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Grazia Genga Adolescente

Festa: Testiimoni

Statte, Taranto, novembre 1958 - Torino, 18 marzo 1975


Grazia Genga. Una ragazzina pugliese immigrata a Torino. Taciturna, sottile. I lisci capelli castani incorniciano un volto straordinariamente espressivo.
Ha quasi 16 anni. Tra gli scioperi scolastici, l'intasamento delle macchine di via Nizza, le discussioni condotte con il linguaggio scanzonato dei giovanissimi, sente nascere dentro un affetto tenero e prepotente per Elio, 16 anni anche lui. Lo annota nel diario.
«Ieri sera è venuta a trovarmi Maria Rosa con un ragazzo, boia cane, bello. Ha soltanto sedici anni, ma sembra un uomo fatto. Si chiama Elio».
Alcuni giorni dopo continua: «È un ragazzo che mi ha stupito in ogni senso. Ieri sono uscita con lui e company. Ho avuto la conferma che Elio si è imbarcato di me, e anch'io me ne sono imbarcata. Si potrebbe stare bene assieme. Ma io ho paura».
Qualche settimana dopo: «Domenica, ore boh! Il mio primo bacio d'amore. Ehi, sono all'undicesimo cielo!».
Una delle tante ingenue ragazzine del Sud approdate a Torino, che hanno cominciato così a sciupare la loro vita, per finire in un casone della periferia cariche di figli e di miseria? No. Il sorriso che s'affaccia timido sulla faccina bella di Grazia, esprime una «ricchezza profonda».
Grazia è nata nel novembre 1958 a Statte, in provincia di Taranto. Papà e mamma vengono a Torino quando Grazia ha appena 10 anni. Prendono alloggio in un vecchio caseggiato con ringhiera nei pressi della stazione ferroviaria di Porta Nuova. Tra le nebbie e il fischio ossessionante dei treni, Grazia ricorda il suo paese: «Si erge su una collina. È piccolo, grazioso. È stato rimodernato: hanno costruito ville e palazzi, hanno creato giardini pubblici. E c'è tanto sole».

Quattro anni di scontro silenzioso
Papà lavora come operaio, mamma fa la casalinga. Accanto a Grazia crescono tre fratelli, nell'alloggio stretto, pieno di letti e di nervosismo. Per la ragazzina l'impatto con la città è duro. Il lungo inverno getta nelle strade di Torino nebbie dense, nevai grigi, piogge tristi. Quattro anni di scontro silenzioso con questa distesa disumana di case, con i tappeti di automobili che lastricano le vie. Quattro anni prima di rassegnarsi. Ancora nel 1972 scriverà: «Ho tanta voglia di vivere in un mondo dove le strade non sono che distese di prato, di un verde particolare».
Finisce le medie, inizia l'Istituto Tecnico Femminile. Intanto ha scoperto un gruppo di ragazzi e ragazze, nella parrocchia del Sacro Cuore, in via Nizza 56. Giuliana ricorda: «La prima volta che l'ho vista qui era una ragazzina dall'aria un po' sperduta, con tanti problemi. Gli stessi problemi nostri, del resto ».
Il gruppo si chiama «Camminiamo insieme». Una ventina di ragazzi che, insieme a un pretino pallido, cercano di « camminare insieme alla ricerca dell'amore», di «vivere il Vangelo» nel quartiere nero della stazione dove ogni mattina il diretto da Siracusa sbarca famiglie di meridionali con figli e scatole di cartone, e il racket della mano d'opera dirige il «mercato delle braccia giovani».
Quei ragazzi pregano insieme, visitano le vecchiette di Bei-nasco, fanno giornate di ritiro o trascorrono qualche giornata di vacanza in Val Varaita. Nasce qualche legame affettuoso («ci s'imbarca», nel linguaggio studentesco).
Grazia è una ragazza moderna, viva. Ama la musica e le canzoni «scatenate», fa tifo per il Cagliari, fa pallacanestro e pattinaggio artistico, vorrebbe esercitarsi in atletica leggera. Legge romanzi di avventure e fumetti che la fanno «evadere». S'incanta di fronte agli animali, «anche i più brutti», davanti alla natura, alle piante, alle pietre di un torrente.

Le pagine di «Pallino»
1973. Sulle pagine di un grosso quaderno, che battezza con nome buffo Pallino, Grazia comincia a scrivere il suo diario. Registra le piccole cose di tutti i giorni, i pensieri segreti, le emozioni. Parla con Pallino dei battibecchi con la mamma, degli incontri allegri con gli amici, degli avvenimenti gravi che scoppiano nella città ammalata di violenza. 27 mesi sfilano sereni e nervosi, punteggiati dalle parole limpide che rivolge direttamente a Dio, gonfi dell'amore che Grazia sente crescere in sé non solo per Elio ma per tutte le persone che le stanno attorno: «Incomincio ad amare tutti. Voglio amare, ho bisogno di amare».
Nelle prime pagine parla del suo gruppo: «Io faccio parte di un gruppo di giovani simpatici studenti. Insieme si discute di tutto, insieme si svolgono alcune attività. Ma... c'è un ma. Esistono degli screzi. "Rispetta chi non la pensa come te". È una frase che dovrebbe frullare nella testa di tutti.
Noi del gruppo "Camminiamo insieme" cerchiamo di camminare insieme alla ricerca dell'amore vivendo il Vangelo.
Ieri sera, dopo l'incontro con il gruppo, sono ritornata a casa con Piero, un ragazzo al quale è stata soffiata la ragazza da un altro. Ora, 'sto povero Piero mi raccontava che era disperato, perché convinto che lei lo amasse ancora. Mi sentivo toccata da questo problema di Piero. Lo vivevo come mio. Gli ho parlato, ho cercato di consolarlo, ho cercato di aiutarlo. Mi sono stupita di poter aiutare chi ha più anni di me. Gli ho parlato come una sorella. Mi sono accorta di averlo saputo ascoltare e questo penso sia importante».

Scenate in famiglia
Come tutti i ragazzi di 14 anni, Grazia si sente in conflitto con i suoi genitori. Cerca di capirli, ma le pare che loro non la capiscano.
«Sono triste, molto triste. I genitori, dopo quattordici anni, non mi conoscono ancora. Abbiamo visto il film Fratello Sole e Sorella Luna, la vita di San Francesco. Io cerco quello che cercava Francesco: il Bene, l'Amore e la Purezza per raggiungere Dio. Li cerco e li sto cercando con tutta me stessa nel gruppo di giovani di cui faccio parte... Mia madre non voleva che ci andassi. Non è lo stare attaccata ai miei genitori, sempre, che fa la mia felicità. Ho bisogno di un giovane come me, di tanti buoni amici, che mi diano un po' di conforto, di serenità, di allegria. I miei non sono genitori cattivi, ma li credevo più inseriti nel mondo d'oggi e li scopro ogni giorno di più alquanto chiusi, arretrati.
Al mattino avevo avvisato mia madre che al pomeriggio sarei andata al cinema con gli amici e sembrava d'accordo. Ma al pomeriggio, quando cominciai a prepararmi, "Dove vai?", mi chiese, e aggiunse: "E con chi... Perché non lo hai detto a tuo padre?... Incominciamo presto a uscire e a spendere i soldi alla domenica..."».
Alcune settimane dopo, sul diario, racconta: «Ieri con il gruppo sono andata a trovare a Chivasso un ragazzo, Ferruccio, che si sta consacrando a Dio. I miei genitori, per la prima volta in vita mia, mi hanno lasciata andare senza fare prediche. Ho passato un pomeriggio eccezionale.
Tornati a Torino, decidemmo di andarci a mangiare la pizza. Io non potevo rifiutare, ma non mi sentivo tranquilla pensando ai miei genitori che mai mi avrebbero concesso di star fuori con dei ragazzi.
Alle 19,30 avevamo finito la pizza e ci trovavamo a far cordone nella strada gridando: " La strada è nostra fino a mezzanotte!" (Per la crisi del petrolio le auto non potevano circolare dal mattino alla mezzanotte della domenica). Ci siamo messi in cerchio a cantare e saltare. Sembravamo pazzi invasati. Ma a noi sembrava tutto così naturale, un modo come un altro per sentirci più fratelli. I miei genitori non mi hanno detto nemmeno una parola.
Questa mattina, prima di andare a scuola, mia madre "scoppia" e me ne dice quattro: "Non devi uscire con i maschi... Sei una donna e devi restare in casa... ". Mi sono talmente irritata che sono scoppiata a piangere».

Sentire Dio vicino
Nelle giornate di «ritiro », Grazia incontra la presenza viva di Gesù, comincia a parlare con lui.
«Sono andata a trascorrere la Giornata dell'Amicizia a Castiglione. Sono sicura che non la dimenticherò più. Giornata commovente e allegra. Prima di lasciarci, ci siamo stretti la mano formando un grande cerchio e abbiamo cantato " Resta con noi", considerando tra noi Gesù. Vorrei che ogni giornata fosse così: "Amatevi l'un l'altro", ha detto Gesù».
«Sono partita per Saluzzo. Mi sono ritrovata in cappella, in un angolo seduta a pregare. Ero triste, ma contemporaneamente felice, perché sentivo Dio vicino... È meraviglioso essere cristiani e vivere da cristiani, è meraviglioso donarsi, amare, e ciò che più è meraviglioso per me è l'aver capito il senso della mia esistenza. Prego il Signore che non scordi il mio motto: Vivere per amare e amare per vivere-».
Fine dell'anno scolastico. Fretta e nervosismo per le ultime interrogazioni, gli ultimi lavori scritti: « Sono stati giorni più o meno piacevoli, presa com'ero dallo studio: siamo agli sgoccioli, bisogna darci dentro. Spesso, però, ho passato attimi di silenzio che mi hanno fatto pensare, che mi hanno portato a riflettere, a pregare.
Ora aspetto ansiosa le vacanze estive. Sono stanca e desidero un po' di riposo. Se tutto andrà per il verso giusto, farò con gli zìi un giretto per l'Italia (in auto). Così potrò togliermi una grossa soddisfazione».
Anno scolastico nuovo. Nuovi libri, nuovi orizzonti. Grazia si sente meno bambina, più riflessiva e matura. La voglia di amare cresce prepotente: «Amare! Ne ho una voglia matta: ho voglia di amare tutti, di bussare alla porta di persone che non conosco... ».

Lottiamo per il denaro
Papà si logora in fabbrica. Mamma fa i salti mortali per far bastare le lire. Il denaro è una parola che batte e ribatte sulla vita di tutti. Grazia scrive: «Ho appena finito di leggere un brano del Vangelo: "Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, non mietono, non raccolgono in granai, e il vostro Padre celeste li nutre". Mi è balzato alla mente il fatto che tutti lottiamo per il denaro. A volte mi domando che cos'è questo denaro e a che cosa serve oltre che a dividerci in classi. Io sono dell'idea che il denaro non dovrebbe esistere: tutti dovremmo esercitare onestamente un mestiere, lavorando e sacrificandoci gli uni per gli altri: ogni mestiere la possibilità di un servizio. Sarebbe fantastico vivere come gli uccelli, sotto lo sguardo di Dio!».
I poveri. Una realtà che in quest'anno entrano violentemente nella vita di Grazia, e la fanno pensare, maturare, diventare esigente.
« Sono andata a trovare la signora C, una vecchia di ottantanni, ammalata. Mi è venuto un colpo: non c'è. Veniamo a sapere che è ricoverata... L'anziano è un essere umano come noi. Perché deve essere considerato un reietto? Ma con i tempi che corrono, ognuno pensa ai "cavoli propri". C'è molto egoismo.
Non vedo l'ora che arrivi sabato per andare dai vecchietti a Beinasco. E bello mettersi al servizio degli altri. E allora perché lo facciamo così poco? Perché ci scomoda, ecco perché. Per poter incontrare Dio bisogna abbattere le strutture che "fabbricano i poveri". Non serve regalare qualcosa a un povero, se dentro di noi non c'è amore... "Che mondo schifoso!" dice spesso la gente. Il mondo ha i difetti che provochiamo noi. Per cambiare il mondo basterebbe che ognuno degli uomini penetrasse la ragione del bene: "Do you promise your love?", "Prometti il tuo amore?".
Tutti vogliamo essere milionari, dieci mesi di vacanza all'anno... Ma ti pare vita? È una boiata. Perché noi avere tanto e altri non avere neanche l'indispensabile per sfamarsi? Tanta gente che all'apparenza sembra ricca, bella, intelligente, più furba delle altre, è invece povera e vuota dentro di sé».

Amore e morte
Finisce il 1973. L'anno nuovo, l'ultimo anno intero nella vita di Grazia, sarà dominato da due elementi che calamitano i suoi pensieri: l'amore e la morte.
Alcuni ragazzi pigliano la "cotta" per lei. Nella buca delle lettere ce n'è qualcuna che le reca sospiri e dichiarazioni di «amore eterno». Grazia commenta: «Mi ha scritto Angelo. Si è imbarcato di me, e me lo confessa nella lettera. L'avevo già capito da un pezzo. Ho le idee chiare e so benissimo come rispondere: negativamente, è naturale, perché io amo Angelo come qualunque altro, né più né meno. Inoltre non mi sento matura per amare».
«I primi amori, le prime cotte... Io cerco e voglio un amico che non s'imbarchi di me ma accetti la mia amicizia, soltanto quella. L'amore è una cosa seria».
Ma anche Grazia si trova all'improvviso con il cuore tenero per un ragazzo, Salvatore: «Sono uscita da casa per andare a scuola e l'ho visto, Salvatore. Mi è preso un colpo. Avevo, però, tanta voglia di vederlo! Volevo andare in chiesa a pregare: ne sentivo più che mai bisogno. È tutto il giorno che lo penso. Oh, ma sono proprio scema».
Cerca di sorridere sopra se stessa: « San Valentino. Oggi è la festa degli innamorati. Sono innamorata, io? Boh! Forse un po' cotta... di Salvatore. Auguri, allora!».
Nella seconda parte dell'anno scolastico sente un fastidioso nodulo alla spalla. Non passa. A volte la fa soffrire. Non lo sa, ma è il primo annuncio del «sarcoma» che porrà drammaticamente fine alla sua vita.
«Ho una ciste dietro la spalla, ed è un paio di giorni che soffro per questo. Ho paura di essere messa sotto i ferri; ho paura che salti fuori qualche malattia grave. Oh, Gesù, aiutami, non abbandonarmi».
La sua scuola è colpita da una tragedia.
«È mancata sabato pomeriggio la mia professoressa d'italiano, Rita, colpita da un male incurabile, il cancro. Non la dimenticherò mai. Era una signora ottimista; anche quando ci parlava del suo "bel tumoricino" (così lo chiamava) riusciva a sorridere. Aveva tanta fiducia negli altri.
È inutile piangere. A che cosa serve? Rita è risorta. Fanno pena, se mai, i suoi figli di nove e dieci anni.
Sento che la raggiungerò: non vivrò a lungo, io. Sarò fissata, ma è così. Paura? Non credo. Vorrei soltanto poter vivere di più per poter amare di più».
Finisce l'anno scolastico. Il fastidio alla spalla c'è sempre. A volte la fa piangere di dolore, a volte si assopisce. Le visite mediche non concludono nulla.

Nella vita entra Elio
Nelle brevi vacanze di Val Varaita accarezza un sogno grande per la sua vita: « Ho pensato al mio paese, a Statte, vicino a Taranto, alla mia gente, ai giovani soprattutto: mi sacrificherei tutta la vita per loro, in questo momento. Vorrei fare qualcosa: andare giù, creare un gruppo, operare...».
L'ultima sera, prima di lasciarsi, il gruppo si raduna attorno a un grande falò. A Torino, Grazia lo ricorda con nostalgia pungente. «Il falò. La parte più bella della serata. Quando il falò era soltanto più una luce rossa, abbiamo pregato tutti insieme. È stato stupendo. Un cuore solo attorno al falò. Uno dei ricordi più importanti: Dio. Non dev'essere soltanto un ricordo: Lui è sempre con me».Poi nella sua vita entra Elio: un amore «importante, serio». Ma il male alla spalla ritorna, la fa piangere.
«Sono felice, però sto male fisicamente.
Con Giuliana abbiamo letto un brano di Vangelo che parla dell'ultima ora, della morte. Abbiamo fatto una lunga preghiera spontanea. Ho pregato anche per te, Elio. Non posso non pensarti. Elio, la prima cosa che dobbiamo fare per star bene insieme è quella di accettarci come siamo. Abbiamo bisogno di crescere, però. Lo tentiamo insieme? In due si cammina meglio ».
24 novembre 1974. L'ultimo compleanno. «Oggi compio 16 anni. Auguri! Potrei essere la ragazza più felice del mondo. Ho una famiglia discreta, il mio ragazzo, la voglia di vivere». Poche righe dopo: «C'era un vento fortissimo. Sono uscita all'aperto. Le nuvole sono state tutte spazzate via e in cielo splendeva la luna. Ho incominciato a ringraziare il mio Signore per la luna, per l'albero spoglio che sembrava chiedere qualcosa, per l'amore che sentivo per Elio, per tutto, insomma. Per me stessa: anch'io in fondo sono un dono».

La violenza che si scatena
Mentre l'amore e il male oscuro crescono in lei, Grazia vede con tristezza la violenza che si scatena, la vita che si fa più cattiva, disumana.
«Anche la voglia di ridere va perdendosi. Dappertutto nient'altro che facce cupe».
« Strage a Brescia. È pazzesco come aumenta la delinquenza nel nostro paese. Ma che gusto ci trovano nell'uccidere la gente? Non si può vivere così, è assurdo!».
« Dovremmo essere soprattutto noi cristiani a lottare per la pace, la giustizia, la libertà del mondo, e invece ci limitiamo a fare da spettatori, a esclamare: Come mi dispiace! Poverino! Che macello!».
« Oggi sciopero generale. La situazione nel nostro paese si fa sempre più tragica».
«Abbiamo rifiutato di pensare. Così ci siamo abituati ad accettare anche realtà disumane. Il ragazzo che finisce al carcere minorile. La ragazzina che fugge di casa. I ragazzi che si drogano. La ragazza che finisce sulla strada. Sono cose che succedono. Eh, già: tutto succede... Ma la nostra responsabilità?».
Ora il male irrompe senza argini nella sua vita. Grazia si afferra alla speranza, alla preghiera, all'amore per gli altri. A volte la tristezza la sommerge.
«Signore, vorrei pregare per me. Oggi andrò dal medico e si segnerà la mia sorte. Sarà l'inizio della fine o l'inizio dell'inizio? Non voglio saperlo; voglio solo che mi aiuti ad accettare queste sofferenze ».
Nessuno osa dirle che la sua vita è segnata, che il sarcoma è inguaribile. Le dicono che si tenterà un'operazione.
«Signore, ti prego, stammi vicino. Sono stanca, sai? Stanotte mi sono alzata due volte: stavo male, sempre per la spalla. Non vedo l'ora di fare gli esami per andare a operarmi. Sono convinta che non conta quanto si vive, ma come si vive».

I ferri del chirurgo
All'ospedale non si trova un posto. Grazia aspetta, in fila con tutti i poveri che aspettano.
«Sono a casa con quasi 39° di febbre, con un fortissimo dolore alla spalla, con i nervi tesi e con una paura del cavolo addosso che non te ne fai un'idea. Vado a fare una "vacanza" all'ospedale. Non ho più la forza di fare niente. Quello che riesco a chiedere al Signore, molto a stento, è aiuto».
«Ricordo quando stavo bene e pensavo alla gente che soffriva. Allora, pregavo il Signore e gli chiedevo che mi facesse provare gl'intensi dolori degli altri, anche soltanto per qualche secondo: volevo riuscire a comprenderli. Ora ci sono.
La sofferenza è una gran brutta cosa, che veramente ti fa passare la voglia di vivere».
«Voglio che tu mi ricordi sempre che perdendo si vince, morendo si vive».
Vanno a trovarla gli amici, padre Luca. Ritrova qualche momento di felicità: «Ho riscoperto di colpo di essere la ragazza più felice del mondo».
Prima dell'operazione scrive sul grosso quaderno, scritto ormai quasi fino all'ultima pagina: «Mi fai pena, Pallino. Anche tu stai volgendo alla fine. Non te la prendere, Pallino, ce la faremo: ci rifaremo, tu con un nuovo quaderno, io con una nuova vita. Forse tu non sei solo il mio Diario: dietro al tuo nome buffo e simpatico, ho paura che tu ne nasconda un altro, più serio e importante: Cristo».
Operazione. Grazia è devastata dai ferri del chirurgo, ma non c'è più niente da fare. Lei ormai lo sa. Riesce a scrivere sul Diario le ultime righe.
« Sono stata operata e tutto quello che prevedevo si sta avverando. Mi si è formato del liquido dietro la spalla e soffro le pene dell'inferno quando me lo estraggono. Applicazioni al cobalto.
Io vivo in una convinzione da circa un anno, ossia da quando è cominciato a uscire 'sto coso: il mio è un tumore. Ho avuto paura di affrontare prima questa brutta realtà, ma ora... Vivere per morire, morire per vivere».

«Vado a casa mia»
Notte sul 17 marzo 1975. Grazia sussurra alla mamma che la veglia: «Vorrei parlare con padre Luca. Lo so che è notte, ma ti prego, mamma, chiamalo».
Padre Luca ricorda: «Il confratello che mi comunicò la telefonata mi disse: "Se fossi in te non andrei. Sai come sono i malati. Ci andrai domani". Mi ributtai sul letto, ma dopo pochi minuti mi misi in strada, e raggiunsi l'ospedale come potei. Erano passate le 3. Sapevo che Grazia era grave, ma non immaginavo che fosse alla fine. Quando mi vede, fa: "Ah, ce ne hai messo del tempo. Ti aspettavo. Ho bisogno di te. Sai, devo cambiare casa. Vado a casa mia. Mi capisci, vero?". Ho risposto di sì, che capivo. E ho ascoltato quella che avrebbe dovuto essere l'ultima confessione di Grazia, e che è stata un'ultima dichiarazione di amore per Gesù, accompagnata dal rammarico di non potere fare di più per Lui. E dopo qualche istante... ».
Nel diario di Grazia sono rimaste tre pagine bianche. Pochi giorni prima aveva scritto: «Sono convinta che non conta quanto si vive, ma come si vive».


Autore:
Teresio Bosco

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Aggiunto/modificato il 2008-11-27

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