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Serva di Dio Isabella Chimienti Vergine

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Sannicandro di Bari, 20 settembre 1883 14 marzo 1903

Isabella Chimienti nacque a Sannicandro di Bari, in provincia di Bari e attualmente in diocesi di Bari-Bitonto, il 20 settembre 1883. Dovette interrompere la sua istruzione elementare per aiutare i genitori nell’andamento della casa e nell’educazione dei fratelli minori. Devotissima alla Madonna e iscritta nell’associazione delle Figlie di Maria, era determinata a entrare tra le monache cappuccine, ma alcuni problemi familiari gliel’impedirono. Morì in casa propria il 14 marzo 1903, di meningite; la mattina stessa aveva sognato che la sua vita sarebbe terminata quel giorno. I processi ordinari della sua causa di beatificazione iniziarono il 1° gennaio 1935, mentre il 7 novembre 1942 furono aperti gli atti del processo informativo. I suoi resti mortali riposano nel cimitero cittadino di Sannicandro di Bari, insieme a quelli di altri defunti, ai piedi di una statua del Redentore.



Gli anni dell’infanzia
Isabella Chimienti nacque a Sannicandro di Bari, oggi in diocesi di Bari-Bitonto, il 20 settembre 1883, da Raffaele, proprietario terriero, e Anna Magistrale, casalinga; fu la primogenita di cinque figli. Ricevette il Battesimo il 27 settembre 1883 nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta a Sannicandro.
La sua prima catechista fu un’anziana zia materna, Maria Giovanna Magistrale, che la considerava quasi la sua allieva prediletta. Di carattere irrequieto, solo una cosa la calmava: ricevere dalla zia dolci e confetti, che metteva in comune con i compagni di catechismo, ma ancora di più medagliette, santini e piccoli oggetti religiosi in genere. Era un modo come un altro per appagare la sua sete di Dio, dato che non poteva ancora fare la Prima Comunione.

Il desiderio della Prima Comunione
A cinque anni, però, quel desiderio si fece così impellente da convincere l’economo curato di Sannicandro, don Giuseppe Chimienti, a presentarla alle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo perché sostenesse, insieme agli altri bambini, l’esame previo alla Comunione. L’esame riuscì brillantemente: Isabella non solo enunciò le risposte imparate a memoria, ma le seppe anche spiegare.
Rimaneva solo il problema dell’età. Il sacerdote era d’accordo, ma non dello stesso parere furono i genitori, convinti che la bambina non fosse in grado di comprendere a cosa andava incontro. Ma don Giuseppe, più tenace di loro, un giorno chiamò in sacrestia la signora Anna e la convinse a cambiare idea. Così, in un mattino di marzo, Isabella, vestita da angelo, come il curato aveva espressamente richiesto, ricevette l’Eucaristia per la prima volta.
A sei anni, invece, fu il turno della Cresima, stavolta senza anticipi, ma in base all’effettiva usanza del tempo. Precisamente, avvenne durante la visita pastorale di monsignor Francesco Pedicini, arcivescovo metropolita di Bari e Canosa, svolta a Sannicandro nei giorni 2, 3 e 4 giugno 1884.

Una bambina intelligente
La bambina, crescendo, sviluppò una notevole intelligenza: contrariamente a quanto si aspettava, le fu concesso di seguire tutto il ciclo delle scuole elementari, tenute dalle stesse suore che si erano meravigliate della sua precocità catechistica.
In particolare, suor Giovanna Stefanini e suor Marianna Cibelli, testimoniarono favorevolmente circa la sua bontà e cortesia verso le compagne, unite a una spiccata obbedienza.

L’interruzione degli studi per motivi di famiglia
Purtroppo, la sua istruzione dovette fermarsi alla terza elementare, neppure frequentata del tutto: l’aumento dei membri della famiglia, oltre a un infortunio domestico avvenuto alla madre, l’obbligò a lasciare la scuola.
Isabella, dunque, s’improvvisò bambinaia, cuoca, lavandaia e infermiera e intensificò le preghiere affinché il «piccolo Gesù» e la «dolce Mammina», come li chiamava lei, guarissero la mamma.
La guarigione avvenne, ma altre malattie colpirono il padre, la sorella Laura e l’ultimo nato, Donatino, il quale, nato con problemi di deambulazione, poteva reggersi solo con un apparecchio ortopedico. Isabella lo accudì finché, a tre anni, non lo vide morire.

Una vita tra casa e chiesa
Non era riuscita a studiare, ma voleva almeno imparare il mestiere di sarta: andò quindi a lezione dalla maestra Anna Sacchetti, che notò la sua precisione e rapidità, ma anche la capacità di pregare bene e non darsi a chiacchiere vane.
Il resto della vita di Isabella fu davvero, come si dice, casa e chiesa. Ogni giorno, dopo aver proceduto alle pulizie di casa, si recava presso la Collegiata di Sannicandro e ascoltava a volte fino a tre Messe, comunicandosi nei giorni fissati, anche se avrebbe voluto farlo tutti i giorni.
La sua colazione finiva spesso in mano a qualche povero che, bussando a casa Chimienti, sapeva di trovare sicuramente qualche aiuto. A mezzogiorno un rapido pranzo, poi, a sera, l’accoglienza al padre di ritorno dai campi.
Come da piccola s’impuntava a insegnare, a modo suo, il catechismo ai compagni, così, cresciuta, preparò il fratello Nicolino alla Prima Comunione. Dopo cena, o nel pomeriggio, il Rosario, poi un’altra visita in chiesa per la meditazione. Le sue letture preferite, anche a casa e fino a tardi, erano le vite dei santi e «Le glorie di Maria», di sant’Alfonso Maria De Liguori.

La decisione di restare vergine per Gesù
Isabella, nel frattempo, stava maturando anche nel fisico. Numerosi giovanotti di Sannicandro le facevano una corte serratissima: alcuni arrivarono perfino a disturbarla durante una processione e la inseguirono fisicamente. Lei li respinse tutti, perché aveva deciso di consegnarsi anima e corpo a Gesù.
Probabilmente, anche se non è dato saperlo, pronunciò almeno in forma privata il voto di verginità perpetua, se così si può interpretare un biglietto trovato in un suo libro di devozione: «Il voto è fatto; la parola è data; il decreto è uscito».

Tra le Figlie di Maria
È certo, invece, che decise di entrare nell’associazione delle Figlie di Maria. Dopo averlo chiesto ripetutamente, si vide rispondere di sì dalla madre, a patto che avesse perseverato fino alla fine. «Piuttosto mi staccheranno la testa dal collo che la medaglina dal petto!», rispose energicamente la ragazza.
L’8 dicembre 1900 venne quindi accolta come aspirante, passando tra le effettive il 16 maggio 1901; l’anno successivo, invece, divenne “incaricata” e cantatrice.

Mortificazioni e prove morali
Quando anche le occasioni di offrire qualcosa a Dio le mancavano, se le procurava da sola, ad esempio mangiando non i fichi maturi, dei quali era ghiotta, ma quelli marci e caduti per terra. Inoltre, aveva preso l’abitudine di usare un pezzo di tufo come cuscino, e continuò anche quando la madre glielo buttò in strada; fu solo l’intervento del direttore spirituale a dissuaderla.
In paese non mancavano le prese in giro: c’era chi la chiamava “monachella” o “finta santa”, oppure la canzonava per il suo abbigliamento dimesso. Ai suoi familiari che volevano difenderla, anche con le maniere forti, ella rispondeva: «Mi amano a modo loro, e per questo mi scherzano. Che Dio li benedica!».

Umile, mai triste
La franchezza del suo carattere, non più impulsivo come un tempo, si rifletteva nel dialogo con le compagne, oppure nel prendere con le maniere gentili il fratello Nicolino, per convincerlo a sbarazzarsi di alcune stampe indecenti.
Con un’umiltà che rasentava quasi la disistima di sé, ribatteva a chi l’elogiava: «Voi non sapete, non saprete mai quel ch’io sono. Come cattiva, come brutta: peggio di un cane morto! Io tremo per me stessa. Preghiamo Gesù che mi faccia buona e santa...». Ciò non vuol dire che fosse di umore cupo: sorrideva sempre e, a volte, sfogava la sua gioia cantando inni religiosi.

La sua devozione
La sua devozione mariana si espresse, come già detto, nell’ingresso tra le Figlie di Maria, ma anche con la pratica dei Quindici Sabati e della Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei. In particolare, cercava di meditare la sofferenza dell’Addolorata, unita alla Passione del suo Figlio. Il ciclo dell’anno liturgico era da lei vissuto con crescente intensità, soprattutto nei tempi forti.

Una vocazione impedita e un patto spirituale
Desiderava a tal punto rifuggire la compagnia degli uomini, per ricercare unicamente quella di Dio, da aver deciso di entrare fra le monache cappuccine. La mamma era anche d’accordo, ma le finanze familiari, per via dello scarso raccolto, non le consentivano di mettere insieme la necessaria dote.
Di conseguenza, alla ragazza non restava altro che rassegnarsi e confidare le sue pene alla cugina Teodora, quasi sua coetanea. Le due erano così affini nello spirito, da stipulare un patto: chi fosse arrivata per prima in Paradiso, avrebbe chiesto a Dio la grazia di chiamarvi l’altra. Quando, il 20 dicembre 1902, Teodora morì, Isabella restò in attesa del segno promesso.

Presagi di luce
Verso l’alba del 14 marzo 1903, in sogno, le parve di vederla mentre saliva le scale della casa di zia Domenica, presso la quale la cugina era stata allevata. Con voce chiara, la defunta le disse: «Lascia, cara, lascia presto ogni cosa... Anche le tue vesti... E seguimi lassù!». Alla richiesta di sapere l’ora e il giorno esatti, le fu risposto: «Oggi stesso, sul tramonto».
Appena sveglia, Isabella fu certa della veridicità di quella visione notturna. Mentre stava per uscire di casa, accompagnata dal fratello Nicolino, per andare alla novena di san Giuseppe, fu fermata dalla mamma. Anche lei aveva fatto un sogno: insieme alla sorella Maria Nicola, si trovava di fronte alla grata di un monastero e, a un certo punto, vide passare davanti a sé una monaca splendente di luce.
La ragazza non le raccontò cos’aveva visto lei, ma si limitò ad accennare: «Per l’Annunziata, credo, io non sarò più da voi...». La signora Anna non la prese sul serio, anzi, l’invitò ironicamente ad aspettare ad andarsene, o avrebbe avuto il funerale di terza classe. Isabella ripeté le stesse parole di prima e si allontanò dal fratello.
Il pensiero del sogno le si faceva tanto vivo da confidare a un’amica il sogno e la decisione che ne era scaturita: non sarebbe uscita di chiesa senza prima aver ottenuto da don Vincenzo, il suo confessore, l’assoluzione “in articulo mortis”. La ricevette, ma fu più per accontentarla che per altro; poco dopo, si accostò alla Comunione.

Improvvisamente in fin di vita
Alle 10, tornata a casa, ebbe un rapido scambio di battute con la mamma, poi avvertì un leggero mal di testa, così da essere obbligata a mettersi a letto vestita. A mezzogiorno le fu offerta della minestra, ma vomitò quel poco che aveva ingerito. Ormai era certa che il sogno si sarebbe avverato: non le restava, quindi, che prepararsi a dovere.
Alle 17, la signora Anna spinse la porta della stanza e chiamò piano la figlia, sicura che stesse dormendo, ma non udì risposta. Anche quando alzò il tono della voce non la sentì rispondere: corse da lei, le tastò il polso e comprese: stava davvero morendo.
Sconvolta, prese ad urlare disperatamente, tanto da far accorrere in casa numerose persone. Un uomo sulla quarantina cercò di dare ordine alla folla, poi si accostò alla moribonda per farla respirare: lei intuì che stava per essere svestita e, a cenni, chiese di mandarlo via.

La morte e il funerale
Finalmente accorse il medico, il quale, dopo aver interpellato Isabella, allontanò gli astanti e prese nota dei sintomi, riconducibili a quelli della meningite. «Inutile!... Tutto sprecato...», commentò a mezza voce lei. Non molto tempo dopo, fu udita pronunciare, come sue ultime parole, i nomi di Gesù, Maria e Giuseppe.
In quel mentre arrivò don Vincenzo, sconvolto per l’accaduto, ma rincuorato dall’aver dato alla giovane l’assoluzione che tanto bramava. Non dormì per tutta la notte, dato che non trovava le parole giuste per raccontare ai parrocchiani l’accaduto. Infine, l’indomani, tessé per loro l’elogio di Isabella, dichiarando che, secondo lui, era già in Paradiso.
Al suo funerale parteciparono, commossi, molti compaesani e numerose ragazze, quelle stesse che, a scuola di taglio e cucito, l’avevano udita dichiarare che il giorno della sua morte sarebbe stato «giorno di meraviglia». I suoi resti mortali furono quindi seppelliti nel cimitero di Sannicandro; attualmente sono insieme a quelli di altri defunti, ai piedi di una statua del Redentore.

La fama di santità
Sin dai primi tempi dalla sua scomparsa, Isabella fu considerata santa da numerosi fedeli, non solo sannicandresi, che affermarono di averla vista in sogno e di aver da lei ottenuto grazie singolari. Suo fratello, padre Agostino di San Giuseppe, passionista, fu il suo primo biografo; seguì, nel 1960, la biografia scritta da Giuseppe Defrenza per le Edizioni Paoline.
I processi ordinari della sua causa di beatificazione iniziarono il 1° gennaio 1935, mentre il 7 novembre 1942 furono aperti gli atti del processo informativo.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2023-12-14

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