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Licia, circa 250-253
Appaiono negli Atti oltremodo favolosi di s. Cristoforo, e potrebbero
essere una pura invenzione dell'autore di essi. Erano state mandate
nella prigione ove era detenuto s. Cristoforo per sedurlo e farlo
apostatare dalla fede cristiana. Trovatolo invece immerso nella
preghiera, esse stesse furono vinte dalla grazia e si professarono
cristiane. Dopo una serie di prodezze - tra l'altro danneggiarono il
tempio pagano con uno stratagemma - furono decapitate. Tutto ciò sarebbe
accaduto sotto Decio (250-53) in una città non identificata della
Licia. I sinassari bizantini le commemorano al 9 maggio, insieme con s.
Cristoforo, mentre il Martirologio Romano dedica loro un elogio al 24
luglio.
Etimologia: Niceta: dal greco Niketas, vincitore; Aquilina: dal latino Aquilinus, simile all'aquila o perspicace.
Emblema: Palma del martirio, talvolta rappresentate insieme a San Cristoforo in ambiente carcerario.
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Le notizie riguardanti Niceta e Aquilina provengono dagli Atti di San Cristoforo, un testo agiografico redatto diversi secoli dopo i fatti che pretende di narrare. La critica storica classifica tale opera come romanzesca, priva di fondamento documentale certo. Di conseguenza, l'esistenza stessa delle due sante è collocata dalla storiografia moderna nell'ambito della tradizione agiografica piuttosto che in quello della storia documentata. Il contesto in cui la leggenda le colloca è quello della persecuzione deciana, un periodo di forte tensione per le comunità cristiane dell'Asia Minore, costrette a scegliere tra l'apostasia e il martirio.
L'incontro con Cristoforo e la conversione Secondo il racconto agiografico, il governatore della regione, nel tentativo di indurre il prigioniero Cristoforo a rinunciare alla sua fede e a sacrificare agli idoli, ordinò che due donne, Niceta e Aquilina, note per la loro vita dissoluta, fossero condotte nella sua cella con il preciso incarico di sedurlo e corromperlo. La narrazione descrive un ribaltamento totale delle aspettative: trovando il prigioniero immerso in una profonda e fervente preghiera, le due donne furono a loro volta vinte dalla grazia. Colpite dalla serenità e dalla fermezza di Cristoforo, rifiutarono il compito assegnato, si professarono cristiane e iniziarono a predicare la fede che avevano appena abbracciato.
Il martirio La conversione delle due donne innescò la reazione delle autorità pagane. Sempre secondo la tradizione, Niceta e Aquilina si resero protagoniste di alcune azioni clamorose, tra cui il danneggiamento di un tempio pagano attraverso uno stratagemma, atto che ne segnò definitivamente la condanna. Arrestate e processate, rifiutarono di abiurare la nuova fede. La sentenza fu capitale: entrambe furono decapitate, conseguendo così la palma del martirio nello stesso periodo e nella stessa regione in cui, secondo la leggenda, perse la vita anche Cristoforo.
Critica agiografica e culto La figura di donne inviate per corrompere un martire e che invece si convertono è un topos ricorrente nella letteratura agiografica antica. Questo schema narrativo ha lo scopo teologico di dimostrare l'invincibilità della grazia divina, capace di trasformare gli strumenti stessi della persecuzione in testimoni della fede. Il culto di Niceta e Aquilina è antico ma circoscritto. Il Martirologio Romano le ricorda al 24 luglio con un breve elogio, mentre i Sinassari della Chiesa Ortodossa le commemorano il 9 maggio, in stretta associazione con la memoria di San Cristoforo. Non sono documentate reliquie specifiche o luoghi di sepoltura certi.
Autore: Enrico Quiri
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