, ove conto di avere io pure un giorno la mia tomba. Questo non per sentimento di vanita', ma per ottenere qualche Requiem aeternam di piu' da coloro che verranno ad abitare in questi paraggi e per la soddisfazione santa di riposare vicino al mio primo missionario che ha sacrificato generosamente la vita per Cristo e che consumatus in brevi, explevit tempora multa". Queste richieste risalgono al 1907 e al 1910 (Lettere a L. Calza), ma la richiesta si fa piu' urgente nel 1919, quando spera che ai due missionari in procinto di tornare dalla Cina potessero essere consegnate le ceneri di padre Caio Rastelli: "Mi farebbe un favore senza pari. Conterei di porre le ossa benedette del primo nostro Missionario in questa cappella dell'Istituto, ove gli farei erigere un conveniente monumento, che in perpetuo lo ricordi ai posteri, assieme agli esempi santi lasciati in eredita'. Il caro ricordo servirebbe di stimolo continuo a generosi propositi pei giovani che si preparano all'apostolato. Affretto il desiderio, l'istante di veder appagato questo mio voto" (Ivi, 30.04.19). Il voto fu realizzato solo dopo la morte del Fondatore.
Nel 1933 padre Faustino Tissot, tornando dalla Cina, porto' alla casa Madre i resti del venerato Caio Rastelli. Nel 1942, quando la salma del Beato Conforti, fu trasportata dalla Cattedrale alla Casa Madre, le ossa del padre Rastelli furono murate dietro il sarcofago del Fondatore. Ora riposano accanto al Padre, sotto il Crocefisso che "parlo'" al Beato Guido Conforti nella sua innocente fanciullezza.


Autore:
Augusto Luca


Fonte:
Santa Sede

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Aggiunto/modificato il 2007-08-10

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