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Don Stefano Vong Martire

Festa: Testimoni

+ 10 aprile 1961


«Abbiamo molti altri martiri in Myanmar, che meritano la santità. E lavorerò con impegno, per promuoverne tanti altri in un prossimo futuro». Interpellato dall’agenzia AsiaNews, così si è espresso monsignor Charles Bo, arcivescovo di Yangon, “capitale ecclesiale” del Myanmar, all’indomani della decisione del Papa di dichiarare beati i padre Mario Vergara, sacerdote del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime) e Isidoro Ngei Ko Lat, laico e catechista, uccisi entrambi in odio alla fede a Shadaw (Myanmar) il 24 maggio 1950. Come noto, poche settimane fa Bergoglio ha autorizzato la Congregazione per le cause dei santi a promulgare il decreto  riguardante il loro martirio: una tappa decisiva per il processo di beatificazione.
Ebbene, accanto al missionario italiano e al catechista birmano c’è un’altra figura che, presto o tardi, potrebbe salire agli onori degli altari. Si tratta di don Stefano Vong, il primo sacerdote locale della diocesi di Kengtung, morto martire nel 1961, all’età di 47 anni. Un prete esemplare e un missionario pieno di zelo: così, almeno, lo ritrae padre Clemente Vismara, missionario del Pime per 65 anni in Myanmar, suo grande amico e autore di una biografia dal titolo “Agguato nella foresta”.
Le circostanze della morte, avvenuta anche in questo caso “in odium fidei” (gli venne persino mozzata la testa dopo l’uccisione), sono le stesse che depongono a favore del martirio ma, altresì, si potrebbero rivelare un ostacolo “politico” per una rapida beatificazione del sacerdote, che a livello popolare è già acclamato come un santo.
Il punto è che Vong è stato vittima di un bonzo buddhista che, negli anni Cinquanta e Sessanta, era impegnato in una lotta senza quartiere contro i cattolici, arrivando a sobillare la gente e i ribelli, con calunnie contro i sacerdoti e i loro fedeli. Scrive padre Gheddo: «I missionari buddhisti erano impegnati a conquistare la tribù akhà, fra la quale lavorava anche padre Stefano Vong, di origine cinese ma naturalizzato fra gli akhà di cui parlava benissimo la lingua ed era conosciuto e stimato da tutti. Stefano fermò il movimento di conversioni degli akhà al buddhismo, convertendo molti villaggi alla Chiesa. Lo uccisero a fucilate, il 10 aprile 1961 mentre stava visitando i villaggi cattolici per far celebrare la Pasqua».
Che il caso di padre Vong sia scottante ne ho avuto conferma diretta nel corso del mio viaggio in Myanmar nel maggio 2011, poco prima della beatificazione di padre Vismara. In quella circostanza ho potuto constatare che oggi i rapporti fra cattolici e buddhisti in Myanmar sono di relativa calma. Ma fino a pochi anni fa non era così: a Kentung, ad esempio (la diocesi di origine di Vong) è stata realizzata un’imponente statua di Buddha che dà le spalle, in segno di offesa, alla cattedrale cattolica. Ciò contribuisce a spiegare la prudenza (eccessiva?) della Chiesa locale anche quando c’è di mezzo un potenziale beato.
Giallo-Vong a parte, la prossima doppia beatificazione avrà il merito di portare l’attenzione della Chiesa universale sulla storia - assai poco nota, ma molto interessante – della Chiesa birmana. Una storia nella quale, per ben 140 lunghi anni il Pime ha scritto pagine memorabili, come prova il fatto che – accanto a padre Vergara – altri 4 missionari, nell’arco di pochi anni, hanno pagato a prezzo della vita la loro dedizione alla missione e al popolo birmano.
Ne ripercorriamo le vicende basandoci sempre sulle documentatissime pagine di padre Gheddo. Il primo di essi è Pietro Galastri, compagno di missione di Vergara nel villaggio di Shadaw. I ribelli cariani (di religione battista, anti-cattolici) avevano imposto tasse e soggiogato i villaggi, costringendo i giovani a combattere per loro. Vergara protesta, specialmente dopo che un suo catechista è ucciso dai ribelli. Lo accusano di essere una spia del governo. Il 24 maggio 1950 i due missionari sono arrestati, insieme col catechista Isidoro, portati sulla riva del Salween, trucidati e buttati nel fiume. Galastri, che era arrivato da poco dall’Italia, muore all’età di 32 anni.
Passano solo tre anni e ad essere ucciso, il 7 febbraio 1953, è padre Alfredo Cremonesi (del quale è in corso il processo di beatificazione). Stavolta sono i militari birmani responsabili dell’operazione: il missionario italiano, infatti, è accusato di favorire i ribelli. Durante un’operazione militare per liberare dalla guerriglia l'area di Donokù, al missionario, che si trovava a Toungoo, viene sconsigliato di tornare nella sua parrocchia, ma egli si rifiuta di abbandonare la sua gente. I militari, sconfitti, sfogano la loro rabbia contro i villaggi cariani, sospettati di essere dalla parte dei ribelli. Padre Alfredo interviene più volte a proteggere il suo popolo, ma cade colpito da una raffica di mitra, insieme con un suo capo-villaggio.
Il quarto martire della serie è padre Pietro Manghisi, attivo nella missione di Lashio (diocesi di Kengtung), ai confini con la Cina, dove si verificavano continui assalti di soldati irregolari cinesi. Il 15 febbraio 1953, mentre si reca in jeep sul confine, Manghisi cade in un'imboscata dei cinesi e muore con la testa trapassata da varie pallottole. Oggi, al miglio 91 della Burma Road, nei presi del confine cinese, una croce bianca con una lapide di marmo richiama ai passanti il martirio di padre Pietro.
Da ultimo, padre Eliodoro Farronato, veneto di origine, di stanza a Kengtung; viene ucciso nel 1955 mentre è parroco a Mongyong. Fratello di Antonio, già missionario qualche decennio prima sempre in Myanmar - ho narrato la vicenda di entrambi in “Passione per il Vangelo” (Pimedit 2012) - su ordine del vescovo aveva studiato sistematicamente le lingue e composto libri di preghiere, catechismi, traduzioni della Scrittura in shan, lahu, akhà, ikò. Nel settembre 1955 va a Kengtung per completare vari lavori, prima di darli alle stampe. Ai primi di dicembre si rimette in cammino verso Mongyong per raggiungere i suoi cristiani per il Natale. Si ferma tre giorni a Mongpyak, a metà strada, perché la strada è pericolosa. Poi, benché invitato pressantemente a non proseguire a causa della guerriglia, si reca a cavallo nel suo villaggio e vi arriva il 9 dicembre. Ma poco prima di entrare a Mongyong, viene bloccato da guerriglieri cinesi. Era l'11 dicembre 1955; tre giorni dopo viene ritrovato il suo corpo con tre ferite d’arma da fuoco.


Autore:
Gerolamo Fazzini


Fonte:
Vatican Insider

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Aggiunto/modificato il 2015-05-04

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