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Servo di Dio Ubaldo Marchioni Sacerdote

Festa: .

Vimignano di Grizzana Morandi, Bologna, 19 maggio 1918 - Casaglia di Caprara, Bologna, 29 settembre 1944

Ubaldo Marchioni nacque il 19 maggio 1918 a Vimignano di Grizzana Morandi, figlio di Augusto Marchioni e Antonietta Smerigli. Fu ordinato sacerdote il 28 giugno 1942 dal cardinal Giovanni Battista Nasalli Rocca, arcivescovo di Bologna. Divenne cappellano a Monzuno fino al 17 maggio 1944, quando fu nominato parroco a Gugliara e subito trasferito a San Martino di Caprara, di cui prese possesso l’8 settembre 1944. Il 29 settembre dello stesso anno, mentre si dirigeva a Cerpiano, trovò più opportuno fermarsi nella chiesa di Santa Maria Assunta a Casaglia di Caprara. Guidò i fedeli nella preghiera del Rosario, finché non arrivarono alcuni soldati nazisti. Insieme ai fedeli, fu condotto presso il cimitero di Casaglia, ma venne separato prima che i soldati uccidessero gli altri uomini, donne e bambini. Il suo cadavere venne trovato ai piedi dell’altare della chiesa di Santa Maria Assunta lo stesso giorno. L’inchiesta diocesana della causa di beatificazione di don Ubaldo, per la verifica dell’esercizio in grado eroico delle virtù cristiane, si è svolta a Bologna dal 18 ottobre 1998 al 6 novembre 2011. Nelle stesse date e con lo stesso indirizzo si sono aperte e concluse quelle di altri due sacerdoti, don Ferdinando Casagrande e don Giovanni Fornasini. I suoi resti mortali riposano a Marzabotto, nel Sacrario dei Caduti.



«Intelligente e pieno di volontà e di amor proprio» come testimoniò Anna Morandi sua prima insegnante, dopo aver frequentato le prime tre classi elementari a Vimignano completò il ciclo delle elementari recandosi tutte le mattine a Riola (Vergato) e alternando allo studio il lavoro nei campi. «Magro, lentigginoso, mansueto» come lo definì il suo parroco don Paolo Marocci, ben presto maturò la sua vocazione sacerdotale e nel 1930 entrò nella sede distaccata del Seminario arcivescovile di Borgo Capanne (Granaglione); poi completò il diaconato a Bologna a Villa Revedin; nel 1942 fu ordinato sacerdote. Il 29 giugno dello stesso anno cantò la sua prima messa a Vimignano. Nel marzo 1943 fu nominato vicario cooperatore di don Augusto Castelli nella parrocchia di Monzuno ed ebbe la cura delle anime di San Nicolo della Gugliara (Monzuno), una piccola parrocchia di 200 anime che cercò di conquistare «con il silenzio e l’umiltà». Dal padre, don Ubaldo aveva ereditato la scarsa loquacità e anche la capacità di porsi al servizio degli altri. Dopo l’8 settembre 1943, soccorse i soldati sbandati e aiutò a mettere in salvo le scorte alimentari. Sul finire dell’ottobre 1943 presso la sagrestia della chiesa di Vado (Monzuno), si tenne una delle prime riunioni per la costituzione della brg Stella rossa Lupo alla quale parteciparono il parroco don Eolo Cattani, Mario Musolesi, Olindo Sammarchi, Leonildo Tarozzi, Giorgio Fanti e lo stesso don Ubaldo. Venne deciso di organizzare una cooperativa di consumo per fronteggiare le esigenze della popolazione meno abbiente e sostanzialmente fu sancita la nascita della formazione partigiana. A seguito della revisione dei confini parrocchiali del gennaio 1944, il cardinale Nasalli Rocca il 27 febbraio 1944 decise di affidare a don Marchioni la cura delle anime della parrocchia di San Nicolo della Gugliara, ma don Ubaldo chiese ed ottenne la parrocchia di San Martino (Marzabotto) di cui prese possesso il 23 marzo 1944, mentre la nomina ufficiale venne ratificata il 17 maggio 1944. Fra don Marchioni e i suoi parrocchiani si stabilì un clima di cooperazione e di solidarietà dovuto anche alla gravità della situazione.
I legami con la brg Stella rossa Lupo, che operava nella zona, s’intensificarono; i partigiani erano suoi figli «da aiutare, proteggere, sostenere» anche se non approvò le forme di lotta fratricida che innescavano le rappresaglie. Per questo suo legame con i partigiani fu definito dai nazifascisti «il grande partigiano». Settembre 1944. Don Ubaldo nonostante le voci di imminenti rappresaglie e i suoi timori, decise di non abbandonare la sua gente. Il 29 settembre 1944, allo scatenarsi della rappresaglia, dopo aver celebrato messa a San Martino di Caprara, decise di portarsi a Cerpiano, passando per Santa Maria di Casaglia (Marzabotto).
La chiesa era stipata di persone. Si fermò con loro e dopo la somministrazione della Comunione, incominciò a recitare il Rosario. I nazifascisti, sfondata la porta della chiesa, ingiunsero ai presenti di portarsi verso il cimitero e negarono a don Ubaldo di seguire i suoi parrocchiani. Venne fucilato sulla predella dell’altare maggiore. Poi, devastata la chiesa, la incendiarono. Tre giorni dopo i tedeschi diedero il permesso di tumularlo con la sua gente nella fossa comune. La madre e la sorella Marta furono uccise il 30 settembre 1944 a S. Martino. Riconosciuto partigiano, con funzione di cappellano militare della brg Stella rossa Lupo dal 2 febbraio 1944 al 29 settembre 1944. [AQ] Fonte: L. Gherardi, Le Querce di Monte Sole, pp. 163-197. [AP]
A Vimignano di Grizzana - un borghetto ai piedi di Montovolo - nasce don Ubaldo il 19 maggio 1918. Fin da piccolo ama aiutare il parroco come chierichetto sia in chiesa che nelle visite alle famiglie. Anche in casa è servizievole e si presta volentieri per tagliare la legna e per aiutare nei lavori dei campi. A soli dodici anni entra in seminario e il 29 giugno 1942 canta la prima messa. Viene mandato subito a Monzuno, come cappellano, e solo nel giugno del 1944 viene insediato come parroco a San Martino. Nella canonica, viene raggiunto dal papà Augusto, dalla mamma Antonietta e dalla sorella minore Marta. Sono giorni nei quali si fanno più frequenti i combattimenti sia in pianura sia sulla montagna, ma il cuore di don Ubaldo è pieno di quella fede che allieta il cuore dei giusti. Egli inizia il suo ministero con grande slancio e devozione. Trova nella maestra Antonietta Benni e in suor Maria Fiori, da poco sfollata presso i suoi familiari, un valido aiuto, specialmente per il catechismo ai ragazzi. Ai primi di settembre si riescono infatti a celebrare le prime comunioni con una certa solennità. Instancabile, don Ubaldo cerca di visitare tutti, e proprio in quei giorni riesce a raggiungere in bicicletta il suo paese nativo per incontrare la sorella maggiore Maria e lo zio cappuccino padre Mauro. È al cuore dello zio che don Ubaldo affida tutte le ansie e le preoccupazioni per la sorte della sua gente e anche per la sua incolumità, ma in lui è ben radicato il fermo proposito di non abbandonare il suo gregge. Le truppe tedesche, come sappiamo, accerchiano intanto come in una morsa tutta la zona di Monte Sole. I partigiani colti di sorpresa, dopo una dura battaglia, perdono molti compagni, compreso il loro comandante Mario Musolesi, detto “Lupo”. Alcuni riescono a fuggire, ma il preciso disegno militare volto, non solo a sgominare la Stella Rossa, ma a “liberare” un’area strategica dalla presenza umana, con l’aggiunta della mentalità violenta delle forze naziste, si ritorce sulla popolazione indifesa.
Il 29 settembre don Ubaldo raduna nella chiesetta di San Martino la gente del paese, e li esorta a ricevere i sacramenti. Poi si dirige verso la chiesa di Santa Maria a Casaglia per consumare le ostie consacrate custodite nel tabernacolo, nel timore che vengano profanate. Arrivato, trova le persone, quasi un centinaio, già radunate in chiesa, impaurite e tremanti. Insieme con loro recita il santo rosario e consuma le ostie. Mentre ancora sono in preghiera, arrivano i tedeschi che, dopo aver sfondato la porta della chiesa, costringono tutti con la forza ad uscire e ad incamminarsi verso il cimitero.Prima però, uccidono una donna paralizzata alle gambe, Vittoria; e altre due persone che avevano cercato rifugio sul campanile. Don Ubaldo è ancora ai piedi dell’altare quando viene raggiunto da una raffica di mitra. I tedeschi cercano poi di appiccare il fuoco alla chiesa e pongono accanto al corpo di don Ubaldo un cartello con la scritta: “Ribelli, questa è la vostra sorte”.
Gli altri vengono intanto condotti al cimitero e ammassati all’interno contro le pareti della cappellina, poi, piazzate le mitragliatrici, i soldati incominciano a sparare e a lanciare bombe a mano. Solo quattro dei prigionieri resteranno in vita! Tutto il borgo viene dato alle fiamme e, dalla valle, il monte appare come un immenso falò. In quei giorni, rimasero uccise anche la mamma e la sorella di don Ubaldo. Solo il papà riuscì a salvarsi. Egli è stato una delle quattro persone, che hanno accordato il perdono chiesto dal maggiore delle SS Reder. E, a chi gli chiedeva come potesse perdonare, il buon vecchio rispondeva in dialetto: “Quello che faccio lo so io!”.
Sotto le macerie della chiesa è stata ritrovata la pisside che forse don Ubaldo stringeva ancora tra le mani quando fu ucciso. Essa porta ancora i segni ben visibili dei proiettili e resta per tutti una preziosa reliquia del suo martirio.


Fonte:
www.storiaememoriadibologna.it

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Aggiunto/modificato il 2019-05-02

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