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Serva di Dio Josefina Vilaseca Alsina Vergine e martire

Festa: .

Horta de Avinyó, Spagna, 9 marzo 1940 – Manresa, Spagna, 25 dicembre 1952

Josefina Vilaseca y Alsina, adolescente della Diocesi di Vich, trascorse la sua vita tra il paese natale, Horta de Avinyó, e le cittadine limitrofe, distinguendosi per laboriosità e religiosità. Inviata a servizio presso la fattoria «Salabernada», ad Artés, il 4 dicembre 1952 venne aggredita da un vaccaro, José Garriga Junyent, che intendeva usarle violenza. Rispondendo decisamente di no alle sue profferte, venne ferita al torace e al collo. Ricoverata presso la clinica Sant Josep a Manresa, quando le fu rammentata la vicenda di santa Maria Goretti, cui il suo caso appariva così simile, offrì come lei il suo perdono all’aggressore. Morì per le conseguenze del ferimento il 25 dicembre 1952, giorno di Natale. Al suo funerale parteciparono migliaia di persone. Il processo canonico circa il suo martirio durò dal 3 marzo 1953 al 17 ottobre 1956, ma nel 1970 la Causa di beatificazione venne arrestata. Riprese negli anni 2000, con un processo suppletivo durato dal 14 novembre 2005 al 16 febbraio 2007. I resti mortali della Serva di Dio riposano attualmente nella navata destra della chiesa parrocchiale di Horta de Avinyó, dedicata alla Vergine Assunta.



Il 9 marzo 1940, nell’abitazione chiamata «Cal Nasi», a cento metri circa dalla chiesa parrocchiale di Horta de Avinyó (in provincia di Barcellona), nacque la quintogenita di Jaime Vilaseca, contadino, e Antonia Alsina Coll, lavoratrice in una delle fabbriche del paese, sposi dal 25 maggio 1929. L’avevano preceduta quattro fratelli (Ignacio, Antonia, Dolores, Luis) e sarebbe stata seguita da altri due (Maria Rosa e Juan).
La neonata venne battezzata il giorno dopo, presso la chiesa parrocchiale dedicata all’Assunta, con i nomi di Josefina Francisca Asunción. Il 2 novembre 1941, invece, venne cresimata dal Vescovo di Vich, monsignor Juan Perelló. Il giorno della sua Prima Comunione fu il 12 giugno 1949.
La famiglia si era solennemente consacrata ai Sacri Cuori di Gesù e Maria, i cui quadri troneggiavano nel focolare di casa. Erano tutti assidui nel frequentare la parrocchia, tanto che il padre era l’uomo di fiducia del parroco. Ogni sera, poi, recitavano tutti insieme il Rosario. Negli anni della guerra civile, il padre era stato forzatamente arruolato nell’esercito repubblicano, così la madre si sobbarcò l’intero andamento della famiglia, riuscendo anche ad andare a trovare il marito, ammalatosi di tifo, nei vari ospedali dove fu ricoverato.
All’età di quattro anni, Josefina cominciò a frequentare la scuola. La sua maestra, Mercedes Torralba de Damas, affermò che la piccola sembrava incline più alle attività manuali e al disegno che allo studio, e riusciva meglio in matematica che in lettere, forse perché l’insegnante parlava in castigliano e non riusciva a comprenderla. Sicuramente, spiccava tra le compagne per la conoscenza della Storia Sacra e del catechismo.
Per fare in modo che non pesasse sulla famiglia, il 15 aprile 1952 i genitori la condussero al convento delle Serve del Sacro Cuore di Gesù, che ospitavano un asilo d’infanzia per i figli delle donne che lavoravano in fabbrica. Vi trascorse sei mesi, durante i quali badava ai bambini e, spontaneamente, spiegava loro il catechismo. Il suo carattere non era privo di difetti, tra i quali una certa golosità, e tendeva a distrarsi facilmente. A compensare questi aspetti, la sua pronta ubbidienza, lo spirito di umiltà con cui accettava i rimproveri e la generosità con cui, quando riceveva qualche piccola mancia, la spendeva in caramelle che divideva con i suoi piccoli. Di giorno viveva nel convento, ma a sera andava a dormire da uno zio.
Il suo stile di preghiera destava ammirazione in chi la conosceva: non tralasciava mai le preghiere del mattino e della sera e compiva regolarmente l’esame di coscienza. Si comunicava in tutte le feste di precetto e, in settimana, specie nei Primi Venerdì e Sabati del mese. Molto spesso, sia a casa sia ad Avinyó, andava a visitare Gesù nel Tabernacolo.
Quanto alla Vergine Maria, la onorava con la preghiera del Rosario quotidiano, sin dalla più tenera età. La mamma, d’altronde, l’aveva consacrata, come gli altri nati, a lei, venerata nel vicino piccolo santuario di Fusimanya. Nel 1950, l’arrivo in parrocchia di un’immagine pellegrina della Madonna di Fatima accese ancora di più la devozione della piccola, che fu vista a lungo pregare inginocchiata di fronte ad essa durante la veglia notturna organizzata perché, a causa di un temporale, la statua non potè essere portata nella tappa successiva.
Il 21 ottobre 1952, Josefina dovette lasciare, in base agli accordi tra la Superiora delle suore e sua madre, il convento e l’asilo di Avinyó. Pochi giorni prima, si era tenuta in paese una Missione popolare, cui la ragazzina partecipò come poté, a causa dei suoi impegni. Alcune compagne, però, testimoniano che fu presente ad una predica specifica per le ragazze, durante la quale il predicatore, il clarettiano padre Soler, le aveva incitate a seguire l’esempio di Maria Goretti, canonizzata appena due anni addietro. Altre compagne dissero che Josefina fu tra le prime ad alzare la mano e a rispondere che si sarebbe comportata esattamente come la martire di Nettuno, in simili circostanze.
Il 26 ottobre, festa di Cristo Re, la famiglia al gran completo si iscrisse all’Azione Cattolica, in occasione dell’inaugurazione del nuovo Centro parrocchiale, voluto dal successore del vecchio parroco, don Ramón Vila. Josefina venne nominata Segretaria della Sezione Femminile Aspiranti: non mancò mai alle adunanze e spesso interpellava don Ramón per sapere come compiere esattamente i propri doveri. Inoltre, partecipava ai canti popolari tipici della Catalogna nel periodo pasquale. Per il Natale 1952 le venne dato il ruolo, nella recita «Els Pastorets», dell’Arcangelo Michele, ma i fatti che seguirono le impedirono di prendervi parte.
In quel periodo, a suo fratello Luis venne chiesto se qualcuna delle sue sorelle potesse andare a fare compagnia alla proprietaria della fattoria Salabernada, ad Artés, in attesa dell’arrivo di nuovi coloni. Il giovane parlò della cosa a sua madre e, visto che le sorelle Antonia e Dolores erano già impegnate, si decise per Josefina, che l’11 novembre venne accolta dalla proprietaria, Dolores Guardiola. Inizialmente, ne soffrì parecchio, ma si adattò presto. Per distrarsi, giocava con il nipotino della padrona, oppure andava per funghi nei boschi vicini e cantava. La signora Dolores, poi, le era vicina come una madre.
Non si poteva dire lo stesso di uno dei lavoratori della fattoria, José Garriga Junyent. Era impegnato lì da due mesi come vaccaro e non aveva dato motivo di sospetto né alla padrona, né a suo genero, che ogni giorno veniva a trovarla. Il 30 novembre, Josefina confidò alla mamma che non le piaceva stare in sua compagnia, perché lo considerava «cattivo». La donna le suggerì di aver pazienza, dato che il contratto scadeva il giorno dell’Immacolata e non voleva dispiacere alla signora Dolores.
Alle 10:15 del 4 dicembre 1952, la padrona dovette recarsi nel vicino paese di Artés per delle compere, lasciando quindi José e Josefina nella cucina dove avevano fatto colazione. Improvvisamente, l’uomo le fece proposte sconvenienti, a cui la ragazzina rispose decisamente di no. Per spaventarla, la trascinò all’acquaio della cucina e, prendendola per la testa, le tagliò un brandello di pelle dal collo: ancora una volta, ottenne un diniego.
Riuscita a liberarsi dall’aggressore, Josefina si rifugiò in una camera attigua, per chiudersi dentro, ma la forza del contadino glielo impedì. Per la terza volta le si rivolse e per la terza volta udì risposta negativa. A quel punto, allora, le sferrò due coltellate all’emitorace sinistro, a livello del cuore, e una al collo. L’autopsia riscontrò anche una ferita sul palmo della mano sinistra, evidente prova del fatto che lei si era difesa.
Josefina cadde a terra svenuta, ma dopo qualche istante si riprese, giusto il tempo di recitare tre Ave Maria e l’Atto di dolore, dato che si credeva prossima alla morte, come raccontò alla madre.
Alle 11:30, in anticipo sull’orario previsto, la signora Dolores tornò a casa. Stupita di non vedersi correre incontro la sua ospite, la trovò riversa sul pavimento della stanza accanto alla cucina e le prestò soccorso in camera propria. Quando si riprese, le chiese chi le aveva fatto del male: a gesti e rispondendo a fatica, disse che era stato José. La donna allora lo chiamò a gran voce: inizialmente le disse di non aver fatto nulla, ma, quando seppe che la ragazzina era ancora viva, ammise di aver avuto «un brutto momento». Lui stesso corse in bicicletta ad Artés per avvisare il genero della padrona, mentre lei si diresse alla fattoria «Casanova», distante un chilometro e dotata di telefono.
Con una barella improvvisata, la vittima venne portata in taxi ad Artés, dove si decise di farla ricoverare la vittima alla Clinica Sant Josep, di Manresa, dove arrivò alle 15:30. I medici e le suore infermiere rimasero senza parole di fronte alla tranquillità con cui si sottopose all’intervento e alle medicazione, tenuto conto che alcune erano praticate senza anestesia. La madre di Josefina, intanto, era stata avvisata e accorse subito.
Verso le 17, un sacerdote della parrocchia vicina, Gines Padros, si trovava in clinica per un battesimo. Informato da un medico del ricovero della fanciulla, s’interessò del suo caso e volle andare a conoscerla. La trovò in compagnia della madre e della superiora delle suore di San Giuseppe, madre Babila Urquizu; era appena uscita dalla sala operatoria. Cercando di usare il massimo della discrezione, ma deciso a sapere la dinamica degli eventi, l’interrogò:
«Chi ti ha ridotta così?».
«Il vaccaro José».
«E perché?».
«Perché mi voleva fare una cosa».
«E perché non l’hai voluta?».
«Perché questo non si può fare, che è un peccato».
«E glielo hai detto a lui?»
«Sì, signore. E ogni volta che glielo dicevo, s’infuriava di più e mi faceva più male».
La mamma e la suora l’interpellarono a loro volta, così lei raccontò dettagliatamente il fatto. Il sacerdote riprese:
«Senti, Josefina, conoscevi tu la vita di Maria Goretti?».
Lei rimase perplessa, ma, quando madre Babila prese a raccontargliela, esclamò:
«Ah, sì! L’ho sentita spiegare durante la Missione di Avinyó».
«Sai che Maria Goretti perdonò al suo assassino?».
Rispose immediatamente:
«E anch’io perdono a José».
«Domani è il primo venerdì del mese. Non ti piacerebbe fare la Santa Comunione?».
«Sì, signore, e offrirò la S. Comunione perché José si converta e sia buono».
La madre si unì all’intenzione della figlia.
Alle 23:30 ci fu la prima visita del medico legale e del ginecologo, seguita l’indomani dal Giudice Istruttore di Manresa. Le dichiarazioni che rilasciò coincidevano perfettamente con quelle del suo aggressore, interrogato nello stesso momento in altra sede.
L’indomani le sue condizioni sembrarono migliorare, tanto che ricevette la visita del padre, dei fratelli e di poche altre persone. Ma il 7 sopraggiunse uno spasmo respiratorio: i medici, con tempestività, le praticarono la tracheotomia. Prima dell’operazione, il cappellano della Clinica, don Juan Vall, le amministrò il Viatico e l’Unzione degli Infermi.
Nello stesso giorno, don Gines (che poco dopo sarebbe diventato il primo biografo di Josefina) raccontò il caso nell’assemblea diocesana delle Aspiranti di AC, a Manresa, per commentare il discorso di papa Pio XII alle Aspiranti italiane, il 30 settembre 1951. Le Dirigenti diocesane e parrocchiali, commosse dal racconto, le fecero visita e le donarono una statuetta a mezzobusto della Madonna in preghiera e il distintivo delle Aspiranti.
La degenza di Josefina trascorreva tranquilla, tra le visite (vale la pena di segnalare, per il giorno dell’Immacolata, quella di monsignor Ramón Masnou, all’epoca Vescovo Ausiliare di Vic) e i regali che riceveva, come una bambola vestita con l’abito della Prima Comunione. Ma verso la fine della terza settimana il suo caso divenne di dominio pubblico, a livello nazionale. Per prudenza, invece, i mezzi di comunicazione diocesana si astennero dal parlarne.
La ragazzina riceveva la Comunione ogni giorno e sempre chiedendo al Signore la conversione e il pentimento di José. Non amava parlare dell’aggressione e si vergognava molto nel riferirne ogni volta i particolari. Un giorno, un sacerdote le chiese se preferisse andarsene in cielo o guarire: «È lo stesso. Come vuole Dio e la Madonna!», rispose.
Il 15 dicembre sembrava quasi migliorata, così don Gines andò a trovarla per l’ultima volta. L’esortò a comportarsi sempre così e a rifuggire ogni forma di peccato anche quando fosse finalmente guarita. Il discorso le fece una tale impressione che, nel congedarsi dalle visite e nel terminare le sue poche letterine, chiedeva: «Pregate Dio che io sia sempre più buona».
Cinque giorni dopo, però, prese a respirare con difficoltà. La notte del 24 volle ascoltare la Messa del Papa in diretta da Radio Vaticana, poi, verso le 2, ricevette la Comunione. A mezzogiorno del 25 i medici decisero d’intervenire di nuovo, ma non ce ne fu l’occasione: alle 13:20 fu dichiarata clinicamente morta.
Le suore la vestirono con un abito che rassomigliava a quello della Madonna di Lourdes e predisposero la camera ardente, visitata, a partire dalle 16, da una folla fluviale, che un calcolo sommario computò in venticinquemila persone. La salma venne vegliata dalle ragazze di AC e di altre associazioni, che si alternavano nella recita del Rosario.
I solenni funerali vennero celebrati presso la Basilica de la Seu a Manresa, poi si formò il corteo funebre, composto da alcune decine di migliaia di persone. Presso il cimitero municipale di Manresa, si svolse l’ultima autopsia, che accertò che la morte era sopraggiunta a causa di un collasso cardiaco, prodotto da una sincope riflessa laringea proveniente dalle ferite dell’aggressore.
Nel pomeriggio, la salma venne riportata alla parrocchia di Horta de Avinyó, facendo tappa ad Artés, dove, davanti alla chiesa parrocchiale, le venne impartita l’assoluzione. La gente del suo paese quasi non voleva staccarsi da lei, così si rimandò l’inumazione all’indomani, data l’ora tarda. Nel Centro parrocchiale, quindi, fu improvvisata una seconda camera ardente.
Alle 16 dell’indomani, giorno in cui la Chiesa ricorda i Santi Innocenti martiri, venne accompagnata per l’ultimo viaggio non solo dai conoscenti, ma da una folla considerevole. Infine, si procedette alla sepoltura nel cimitero cittadino.
La storia di Josefina si diffuse a tal punto che già tre mesi dopo la sua scomparsa, il 3 marzo 1953, si aprì presso la Curia Vescovile di Vich il processo diocesano sul martirio, che venne chiuso il 17 ottobre 1956; gli atti vennero subito trasmessi a Roma. Il decreto sugli scritti, invece, venne promulgato il 24 maggio 1958.
Il 10 maggio 1968, i resti mortali della Serva di Dio vennero riesumati e collocati nella navata destra della chiesa dell’Assunta a Horta. Due anni dopo, monsignor Masnou ritenne opportuno, per ragioni non intrinseche alla Causa, di chiuderla temporaneamente.
La fama di santità della ragazzina, però, era rimasta viva. Il 14 novembre 2005, presso la Sala Sinodale del Palazzo Vescovile di Vich, venne iniziato il processo suppletivo, per adattare quello precedente alle nuove normative previste dalla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi.
Il 13 dicembre 2006 si svolse, nella parrocchiale di Horta de Avinyó, una nuova ricognizione dei resti di Josefina, richiesta dalla Postulazione. Il 16 febbraio 2007, infine, venne chiuso il processo suppletivo, i cui atti vennero trasmessi alla Congregazione romana il 23 dello stesso mese e che venne dichiarato valido il 2 maggio 2008.

PREGHIERA
O Dio, che ottenesti alla tua serva Josefina Vilaseca un grande amore per te e il coraggio di difendere la sua purezza con il sacrificio della sua vita, concedici, per sua intercessione, la grazia che ti domandiamo e, se è per la tua gloria e il bene delle anime, la sua pronta beatificazione.
Per Cristo nostro Signore.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2013-09-18

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