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Beati Giovanni Tomachi e figli Martiri giapponesi

Festa: 8 settembre

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† Nagasaki, Giappone, 8 settembre 1627-1629

Molti cristiani giapponesi, durante la persecuzione scoppiata contro di loro nel terzo decennio del sec. XVII, furono imprigionati sotto l'imputazione di aver aiutato od ospitato missionari cattolici stranieri. Il Tomachi, terziario domenicano, nonostante i rischi che comportava l'aiuto dato ai missionari, aveva coadiuvato, assieme all'amico Giovanni Imamura, i padri domenicani nel loro apostolato. Scoperto in questa attività fu portato, assieme ai suoi figli Domenico di sedici anni, Michele di tredici, Tommaso di dieci e Paolo di sette, nelle prigioni di Omura ove la presenza di Domenico Castellet fu loro di grande conforto. Poi l'8 settembre 1628, su ordine del governatore Cowachindono, furono scelti ventidue, fra i molti prigionieri cristiani, per essere uccisi nella vicina Nagasaki. Fra questi il Tomachi ed i suoi quattro figli. Il padre assistette con fermezza d'animo alla decapitazione dei figli, le cui teste furono poi gettate ai suoi piedi perché bruciassero nel rogo con lui. Le ceneri furono disperse in mare affinché non fosse possibile ai cristiani la venerazione. Beatificati da Pio IX il 6 luglio 1867, la loro festa si celebra l'8 settembre.

Etimologia: Giovanni deriva dall'ebraico Yochanan, 'Dio ha fatto grazia'.

Emblema: Palma del martirio, croce, abiti giapponesi tradizionali del periodo Edo, spesso rappresentato con i figli.


Per comprendere la figura di Giovanni Tomachi (o Tomaki) è necessario inquadrare il contesto storico in cui visse. Il Giappone del XVI secolo aveva accolto con sorprendente apertura il messaggio cristiano portato dai missionari gesuiti, francescani e domenicani. San Francesco Saverio era sbarcato a Kagoshima nel 1549, iniziando un'evangelizzazione che in pochi decenni aveva dato frutti straordinari: alla fine del secolo si contavano oltre 300.000 battezzati e centinaia di chiese.
Tuttavia, con l'unificazione del paese sotto il potere degli shogun Tokugawa, la situazione cambiò radicalmente. Ieyasu e i suoi successori videro nel cristianesimo una minaccia politica, un cavaliere di Troia dell'influenza europea. Nel 1614 fu emanato l'editto di proscrizione del cristianesimo, che inaugurò oltre due secoli e mezzo di persecuzioni sistematiche.

La conversione e la vita di fede
Giovanni Tomachi nacque nella seconda metà del XVI secolo, probabilmente nella regione di Nagasaki, che era diventata il centro principale del cristianesimo giapponese. Come molti suoi contemporanei, accolse il Vangelo annunciato dai missionari e ricevette il battesimo, assumendo il nome cristiano di Giovanni.
Le fonti non ci tramandano dettagli sulla sua professione o sulla sua condizione sociale, ma il fatto che avesse figli e che la sua famiglia sia ricordata nel martirologio suggerisce che fosse un padre di famiglia inserito nella società locale. La sua fede non fu superficiale: in un periodo in cui essere cristiani comportava rischi crescenti, Giovanni educò i propri figli nella religione cattolica, trasmettendo loro quei valori che avrebbero sostenuto tutti nel momento della prova suprema.
Dopo il 1614, i cristiani giapponesi dovettero scegliere tra l'apostasia pubblica e la clandestinità. Molti scelsero la seconda strada, diventando Kakure Kirishitan (cristiani nascosti), continuando a praticare la fede in segreto, adattando preghiere e rituali per non essere scoperti. Giovanni Tomachi visse probabilmente in questa condizione di clandestinità, partecipando alle celebrazioni sacramentali quando i missionari riuscivano a infiltrarsi nel paese e mantenendo viva la fiamma della fede nella propria casa.

L'arresto e la prigionia

Le autorità dello shogunato organizzarono sistematicamente retate per individuare i cristiani. I delatori erano incentivati con ricompense, e le indagini erano condotte con metodi brutali. Giovanni Tomachi e i suoi figli furono denunciati o scoperti, probabilmente tra il 1627 e il 1629, anni di particolare intensità persecutoria nella regione di Nagasaki.
L'arresto dei cristiani seguiva un protocollo preciso: venivano condotti nelle prigioni locali, spesso in condizioni disumane, e sottoposti a interrogatori mirati a ottenere l'apostasia. Il metodo più comune era il fumi-e, il calpestamento delle immagini sacre: i sospettati dovevano calpestare crocifissi o immagini della Madonna per dimostrare di aver abbandonato la fede cristiana.
Giovanni e i suoi figli rifiutarono di compiere questo gesto. Le fonti non specificano se subirono la tortura, ma è altamente probabile, dato che era la pratica standard per i cristiani che si rifiutavano di apostatare. Le torture più comuni includevano la fossa (ana-tsurushi), in cui il prigioniero veniva appeso a testa in giù sopra una fossa, l'acqua bollente versata sul corpo, e altre forme di supplizio fisico.

Il martirio
Il rifiuto di apostatare portò alla condanna a morte. Giovanni Tomachi e i suoi figli furono giustiziati a Nagasaki o nelle vicinanze, probabilmente tra il 1627 e il 1629. Le modalità dell'esecuzione non sono documentate con precisione, ma i metodi più frequenti per i cristiani giapponesi erano la decapitazione o il rogo.
Ciò che rende straordinario questo martirio è la dimensione familiare. Vedere un padre e i suoi figli affrontare insieme la morte per non rinnegare Cristo costituisce una testimonianza potente della profondità con cui la fede aveva penetrato le coscienze dei cristiani giapponesi. Non fu una scelta individuale, ma una decisione condivisa da un'intera famiglia, che preferì la morte all'abbandono della religione ricevuta.
La tradizione orale dei cristiani nascosti conservò il ricordo di Giovanni Tomachi e dei suoi figli, tramandandolo di generazione in generazione anche quando non c'erano più sacerdoti e la pratica della fede doveva essere completamente clandestina.

La beatificazione
Il processo di beatificazione dei martiri giapponesi fu lungo e complesso. Dopo la riapertura del Giappone all'Occidente nel 1854 e la scoperta della sorprendente sopravvivenza dei Kakure Kirishitan, la Chiesa iniziò a raccogliere sistematicamente le testimonianze sui martiri dei secoli precedenti.
Papa Pio IX, il 7 luglio 1867, beatificò solennemente 205 martiri giapponesi, tra cui Giovanni Tomachi e i suoi figli. Questa beatificazione di massa riconobbe ufficialmente l'eroicità della loro testimonianza e autorizzò il culto pubblico.

Il significato teologico
Il martirio di Giovanni Tomachi e dei suoi figli si inserisce nella lunga tradizione dei martiri familiari della Chiesa. Come i santi Perpetua e Felicità, o i santi Crispino e Crispiniano, anche questa famiglia giapponese testimonia che la fede può unire i legami familiari in modo così profondo da rendere possibile affrontare insieme la morte.
La loro testimonianza è particolarmente significativa nel contesto giapponese, dove il rispetto per gli antenati e la continuità familiare erano valori centrali. Giovanni Tomachi non trasmise ai figli soltanto la vita biologica, ma anche la vita della fede, e insieme a loro portò a compimento questa eredità spirituale fino al martirio.

I cristiani nascosti
Dopo le persecuzioni, quando non ci furono più sacerdoti in Giappone, i cristiani sopravvissuti svilupparono forme originali di pratica religiosa, mantenendo elementi del cattolicesimo adattati al contesto culturale giapponese. I Kakure Kirishitan conservarono preghiere in latino corrotto dalla trasmissione orale, immagini della Madonna camuffate da divinità buddiste, e celebrarono battesimi e matrimoni senza sacerdoti.
Giovanni Tomachi e i suoi figli appartengono alla generazione che rese possibile questa sopravvivenza straordinaria della fede, pagando con la vita la propria fedeltà a Cristo.

Curiosità
- La memoria di Giovanni Tomachi e dei suoi figli è stata conservata per secoli principalmente attraverso la tradizione orale, dato che i documenti scritti venivano distrutti durante le persecuzioni per evitare che i cristiani fossero identificati.
- Alcuni studiosi ritengono che il cognome Tomachi possa essere collegato alla regione di Tomioka, nell'area di Nagasaki, dove esistevano comunità cristiane fiorenti prima delle persecuzioni.
- La beatificazione del 1867 coincise con il periodo in cui il Giappone si stava aprendo definitivamente all'Occidente, dopo oltre due secoli di isolamento, e la scoperta dei cristiani nascosti aveva stupito il mondo cattolico.


Autore:
Enrico Quiri

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Aggiunto/modificato il 2026-08-21

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