Festa:
22 novembre
Etimologia:
Deriva dal latino Valerianus, nome formato su Valerius, collegato al verbo valere, 'essere forte, stare bene'
Emblema:
Martire e soldato, con palma
Categoria: I santi che iniziano con la lettera V
Calendario: I santi del 22 novembre
I santi Valeriano e ottanta compagni appartengono alla memoria religiosa di Forlì, dove per secoli furono venerati come martiri e protettori della città. La tradizione presenta Valeriano come comandante di un gruppo di soldati cristiani, uccisi insieme a lui per la loro fede durante un conflitto con i Goti. Questa narrazione, però, non è sostenuta da testimonianze contemporanee: la più antica passione nota del presunto martire forlivese risale soltanto all'XI o agli inizi del XII secolo. La critica agiografica ha prospettato che il Valeriano onorato a Forlì sia in realtà il martire romano associato a santa Cecilia, anziché un distinto personaggio locale. Un indizio significativo è offerto dai calendari giudiziari forlivesi del Quattrocento, che ne collocano la festa il 22 novembre, insieme a Cecilia. Il culto cittadino ebbe comunque un'importanza storica documentabile, visibile nelle immagini, nelle tradizioni sulle reliquie e nell'antico patronato. Nel 1967 la commemorazione propria del 4 maggio fu eliminata dal calendario diocesano per l'incertezza sull'identità del santo. La memoria dei presunti ottanta compagni rimane quindi una testimonianza della devozione locale, non una vicenda martiriale storicamente dimostrata.
Biografia
A cura di Giampietro Cattini
Il problema delle origini
Non esiste una biografia di Valeriano forlivese che possa essere ricostruita sulla base di atti contemporanei alla sua presunta vita. Mancano una data di nascita, un'origine familiare, documenti militari e testimonianze antiche indipendenti sulla sua morte. Anche gli ottanta compagni sono conosciuti come gruppo soltanto attraverso la tradizione agiografica: non ne possediamo un elenco nominativo verificabile. Questa condizione documentaria distingue radicalmente la vicenda del santo dalla storia, invece attestata, della sua venerazione a Forlì.
Il numero ottanta, riprodotto nella titolazione latina come LXXX, è parte integrante della memoria tradizionale. Non può essere assunto come un dato ricavato da registri di martiri o da documenti processuali. La distinzione è essenziale: il fatto che una città abbia conservato a lungo un culto non dimostra automaticamente l'esattezza delle vicende attribuite alla figura venerata.
La passione medievale e il racconto del soldato
La più antica passio individuata dagli studiosi per il Valeriano ritenuto martire di Forlì fu composta nell'XI secolo o nei primi decenni del XII. La distanza cronologica rispetto all'epoca nella quale il racconto colloca gli avvenimenti impedisce di trattarla come una testimonianza oculare. È una fonte utile soprattutto per conoscere la formazione e l'interpretazione medievale del culto.
Nella versione divulgata dalla tradizione cittadina Valeriano è un soldato cristiano, talvolta presentato come comandante, che guida un gruppo di uomini armati. Lo scenario è quello di contrasti con i Goti; un antagonista chiamato Leobacco, o con grafie analoghe, perseguita il comandante e i suoi seguaci. I soldati, sorpresi mentre pregano, vengono uccisi; il racconto insiste sulla scelta di non difendersi e sulla fedeltà religiosa dei compagni.
Questi elementi appartengono alla narrazione agiografica, non a una cronaca militare verificata. Non si conoscono un'unità dell'esercito, una campagna identificabile o un'autorità politica contemporanea che consentano di fissare l'episodio. Le versioni successive aggiungono dettagli sul comportamento dei soldati, sulle conversioni e sulle modalità del supplizio. Tali ampliamenti riflettono anche l'immagine ideale del martire che preferisce la fede alla sopravvivenza.
Il confronto con Valeriano di Roma
La principale questione di identità riguarda il rapporto fra il presunto martire forlivese e Valeriano venerato a Roma nel ciclo agiografico di santa Cecilia. Nella passione di Cecilia, Valeriano è presentato come suo sposo e come martire cristiano. Anche questo ciclo narrativo richiede una valutazione critica, ma la sua presenza nella tradizione romana offre una spiegazione possibile dell'origine del culto omonimo a Forlì.
Adamo Pasini, studiando la tradizione forlivese, osservò che la passione locale potrebbe essere nata da un equivoco: l'autore medievale avrebbe trasformato in un martire specificamente romagnolo un santo già venerato altrove. Questa è una conclusione storico-critica argomentata, non una prova matematica che escluda ogni possibile culto locale più antico. Tuttavia, allo stato della documentazione, non esistono elementi sufficienti per sostenere l'esistenza indipendente di un comandante Valeriano e dei suoi ottanta commilitoni.
Il problema dell'omonimia spiega anche la necessità di non trasferire automaticamente al Valeriano forlivese dati, episodi o parentele della tradizione romana. L'associazione con Cecilia è importante per comprendere i calendari, ma non autorizza a ricostruire una biografia locale a partire da quella romana.
La testimonianza dei calendari forlivesi
Una prova particolarmente significativa della storia del culto proviene dai calendari giudiziari conservati fra gli atti del notaio Filippo d'Asti. Si tratta di documenti pratici, destinati a distinguere le giornate festive da quelle nelle quali si svolgevano le attività giudiziarie. In esemplari della metà del XV secolo, Valeriano è ricordato come patrono della città il 22 novembre; in uno compare accanto a santa Cecilia.
Il calendario riporta una formulazione che unisce la festa di Cecilia e quella di Valeriano patrono e martire della città. La coincidenza del giorno, corrispondente alla memoria di Cecilia, costituisce un argomento concreto a favore della connessione con il martire romano. Negli stessi calendari, secondo l'esame riportato da Pasini, non compare per Valeriano il 4 maggio.
La testimonianza non descrive la vita del santo e non certifica la sua morte. Documenta però che il culto aveva raggiunto un riconoscimento civico: la festa produceva effetti sul calendario delle attività pubbliche. È una fonte più solida per la storia della devozione cittadina di quanto non lo siano i particolari narrativi della passione medievale.
Il 4 maggio e la tradizione erudita
La commemorazione del 4 maggio è legata alla tradizione della passione forlivese ed è il giorno sotto il quale i Bollandisti trattarono il caso negli Acta Sanctorum. La presenza della festa in un repertorio agiografico non costituisce di per sé un'autenticazione degli episodi narrati: gli Acta raccolgono e discutono anche testimonianze problematiche, proprio perché la storia del culto richiede di conservarne la documentazione.
Nell'erudizione cittadina d'età moderna la vicenda di Valeriano e dei compagni ricevette ampio spazio. Paolo Bonoli, nelle Istorie di Forlì, pubblicate nel XVII secolo, riportò il racconto del comandante, di Leobacco e degli ottanta uomini uccisi. Il testo testimonia la vitalità della leggenda in quell'epoca, ma non è una fonte indipendente sugli avvenimenti dell'antichità. Lo stesso vale per le successive sintesi della storia cittadina che ripetono la narrazione.
La convivenza delle due date, 22 novembre e 4 maggio, riflette dunque stratificazioni differenti: da un lato il legame documentato con Cecilia nei calendari quattrocenteschi; dall'altro la memoria propria sviluppata intorno al racconto del martire forlivese. Le date non vanno confuse con una cronologia certa del supplizio.
Patronato, immagini e memoria civica
Valeriano fu venerato per secoli come patrono principale di Forlì. La sua presenza nella cultura civica non si limitò alle celebrazioni ecclesiastiche: il santo comparve in immagini pubbliche, raffigurazioni devozionali e riferimenti all'identità urbana. Questo radicamento aiuta a spiegare perché la revisione del culto nel Novecento suscitò attenzione e dispiacere.
Una testimonianza materiale è costituita da un dipinto seicentesco catalogato dal Ministero della Cultura con il titolo San Valeriano. Il santo vi appare in piedi, con la palma del martirio e un vessillo bianco segnato da croce rossa; sullo sfondo è riconoscibile Forlì. La scheda del Catalogo generale dei beni culturali sottolinea il valore dell'opera anche come rappresentazione della città nel XVII secolo. L'iscrizione lo qualifica come martire e patrono forlivese.
L'iconografia esprime l'identità attribuita al santo dalla comunità. La palma, il vessillo e l'abbigliamento non possono essere utilizzati come prove che Valeriano sia stato effettivamente un militare o che abbia comandato ottanta uomini. Sono testimonianze storiche della venerazione e della sua rappresentazione visiva.
Le tradizioni sulle reliquie e i luoghi
La memoria locale associa Valeriano a luoghi di Forlì e del suo territorio. Una tradizione situa la sepoltura presso acque dette di San Valeriano e ricorda una lamina con versi latini che indicavano, con espressione cauta, il luogo nel quale si raccontava che il martire fosse stato deposto. La lamina è descritta dalla storiografia locale come non più reperibile: non può quindi essere trattata come una prova archeologica verificabile dell'inumazione.
Le guide storico-turistiche regionali riferiscono una traslazione di reliquie alla cattedrale intorno al 1267. La notizia appartiene alla storia tramandata del culto e richiederebbe il confronto con documentazione medievale originale per precisarne il grado di attendibilità. È comunque attestato che la tradizione successiva attribuiva alla cattedrale il possesso dei resti di Valeriano e dei compagni: una descrizione settecentesca della città li elenca fra le memorie sacre conservate nel duomo.
L'identificazione materiale di reliquie con personaggi la cui esistenza individuale non è documentata resta problematica. È quindi corretto parlare di resti venerati come reliquie, senza affermarne un'autenticità storicamente dimostrata.
La revisione liturgica del 1967
Nel 1967, a seguito della valutazione della documentazione agiografica, la celebrazione locale del 4 maggio venne espunta dal calendario liturgico della diocesi. Le ricostruzioni locali attribuiscono la decisione alla Congregazione dei Riti e ne spiegano la ragione con l'impossibilità di dimostrare l'esistenza di un martire forlivese distinto dal Valeriano romano.
La modifica non cancella retroattivamente la storia del culto, né significa che ogni fedele del passato fosse privo di motivi religiosi per venerare il patrono. Segna invece la differenza fra una tradizione devozionale sedimentata e i criteri richiesti per mantenere una commemorazione propria nel calendario liturgico. Una testimonianza pubblicata da Forlipedia, attribuita a un responsabile della curia diocesana, conferma che Valeriano e i compagni non sono più patroni liturgici della città e che ne rimane un ricordo nella commemorazione di tutti i santi della Chiesa di Forlì-Bertinoro, l'8 novembre.
Il 22 novembre, assegnato alla presente scheda, resta storicamente importante perché è la data attestata nei calendari quattrocenteschi e coincide con la celebrazione di santa Cecilia. Non va tuttavia presentato come una festa propria oggi vigente per un gruppo di ottantuno martiri forlivesi.
Il significato storico della memoria
La vicenda di Valeriano e degli ottanta compagni mostra come una città possa conservare per molti secoli un racconto di santità che, sottoposto a verifica documentaria, risulta privo di basi sufficienti per essere accolto come biografia certa. La storia del culto è reale e documentabile; la storia dei presunti protagonisti rimane incerta.
Per questo la figura merita una trattazione che non ripeta la leggenda come cronaca, ma ne ricostruisca la trasmissione. I calendari notarili, le opere di storia cittadina, i testi agiografici e le immagini consentono di seguire il modo in cui Valeriano divenne un segno dell'identità religiosa di Forlì. Non consentono, invece, di fissare il numero effettivo dei martiri, la loro identità o le circostanze della morte.
Biografia
A cura di Adamo Pasini
Gli Atti che trattano di questi martiri sono poco attendibili. Infatti solo nel sec. XI o ai primi del XII fu redatta una passio cheparla di un Valeriano martire di Forlì. Questa è l'unica fonte che tratta del presunto martire romagnolo e possiamo ritenere che l'autore della passio sia caduto in errore e che il s. Valeriano venerato a Forlì non sia altri che quello di Roma.
Intorno alla metà del sec. XV infatti la festa di s. Valeriano si celebrava a Forlì il 22 novembre: «Dies feriata propter festum S. Sicilie (Cecilia sposa di lui secondo la passio) et Valeriani patroni dictae civitatis et martyris».
Nell'Archivio Notarile di Forlì, fra gli Atti di Filippo d'Asti sono riportati dei Calendari giudiziari, cioè fatti per indicare i giorni festivi e quelli di seduta giudiziaria. In uno di questi calendari si ricordano insieme s. Cecilia e s. Valeriano patrono di Forlì, negli altri si ricorda solo s. Valeriano, ma la data è sempre quella del 22 novembre e mai del 4 maggio. I Bollandisti sulla base della passio ne trattano il 4 maggio.
Approfondimenti
La distinzione fra identità del martire e storia del culto
Nel caso di Valeriano, la ricerca storico-critica deve tenere separati tre livelli: il martire romano associato a Cecilia, la figura del comandante forlivese descritta dalla passione medievale e il culto cittadino attestato da documenti e opere d'arte. La possibilità che i primi due personaggi siano stati identificati impropriamente è sostenuta dalla coincidenza liturgica del 22 novembre. Il terzo livello, la venerazione locale, resta storicamente accertabile anche se non si dimostra l'esistenza del secondo.
Curiosità
- In un dipinto seicentesco conservato a Forlì, il santo regge un vessillo con croce rossa e alle sue spalle compare la città: l'opera è registrata nel Catalogo generale dei beni culturali con il codice 0800019803.
- Il numero LXXX nel titolo della tradizione equivale a ottanta; non corrisponde a un elenco conservato dei nomi dei presunti compagni.
Cronologia
- XI secolo o inizi del XII secolo - Redazione della passione medievale relativa al presunto martire forlivese, secondo la ricostruzione agiografica.
- Metà del XV secolo - Calendari giudiziari forlivesi attestano la festa di Valeriano patrono il 22 novembre, talora insieme a Cecilia.
- XVII secolo - La storiografia cittadina e le immagini documentano la diffusione del culto e del racconto dei compagni.
- 1967 - Soppressione della festa propria del 4 maggio nel calendario liturgico diocesano.
Valutazione storico-critica
- Non sono disponibili testimonianze contemporanee della vita e del martirio di un Valeriano forlivese con ottanta compagni.
- La passione medievale è tardiva e non permette di stabilire l'attendibilità storica delle circostanze narrate.
- L'identificazione del Valeriano forlivese con il martire romano del ciclo di Cecilia è una spiegazione sostenuta dalla critica agiografica e dai calendari del XV secolo.
- La devozione civica, l'antico patronato e l'iconografia sono documentabili indipendentemente dalla storicità del racconto martiriale.
- Il 22 novembre è una data attestata per il culto storico; non prova la data del martirio né l'esistenza di una commemorazione propria attualmente vigente.
Fonti e bibliografia essenziale
- Acta Sanctorum, Maii, tomo I, trattazione di san Valeriano sotto il 4 maggio.
- Paolo Bonoli, Istorie di Forlì, Forlì, 1661.
- Franco Zaghini, S. Valeriano e gli ottanta compagni martiri forlivesi, in Ravennatensia, XI, Atti del convegno di Comacchio (1981), Cesena, 1986, pp. 117-134.
- Adamo Pasini, Santi Valeriano e LXXX compagni, ricostruzione agiografica della tradizione forlivese, pubblicata nel 2009.
- Ministero della Cultura, Catalogo generale dei beni culturali, scheda San Valeriano, codice 0800019803, dipinto del XVII secolo.
- Marino Mambelli, San Valeriano, Forlipedia, 11 aprile 2020.
- Regione Emilia-Romagna, Forlì, città di Santi e Patroni, itinerario storico-culturale.

