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Padre Luis Espinal Camps Gesuita, martire

Festa: Testimoni

Sant Fruitós de Bages, Barcellona, Spagna, 4 febbraio 1932 – La Paz, Bolivia, 22 marzo 1980

Luis Espinal Camps, gesuita originario della Catalogna, operò come insegnante di lettere antiche e si specializzò in seguito nel campo delle comunicazioni sociali. L’incontro col vescovo Genaro Prata lo spinse a partire per la Bolivia, dove usò tutti i mezzi a sua disposizione, compreso il cinema, per dare voce al popolo che aveva imparato ad amare. Il 20 marzo 1980 venne rapito da un commando paramilitare e ritrovato cadavere due giorni dopo, sulla strada per Chacaltaya, nei pressi di La Paz. Papa Francesco ha reso onore alla memoria di questo suo confratello l’8 luglio 2015, nel corso del suo viaggio apostolico in America Latina, sostando presso il luogo dove il suo corpo fu ritrovato.



L’8 luglio 2015, nel corso del suo viaggio apostolico in America Latina, precisamente nella tappa boliviana, papa Francesco ha reso omaggio a un suo confratello, padre Luis Espinal Camps, assassinato nel 1980. In Italia è quasi sconosciuto, ma la Bolivia lo considera uno dei padri fondatori della cinematografia nazionale, in quanto usò i mezzi di comunicazione per dare voce al popolo che aveva imparato ad amare.
Nacque a Sant Fruitós de Bages, un piccolo paese vicino a Manresa e a Barcellona, il 4 febbraio 1932. Sua madre morì quand’era poco più che bambino, quindi non arrivò a conoscerla davvero; fu una sorella a farne le veci, finché non divenne religiosa. Conobbe appena anche gli altri fratelli: uno venne fucilato durante la guerra civile spagnola, un’altra entrò al Carmelo e il primogenito, Ignacio, fra i Gesuiti. La religiosità familiare era comunque molto sentita, come in tutta la campagna catalana.
Luis compì gli studi superiori presso il Seminario minore di San José a Roquetas, presso Tarragona, dal 1944 al 1949; in quell’anno passò al noviziato della Compagnia di Gesù. Era un giovane sportivo e vivace: gli piaceva nuotare, camminare nei boschi e giocare a calcio come portiere.
Il 15 agosto 1951, il giorno dei suoi voti perpetui nella Compagnia di Gesù, Luis venne destinato a Bombay in India, ma non poté partire: il governo indiano, infatti, poneva ostacoli all’ingresso di stranieri. Di fronte a quell’impossibilità, i superiori pensarono di affidargli l’incarico di docente di lettere antiche. Ottenne poi la licenza in Filosofia nel 1956, nell’università ecclesiastica di Sant Cugat del Vallès, con una tesi su «Il problema del male» e, subito dopo, ne conseguì un’altra presso l’università statale di Barcellona, su «L’antropologia di Lucrezio». Ottenne poi la licenza in teologia nel 1963. Nel frattempo, aveva iniziato a scrivere su riviste teologiche come «Borgianum» e «Espiritu» e a scrivere testi per Radio Barcelona, firmati con lo pseudonimo “Luis Borja”.
Gli anni della sua formazione accademica videro importanti cambiamenti nella Chiesa, a cominciare dai fermenti che portarono all’apertura del Concilio Vaticano II. Insieme ad alcuni compagni, fondò la rivista «Selecciones de Teología». Dapprima malvista dai superiori, quell’iniziativa venne in seguito lodata: approfondiva autonomamente le materie, oltrepassando le esigenze accademiche.
Fu ordinato sacerdote a Barcellona nel luglio 1962. Nel 1964, padre Luis si recò a Bergamo, per frequentare la Scuola Superiore di Giornalismo e Mezzi Audiovisivi dell’Università Cattolica; collaborò al montaggio di un documentario su Bartolomeo Colleoni. Nei mesi estivi, frequentò la Cinémathèque di Parigi. In quegli anni scrisse anche un insieme di preghiere, le «Oraciones a quemarropa» («Preghiere a bruciapelo»), che riflettono le sue sensazioni di fronte a un mondo che pareva aver smarrito Dio, ma era capace di cercarlo anche nel chiasso delle grandi città.
Tornato dopo due anni in Spagna, iniziò a lavorare come critico cinematografico e curatore di cineforum e, successivamente, passò alla televisione di Stato TVE. Non era un’epoca facile: nel bel mezzo del regime franchista, venne incaricato di occuparsi di un programma, «Cuestión Urgente», dove trattava argomenti di attualità scarsamente considerati dall’informazione ufficiale: la povertà infantile, la condizione degli anziani, il mondo del lavoro.
Tuttavia, nel 1967, la censura di regime vietò di trasmettere una puntata sulle baraccopoli dei quartieri periferici di Barcellona e un’intervista ad Alfonso Carlos Comín, che era passato dal cattolicesimo a posizioni comuniste. Padre Espinal, non volendo scendere a compromessi, si dimise.
Fu in quel periodo che conobbe monsignor Genaro Prata, responsabile delle Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Boliviana, che l’invitò a venire nel suo Paese. Lui accettò e, nel 1968, salutò parenti e amici per imbarcarsi verso la Bolivia, dove giunse il 6 agosto, giorno dell’indipendenza nazionale.
Si trovò di fronte a un paese grande il doppio della Spagna, privo di sbocchi sul mare ma ben differenziato quanto a zone geografiche, compreso com’è tra le Ande e le pianure tropicali. Nonostante le numerose ricchezze provenienti dal suolo, tuttavia, solo una piccola parte della popolazione sembrava beneficiarne. Il gesuita apprese ben presto le motivazioni di tale andamento: la mancanza d’infrastrutture e gli interessi di piccoli gruppi di potere o di multinazionali estere avevano contribuito a produrre una situazione politica molto instabile, caratterizzata da continui colpi di Stato. La Chiesa boliviana, a cominciare dalla Conferenza di Medellin, aprì per la prima volta gli occhi e a lungo fu l’unica voce in difesa dei più elementari diritti umani.
Padre Espinal ricevette la nazionalità boliviana nel 1970. La sua attività nel campo delle comunicazioni proseguì nella radio «Fides», sui periodici «Presencia» e «Ultima Hora», produsse alcuni cortometraggi per la televisione e fece parte della casa di produzione cinematografica Ukamau, per la quale si prestò perfino a battere il ciak prima delle riprese di un documentario. Continuò anche l’attività accademica, insegnando Comunicazioni sociali nelle università Maggiore di San Andrés e Cattolica di La Paz.
Però il suo stile non era molto gradito dai suoi superiori. Nel febbraio 1973, durante un editoriale alla radio intitolato «Il vecchio e il nuovo», mise in parallelo l’elezione dei nuovi cardinali e l’ordinazione diaconale del primo uomo di etnia aymara, una delle numerose popolazioni indigene boliviane. Se il primo evento gli parve accrescere il numero di quello che definì il «senato più vecchio del mondo», «decrepito e biologicamente più incline a conservare e a frenare che ad aprire nuove strade», il secondo sembrava dare nuova vitalità all’organismo ecclesiale e al clero che diventava più autoctono. Il Nunzio apostolico in Bolivia gli chiese di tornare sulle sue posizioni, ma padre Luis non cedette e, come già in Spagna, lasciò l’incarico.
Perse anche il lavoro in televisione: durante il programma «En carne viva», infatti, mandò in onda un’intervista ai membri dell’Esercito di Liberazione Nazionale. Nello stesso periodo viene allontanato anche da «Presencia», dove aveva lavorato per dieci anni: aveva affermato, commentando la trama del film peruviano «Muerte al amanecer», che uno dei personaggi, un sacerdote, appariva più vicino alle classi dominanti che al popolo, «come purtroppo avviene anche da noi».
L’occasione per sentirsi vicino in prima persona gli giunse nel dicembre 1977, quando il capo del governo, il generale Hugo Bánzer, annunciò le elezioni e concesse una piccola amnistia politica. Quattro donne che lavoravano in miniera, Aurora de Lora, Luzmila de Pimentel, Nelly Paniagua e Angélica de Flores, iniziarono lo sciopero della fame per chiedere un’amnistia generale, l’autorizzazione alle organizzazioni sindacali e il ritiro dell’esercito dai centri minerari. Padre Espinal non solo fece in modo che le quattro manifestanti fossero ospitate in arcivescovado, ma si unì alla protesta. Descrisse i diciannove giorni trascorsi senza mangiare né bere in quello che è definito il suo testamento politico-spirituale, dove si leggono passaggi come: «La fame mi risultava essere un magnifico rito religioso di solidarietà e comunione. Perché cercare Dio per altre strade, quando soffro in solidarietà coi miei fratelli? Perché cercare Dio nel mistero, quando era tanto tangibile nella vita?».
Sempre in questa linea, decise di fondare una nuova rivista, «Aquí», a cadenza settimanale. Desiderava mettere le sue abilità d’ “intellettuale piccolo-borghese”, come si definì, a servizio del popolo che non poteva farsi avanti, schiacciato dalla repressione militare e da autorità sorde al suo grido. Nel primo numero, uscito nel 1979 scrisse: «Nemmeno noi (per disgrazia) siamo il popolo, ma vogliamo essere suoi portavoce. Perciò dobbiamo assumere la cultura del popolo, col quale noi siamo in debito, con i suoi “valori” e il suo “linguaggio”».
La sua vicinanza si espresse ancora in altre maniere, come quella di aprire la casa dove viveva insieme ai confratelli anche a coppie di sposi e ai giovani, ma improvvisamente venne meno. La sera del 21 marzo 1980, padre Espinal stava uscendo dal cinema dove si era recato per recensire il film «Los desalmados», quando venne caricato su un fuoristrada da degli sconosciuti: si trattava di un commando paramilitare, che lo rinchiuse nel macello di Achachichala, nei pressi di La Paz. All’alba del 22 marzo, il suo cadavere, con i segni delle numerose torture, fu ritrovato lungo la strada per Chacaltaya. Due giorni dopo sarebbe accaduto a monsignor Romero, nel Salvador, di dare la vita per lo stesso motivo; oggi è venerato come martire.
Per padre Espinal, invece, il riconoscimento ufficiale del martirio non è ancora giunto, anche se la sua memoria rimane viva. Portano il suo nome organizzazioni e gruppi culturali, mentre il governo boliviano ha deciso che il 22 marzo di ogni anno sia la giornata del cinema nazionale. La visita del Papa potrebbe portare qualche passo avanti, come auspicato da molte associazioni per i diritti umani. In ogni caso, quel gesuita ha provato a portare alle estreme conseguenze quanto aveva scritto nel testamento politico-spirituale: «La vita serve a questo, a consumarla per gli altri».


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2015-07-08

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