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San Lorenzo Imbert Vescovo e martire

Festa: 21 settembre

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Marignane, Francia, 23 marzo 1796 – Saenamteo, Seul, Corea del Sud, 21 settembre 1839

Laurent-Joseph-Marius Imbert, Vicario apostolico di Corea e vescovo titolare di Capsa, fu il primo vescovo a metter piede in Corea, dopo viaggi lunghi e travagliati. Si diede a un’intensa attività apostolica, coadiuvato dai sacerdoti Jacques-Honoré Chastan e Pierre-Philibert Maubant. Condivise con essi anche il martirio, il 21 settembre 1839, dopo essere stato involontariamente tradito dal catechista Andrea Chong Hwagyŏng, ingannato da un delatore. È stato canonizzato da papa Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984, inserito nel gruppo dei 102 martiri coreani.

Martirologio Romano: Presso Sai-Nam-Hte in Corea, passione dei santi martiri Lorenzo Imbert, vescovo, Pietro Maubant e Giacomo Chastan, sacerdoti della Società per le Missioni Estere di Parigi, che per salvare la vita di altri cristiani si consegnarono ai soldati e furono trafitti con la spada.


Laurent-Joseph-Marius Imbert nacque il 23 marzo 1796, nella fattoria Bricart, a Marignane, nel dipartimento francese di Bouches-du-Rhone. I suoi genitori solitamente abitavano nella frazione di Callas, nel comune di Cabriès, nel medesimo dipartimento.
Compì i suoi studi ad Aix-en-Provence, nel pensionato delle Suore del Ritiro Cristiano: per mantenersi e potersi comprare dei vestiti nuovi, si dice che confezionasse corone del Rosario.
Dopo alcuni anni al Seminario Maggiore di Aix, entrò nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi l’8 ottobre 1818. Il 5 marzo 1819 venne incardinato nella diocesi di Parigi e, il 18 dicembre dello stesso anno, ordinato sacerdote con dispensa sull’età, accordatagli da un indulto del 18 novembre precedente. Il 10 gennaio 1820, benché fosse Aspirante, venne chiamato a prendere parte alle elezioni interne al Seminario, per raggiungere il numero di cinque elettori previsto dalla Regola.
Partì per il Sichuan il 20 marzo 1820. Rimase per un po’ di tempo a Singapore, perché il vescovo Esprit-Marie-Joseph Florens, Vicario apostolico del Siam, vi desiderava impiantare una missione, ma non era sicuro della situazione nell’isola, quindi padre Imbert vi venne inviato a controllare. Sbarcò a Singapore l’11 dicembre 1821: probabilmente, fu il primo sacerdote che vi celebrò Messa e si occupò dei cattolici del luogo. Arrivato a Penang, in Malesia, gli venne chiesto di sostituire un insegnante del Collège general, il Seminario interdiocesano: vi rimase dall’aprile 1821 al gennaio 1822.
Quando, il 10 febbraio 1822, giunse a Macao, la via diretta per il Sichuan era chiusa: passò in Cocincina e soggiornò due anni nel Tonchino, amministrando alcune comunità cristiane.
Soltanto nel marzo 1825 poté raggiungere la sua destinazione missionaria, passando per lo Yunnan. Nei dodici anni trascorsi nel Sichuan si distinse per il suo zelo nelle attività e lo spirito di sopportazione nelle malattie. Fu inoltre il primo superiore del seminario di Moupin.
Dopo aver saputo che la Congregazione di Propaganda Fide aveva suggerito alle Missioni Estere di occuparsi della Corea, si offrì volontario immediatamente, per contribuire all’evangelizzazione della zona. Quando monsignor Barthélémy Bruguière, nominato Vicario Apostolico di Corea, morì proprio alla frontiera del Paese, nel novembre 1835, la sua offerta venne accettata.
Nominato suo successore e Vescovo titolare di Capsa il 26 aprile 1836, ricevette la consacrazione vescovile il 14 maggio 1837. Il 17 agosto successivo, lasciò il Sichuan, e alla fine di ottobre arrivò a Sivang in Tartaria (odierna Manciuria), da lì raggiunse Moukden e, nella notte del 18 dicembre, varcò felicemente la frontiera coreana.
Il 30 si trovò a Seul per imparare la lingua e, tre mesi più tardi, fu in grado di ascoltare le confessioni dei fedeli. Nel corso della sua evangelizzazione, che accrebbe il novero dei cattolici nonostante le numerose vessazioni, preparò tre candidati al sacerdozio.
Coadiuvato da altri due sacerdoti francesi, Jacques-Honoré Chastan e Pierre-Philibert Maubant, che l’avevano preceduto sul territorio, lavorò intensamente. Era il primo vescovo a metter piede in Corea, a sei anni dall’istituzione del Vicariato Apostolico e a cinquantadue dalla fondazione della Chiesa cattolica in quel luogo. Quando padre Maubant aveva intrapreso la sua opera nel 1836, i cattolici coreani erano circa seimila, ma nel giro di tre anni si accrebbe di tremila persone.
Un saggio dell’attività del vescovo Imbert è visibile in una lettera del 1838:
«Sono esausto dalla fatica e sono esposto a grandi pericoli. Ogni giorno mi alzo alle due. Alle tre chiamo le persone di casa per la preghiera, e alle tre e mezza comincia il mio ministero con l’amministrazione del battesimo se ci sono catecumeni, o per la confermazione. Seguono la Santa Messa, la comunione, il ringraziamento. Le persone, da quindici a venti, che hanno ricevuto i sacramenti, possono anche ritirarsi durante il giorno. Nel corso della giornata entrano, uno ad uno, per confessarsi e non escono che l’indomani mattina dopo la comunione. Non resto che due giorni in ciascuna casa dove raduno i cristiani e, prima che il giorno trascorra, passo in un’altra casa. Patisco molto la fame perché, dopo essermi alzato alle due e mezza, aspettare fino a mezzogiorno un pranzo cattivo e scarso con un nutrimento poco sostanzioso, sotto un clima freddo e secco, non è cosa facile. Dopo il pranzo mi riposo un po’, in seguito tengo lezione di teologia ai miei allievi, e poi ascolto ancora qualche confessione fino a notte. Vado a dormire alle nove, sulla terra coperta di un natte e di un tappeto di lana tartara. In Corea non ci sono né letti né materassi. Con un corpo debole e malaticcio, ho sempre condotto una vita laboriosa e parecchio occupata. Ma qui penso di esser giunto al superlativo, al “nec plus ultra” di lavoro. Voi penserete davvero che con una vita così faticosa noi non abbiamo affatto paura del colpo di sciabola che la deve terminare. Nonostante tutto, ciò mi fa bene: questo paese secco e freddo è adatto al mio temperamento».
Dal 20 dicembre 1838 al 30 gennaio 1839 visitò le comunità cristiane vicine a Seul, ma si dovette fermare sul monte Suri. Nel mese di febbraio, dato che la persecuzione sembrava riprendere, si diede premura di amministrare i cristiani della capitale.
Nel mese di giugno, molto stanco, si rifugiò a Suwon, dove il catechista Andrea Chong Hwagyŏng  gli aveva trovato un rifugio sicuro presso l’abitazione dell’amico Andrea Son.
Un giorno, il catechista venne raggiunto da un uomo, Kim Yo-sang, che gli diede una felice notizia: i funzionari governativi avevano deciso di terminare le persecuzioni anticristiane e volevano ricevere il Battesimo per mano del vescovo Imbert, quindi avevano bisogno di sapere dove si trovasse.
Nella notte tra il 10 e l’11 agosto, all’una, andò a casa di Andrea Son e riferì ingenuamente al vescovo quello che gli era stato raccontato. Imbert capì che si trattava di un tranello, ma non scappò: per evitare problemi alla sua gente, decise di consegnarsi a coloro che vennero ad arrestarlo. L’indomani, dopo aver celebrato la Messa, si dispose ad essere catturato, non prima di aver scritto un biglietto ai padri Chastan e Maubant:
«Miei cari confratelli, Dio sia benedetto, e che la sua santissima volontà sia fatta. Non c’è più mezzo di arretrare. Non sono più le spie che vengono mandate a cercarci, ma i cristiani. Andrea Chong è arrivato all’una di notte… Gli hanno raccontato le più belle meraviglie e il povero Chong ha promesso di chiamarmi… Pertanto nascondetevi bene fino a nuovo avviso, se posso darvelo. Pregate per me».
L’indomani venne condotto a Seul, dove venne messo in carcere e subì il supplizio della curvatura delle ossa. Seguì l’interrogatorio:
«Perché siete venuto qui?».
«Per salvare le anime».
«Quante persone avete istruito?».
«Circa duecento».
«Rinnegate Dio».
A quelle parole, il vescovo, fremente di disgusto, alzò la voce e ribatté: «No, non posso rinnegare il mio Dio».
Comprendendo che non avrebbe ottenuto nulla, il giudice ordinò di farlo bastonare e riportare in prigione.
Se in un primo tempo monsignor Imbert era persuaso di dover difendere i missionari, di fronte all’orrore della prigione e alle torture che subivano i suoi collaboratori laici Carlo Cho Shin Ch’ol, Paolo Chong Ha-Sang e Agostino Yu Chin-Kil, si vide costretto a ordinare l’estrema ubbidienza ai suoi sacerdoti: consegnarsi alle autorità.
Il 23 agosto, padre Maubant ricevette un secondo messaggio dal vescovo: «Bonus pastor ponit animam suam pro ovibus suis. Si nondum estis profecti per cymbam, venite cum misso Son Kie Tsong» («Il buon pastore dà la vita per le sue pecore. Se non siete ancora partiti in barca, venite con l’inviato Son Kie Tsiong»).
Nella notte tra il 5 e il 6 settembre, venne recapitato ai missionari il suo ultimo appello: «In extremis bonus pastor dat vitam pro ovibus; unde si non-dum profecti estis, venite cum præfecto Son Kie Tsong, sed nullus christianus vos sequatur» («In casi disperati, il buon pastore dà la vita per le pecore: dunque, se non siete ancora partiti, venite col mandarino Son Kie Tsong, ma nessun cristiano vi segua»).
Alcuni giorni più tardi, tutti e tre comparvero insieme di fronte al giudice e vennero interrogati per tre giorni, allo scopo di sapere i nomi e i nascondigli dei loro convertiti. Dato che le torture non li abbattevano, vennero condotti in un’altra prigione e, infine, condannati alla decapitazione.
L’esecuzione avvenne il 21 settembre 1839 a Saenamteo (o Sai-Nam-Hte), non lontano da Seul. I due sacerdoti avevano trentasei anni, il vescovo quarantasette. I loro corpi rimasero esposti per tre giorni; in seguito, vennero seppelliti alla meglio nella sabbia del luogo dell’esecuzione.
Verso la metà di ottobre, i corpi vennero portati via da alcuni cristiani e seppelliti sul monte Nogu, dove venivano posti quelli che non avevano delle proprietà. Più tardi, per evitare che venissero confusi tra migliaia di altre tombe, vennero traslati sul monte Samseongsan, che significa “dei tre santi”, denominazione che esisteva già da prima del diciottesimo secolo.
Il 21 ottobre 1901, la tomba fu aperta, ma i resti erano confusi con quelli di Maubant e Chastan. Portati al seminario di Ryong-san, vennero traslati definitivamente, il 2 novembre 1901, presso la Cattedrale di Seul, nella cui cripta sono stati collocati dal maggio 1903. I teli serviti per la sepoltura sono conservati presso la Sala dei Martiri del Seminario delle Missioni Estere, mentre altre reliquie sono state collocate nella Cattedrale del Buon Pastore a Singapore, che prese il nome proprio dall’ultimo biglietto del vescovo martire.
Il decreto per l’introduzione della causa di beatificazione del vescovo Imbert risale al 24 settembre 1857. Insieme ai suoi compagni di martirio, ad Andrea Chong Hwagyŏng, Carlo Cho Shin Ch’ol, Paolo Chong Ha-Sang e Agostino Yu Chin-Kil, fu incluso nei settantanove cristiani beatificati il 9 maggio 1925 e nei centodue canonizzati da papa Giovanni Paolo II il 6 maggio 1984, in piazza Youido a Seul, nell’ambito del viaggio apostolico in Corea, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Thailandia.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2014-03-28

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