Sant' Avvakum
Sacerdote e martire
Festa: 2 dicembre (Chiese Orientali)
Nascita-morte: Nižnij Novgorod, Russia 20 novembre 1620 - Pustozersk, Russia 14 aprile 1682
Nascita - morte:
Nižnij Novgorod, Russia 20 novembre 1620 - Pustozersk, Russia 14 aprile 1682
Festa:
2 dicembre (Chiese Orientali)
Etimologia:
Avvakum forma slava del biblico Abacuc, dall’ebraico Ḥăḇaqqūq
Emblema:
Abiti sacerdotali, barba, talvolta mano con due dita unite nel segno della croce
Categoria: Chiese Orientali Ortodosse
Calendario: I santi del 2 dicembre
Fù un arciprete russo, scrittore e protagonista della resistenza alle riforme liturgiche promosse dal patriarca Nikon nel Seicento. Nato nel 1620 o 1621 nella regione di Nižnij Novgorod, esercitò il ministero sacerdotale con particolare rigore e partecipò ai circoli moscoviti impegnati nel rinnovamento della vita religiosa. Quando le autorità ecclesiastiche imposero la revisione dei libri e dei riti sul modello greco contemporaneo, divenne uno dei principali difensori delle consuetudini russe precedenti. Arrestato, esiliato in Siberia, deposto dal ministero e infine imprigionato a Pustozersk, continuò a guidare i seguaci della «vecchia fede» mediante lettere e scritti. Morì il 14 aprile 1682, arso vivo con tre compagni. La sua Vita autobiografica è un documento essenziale della storia religiosa e della letteratura russa. Venerato come martire nelle comunità dei Vecchi Credenti, ricevette un riconoscimento sinodale nella gerarchia di Belaja Krinica nel 1916; la sua memoria ricorre anche il 2 dicembre. Tale culto non coincide con una canonizzazione della Chiesa cattolica o del Patriarcato di Mosca.
Biografia
Origini, famiglia e formazione religiosa
Avvakum nacque nel villaggio di Grigorovo, nell’area di Nižnij Novgorod, nel 1620 secondo la cronologia più diffusa; una parte della letteratura ammette il 1621. La Biblioteca presidenziale russa indica il 20 novembre 1620, dato che richiede di tenere conto del calendario e della tradizione biografica. Era figlio del sacerdote Pëtr; la madre Marija, poi monaca con il nome di Marfa, è ricordata per l’influenza esercitata sulla sua formazione religiosa. Le notizie familiari dipendono in misura rilevante dalla narrazione autobiografica e dalle tradizioni che la circondano. Il futuro arciprete crebbe in un ambiente nel quale la disciplina del culto, il digiuno, la preghiera e l’autorità della tradizione ecclesiastica erano elementi centrali.
Nel 1638 sposò Anastasija Markovna, figlia di un fabbro, che condivise buona parte dei suoi trasferimenti forzati e delle privazioni. La documentazione biografica la presenta non come semplice figura di contorno, ma come sostegno decisivo durante gli anni più difficili. Dalla loro unione nacquero figli; le fonti registrano anche la morte di alcuni di essi durante l’esilio. La condizione di sacerdote sposato corrispondeva alla disciplina del clero parrocchiale ortodosso e non deve essere confusa con quella del monachesimo. Avvakum fu ordinato diacono nei primi anni Quaranta e sacerdote verso il 1643-1644: le fonti differiscono leggermente nella datazione.
Il ministero e il movimento degli amanti di Dio
Nella parrocchia di Lopatišči Avvakum manifestò uno zelo religioso che suscitò insieme adesioni e ostilità. Condannava comportamenti ritenuti incompatibili con la morale cristiana, esigeva disciplina nel culto e interveniva nelle controversie locali con scarsa propensione al compromesso. Alcuni episodi di aggressioni, minacce e liberazioni straordinarie provengono dalla sua stessa Vita; documentano anzitutto il modo in cui egli interpretò spiritualmente le proprie vicende, non sempre una sequenza controllabile mediante testimonianze indipendenti.
Cercò appoggio a Mosca presso esponenti del movimento dei bogoljubcy, gli «amanti di Dio», fra i quali Ivan Neronov e Stefan Vonifat’ev. Questi ecclesiastici volevano migliorare la predicazione, correggere abusi, promuovere la partecipazione dei fedeli e rendere più ordinata la celebrazione liturgica. Non si trattava inizialmente di un partito contrario a ogni riforma: proprio l’aspirazione a un culto più autentico accomunò per un certo tempo uomini destinati poi a schierarsi su fronti opposti. Avvakum entrò così in contatto con ambienti vicini alla corte dello zar Alessio Michajlovič.
Nel 1652 fu nominato protopope, cioè arciprete, a Jur’evec. L’imposizione di pratiche rigorose e i contrasti con parte del clero e della popolazione resero breve quell’esperienza. Tornato a Mosca, svolse servizio nella chiesa della Madre di Dio di Kazan’ presso la Piazza Rossa. La sua reputazione di predicatore inflessibile si consolidò proprio mentre la Chiesa russa si avviava verso una controversia che avrebbe segnato profondamente il paese.
La riforma di Nikon e la frattura ecclesiastica
Il patriarca Nikon, salito alla sede moscovita nel 1652, avviò correzioni dei libri liturgici e delle pratiche rituali russe sulla base di modelli greci allora ritenuti più corretti. Fra i segni più visibili della controversia vi furono il modo di compiere il segno della croce, il numero delle prostrazioni, le formule dei libri di culto e altre consuetudini rituali. Per Nikon e i sostenitori delle revisioni l’obiettivo era l’uniformità ecclesiastica; per Avvakum e i suoi compagni le forme consacrate dalla pratica russa erano una testimonianza della fede dei padri che non poteva essere alterata per decisione amministrativa.
La contrapposizione non può essere ridotta a una disputa su gesti esteriori. Nella visione di Avvakum il rito custodiva la continuità con la santità della Russia antica e la fedeltà alla Chiesa; modificarlo significava mettere in dubbio la verità trasmessa dalle generazioni precedenti. I riformatori, dal canto loro, contestavano che ogni consuetudine locale avesse valore immutabile. Il conflitto assunse progressivamente dimensioni politiche e disciplinari perché la monarchia appoggiò la nuova uniformità e considerò la resistenza una sfida all’autorità religiosa e statale.
Avvakum si oppose pubblicamente alle innovazioni fin dal 1653. Fu arrestato, trattenuto nel monastero moscovita di Andronikov e poi inviato lontano dalla capitale. Il racconto di un misterioso visitatore che lo avrebbe nutrito durante la detenzione appartiene alla sua testimonianza religiosa personale: non può essere trattato come un miracolo storicamente dimostrato. L’intercessione dello zar contribuì inizialmente a evitare una deposizione immediata, ma non impedì l’esilio.
La Siberia, la Dauria e la sopravvivenza della famiglia
La prima destinazione fu Tobol’sk, in Siberia, dove Avvakum arrivò con la moglie e i figli. Il trasferimento era una forma di punizione, ma lo collocava anche in un territorio nel quale il governo russo cercava di consolidare la propria presenza. La lontananza dalla capitale non attenuò il carattere polemico dell’arciprete: egli continuò a predicare e a difendere le proprie convinzioni, attirando nuovi contrasti con autorità civili ed ecclesiastiche.
Successivamente fu aggregato alla spedizione del voivoda Afanasij Paškov verso la Dauria, nell’Asia nordorientale. Gli anni trascorsi fra viaggi, accampamenti, penuria di cibo e clima severo furono segnati da sofferenze documentate soprattutto attraverso la Vita. Avvakum descrisse scontri durissimi con Paškov, violenze e umiliazioni, insieme alla resistenza di Anastasija e alla perdita di figli. Le pagine dedicate alla famiglia costituiscono fra le testimonianze più notevoli della sua scrittura: uniscono la cronaca delle privazioni a dialoghi e giudizi morali, ma risentono anche dell’intento di rappresentare l’esilio come prova della verità religiosa.
Il lungo viaggio di ritorno, consentito all’inizio degli anni Sessanta, non coincise con una riconciliazione. Durante gli spostamenti Avvakum incontrò comunità, parlò della controversia rituale e rafforzò i legami con i fedeli contrari alle riforme. La sua esperienza siberiana divenne un elemento decisivo della sua autorità: il prestigio non dipendeva più soltanto dall’incarico ecclesiastico, ma dalla capacità di sopportare pene senza rinunciare alle proprie posizioni.
Il ritorno a Mosca e la condanna del concilio
Avvakum rientrò a Mosca nel 1664. L’accoglienza relativamente favorevole riservatagli da alcuni ambienti della corte alimentò per breve tempo la possibilità di un accordo. Nikon si era già allontanato dalla guida effettiva del patriarcato, ma le riforme non erano state revocate. L’arciprete, persuaso di difendere la fede autentica, non accettò di riconoscere come legittime le innovazioni e indirizzò suppliche e ammonimenti al sovrano. In questo periodo mantenne rapporti spirituali con donne dell’aristocrazia moscovita, fra cui Feodosija Morozova e la sorella Evdokija Urusova, anch’esse legate alla vecchia fede.
La nuova espulsione dalla capitale mostrò che il problema non era la sola persona di Nikon, ma il rapporto fra autorità ecclesiastica, potere dello zar e comunità dei dissidenti. Nel 1666 il grande concilio moscovita giudicò Avvakum e altri oppositori. La deposizione e la scomunica dell’arciprete segnarono la rottura ufficiale con la gerarchia che sosteneva la riforma. Il concilio del 1666-1667 confermò la linea liturgica riformatrice e condannò l’opposizione rituale; la vicenda è nota come raskol, la grande frattura dei Vecchi Credenti.
Non tutti i protagonisti della resistenza compirono le medesime scelte: alcuni accettarono riconciliazioni o assunsero posizioni differenti sulla validità del sacerdozio. Avvakum rifiutò di ritrattare e continuò a ritenere possibile la sopravvivenza della Chiesa nella fedeltà ai riti antichi. La sua influenza fu particolarmente importante per le correnti dei Vecchi Credenti favorevoli a conservare il ministero sacerdotale, pur nelle difficoltà create dalla rottura con i vescovi della Chiesa ufficiale.
Pustozersk: prigionia, lettere e Vita
Dal 1667 Avvakum rimase confinato a Pustozersk, remoto insediamento della Russia settentrionale, insieme ad altri oppositori: il sacerdote Lazar’, il diacono Fëdor e il monaco Epifanij. La detenzione si protrasse per circa quindici anni e conobbe un inasprimento delle condizioni, compreso il ricorso a celle scavate nella terra. L’isolamento non interruppe del tutto le comunicazioni. Attraverso lettere, messaggi e testi polemici l’arciprete continuò a intervenire nelle dispute delle comunità della vecchia fede, fornendo consigli spirituali e prendendo posizione su questioni liturgiche e disciplinari.
In carcere compose la Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso, generalmente datata fra il 1672 e il 1675, oltre a raccolte di discorsi, interpretazioni e suppliche. L’opera autobiografica non è una registrazione neutrale degli avvenimenti. Avvakum scrive per testimoniare la propria fedeltà, edificare i lettori e convincerli che le sofferenze patite hanno un significato religioso. Proprio per questo, accanto a informazioni di prima mano, presenta visioni, prodigi e giudizi sui nemici che richiedono valutazione critica.
La Vita possiede tuttavia un valore storico e letterario eccezionale. La prosa alterna linguaggio ecclesiastico e parlato, invettiva e tenerezza, descrizioni crude e momenti di umorismo. I dialoghi con la moglie, le scene dei viaggi e le descrizioni dei rapporti con i potenti danno al lettore una percezione diretta della mentalità e della vita quotidiana del Seicento russo. La sua originalità non autorizza a considerare ogni dettaglio letteralmente verificato, ma rende la testimonianza indispensabile per ricostruire sia il personaggio sia la formazione dell’identità dei Vecchi Credenti.
L’esecuzione del 1682 e la memoria dei compagni
La repressione si aggravò durante gli ultimi anni del regno di Alessio e sotto il suo successore Fëdor III. Avvakum rimase un punto di riferimento simbolico e pratico dell’opposizione. Il 14 aprile 1682 fu messo a morte a Pustozersk insieme a Lazar’, Fëdor ed Epifanij. La tradizione documentaria più accreditata colloca l’esecuzione nel Venerdì santo di quell’anno e la descrive come combustione in una struttura lignea; esistono tuttavia testimonianze e ricostruzioni antiche che hanno generato incertezze sulla cronologia, specialmente fra 1681 e 1682. La data del 14 aprile 1682 è oggi la più comunemente adottata dagli archivi e dagli studi specialistici.
La causa immediata della condanna fu espressa dalle autorità anche in termini di offese alla casa regnante e di ostinata opposizione. Nella memoria dei Vecchi Credenti i quattro furono invece martiri per la difesa dell’antico rito. Sono due livelli diversi di interpretazione: il fatto della condanna e della morte è storicamente fondato; la qualificazione di martirio appartiene al giudizio religioso delle comunità che li venerano. Il racconto secondo cui Avvakum avrebbe alzato due dita dal rogo e pronunciato un’ultima esortazione è una tradizione edificante, non una dichiarazione verificabile con documentazione indipendente.
La vicenda dei quattro prigionieri non va confusa con quella del profeta biblico Abacuc, chiamato anch’egli Avvakum nelle lingue slave, né con quella del diacono serbo Avakum, ucciso nell’Ottocento. Si tratta di persone, epoche e tradizioni cultuali differenti.
Il culto dei Vecchi Credenti e la ricezione letteraria
Dopo la morte, la figura dell’arciprete assunse un ruolo centrale nell’identità dei Vecchi Credenti, benché il movimento si articolasse in comunità e correnti non sempre concordi. Le sue lettere continuarono a circolare in copie manoscritte e il suo esempio fu interpretato come testimonianza di perseveranza davanti al potere. L’iconografia lo raffigura generalmente come arciprete barbuto, spesso con il segno benedicente a due dita, emblema della controversia rituale; un’icona databile fra la fine del XVII e l’inizio del XVIII secolo è conservata nelle collezioni del Museo storico statale russo.
La venerazione precedette di molto il riconoscimento formale. Nel 1916 un concilio della gerarchia vecchio-credente di Belaja Krinica lo annoverò ufficialmente fra i santi martiri della vecchia fede. Il dato riguarda quella specifica comunione ecclesiale e non deve essere presentato come canonizzazione riconosciuta indistintamente da tutte le Chiese ortodosse. Accanto alla commemorazione del 14 aprile con i compagni di Pustozersk, è attestata la memoria del 2 dicembre nelle tradizioni cultuali ricordate dai repertori orientali. Non risultano reliquie corporee autenticamente identificate né un sepolcro individuale verificato.
L’importanza di Avvakum travalicò la storia del culto. Quando la sua opera fu studiata e pubblicata più ampiamente nell’Ottocento, i lettori ne riconobbero la straordinaria energia espressiva. La Vita entrò nella storia della letteratura come una delle più importanti testimonianze autobiografiche della Russia antica e come esempio precoce di impiego artistico della lingua viva. Tale fortuna letteraria non coincide con un’adesione alle sue posizioni ecclesiologiche: studiosi e scrittori hanno potuto apprezzarne la voce narrativa pur considerando criticamente il suo rigorismo e le sue polemiche.
Biografia
A cura di Dmitrij Kanaev
E' senz'altro il più celebre e venerato santo della Chiesa dei Vecchi Credenti russi, all'origine della separazione dal Patriarcato di Mosca, e un illustre scrittore. Nacque nella famiglia di un sacerdote di Grigoro-vo, nel circondario Zakudemskij del distretto di Niznij Novgorod (ora distretto di Bol'semuraskinskij nella regione di Niznij Novgorod). Il padre, Pétr, aveva il vizio del bere; la madre, Maria (che in seguito seguirà la via monastica col nome di Marta), si distingueva per la devozione e la pietà e allevò il figlio nel umor di Dio.
Un giorno che si trovò ad assistere alla fine di una bestia nel cortile di un vicino, Avvakum capì l'irreversibilità della morte e decise di alzarsi ogni notte per pregare. Allorché la madre decise di fargli prendere moglie, supplicò a lungo la Madre di Dio di dargli una compagna di vita che lo aiutasse a tendere alla salvezza. Così nel 1638, a 17 anni, sposò la figlia quattordicenne del fabbro locale, Anastasia Markovna, appena rimasta orfana e che fu per lui una fedele compagna e un'amica in tutte le sue imprese e in ogni sua vicenda, fino all'ultimo esilio di Pustozersk. A 21 anni fu ordinato diacono e due anni più tardi (nel 1644) sacerdote a Lopatisci.
Fin dall'inizio del suo ministero, Avvakum rivelò le qualità che lo avrebbero contraddistinto per tutta la vita: lo zelo nell'adempimento delle norme canoniche, la fermezza nel sostenere la verità, una forza spirituale sorprendente e una volontà inesauribile. Difese con coraggio una fanciulla rapita alla madre vedova da un uomo potente, sopportando per questo le percosse e scampando alla morte per miracolo: per due volte la pistola di quell'uomo, che voleva ucciderlo sparandogli, si inceppò. Per zelo religioso, Avvakum era solito fare a pezzi le cetre e i giochi di maghi e saltimbanchi, scacciare gli orsi danzanti; una volta fu gettato nel Volga da una barca su ordine di un boiaro, per aver rifiutato di benedire il figlio di questi che si radeva la barba secondo l'uso occidentale, contro la tradizione ortodossa. Per la sua predicazione radicale dell'ascetismo e della devozione, e per aver rimproverato a uno dei capi del villaggio di essere un mentitore, Avvakum fu malmenato e scacciato dal paese. Si rifugiò allora a Mosca, dove ebbe potenti protettori, quali Ivan Neronov e Stefan Vonifat'ev, confessore dello zar, presso la cui corte introdusse Avvakum. Poco tempo dopo, questi ritornò a Lopatisci con un decreto dello zar, ma fu nuovamente scacciato nel 1648 per il suo zelo e la sua pietà. In quel tempo Avvakum fu in rapporto con l'ambiente influente dei Bogoljubcy («amanti di Dio»), animato dal Neronov, i quali intendevano riformare la vita ecclesiastica russa, dittondere la predicazione, ordinare il culto e approfondire la pietà e la religiosità del popolo; il movimento era inviso alle autorità e al clero, che non condividevano tale fervore.
Nel 1652, Avvakum viene nominato protopope (arciprete) della città di Jur'evec. Qui, dopo soli due mesi, per aver imposto il canto liturgico a una sola voce (il che rendeva il rito molto più lungo), si rese talmente inviso al popolo e al clero locale che un giorno fu trascinato fuori della chiesa e percosso in maniera talmente brutale da esser costretto a nascondersi, abbandonando momentaneamente la famiglia. Ritornò a Mosca e vi fece ritornare anche i suoi; in città, celebrava nella chiesa della Madre di Dio di Kazan', sulla Piazza Rossa.
A causa delle dure critiche da lui mosse alle innovazioni liturgiche stabilite dal patriarca Nikon (febb. 1653), Avvakum fu arrestato durante la celebrazione della veglia notturna, e per un mese fu rinchiuso nel monastero di Andronico di Mosca, incatenato in una cella buia. Trascorsi tre giorni senza pane né acqua, gli apparve un angelo (o un uomo) che dopo avergli dato da mangiare sparì immediatamente senza aprire le porte. Dopo un mese fu esiliato con la famiglia a Tobol'sk, in Siberia; non fu ridotto allo stato laicale solo grazie all'interessamento dello zar Aleksej Michajlovic, che nutriva nei confronti di Avvakum un sentimento di riverente stima.
Nel 1656, da Tobol'sk fu mandato assieme alla famiglia in Dauria, con la spedizione del voivoda Paskov. Avvakum perse in questa circostanza due figli e patì insieme con i suoi ogni sorta di privazioni e di difficoltà: il freddo, la fame, gli attacchi degli indigeni, e la crudeltà dello stesso dispotico voivoda il quale, tuttavia, finì per convertirsi, fece penitenza, e, per volontà di Avvakum, tornato a Mosca, si fece monaco e morì in pace con Dio.
Grazie all'intervento di amici influenti, nel 1661 Avvakum ottenne il permesso di ritornare a Mosca. Il viaggio di ritorno durò circa tre anni durante i quali egli predicò con grande energia contro le innovazioni del patriarca Nikon. Giunto nella capitale nel 1664, riaffermò la propria posizione di rifiuto delle riforme, non accettò alcun compromesso; per questa ragione venne rispedito in esilio nella regione del Mezen', da dove ritornerà solo per il concilio del 1666, che lancerà l'anatema definitivo contro il vecchio rito. Rifiutate le decisioni del concilio, il 13 magg. dello stesso anno Avvakum fu scomunicato; per tutta risposta egli maledisse il concilio e fu l'unico dei confessori della Vecchia fede a rimanere fedele sino alla fine, rifiutando di fare penitenza (fecero invece penitenza anche i capi della Vecchia fede, il diacono Teodoro, Niceta Dobrynin e Neronov, mentre il sacerdote martire Lazzaro fu giudicato dal concilio più tardi).
A partire dal 1667, Avvakum fu imprigionato assieme ai suoi compagni, il diacono Teodoro, il monaco Epifanio e il sacerdote Lazzaro, nel carcere di Pustozersk, dove scrisse più di 40 opere, tra le quali la celebre Vita. Da Pustozersk, assieme ai compagni potè dirigere la vita delle comunità dei Vecchi credenti. Col pretesto di aver calunniato la casa reale (ma di fatto per la loro predicazione della verità e la difesa delle antiche tradizioni e dei princìpi dell'ortodossia), Avvakum e i suoi tre compagni, Teodoro, Lazzaro ed Epifanio, furono condannati e arsi sul rogo il Venerdì santo dell'anno 1682. La tradizione dei Vecchi Credenti sostiene che Avvakum prima di morire abbia sollevato la mano destra con le due dita congiunte per il segno della croce alla maniera antica bizantina, e abbia gridato dal rogo, a coloro che assistevano alla pena, che avrebbero evitato la morte eterna solo se si fossero segnati in quel modo.
La figura di Avvakum è di importanza capitale nella storia della spiritualità russa come esempio di santità russa medievale. Egli è un caratteristico zelante difensore della fede dell'antica Moscovia, del tipo di Giuseppe di Volokolamsk, l'ultimo rappresentante del clero russo antico anteriore allo scisma. Avvakum credeva fermamente nell'unicità della missione spirituale del popolo russo e lottava accanitamente contro tutto ciò che era estraneo e laico. Seguendo l'esempio di Massimo il Greco, sostenne la superiorità della saggezza spirituale nei confronti della filosofia laica. La semplicità e la pietà del popolo russo erano per lui infinitamente più importanti del pensiero greco, sia pure teologico. Nella sua polemica con gli innovatori si basava sulla considerazione che se tutti i santi russi precedenti avevano osservato i riti antichi e si erano salvati, le loro stesse persone costituivano sacri e immutabili dogmi di fede. D'accordo con i contemporanei Bogoljubcy, sosteneva l'idea di «Mosca, terza Roma», ultimo regno ortodosso del mondo.
Per la sua psicologia e la forza della sua personalità, Avvakum è stato spesso paragonato ai grandi riformatori occidentali, come Calvino e soprattutto Lutero. Egli era ben cosciente della propria vocazione e del proprio carisma, che si manifestava nella forza della predicazione, nella gran quantità di miracoli, visioni e guarigioni, e nell'indiscussa autorità morale presso i numerosissimi figli spirituali. Amava citare l'espressione di Giovanni Crisostomo secondo la quale il potere del sacerdote è superiore a quello del re. Nella supplica allo zar scrive: «Tu, nella tua libertà, sei padrone solamente della terra russa; a me il Figlio di Dio, nella mia prigionia, ha sottomesso il cielo e la terra».
In quanto ideologo e ispiratore della Chiesa dei Vecchi Credenti, Avvakum rappresenta la corrente moderata, ovvero (secondo l'espressione di S. Zen'kovskij) conservatrice, detta popovscina. Diversamente dal suo compagno, il diacono Teodoro, Avvakum non vedeva, nell'allontanamento dei vescovi russi dalle tradizioni degli antichi, un segno dell'avvento dell'Anticristo, né tantomeno la venuta dell'Anticristo spirituale, significante la definitiva vittoria delle forze del male e la fine della grazia; egli può, al contrario, essere visto come precursore e fondatore dell'ala ottimistica dei Vecchi Credenti. Avvakum giunse a sostenere la legittimità dell'accettazione di nuovi sacerdoti per il servizio alle comunità dei Vecchi Credenti, a condizione che questi seguissero i canoni antichi e ripudiassero le innovazioni: tale posizione fa di lui l'iniziatore della corrente dei popovcy. Avvakum non credette mai che il fatto che lo Stato russo avesse perso l'ortodossia significasse la fine della Chiesa sulla terra; anzi, credette e sperò sino alla fine nel ritorno della Chiesa russa alle tradizioni dei padri. Interessante è il fatto che Avvakum abbia ritenuto lecita e sostenuto la pratica dell'autoimmolazione col fuoco, anche con citazioni ed esempi tratti da Vite di santi antichi che in tal modo erano sfuggiti alle mani dei persecutori.
Fino alla metà del XIX secolo le opere di Avvakum esistevano solo in codici appartenenti ai Vecchi Credenti e non erano considerate dal punto di vista del loro valore letterario. La Vita di Avvakum scritta da lui stesso, i suoi insegnamenti, le suppliche e le lettere sono redatti in una lingua viva, brillante ed espressiva. Oggi Avvakum è considerato il primo scrittore russo antico ad aver inserito nella lingua letteraria elementi del linguaggio popolare, con grande effetto e successo. Le sue opere avrebbero potuto determinare lo sviluppo successivo delle lettere russe, se all'epoca non fosse stata così forte l'influenza dei modelli della letteratura occidentale polacco-latina. Il genio letterario di Avvakum fu ammirato dai più grandi scrittori russi, quali: Turgenev, Dostoevskij Tolstoj, Leskov; su Avvakum sono state composte molte opere in prosa e in versi, sono stati condotti molti studi critici. Il più grande specialista delle opere di Avvakum, V.L. Malysev, ha curato un'interessante antologia di valutazioni di scrittori russi sui suoi lavori.
Formalmente la canonizzazione di Avvakum è avvenuta, assieme a quella della maggioranza degli altri più insigni martiri della Vecchia fede del XVII secolo, durante il concilio della gerarchia di Belaja Krinica del 1916, benché la questione della sua canonizzazione esistesse da molto tempo prima. La venerazione del santo, comune a tutte le diverse comunità dei Vecchi Credenti, cominciò a svilupparsi subito dopo il suo martirio. L'ufficio di Avvakum più conosciuto (kanon) è stato composto con grande probabilità dal vescovo Innocenzo (Usov); le numerose icone del santo cominciarono a essere dipinte a partire dal XVIII secolo.
Avvakum ha due memorie liturgiche: il 14 apr., assieme agli altri martiri di Pustozersk, e il 2 dic.
Approfondimenti
Il significato del raskol
La rottura fra i sostenitori del rito precedente e la gerarchia riformatrice fu il risultato di tensioni religiose, culturali e politiche. L’opposizione di Avvakum non era una generica avversione al cambiamento: egli riteneva che la santità dei predecessori confermasse la verità delle forme liturgiche ricevute. La controversia riguardò anche il problema dell’autorità capace di definire la tradizione e della coercizione impiegata per imporre l’uniformità. La posizione dell’arciprete resta storicamente significativa anche nei suoi aspetti più problematici, fra i quali il linguaggio aggressivo verso gli avversari e la giustificazione religiosa, presente in alcuni suoi testi, di pratiche estreme di resistenza.
La fonte autobiografica e i suoi limiti
La Vita è fonte primaria perché l’autore visse molti degli eventi narrati; non è tuttavia una cronaca imparziale. L’interpretazione provvidenziale delle sofferenze, la polemica contro Nikon e i riferimenti a interventi miracolosi ne condizionano la costruzione. Il confronto con atti conciliari, registri amministrativi, testimonianze dei compagni e studi storici permette di distinguere meglio i fatti verificabili dalla loro rappresentazione religiosa.
Cronologia
- 1620 o 1621 - Nascita a Grigorovo, presso Nižnij Novgorod.
- 1638 - Matrimonio con Anastasija Markovna.
- Circa 1642-1644 - Ordinazione diaconale e poi sacerdotale.
- 1652 - Nomina ad arciprete a Jur’evec.
- 1653 - Opposizione alle riforme di Nikon, arresto e inizio dell’esilio.
- 1664 - Ritorno a Mosca e nuova rottura con le autorità.
- 1666 - Deposizione e scomunica al concilio moscovita.
- 1667 - Inizio della lunga detenzione a Pustozersk.
- Tra il 1672 e il 1675 - Redazione della Vita autobiografica.
- 14 aprile 1682 - Esecuzione con Lazar’, Fëdor ed Epifanij.
- 1916 - Riconoscimento della santità da parte della gerarchia vecchio-credente di Belaja Krinica.
Valutazione storico-critica
- Identità: sicura; il protopope Avvakum Petrov è distinto dal profeta biblico Abacuc e dal diacono martire serbo Avakum.
- Nascita: il 1620 è prevalente, ma è attestata anche la variante 1621; il giorno preciso non è universalmente condiviso.
- Vicende: ministero, opposizione alle riforme, esili, deposizione e morte sono sostenuti da documentazione e studi; numerosi episodi privati dipendono dalla Vita autobiografica.
- Esecuzione: 14 aprile 1682 è la data oggi più accreditata; alcune tradizioni hanno oscillato fra 1681 e 1682.
- Miracoli e ultime parole: racconti devozionali non verificabili indipendentemente.
- Culto: riconoscimento proprio della tradizione dei Vecchi Credenti, non canonizzazione universale delle Chiese cristiane.
- Memoria del 2 dicembre: attestata nel repertorio agiografico orientale; non coincide con la data della morte.
Fonti e bibliografia essenziale
- Avvakum Petrov, Žitie protopopa Avvakuma, im samim napisannoe (Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso), opera autobiografica composta fra il 1672 e il 1675.
- Luca Cortesi, «Avvakum Petrov (1620-1682)», profilo storico-letterario, OpeRus, Università di Udine.
- Luca Cortesi, «Avvakum Petrov, Vita dell’arciprete Avvakum scritta da lui stesso (1672)», in OpeRus: la letteratura russa attraverso le opere, Wojtek Edizioni, 2025, DOI 10.61004/OpeRus0067.
- Biblioteca presidenziale Boris N. El’cin, «Аввакум Петров (1620–1682)», profilo storico e documentario.
- Archivio di Stato della Federazione Russa e progetto documentario «Протопоп Аввакум», cronaca della vita dell’arciprete.
- Istituto dell’Enciclopedia Italiana, «Avvakum, Petrovič», Enciclopedia on line.
- N. F. Mokšin ed E. N. Mokšina, «Protopop Avvakum Petrov - zealot of “true Russian faith” (to the 400th anniversary of his birth)», History and Modern Perspectives, vol. 2, n. 2, 2020, pp. 28-31.
- Museo storico statale russo, «Protopope (Archpriest) Avvakoum», scheda di icona della fine del XVII-inizio del XVIII secolo.
- Dmitrij Kanaev, «Sant’Avvakum», in Bibliotheca Sanctorum Orientalium, voce agiografica riprodotta in Santi e Beati.
