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Madre Marianna Mancini Fondatrice

Festa: Testimoni

Foligno, 28 febbraio 1823 Torino, fra il 7 e il 9 gennaio 1891

Marianna Mancini, nativa di Foligno, s’impegnò fin dalla giovinezza per restituire dignità alle ragazze più in pericolo. Dopo aver aperto svariati laboratori e case di accoglienza, fondò a Torino le Figlie della Consolata, dedite al servizio alla gioventù femminile. Per via di una frattura alla colonna vertebrale seguita a una caduta, morì in data imprecisata fra il 7 e il 9 gennaio 1891, circa un mese dopo aver professato i voti religiosi.



Marianna Mancini nacque a Foligno, alle 22 di venerdì 28 febbraio 1823, seconda dopo Ilario, di cinque anni maggiore, e seguita da Alessandro sei anni dopo. I suoi genitori furono Vincenzo Mancini, fabbricante di serrature e utensili vari, e Maria Teresa Alduini. La famiglia, in realtà, aveva ascendenze nobiliari.
Quando entrambi perirono durante un’epidemia di colera a metà del diciannovesimo secolo, Ilario aveva da tempo ereditato la piccola industria paterna e pensava a formarsi una propria famiglia. Marianna, dal canto suo, si occupava dell’educazione di Alessandro e, raccomandandosi all’intercessione di san Feliciano, patrono di Foligno, cercava di capire il volere di Dio su di lei.
Con l’ingresso di Alessandro nel Seminario diocesano, fu più libera di esercitare quello che aveva capito grazie a lui: il suo talento per l’educazione. Grazie ai beni di famiglia e all’aiuto di alcuni amici, prese in affitto Palazzo Deli, a Turri  , presso San Giovanni  Profiamma . È plausibile che all’epoca avesse formulato un voto di verginità, dato che rifiutò parecchie proposte di matrimonio. Le critiche non mancavano, da parte di chi riteneva Marianna inadatta a quel compito, ma la realtà le smentì presto: la giovane, infatti, si occupava di raccogliere personalmente le ragazze in pericolo, riprendeva con sé quelle che scappavano e per tutte aveva il benevolo soprannome di “caprottine”.
La generosità di Marianna e del fratello don Alessandro, però, causò loro un incidente di percorso, quando aiutarono una fanciulla a fuggire dal convento dove avrebbe dovuto prendere i voti, perché invece era seriamente innamorata di un ragazzo. Lo scandalo, accresciuto dal fatto che la fuggiasca era stata ospitata a Palazzo Deli, costrinse la Mancini a presentarsi a Roma, al Sant’Uffizio.
Per non complicare ulteriormente la faccenda, ella decise di autoaccusarsi e di coprire la verità col segreto della confessione. Il Beato papa Pio IX le inviò un suo delegato, ma neppure costui poté scoprire nulla: quando però la donna, al termine del colloquio, chiese di poter ricevere l’Eucaristia, dato che era ancora digiuna, il Monsignore fu persuaso dell’innocenza di lei. Sebbene il caso fosse stato infine risolto per intervento del Papa, Marianna ne rimase fortemente traumatizzata. Nel frattempo, il 4 febbraio 1866, aveva aderito al Terz’Ordine di San Francesco.
Costretta a rimanere a Roma per evitare altri scandali al ritorno a Foligno, la Mancini venne invitata dalle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli ad aiutarle nella conduzione dell’Asilo Pio IX, dov’era ospitata. Vi rimase fino al 1870, quando, con la breccia di Porta Pia, le istituzioni che dipendevano direttamente dalla Santa Sede furono a rischio, incluso l’asilo. Il fratello sacerdote, che nel 1864 era entrato nella Compagnia di Gesù, aveva pronta una soluzione in un istituto di Genova. Consultatasi col Papa, che aveva riconosciuto i suoi meriti, ebbe una risposta che sapeva di profezia: «Adesso andrete a Genova. Poi andrete e farete del bene più su, più su…».
In effetti, la sua permanenza in quel luogo fu molto limitata: il suo metodo, considerato troppo lassista, era malvisto dalla direzione dell’istituto. Ancora una volta, fu padre Alessandro a trarla d’impaccio, invitandola a raggiungerlo a Torino, dove stava predicando un corso di Esercizi Spirituali ai Fratelli delle Scuole Cristiane. Così l’8 settembre 1871, festa della Natività della Vergine, Marianna arrivò nella città dei Savoia e della Consolata, sotto la protezione della quale si pose da subito, visitando il santuario a lei dedicato.
Il primo compito che affrontò fu quello di coadiutrice in un laboratorio di sartoria tenuto da una nobildonna, madame Tournembol. Marianna riuscì a rasserenare il clima che si era creato fra la signora, pur buona, e le chiassose ragazze. Il suo aiuto venne quindi richiesto pure dalla “Società delle Orsoline” che ospitavano ragazze disoccupate nello stesso palazzo dove era allocato il laboratorio.
Tanta attività non le era ancora sufficiente: andava personalmente a cercare le fanciulle dove trascorrevano il tempo inattive, come gli operai della parabola, ossia nelle piazze cittadine e nei prati fuori Torino. Il 29 gennaio 1872 diede un appuntamento insolito a quelle che aveva reclutato: alla chiesa della Visitazione, retta dai padri Lazzaristi, per le confessioni e la Messa solenne. Quel giorno venne poi indicato come germe del nascente Istituto Mancini.
L’Arcivescovo di Torino, Lorenzo Gastaldi, di fronte ai pareri contrastanti che gli giungevano circa l’operato della signorina, stabilì una commissione d’inchiesta a riguardo. Avuto parere positivo, volle personalmente incontrarla e ne ricevette una buona impressione.
I casi di cui Marianna sentiva di occuparsi aumentavano ogni giorno di più e sembravano suggerirle la fondazione di un Istituto religioso. Probabilmente tramite padre Alessandro, riuscì a chiedere consiglio al Papa, che non tardò a dichiararle la sua approvazione. La lettera che la conteneva le venne recapitata ad un anno esatto dal suo primo arrivo a Torino.
Dato che le ospiti aumentarono, fu necessaria una nuova sede, trovata in un appartamento di via Stampatori 12, poco distante da quella precedente. Nel marzo 1873 Marianna vi andò ad abitare, mentre il 26 luglio si celebrò la prima Messa. Per recuperare quante più giovani possibili, venne deciso di creare un laboratorio, posto sotto il patrocinio di sant’Anna e gestito da alcune suore gentilmente inviate da padre Luigi Anglesio, il primo successore di san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Il 20 aprile 1881, all’epoca festa di santa Caterina da Siena, venne aperta la prima casa filiale, a Pozzostrada, retta dai padri Domenicani mediante alcune loro Terziarie.
Intanto, i passi per l’erezione di una vera e propria Congregazione religiosa si stavano moltiplicando. Marianna era inizialmente riluttante, ma, dopo l’intervento del successore di monsignor Gastaldi, Gaetano Alimonda, ubbidì. Decise che le aderenti avrebbero indossato un abito religioso, salvo rare eccezioni, fatto insolito per l’epoca. Quanto al nome, dopo lunghe riflessioni venne scelto quello di “Figlie della Consolata”.
Il 21 giugno 1887 iniziò la formazione delle novizie, mentre l’erezione ufficiale avvenne, ancora una volta, l’8 settembre, quando nove aspiranti vestirono l’abito nella cappella di via Stampatori. Terminata la giornata di festa, Marianna, ormai Fondatrice a tutti gli effetti – ma non aveva professato i voti – pronunciò un discorso allo scopo di preparare le sue figlie alle prove inevitabili a cui l’opera nascente sarebbe stata sottoposta.
La prima fondazione fuori Piemonte avvenne a Cecina, il 19 marzo 1889, lo stesso anno in cui l’Arcivescovo approvò le Regole. Madre Marianna, intanto, non smetteva di esortare le suore, o direttamente o per lettera. Ad esempio, vale quanto alcune di esse hanno trascritto in un piccolo quaderno che contiene alcuni suoi insegnamenti:
«Dobbiamo imitare, a modo nostro, le persone mondane. Queste, appena alzate, si mettono allo specchio per vestirsi e atteggiarsi nel modo più grazioso allo scopo di piacere ai loro cari. Così vorrei che le mie figlie si studiassero alla divina presenza, perché agli occhi di Dio, che le guarda continuamente da tutta l’eternità, fossero carissime e tutte belle».
Inoltre, raccomandava a tutte le Figlie della Consolata una santa allegria e, allo stesso tempo, di non dimenticare mai la centralità della Croce, quella stessa che presto le si sarebbe parata davanti.
Il 2 agosto 1890, infatti, crollò un balcone della casa di Pozzostrada, sul quale stava conversando con la Segretaria suor Giuseppina Montuori. Quest’ultima non ebbe danni rilevanti, mentre la Fondatrice riportò una frattura della colonna vertebrale, il che per l’epoca costituiva morte certa. Per cinque mesi sopportò i dolori, acuiti dal ricordo del trauma subito nel viaggio a Roma.
Infine, dopo aver a lungo meditato, chiese all’Arcivescovo di poter professare i voti. L’ultimo 8 settembre della sua vita fu quindi impreziosito dalla cerimonia con cui, alla presenza di padre Alessandro, madre Marianna sigillò una vita di totale donazione a Dio per il bene delle giovani. Le fonti discordano sulla data della sua morte, avvenuta sicuramente nel gennaio 1891, ma non è certo se il 7, l’8 o il 9.  Le prove che aveva profetizzato non tardarono ad avvenire: si trattò di insofferenze, rapporti difficili col nuovo Arcivescovo e la chiusura della casa di Cecina, poi riaperta.
A tutt’oggi le Figlie della Consolata, seppur ridotte nei membri e nelle opere, continuano il loro servizio nella Casa Generalizia, situata in provincia di Torino, a Trofarello, in viale della Resistenza 18.
 


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2013-02-17

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