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Beato Luigi Carrara Sacerdote saveriano, martire

28 novembre

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Cornale, Bergamo, 3 marzo 1933 Baraka, Rep. Dem. del Congo, 28 novembre 1964

Luigi Carrara, nativo di Cornale vicino Bergamo, iniziò la formazione in vista del sacerdozio presso la scuola apostolica dei Missionari Saveriani a Pedrengo. Compì la prima professione religiosa il 12 settembre 1954, mentre la professione perpetua avvenne il 5 maggio 1959. Fu ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961 e il 12 settembre 1962 partì per la regione del Kivu, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo: s’immerse con entusiasmo nella nuova realtà, segnata da differenze culturali e dalla guerra civile. Il 28 novembre 1964 assistette all’uccisione di fratel Vittorio Faccin, Saveriano come lui, prelevato dal capo ribelle Abedi Masanga. Quando gli fu ingiunto di seguire i guerriglieri a Fizi, per essere ucciso con gli altri Padri, rispose che intendeva morire accanto al confratello: gli spararono mentre pregava sul suo cadavere. Il processo diocesano della loro causa di beatificazione e canonizzazione, che comprendeva anche padre Giovanni Didonè e il sacerdote diocesano Albert Joubert (questi ultimi due uccisi alcune ore dopo di loro a Fizi), è iniziato il 13 novembre 2016 nella diocesi di Uvira e si è concluso il 29 novembre 2017. Il 14 dicembre 2023 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto relativo al martirio dei tre Saveriani e di don Joubert, aprendo la via alla loro beatificazione. I resti mortali di padre Luigi Carrara e di fratel Vittorio Faccin riposano nella chiesa di Baraka.



“Ol rusi”
«Padre Luigi Carrara missionario saveriano martire della fede nel Congo (Cornale - Bergamo, Italia 3.3.1933 - Baraka - Kivu, Congo 28.11.1964)». Questi sintetici dati biografici racchiudono l’esistenza, breve, ma intensa, di un testimone autentico del Vangelo. Sono scolpiti sulla colonna che regge un busto in bronzo a lui dedicato. È un monumento, discreto nelle dimensioni e appartato: è ubicato di fianco alla chiesa parrocchiale. Lo hanno voluto così ed eretto proprio lì, in quel luogo, i concittadini di padre Carrara per testimoniargli stima e affetto imperituri. In paese c’è ancora chi lo ricorda con il nomignolo affettuoso “ol Rusi’’, che gli era stato affibbiato per il colore rossiccio dei capelli. «Ricordo che gli piaceva molto giocare al pallone ed era bravo come suo fratello Marco», ha detto in un’intervista Alberto Carrobbio, compagno di giochi del religioso.
La Bergamasca è terra di forti passioni calcistiche. Cornale di Pradalunga dista una manciata di chilometri da Bergamo (città della gloriosa Atalanta) e ancor meno da Alzano Lombardo, un centro di dodicimila abitanti che ha espresso una squadra arrivata nella seconda divisione calcistica. Nulla di strano, quindi, che “ol Rusi’’, (per i suoi capelli color rame) come tanti ragazzi bergamaschi, si divertisse con una palla tra i piedi. La Bergamasca, però, è soprattutto generosa terra di credenti e fertilissimo luogo di vocazioni sacerdotali. In rapporto alla popolazione la Chiesa di Bergamo ha la più alta percentuale di seminaristi in Italia. La diocesi ha alla sua origine un laico, Alessandro, soldato della Legione Tebea, il quale, accettando la morte (avvenuta tra il 303-305) pur di non abiurare la propria fede, è stato davvero seme fecondo di cristianesimo. La Chiesa di sant’Alessandro vanta inoltre un altro primato difficilmente eguagliabile: centocinquanta santuari mariani. La devozione alla Madonna sembra appartenere al patrimonio genetico dei bergamaschi.
Il giovane Luigi è cresciuto in una famiglia nella quale “è stata sempre una bella consuetudine raccoglierci la sera in cucina per la recita del Santo Rosario” (le parole sono del fratello Mario). Quando diventerà prete, padre Luigi affiderà il suo sacerdozio alla Madonna, alla quale aveva già consacrato la sua vita di missionario. Farà anche un pellegrinaggio alla Madonna di Fontanellato, santuario poco lontano da Parma, dove i Saveriani sono soliti affidare alla Madre di Gesù la propria vita apostolica. A Fontanellato lo stesso fondatore della Famiglia missionaria, san Guido Maria Conforti (1865-1931), offrì il suo ministero a Maria e lì ottenne una grazia particolare riguardante la sua salute. Per capire chi è stato e che cosa ha fatto padre Luigi Carrara dobbiamo immergerci - seppur brevemente - nell’Italia degli anni Trenta. Dobbiamo cioè rifarci a quello spaccato di società rurale che popolava la bassa Valle Seriana ai piedi delle Orobie Orientali.

Quel fatidico 1933
Luigi (detto più sbrigativamente Gino) Carrara nasce venerdì mattina 3 marzo 1933. Tre giorni più tardi è battezzato dal parroco, don Luigi Minelli, nella chiesa parrocchiale. È il settimo di dieci figli, tre dei quali morti a pochi mesi dalla nascita, come sovente capitava a quell’epoca. La mamma Elisabetta aveva l’onere della casa, il papà Giuseppe si guadagnava il pane sudando nei campi, alcuni situati in pianura, la maggior parte sugli aspri pendii delle montagne circostanti. In epoca di alta tecnologia (e di consumismo) ci è difficile immaginare quanto faticosa fosse la vita in quel periodo.
In Italia, nel 1933, sull’onda della crisi mondiale del 1929, i disoccupati erano oltre un milione. Moltissimi operai lavoravano solo 30 ore alla settimana. Fallivano industrie, banche, aziende commerciali, rovinando milioni di risparmiatori e di lavoratori. I poteri pubblici cercarono d’intervenire; gli Stati si fecero anche imprenditori, mentre in vari luoghi si registrarono casi di fame collettiva ed esplosioni di furore. Anno gravido di avvenimenti e di funesti presagi quel 1933 in cui Luigi venne alla luce.
Due giorni dopo la sua nascita, il 5 marzo, si svolgono le elezioni in Germania e i nazisti ottengono il 44 per cento dei voti, aiutati anche dalla cupa depressione in cui versa il Paese. Il 27 dello stesso mese diviene effettivo il ritiro del Giappone dalla Società delle Nazioni. Qualche tempo dopo Albert Einstein è tra i primi ebrei ad emigrare negli Stati Uniti per sfuggire alle persecuzioni razziali inaugurate dai nazisti. Il 1933 è però anche anno di Giubileo straordinario, dopo quello del 1929. Si tratta di date che, al di là delle celebrazioni, ricordano momenti cruciali della storia, legati a vicende epocali, nella loro tragicità. Si era infatti in una fase molto delicata: la Chiesa doveva districarsi tra mille difficoltà, facendo i conti con formidabili apparati di potere sostenuti da ideologie (nazifascismo e comunismo) in dirompente ascesa. Pio XI, in particolare, cercava la via della mediazione nei confronti della novità che più da vicino investiva il papato e cioè il fascismo, rispetto al quale si trovava nella delicata condizione di ospite. È in questo clima che l’innocente Luigi muove i primi passi. A diciotto mesi il piccolo è colpito da una polmonite. Ricorda la mamma: «Sembrava che volesse partire anche lui per il Paradiso. Allora salii in camera a prendere il vestito bianco del suo battesimo, mentre alcune amiche vegliavano su di lui e pregavano ad alta voce. Anch’io pregavo il Buon Dio nel mio cuore e gli dicevo che, se me lo avesse salvato, l’avrei donato a Lui». Il Signore - oggi lo sappiamo - ha accettato l’offerta di quella mamma.

Un vispo angelo custode
Luigi ha un’infanzia serena. Come un comunissimo bambino, gioca e cresce con i coetanei. Nelle stagioni calde corre sui prati erbosi che circondano il paese; nei lunghi e freddi inverni s’ingegna a confezionare rudimentali slitte e sci con i quali si lancia lungo innevati ripidi pendii. Stando ai ricordi materni pare che, in quegli anni, l’Angelo Custode di Luigi avesse fatto parecchi straordinari, visto che, a differenza di altri suoi compagni, rientrò a casa sempre con ossa e muscoli sani. All’età di quattordici anni Luigi è pronto per entrare nel mondo del lavoro. I bergamaschi prediligono le attività industriali. Non a caso sono tra i migliori operai e tecnici in campo edile. Così i genitori di Luigi si rivolgono ad amici, residenti nella zona, perché prendano con sé il figliolo al quale insegnare un mestiere. In quegli anni, senza l’apprendistato in una bottega d’artigiano, in una fabbrica, in un ufficio, o in un negozio non si entrava nel mondo del lavoro. Quando un’occupazione per Luigi sembrava ormai trovata, capita in casa Carrara il curato, don Ercole Ferri. «Guardate che vostro figlio vuol farsi missionario», confida senza giri di parole il sacerdote. I genitori, più increduli che perplessi, vanno a chiedere consiglio al parroco, don Davide Brugnetti. La notizia li aveva colti di sorpresa perché Luigi non aveva mai manifestato un simile desiderio. Ricorda ancora la mamma: «Luigi non ci aveva mai accennato nulla, non aveva mai dato segni di tale intenzione. Non c’erano in lui dei segni di una pietà particolare, all’infuori di quella devozione comune a tanti bravi ragazzi della sua età».
In sintonia con don Brugnetti i genitori stabiliscono di suggerire a Luigi di farsi pure prete, ma diocesano. In altri termini lo invitano ad entrare nel Seminario di Bergamo. La risposta di Luigi è determinata e non lascia margini di trattativa: se fosse anche costretto ad ubbidire, appena possibile, lui lascerà il seminario diocesano e si farà missionario. Che fare?
Si chiedono papà e mamma Carrara. Non senza qualche apprensione decidono di assecondare la richiesta di Luigi. Vengono riposti qualche indumento e un po’ di cancelleria in una piccola valigia che è consegnata nelle mani del risoluto figlio. Luigi è accompagnato a Pedrengo, dove i Saveriani hanno un Istituto proprio per i ragazzi desiderosi di diventare missionari. Quei ragazzotti, futuri missionari, che cantano «laggiù del martirio la palme gloriosa noi sospiriam», nella zona sono conosciuti come gli “apostolini”. Attualmente l’Istituto è stato trasferito in una più ampia sede nel comune di Alzano Lombardo.
«Proprio lì a Pedrengo affidai il mio piccolo a padre Eugenio Morazzoni, un missionario che s’imponeva con la sua alta figura e la barba bianca», è ancora la mamma Elisabetta che ricorda. «Naturalmente il distacco mi fu doloroso, è inutile nasconderlo. Mi ricordo che dopo averlo baciato per l’ultima volta, uscita dal cancello, mi fermai a spiare tra le sbarre le mosse di Luigi, fino a quando, circondato da altri ragazzi entrò in casa. Ripresi la via del ritorno, pensando che in fondo avrei potuto rivederlo spesso perché Pedrengo non era poi in capo al mondo. In effetti, or uno or l’altro della famiglia non mancava di andarlo a trovare. Adagio adagio, anche con l’aiuto delle mie figlie e del parroco, mi persuasi che, forse, Luigi aveva scelto la parte migliore e che io avrei dovuto aiutarlo in tutti i modi a vivere santamente la sua vocazione».

La gloria di Don Davide
Quando Luigi giunge a Pedrengo, la scuola apostolica (così è chiamato dai saveriani il seminario minore per sottolineare l’addestramento all’apostolato fra i non cristiani) è frequentata da un’ottantina di ragazzi. È l’autunno del 1947 e l’aspirante missionario ha poco meno di quindici anni. Il giovane fa un’ottima impressione ai superiori, «anche se faceva un po’ d’ombra agli altri apostolini, per la sua altezza e robustezza», come testimonierà qualche anno più tardi, padre Eugenio Morazzoni, rettore nella comunità saveriana a Pedrengo. Luigi si adatta alla disciplina della casa e anche al ritmo dello studio, per lui particolarmente duro, agli inizi, avendo dovuto abbandonare i libri dopo le scuole elementari.
Sia per l’età, superiore a quella di molti altri ragazzi, sia per le capacità è subito nominato sacrista e cerimoniere della comunità. Uffici che accoglie con diligenza e passione nonostante gli impongano di sacrificare buona parte del tempo libero. Luigi non è di molte parole, appare piuttosto timido sia in comunità sia a scuola. A tu per tu con il rettore si mostra invece spigliato: parla, fa domande, mostra grande interesse e volontà d’apprendimento. Insomma è davvero un ragazzo assennato. Quanto alla sua tensione verso la vita contemplativa è confermata da varie testimonianze di compagni, familiari e insegnanti. Di lui ha detto padre Giulio Brugnetti, missionario del Pontificio Istituto Missioni Estere: «Ho avuto modo di vedere Luigi, da chierico e da sacerdote: era veramente edificante. Era la soddisfazione e la gloria di don Davide, il suo parroco. In chiesa sembrava assorto: in ginocchio, con le mani congiunte appena appoggiate al banco, diritto come un fuso nella sua statura longilinea. Qualche volta, e, solo dopo la Comunione, o da sacerdote, dopo la santa Messa, con i gomiti appoggiati al banco e la testa tra le mani. Sembrava che vedesse Gesù. Io lo ammiravo e ne gioivo. Quante ore di adorazione nel pomeriggio dei suoi giorni di vacanza!». Sulla stessa linea d’onda sono le parole del rettore, padre Eugenio Morazzoni. «Era già abituato alla preghiera», ha sottolineato il missionario. «Spesso si ritirava in chiesa a pregare, a fare pulizia, a riordinare i vasi di fiori. Quello sembrava il suo luogo ideale». Luigi non amava le chiacchiere e il baccano. Mentre rifuggiva certe ricreazioni rumorose, partecipava quasi sempre alle partite di calcio, come arbitro. In questo ruolo mostrava autorevolezza, tanto che i compagni se lo contendevano. Era deciso e attento: studiava le norme del gioco, come studiava il libro sulla Liturgia che gli era stata affidata. Era ben voluto da tutti, anche perché si prestava volentieri a piccoli servizi tanto frequenti nella vita degli istituti religiosi. Più volte fu notato in cucina a pulire la verdura o mentre aiutava i compagni a sbrigare qualche lavoretto loro affidato. Non perdeva tempo. Al termine della scuola media, però, Luigi, ha un momento di perplessità: sarebbe stato capace di superare gli studi ginnasiali e liceali?
Il dubbio lo porta a confidarsi con padre Eugenio Morazzoni. Il discorso si svolge, più o meno, in questi termini. «Reverendo Padre, lei sa quanto sia deciso a donarmi alle missioni per tutta la vita», dice Luigi. «Temo, però, di non riuscire nello studio del greco. Forse è opportuno che non insista negli studi per diventare prete, ma mi limiti alla vocazione di fratello missionario». Padre Morazzoni, che vede in lui ottime qualità spirituali, sufficienti capacità intellettive e, soprattutto, buona volontà, lo rassicura sulle sue indiscusse qualità. D’accordo con il Padre generale, il superiore di Pedrengo invia Luigi nella comunità delle vocazioni adulte, che allora si trovava a Poggio San Marcello. Lì, come scriverà più tardi padre Morazzoni, «lo rividi più volte, come pure lo rividi in Liceo, a Desio, e sempre lo trovai sereno e contento». Come tra gli apostolini di Pedrengo, prima, e nella comunità delle vocazioni adulte, poi, Luigi si fa notare nello Studentato teologico di Parma per la sua serenità e mitezza, oltre che per l’intenso spirito di pietà. «Si era offerto spontaneamente per la cura della chiesa interna dell’Istituto», le parole sono di padre Martino Cavalca, superiore dello Studentato, «e metteva tanta diligenza e amore perché le suppellettili sacre fossero sempre in buon ordine. A questo compito particolare dedicava volentieri buona parte del suo tempo libero.
Più volte, passando per la chiesa, lo vedevo inginocchiato davanti all’altare del SS. Sacramento, con espressione di grande fede». Un episodio emblematico descrive bene Luigi negli anni degli studi superiori a Parma, dove gli era stato affidato il duplice incarico di prefetto e di caposagrestano. Lo racconta così padre Giovanni Castelli, all’epoca Superiore generale dei Saveriani.

Affidato alle migliori mani
«Un giorno mi capita in camera e mi dice: “Padre Generale, chiesa nuova, candelabri nuovi, marmi e bronzi... tutto bello, ma abbiamo un leggio che fa pietà”. Lo presi subito in macchina con me e andammo difilato dal signor Orcesi in città. Entrati in negozio, gli dissi: “Ora scegliti il leggio più bello che trovi”. Scelse quello che gli sembrava il più bello e prezioso. Era felice come una pasqua. Sembrava che gli avessi fatto un regalo personale!”». A Luigi non è stato fatto alcuno sconto: quattordici anni doveva durare la sua preparazione al sacerdozio e quattordici anni durò. I giorni che precedono la data dell’ordinazione sono da lui vissuti con grande serenità. «Mi trovo a Bassano del Grappa per gli Esercizi Ignaziani», scrive Luigi in una lettera ai famigliari, un mese prima di essere consacrato. «Questa mattina, dopo colazione, in pullman, siamo andati a Riese, paese natale di san Pio X. Questa sera riprenderemo gli Esercizi fino al 18 settembre. Io sto benissimo. Sono giorni molto belli, di tranquillità e di pace. Non pensate che siano chissà che cosa, perché sbagliereste tutto; comunque continuate a pregare perché la preghiera è sempre grandemente utile». Luigi è ordinato sacerdote il 15 ottobre 1961 da monsignor Dante Battaglierin, missionario saveriano, prima in Cina e poi vescovo di Khulna nel Pakistan Orientale.
La cerimonia si svolge nella cappella della Casa madre di Parma, presenti genitori, parenti e amici. Come altri saveriani sacerdoti novelli, padre Luigi - l’abbiamo già ricordato - si reca subito in pellegrinaggio alla Madonna di Fontanellato, poco lontano da Parma, per affidare il suo sacerdozio alla Vergine. Ad informarci di questo suo atto è lui stesso in un altro scritto alla famiglia: «Questa mattina, 16 ottobre, sono stato a celebrare la mia prima Messa al santuario della Madonna di Fontanellato. Con questa prima Messa ho messo sotto la protezione della Madonna tutta la mia vita di sacerdote-missionario e con me tutti voi di famiglia. Mi pare che non ci si potesse affidare a mani migliori». Nella medesima missiva v’è poi un passo rivelatore dell’animo del giovane missionario.
È interessante sottolinearlo per la sua sconcertante trasparenza. «Prima di terminare voglio dirvi (il “vi” si riferisce ai genitori) una cosetta che avevo fissato di dirvi ieri, ma che poi ho dimenticato. Riguarda i libri. Se li avete già comperati, amen. Altrimenti potendolo, comperatemi quelli che avete segnati sul foglietto coi numeri 1 e 2. Gli altri non comperateli, perché sono più per studiosi che per i pastori, mentre noi dobbiamo essere dei veri pastori. Se però li avete già acquistati, o qualche buona persona li volesse regalare, lasciate stare. Vorrà dire che se non serviranno a me, potranno servire ai miei confratelli missionari». «Noi dobbiamo essere dei veri pastori», afferma, dunque, il novello missionario.
Questo significa che in padre Luigi la consapevolezza di essere prete viene prima di quella d’essere un prete “speciale”, interamente votato all’evangelizzazione dei popoli lontani. L’insegnamento dell’evangelista Giovanni era stato sicuramente assimilato da lui: «Così la Chiesa è l’ovile, la cui porta unica e necessaria è Cristo.
È pure il gregge, di cui Dio stesso ha preannunziato che sarebbe il pastore e le cui pecore, anche se governate da pastori umani, sono però incessantemente condotte al pascolo e nutrite dallo stesso Cristo, il Pastore buono e il Principe dei pastori, il quale ha dato la sua vita per le pecore». Nel mese di ottobre del 1961 e nel mese di settembre del 1962 gli abitanti di Cornale di Pradalunga festeggiano il loro illustre concittadino due volte. In ottobre per la celebrazione della prima Messa solenne; in settembre per l’imminente partenza verso la terra di missione. In entrambe le circostanze non ci fu famiglia del paese che non si fosse fatta rappresentare da almeno un membro. La festa d’addio fu ancor più calorosa e preparata nei minimi particolari dai sacerdoti della parrocchia e dalle religiose che sovrintendevano alla scuola materna. Per salutare il missionario la gente si radunò nel teatro dell’oratorio, rivelatosi, in quella occasione, insufficiente a contenerla tutta. Fu così che padre Luigi e gli invitati furono fatti salire sul palco da una porta laterale. Operazione, questa, che, se privò il festeggiato del tripudio della folla, ebbe almeno il vantaggio di preservargli le spalle da confidenziali quanto pesanti manate di amici e conoscenti.

Finalmente si parte
«Rallegratevi, gioite, esultate con me poiché una grande notizia ed un grande dono devo comunicarvi !!! Le destinazione è finalmente arrivata! Il Congo mi attende! Il 1961 mi ha visto sacerdote, il 1962 mi vedrà in missione! Chiamato a dissodare la vigna del Signore, a lavorare direttamente sul campo più bello, più promettente, più bisognoso». È con queste parole che il 1° gennaio 1962 padre Luigi comunica ai famigliari la notizia della sua destinazione. Passeranno però altri otto mesi prima della partenza: le ordinazioni sacerdotali venivano celebrate durante l’ultimo anno di teologia; bisognava terminare l’anno scolastico, sostenere gli ultimi esami... Padre Luigi raggiungerà il luogo della missione, nella diocesi di Uvira, solo il 12 settembre 1962.
Quando giunge in Congo, il giovane missionario trova un Paese in cui il cristianesimo, almeno in alcuni territori, è stato annunciato da quasi cinque secoli. Infatti, nel 1483, quando i primi portoghesi comparvero in quella regione d’Africa si preoccuparono innanzi tutto di evangelizzare lo popolazioni, cominciando dalla dinastia regnante che divenne cristiana nel 1491. Sul finire del secolo XVI, quando la tratta degli schiavi diventa una vera e propria industria (e i portoghesi riforniscono quantità sempre più crescenti di uomini per le piantagioni del Brasile), il regno del Congo si trasforma in un campo di selvaggia caccia nella quale si combattono ferocemente tutte le tribù.
Nel 1660, dopo un inutile tentativo di cacciare i portoghesi, il regno del Congo è praticamente distrutto come entità politica e come aggregato sociale. Le vicende del Paese e dell’Africa in genere, nei secoli successivi, in particolare a partire dalla seconda metà del secolo XIX, si identificano sostanzialmente con quelle della colonizzazione europea. Alla fine dell’Ottocento il Congo diventa un territorio coloniale per iniziativa personale del re dei Belgi Leopoldo II, che seppe valersi dell’opera di uno dei più grandi esploratori africani del tempo, Henry Stanley. Al congresso di Berlino del 1884 Leopoldo II veniva riconosciuto sovrano dello Stato indipendente del Congo. Nel 1908 il nuovo Paese diventa colonia belga. Allo scoppio della prima guerra mondiale, il Congo è il centro delle operazioni anglo-belghe che portano prima alla conquista del Camerun e poi alla difesa della Rhodesia. Dopo la prima guerra mondiale a questo dominio è aggregato, sotto la forma di mandato, il doppio territorio di Ruanda e di Urundi, a Ovest della linea dei laghi, fra Kivu e Tanganica. Durante la seconda guerra mondiale il territorio congolese, rimasto fedele al Belgio, fu l’unica base della sovranità belga dopo l’occupazione tedesca, e alla vigilia del riconoscimento del gabinetto belga in esilio, fu oggetto di un accordo con l’Inghilterra (febbraio 1941) per la messa in comune dei ricchi giacimenti minerari.
Nel 1960 il Congo arriverà a produrre il 75 per cento dei diamanti industriali del mondo, il 75 per cento del radio, il 60 per cento del cobalto, il 15 per cento dei diamanti per gioielleria, il 15 per cento dello stagno, l’8 per cento del rame, il 3 per cento dello zinco, il 2 per cento dell’oro. Malgrado questa ricchezza - concentrata soprattutto nella regione del Katanga - l’80 per cento della popolazione (circa 11 milioni di persone), viveva in condizioni di estrema povertà. Per avere un parametro di riferimento, oggi la Repubblica Democratica del Congo conta circa 49 milioni di abitanti ed un reddito nazionale lordo, pro capite, di 130 dollari statunitensi, mentre l’Italia, con 57 milioni e mezzo di abitanti, ha un reddito pro capite lordo di 19.880 dollari. Il 1960 sarà anche l’anno dell’indipendenza del Congo, raggiunta due anni dopo la nascita della Comunità franco-africana del 1958, la quale favorì le istanze indipendentiste del Paese. All’indipendenza, però, il Congo giungeva del tutto impreparato, senza quadri politici, amministrativi, tecnici ed economici; il tessuto connettivo del Paese era dato solo dai legami tribali.
A base tribale, infatti, erano i partiti politici, salvo il Movimento nazionale congolese (Mnc), capeggiato da Patrice Emery Lumumba. Pochi giorni dopo l’indipendenza ci fu una rivolta del raccogliticcio esercito congolese guidato da J-D. Mobutu. Ciò fu pretesto per un ritorno armato dei Belgi, i quali favorirono la secessione della ricca regione del Katanga, feudo della compagnia mineraria Union Minière, per mantenerne ancora il controllo e sfruttarne le risorse. Poco dopo anche la provincia del Kasai proclamava la secessione. Al tempo stesso il capo dello stato, Kasavubu, e il presidente del Consiglio, Lumumba venivano a conflitto aperto e il Paese precipitava nel disordine più completo. Fu quindi richiesto un intervento delle Nazioni Unite, le quali inviarono un contingente di forze armate, che si rivelò comunque inadeguato a ristabilire la pace. Un accordo di fatto tra Kasavubu, Mobutu e M. Ciombe, leader del Katanga, portò all’esautoramento del capo del governo, Lumumba, acceso sostenitore dell’indipendenza e dell’unità del Congo. Nel febbraio 1961 fu resa nota la morte di Lumumba, ucciso, a quanto risulta, da uomini di Ciombe. Nell’agosto dello stesso anno si giunse alla formazione di un governo guidato da C. Adula, sul quale le Nazioni Unite puntarono per ristabilire l’ordine nel paese.
Il Segratario generale dell’ONU, D. Hammarskjöld, si recò personalmente nel Congo, ma il viaggio gli costò la vita, perduta in un misterioso incidente aereo il 17 novembre del 1961. È dello stesso mese la tragedia di Kindu, provincia del Kivu, dove tredici aviatori italiani in missione per l’ONU furono massacrati dai ribelli congolesi. Dopo avere scaricato viveri e generi di sussistenza, l’intero equipaggio fu assalito e trucidato all’interno dell’aeroporto. Si è insinuato che parte dei corpi di alcuni sventurati militari furono poi vendute al mercato della città. Un monumento, nell’area antistante l’aeroporto Leonardo da Vinci a Roma, ricorda l’episodio e gli sfortunati aviatori. Nonostante le barbare uccisioni l’iniziativa dell’ONU non si arrestò. Anzi, fu intensificata l’azione diplomatica con il governo illegale di Ciombe, senza raggiungere però risultati apprezzabili. Alla fine la situazione fu sbloccata dal corpo di spedizione internazionale (Onuc) che pose termine alla secessione del Katanga occupando, nel gennaio 1963, il capoluogo Elisabethville e l’intera provincia.
I diciotto mesi che seguono sono cruciali per la crisi congolese. È questo, infatti, il periodo in cui il nuovo primo ministro Adula, che uscirà di scena nel giugno 1964 all’atto del ritiro del contingente ONU, tenta di risolvere i problemi più urgenti: la pacificazione interna, la stabilità del governo, il risanamento economico. Per rilanciare l’economia Adula apre trattative per ottenere prestiti e assistenza con la Nigeria, con la Comunità economica europea e con vari Paesi occidentali. Nonostante i suoi sforzi il nuovo primo ministro non riesce ad impedire che l’opposizione di ispirazione lumumbista si trasformi in guerriglia endemica in vaste zone nordorientali del Paese. L’attività apostolica di padre Luigi Carrara si svolge in questo periodo e in questo contesto. Gli eventi di cui sarà protagonista vanno letti e interpretati sullo sfondo di questo scenario storico locale e internazionale.

Immerso nella nuova cultura
Nel Congo in cui il padre saveriano si immerge con tanto entusiasmo (lo vedremo tra poco), sono molto vistose le differenze culturali: quasi quattrocento tribù. La gran parte sono del ceppo Bantù. Nei territori affidati ai Missionari saveriani sono numerosi i Banyarwanda tra cui i Banyamulenge divenuti tristemente famosi con la guerra del Congo del 1996 e con l’attuale guerra. Sono rwandesi emigrati in Congo a partire dal secolo scorso. L’organizzazione politica non corrisponde certo ai canoni delle nostre strutture ma non per questo meno omogenea; anzi è rispondente ai bisogni e alla convivenza della tribù. Predomina, invece, l’organizzazione a clan, come pure la discendenza patrilineare, con eredità al fratello minore, anziché al figlio del defunto. Molto evolute sono le società segrete, alcune delle quali dedite al culto dei morti. Gli antenati sono ricordati e venerati come coloro che hanno lasciato alle giovani generazioni la scienza del vivere e possono difendere dagli spiriti del male. La credenza in questi spiriti è ragione della paura e insieme delle pratiche magiche diffuse fra la gente. Anche per questo la religione cattolica fatica ad essere annunciata.
Malgrado le aree fertili raggiungano il 21 per cento dell’intero territorio, solo l’1 per cento di esso è coltivato. L’agricoltura, non ancora sostenuta da mezzi meccanici, è rivolta soprattutto a far fronte ai bisogni alimentari locali. I principali prodotti sono: sorgo, miglio, mais, manioca, patate dolci, banane, arachidi, sesamo, riso. Alla donna sono affidati tutti i lavori nei campi, salvo il dissodamento; l’allevamento per ragioni climatico-ambientali, è limitato alla capra e al maiale. Le mandrie di bovini, scarsissime, si trovano, infatti, in poche zone di montagna.
Perché padre Luigi Carrara viene mandato proprio in quella zona del Congo? All’interrogativo risponde lo stesso missionario in una delle tante lettere scritte ai genitori. «Mi è stato detto che ben venticinquemila Banyarwanda stanno entrando nella diocesi di Uvira, perché cacciati dalla loro patria, ed il vescovo monsignor Danilo Catarzi aspetta proprio noi, non avendo chi mandare tra di loro. Anche al Sud, da sei anni, chiedono missionari. Fu sempre risposto di no, ma ora sembra che uno di noi venga mandato ad aiutare quei nostri missionari, schiacciati da tanto lavoro apostolico. Si lavorerà con un padre più anziano e pratico della vita missionaria e così il nostro inserimento nell’apostolato sarà più facile e sicuro».
Nel viaggio in aereo verso il Congo, con scalo ad Atene e arrivo a Usumbura (ora Bujumbura, capitale del Burundi) via Nairobi, padre Luigi ha come compagni di viaggio i confratelli Giuseppe Veniero della diocesi di Sorrento (Napoli) e Giuseppe Arrigoni di Civitella di Romagna, diocesi di Sarsina (Forlì), i quali erano stati ordinati sacerdoti con lui e destinati alla stessa missione.
A Usumbura - che dista pochi chilometri dal confine con il Congo e dalla regione del Kivu, nella quale è situata la diocesi di Uvira - i Saveriani hanno un recapito presso l’economato generale dei Padri Bianchi. La descrizione dell’ultimo tratto di volo da Nairobi a Usumbura sembra tratta da un manuale di cronaca giornalistica, tanto è ricca di informazioni. «L’aereo questa volta è ad elica poiché quelli a reazione non hanno ancora il campo adatto per l’atterraggio», scrive padre Luigi. «Andiamo a 350 chilometri orari, altezza 4.000 metri circa. Attraversiamo tutto il lago Vittoria, il lago più grande del mondo. Sulla sponda opposta giace Entebbe. Ci fermiamo 44-45 minuti (è lo scalo tecnico previsto dalle norme di sicurezza del volo). Fra un’ora saremo finalmente ad Usumbura.
Sono le 11.15; il nostro volo è terminato. Qui appena scesi troviamo tre dei nostri Padri pronti per portarci ad Uvira, centro della nostra Missione e sede del nostro vescovo, monsignor Danilo Catarzi, che attualmente si trova in Italia per il Concilio. Saliamo sulle due macchine pronte e dopo una breve visita a un nostro padre, degente da alcuni giorni nell’ospedale della città, lo prendiamo a bordo e passate le due frontiere senza grane, quella del Burundi e del Congo, arriviamo ad Uvira».
Finalmente padre Luigi realizza di essere in Africa. Il lettore non si stupisca: dall’aeroporto di Fiumicino il missionario e i due confratelli erano partiti due giorni prima. Il loro viaggio era durato poco meno di 48 ore e, tra gli addii della partenza, gli scali e le attese negli aereoporti, i cambiamenti di pressione atmosferica, di clima e passaggi vari di frontiera, era costato, certamente, più di qualche emozione. Oggi lo stesso viaggio non durerebbe più di sette ore da Milano. Quali sono le prime impressioni di padre Luigi? Le leggiamo in una delle sue prime lettere scritte dall’Africa: «Caldo discreto ma non eccessivo (credevo molto peggio); neri lustri, non eccessivamente vestiti, come da noi del resto nei mesi caldi, capanne numerose anche nella stessa Uvira che vanta il titolo di città. Pranzo con i fiocchi, banane in abbondanza, alla fine, si capisce, non come piatto principale». Con l’evidente scopo di farlo acclimatare, i superiori fanno vivere i primi mesi d’Africa a padre Carrara in diverse missioni: Uvira, Usumbura (Burundi), Kalambo, per citarne alcune dalle quali invierà la corrispondenza alla famiglia. Intanto al giovane missionario vengono impartite altre lezioni di francese (approfondendo quelle seguite sui banchi di scuola in Seminario a Parma) e di swahili, le lingue parlate nel Congo (escludendo, naturalmente, la miriade di dialetti locali).
Il missionario è anche sottoposto ad una dieta robusta: «Continuano a farmi mangiare, perché, dicono, sono troppo magro ed in Africa bisogna essere robusti». L’alimentazione abbondante per un occidentale, in Africa, ha una sua ragion d’essere. Se questi non si nutre, per quanto il clima sia buono, non è mai quello respirato in Europa. La carenza di cibo o la qualità inadatta di sostanze porta all’indebolimento organico, e da qui alla malaria il passo è breve. Ecco perché tra i missionari in Africa era proibito fare mortificazioni di cibo. Il rischio di ammalarsi, infatti, era alto; e un missionario malato era destinato, dopo tanti sacrifici, a fallire il suo obiettivo: annunciare la Parola di Dio a chi non l’aveva mai udita.
Sempre dalla corrispondenza con la famiglia si è potuto ricostruire l’attività missionaria che padre Carrara è riuscito a svolgere dal dicembre 1962 al giorno della sua uccisione il 28 novembre 1964. I due anni trascorsi tra i congolesi sono stati per il missionario estremamente impegnativi. Accanto alla gioia, profonda, sincera che gli dava il suo essere missionario, dagli scritti di padre Carrara traspare in modo evidente la consapevolezza che il compito affidatogli non era agevole.
In lui è costante la richiesta di preghiera perché Dio gli sia sempre vicino. Sereno, ma lucido, lascia percepire ciò che lo preoccupa: «Qui c’è tutto un mondo da rifare. Tutti coloro che non hanno vissuto almeno un po’ nel mondo pagano non sanno che cosa sia il paganesimo per quanto l’abbiano studiato. Solo qui si può comprendere, per quanto è a noi comprensibile, la grazia che il Signore ci ha fatto facendoci nascere in un paese cristiano». Vediamo allora - sacrificando l’ordine cronologico degli eventi - l’esperienza viva di padre Carrara in Africa. Il 9 dicembre 1962, finalmente, è nella sua prima missione a Baraka. Oltre a padre Luigi, compongono la comunità i padri Mario Giavarini, superiore, Giuseppe Veniero (giunto in Africa con padre Luigi) e quattro fratelli laici. Guardando dalla finestra padre Carrara abbraccia con lo sguardo Baraka che si stende lungo il grande lago Tanganika. Posizione incantevole quella della missione cattolica. La casa è situata su una collina a tre chilometri dal lago e dal villaggio. È però un po’ isolata dal centro e dall’area commerciale. Uniche costruzioni vicine sono le scuole primarie e due classi di secondarie. Sono gestite dalla comunità cattolica, ma accolgono tutti: nelle classi secondarie prevalgono alunni cattolici, nelle primarie scolari protestanti, musulmani e soprattutto animisti.
Tutte le mattine i ragazzi salgono la collina e parecchi dopo avere percorso già 6-7 chilometri a piedi. Mangiano al mattino e alla sera quando rincasano. Nelle scuole secondarie insegnano quattro fratelli Josefiti, membri di una giovane congregazione rwandese: essi fanno compagnia ai padri italiani. La temperatura a Baraka oscilla tra i 22-23 gradi della notte ai 30 delle ore diurne più calde. In media il sole si alza alle 5 e tramonta alle 18.30, concedendo quindi poco meno di quattordici ore di luce al giorno. Contro le zanzare, specialmente di notte, l’unico rimedio efficace sono le zanzariere alle finestre. Di giorno, gli insetti non destano problemi. I villaggi attorno alla missione vivono prevalentemente di pesca: le acque del Tanganika, infatti, specialmente nella parte prospiciente Baraka, sono ricche di una infinita varietà di pesci, alcuni dei quali raggiungono il peso di 1 chilogrammo.
Nella zona non vi sono foreste; il terreno è fertile, «però - questa l’impressione dell’europeo - la gente non ama molto lavorare», le parole sono di padre Carrara. Il ritmo è diverso, la temperatura è diversa e diverso, molti diverso il salario! I ritmi dei campi e, più ancora, i ritmi della foresta non sono i frenetici ritmi della nostra cultura che mette il lavoro e il denaro prima dell’uomo. Il missionario saveriano racconta di avventurosi e logoranti spostamenti in battello, in automobile e persino a piedi, proprio per l’assoluta mancanza di mezzi, di disciplina negli orari: il tempo è nostro e non noi schiavi del tempo. Quando dovrà affrontare la costruzione di alcune semplici casette in muratura a Fizi, la seconda missione affidatagli a 40 chilometri da Baraka, dovendo rallentare i lavori per mancanza, prima del cemento e poi dei mattoni, padre Carrara non si altererà avendo ben presente l’adagio congolese che consiglia: «Quel che puoi fare domani non farlo oggi». Naturalmente a questa mentalità non si adeguerà, anzi, cercherà di contrastarla con esempi concreti. Proprio a Fizi i Saveriani monteranno in tre giorni una casa prefabbricata, con tanto di generatore di corrente elettrica, suscitando ammirazione e stupore tra gli indigeni.

Aggiustando palloni stravecchi
A Fizi, per vincere la diffidenza di numerose famiglie animiste, padre Carrara si sforza di accelerare lo studio dello swahili. Per creare occasioni di socializzazione sistema anche un terreno facendogli prendere la forma di campo di calcio. «Ho passato tutta la giornata di ieri», informa la famiglia, «aggiustando due stravecchi palloni che non stavano più insieme, ma ci sono riuscito con due aghi da lana ed un po’ di spago senza pece; spero che durino un po’ di tempo; del resto il pallone qui è un ottimo mezzo per avvicinare la gente, non essendoci che il nostro campo e nessun altro divertimento, specialmente la domenica, ma anche tutte le sere, molti si riversano nel nostro campo. Questo è un modo di farci degli amici sul piano umano, sperando così che quando il Signore vorrà, si possa innestare la vita divina anche nei più restii». Sappiamo che amici di Cornale di Pradalunga invieranno un paio di palloni di cuoio, per la gioia di tanti ragazzi della missione.
Padre Carrara è anche un osservatore attento della realtà che lo circonda e sulla quale s’interroga. Ne è un esempio la sua analisi sul cosiddetto “mal d’Africa”. «Il clima è sempre ottimo e se voi pure foste qui (il voi è riferito ai famigliari) credo che avreste già avuto il mal d’Africa. Tutti gli europei sentono questo male, il quale ci lascia sempre, a differenza delle vostre malattie, senza febbre. Ad Uvira ho conosciuto un italiano che da trent’anni, se non sbaglio, si trova qui in Congo e dice che ha provato a ritornare in Italia per farselo passare ma non vi è riuscito ed ha dovuto ritornare qui quanto prima. Consiste in questo: desiderio di rimanere sempre qui! Strano vero? Eppure è così’. E mi diceva come non sentiva nessun desiderio di ritornare e voleva morire qui. Sempre caldo, sempre bello; ci potrebbe essere di tutto senza molti sforzi; una natura rigogliosissima, un terreno ricco di ogni cosa, una vita priva di tante esigenze, ridotta alla semplicità ..., un incanto!».

I lavori più pesanti
Negli scritti di padre Carrara si trovano pure considerazioni di natura antropologica. «Gente semplice», definisce i congolesi, «con numerosi difetti ed anche virtù, la quale si meraviglia di fronte ad ogni cosa, ad ogni novità e sono tante. Sono quasi tutti pagani e quei pochi che sono cristiani conservano tanto della vita precedente pagana che non vi dico. Mettono d’accordo le cose più disparate: il diavolo e l’acqua santa che è una meraviglia. Tutto questo però non è colpa loro, ma del primo annuncio del cristianesimo». Quanto al lavoro del missionario, «quando veramente è efficiente», sottolinea padre Carrara, «può essere molto, ma si arriverà sempre a fare troppo poco. Siamo circondati da una marea di pagani che, per di più, non desiderano un gran che convertirsi». Nonostante ciò nel missionario saveriano non c’è rassegnazione né sconforto. A Fizi, nella Settimana Santa, ha confessato per non più di tre ore, dato, questo, che sottolinea uno scarso numero di fedeli. La notte di Pasqua però «la nostra chiesina era zeppa. Una settantina di catecumeni venivano battezzati. Due lunghe file partivano dal presbiterio ed arrivavano fino alla porta centrale. Dopo i battesimi abbiamo celebrato alcuni matrimoni e impartito diverse benedizioni matrimoniali. Abbiamo cantato tutto il cantabile per dare più solennità. Alcuni catecumeni venivano da 30 chilometri, e speriamo che dopodomani ritornando al loro villaggio abbiano a portare un po’ di entusiasmo ed accendere in altri il desiderio di farsi cattolici. Sono rimasti qui a Fizi per tre settimane per una serie di istruzioni».
Le soddisfazioni più grandi sotto il profilo dell’evangelizzazione a padre Carrara vengono dai villaggi dell’entroterra. «C’è una fede che non vi dico. Tutti i cristiani non ammalati sono presenti, alcuni hanno fatto quattro, cinque e anche sei ore di strada; mamme con i loro bambini sulla groppa, vecchi con il loro bastone, una sciancata che mi faceva pietà vederla camminare è venuta dalla missione più lontana per fare l’esame di ammissione al battesimo.(...) giovani e vecchi non hanno mai visto un padre nel loro villaggio. Mai nessun padre ha percorso quei sentieri, visitato i loro villaggi. Passo quasi in trionfo, tutti mi seguono, mi accompagnano per un lungo tratto: uomini, donne con in braccio o sul dorso i piccoli..., piove, mi arresto, poi continuo, finalmente alle 17 arrivo». Un’annotazione merita infine questo appunto del missionario sulla condizione della donna congolese; condizione che, a distanza di oltre quarant’anni, appare sostanzialmente immutata. «Qui, tutti i lavori pesanti, come quello di zappare, spaccare e raccogliere legna nei boschi, portare pesi sulle spalle, sono riservati alla donna. E gli uomini? Un po’ di pesca e molto far niente. Purtroppo non si concepisce la donna diversamente: ci vorrà molto tempo e fatica prima di far loro comprendere la dignità della donna. Non alle donne, il che può essere più facile, ma agli uomini. La donna qui nasce e cresce nella convinzione di dover fare sempre così e per gli uomini è molto comodo tutto questo».
I principali attori della tragedia dei padri Saveriani in Congo si chiamano Bufalero. Si tratta di una tribù particolarmente discriminata rispetto alle altre e quindi con una grande voglia di riscatto cercato anche in modo violento. Nel Natale 1963 elementi di questa tribù insorgono contro il proprio capo (Mwami) e le autorità dell’amministrazione instaurata dai Belgi. Il loro tentativo fallisce; alcuni degli insorti sono bastonati, altri ammoniti, ma tutti rispediti a casa. Decisi a proseguire la lotta molti si danno alla macchia sui monti. Superstiziosi, questi guerriglieri (conosciuti poi come Simba) si sottopongono volentieri a pratiche magiche convincendosi che, in virtù di queste, rimarranno invulnerabili di fronte alle armi del nemico. Avendo giurato di riprendere le ostilità il 15 aprile, in quella data scatenano una furibonda offensiva. In 10 giorni i rivoltosi uccidono tutti i poliziotti e le autorità civili, mozzando teste, scannando e squartando corpi. Affrontati dall’Armata nazionale congolese subiscono alcune sconfitte, ma non tali da renderli inoffensivi. L’insurrezione dei Bufalero, sorta come movimento locale per regolare conti tribali, viene però presto fagocitata da forze esterne e inserita in un più ampio disegno bellico. Si assiste così alla progressiva amplificazione del movimento che, partito come “Jeunesse” sotto le insegne del Movimento congolese di Lumumba, diventa poi sostenitore di Pierre Mulele (“mulelisti”), per trasformarsi infine in Movimento nazionale di liberazione. Da movimento spontaneo finiscono così per votarsi alla causa del comunismo internazionale prendendo ordini ora dal governo congolese di Brazzaville, ora dall’ambasciata cinese, presente a Usumbura (oggi Bujumbura), capitale del Burundi.
La diocesi di Uvira che confina con il Ruanda e con il Burundi è investita in pieno dalla guerriglia. I guerriglieri si assicurano, in particolare, il controllo degli 80 chilometri di strada asfaltata (interamente costruita da ditte italiane) che collegano Bukavu con Uvira e quel tratto della costa occidentale del lago Tanganika, su cui si affacciano le missioni di Baraka e Fizi. Il 5 maggio 1964 è occupata la missione di Mulenge (a metà strada tra Bukavu e Uvira) e il 15 maggio quella di Uvira. Sia i Saveriani di Mulenge, sia quelli di Uvira furono risparmiati; a sei di loro fu addirittura concesso di riparare - via lago - a Bujumbura. Le missioni più a Sud, Baraka e Fizi rimasero invece isolate.

Una fonì inesistente
Per circa tre mesi i guerriglieri Simba riuscirono a controllare il territorio, ma in agosto, dopo un paio di attacchi a Bukavu, dovettero registrare i primi clamorosi rovesci. In pratica le forze armate del generale Mobutu, ostili a Lumumba e numerosi bianchi espropriati dei propri beni con mercenari appoggiati da alcuni aerei T28 e B26 da bombardamento, inflissero le prime sconfitte ai ribelli Simba. Un nervosismo acuito dalla paura cominciò a serpeggiare fra i Simba anche nelle retrovie. Le missioni di Baraka e di Fizi entrarono nel mirino. Padre Carrara decise quindi di trasferirsi da Fizi a Baraka per non lasciare isolato fratel Faccin. Nella missione i due religiosi Saveriani avevano dovuto inoltre abbandonare la casa sulla collina per risiedere in quella più vicina alla riva del lago. La decisione era stata presa sotto le minacce dei Simba i quali avevano cominciato ad accusare i missionari di tenere contatti segreti con i soldati di Mobutu attraverso una fantomatica radiotrasmittente (fonì). In realtà i guerriglieri volevano depredare la sede della missione sulla collina. Fratel Faccin s’impegnò subito nell’edificazione di una residenza un pochino più confortevole poco lontano dalla chiesa nuova, vicino alla riva. Il clima verso i religiosi si faceva sempre più ostile. Le accuse più inverosimili erano state costruite ad arte contro di loro per convincere anche i più semplici che i missionari erano persone infide e pericolose. La fobia della fonì tormentava tutti, capi e semplici ribelli. A poco a poco nella testa dei guerriglieri si consolidò il convincimento che i loro rovesci militari erano causati dal sapiente uso che i Saveriani facevano della fonì. Soprattutto al passaggio degli aerei il nervosismo dei Simba esplodeva in minacce, in rinnovate, minuziose perquisizioni e relativi estenuanti interrogatori.
Padre Carrara trascorreva l’intera giornata in preghiera nella chiesa che fratel Faccin tentava di completare. L’altare era provvisorio, il pavimento era ancora in terra battuta e il muro di facciata era stato appena abbozzato, così che l’interno era completamente aperto e visibile anche da lontano, per chi transitava lungo la strada adiacente. Ai primi di settembre del 1964 una famiglia cristiana del vicino villaggio di Matara accolse i religiosi nella propria capanna, riservando ad essi un’ampia stanza centrale per trascorrervi almeno la notte. Padre Carrara e fratel Faccin non ritenevano ormai prudente dormire soli, per non insospettire ancor più i ribelli e per non dar occasione a qualche fanatico di compiere uno sproposito nei loro confronti. Ai primi di ottobre la fobia della fonì si riaccese. Gli unici stranieri rimasti nella regione erano i missionari. Anche i commercianti arabi, all’inizio conniventi con la ribellione, erano già riusciti a prendere il largo, non senza avere prima dovuto sborsare ingenti somme di denaro. I religiosi dunque erano la causa delle loro disfatte. Il 24 novembre 1964 una colonna militare proveniente da Albertville giunge in prossimità di Lulimba, sulla strada verso la missione di Fizi. Un migliaio di ribelli attende la colonna per tenderle un’imboscata, prima che essa possa raggiungere Fizi e Baraka. I Babembe di Baraka si erano affiancati ai Simba della regione convinti di sopraffare facilmente i militari governativi. I ribelli erano guidati da Abedi Masanga, un Mbembe del clan dei Balala (il più ostile ai bianchi e ai religiosi Saveriani) il quale abitava con le sue tre mogli a Katanga, un villaggio a 9 chilometri da Baraka, sulla strada di Fizi. Prima di darsi alla politica e d’imporsi per la condotta estremista e violenta, Masanga aveva lavorato anche per la Missione. Fin dai primi giorni dell’insurrezione s’era imposto per le ruberie e per gli arbitri ai danni di famiglie inermi. Organizzò una piccola, ma feroce banda e con essa si diede a spadroneggiare, indisturbato, nella regione. In poche settimane si autoproclamò tenente, poi capitano, infine colonnello. Accanito fumatore di canapa e insuperabile bevitore di kanyanga, distillato alcoolico a base di manioca. Anche quel famoso 24 novembre, come tutti quelli del suo seguito, si era ubriacato. All’arrivo della colonna militare nel luogo prestabilito per tendere l’imboscata, Masanga lanciò i suoi uomini ubriachi contro le autoblindo in testa alla colonna. Fu un massacro. Le autoblindo, guidate da esperti mercenari, crearono vuoti spaventosi tra i ribelli, subito seguite dal preciso tiro dei mortai. In quella occasione i ribelli uccisi furono oltre settecento. Fu l’ultima vera e grande battaglia combattuta dai ribelli. Masanga si salvò nascondendosi tra i corpi dei suoi seguaci. Il grande e barbuto mercenario, che dalla torretta dell’autoblindo di testa guidava il tiro preciso delle mitragliatrici deve avere suggestionato non poco Masanga. Quella barba, quel volto, nel delirio folle della paura e dell’ubriachezza, gli avranno certo richiamato altre barbe ed altri volti ugualmente odiati perché gli rimproveravano con la loro disarmante serenità gli eccessi della sua violenza e della sua crudeltà.

Morire accanto al fratello
Masanga vagò come un automa tutto il 25 novembre nei dintorni, insieme ai pochi superstiti che gli si raggruppavano intorno. Verso sera arrivò a Fizi dove, con le minacce, estorse del denaro da padre Giovanni Didonè, che era rimasto con l’abbé Albert Joubert a presidiare la missione. Per tutta la notte con i suoi seguaci Masanga rimase a gozzovigliare a Fizi. Il mattino seguente, in preda ai fumi dell’alcool e perciò pericoloso persino ai suoi, discese verso la missione di Baraka. Lungo la strada fece sosta nel suo villaggio di Katanga. Che cosa può essere accaduto da quel momento è intuibile. Molti devono essersi stretti attorno alla sua persona per conoscere le gesta compiute a Lulimba. Per non perdere il prestigio deve essere stato costretto a nascondere la disfatta, a tacere ai congiunti la sorte toccata ai loro cari. Un capro espiatorio doveva essere trovato al più presto. Una qualche giustificazione plausibile al drammatico insuccesso andava inventata. Chi meglio dei missionari e della loro diabolica fonì poteva prestarsi all’operazione depistaggio di Masanga? Le parole convincenti del “Colonnello” furono molto efficaci tanto che la sua jeep (bottino di guerra di una precedente imboscata) fu subito stipata di Simba. Erano circa le nove del mattino quando, con un forte stridore di freni, la jeep si arrestò davanti alla casetta dei padri Saveriani, a fianco della chiesa. Fratel Faccin apparve sull’uscio: come già accaduto in passato, il religioso era convinto di riuscire a far ragionare i guerriglieri. Masanga se ne stava in disparte accanto alla vettura, mentre gli altri sette o otto Simba avevano circondato fratel Faccin. Il “Colonnello” cominciò a tirar fuori la storia della fonì, della politica contraria alla Rivoluzione popolare. Il religioso lo lasciava dire preparandosi a consegnare del denaro, secondo una odiosa quanto meschina prassi consolidata tra i “nobili” guerriglieri Simba, i quali si sentivano in diritto di estorcere soldi a coloro che essi consideravano traditori o oppositori della rivoluzione del popolo.
Questa volta, però, Masanga non si accontentò del denaro. Ingiunse, infatti, a fratel Faccin di salire sulla jeep. Il religioso ubbidì pensando che sarebbero passati davanti alla chiesa dove si trovava padre Carrara, il quale avrebbe potuto mettersi così in allarme. Il conducente mette allora in moto la vettura. Il Colonnello segue a piedi con i suoi. La distanza è breve. Arrivati davanti alla chiesa, fratel Faccin cerca di guadagnare tempo. È solo nella vettura; tutti gli altri sono scesi. Masanga gli dice che proseguiranno fino a Fizi.
Il religioso comprende che il Colonnello sta per compiere l’irreparabile. «Non posso lasciare solo il Padre a Baraka»: sono le sue ultime parole. Tenta di aprire la portiera per scendere. Anche i Simba intuiscono le intenzioni del capo e gli si parano davanti quasi per convincerlo a desistere. Masanga ha già in mano una pistola che punta dritto verso fratel Faccin. Il “Colonnello” è accecato dall’odio, minaccia anche i suoi che si tirano in disparte. Fratel Faccin ha messo un piede a terra e sta alzandosi per abbandonare la vettura. Tre colpi in rapida successione gli perforano il torace e si vanno a conficcare nella portiera.
Fratel Faccin cade sul sedile con un gemito soffocato. Padre Carrara, intento a confessare alcune anziane, ha visto e sentito tutto. Il Padre Saveriano si avvia verso Masanga. Ha ancora al collo la stola violacea. Vedendolo arrivare con passo sicuro verso di sè e i suoi uomini, Masanga si irrita ancor di più. «Ti porto a Fizi per ucciderti con gli altri Padri», grida il “Colonnello” . Padre Carrara gli risponde calmo: «Se mi vuoi uccidere, preferisco morire qui vicino al Fratello». Furono le sue ultime parole, non aggiunse altro, non attese risposta. Si inginocchiò per pregare sul corpo esanime di fratel Faccin. Masanga gli sparò un solo colpo, al petto.
Padre Carrara si accasciò a terra e il suo sangue ampliò l’aureola vermiglia formatasi pochi istanti prima con il sangue del suo confratello Vittorio Faccin. Degli oggetti personali di padre Carrara è rimasto il Breviario, recuperato qualche mese dopo la morte dal padre saveriano De Zen. Il segnalibro è fissato al Vespri del 28 novembre 1964. Venti mesi prima di morire, in una lettera inviata alla famiglia in data martedì 12 marzo 1963, padre Carrara aveva scritto. «Pregate! Fate pregare! Poiché come il vostro cristianesimo è frutto di tante altre vite, così questo raggiunga la pienezza della perfezione cristiana quanto prima possibile, trovando le vite e vittime richieste». Parole, queste, che oggi appaiono con tutta la loro forza profetica, scolpite nel testamento di un martire per la fede.


Autore:
Alberto Comuzzi


Fonte:
Santa Sede

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Aggiunto/modificato il 2023-12-14

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