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Beato Flaviano Michele (Giacomo) Melki Vescovo e martire

Festa: 29 agosto

Kalaat Mara, Turchia, 1858 - Cizre, Turchia, 29 agosto 1915

Monsignor Flaviano Michele Melki, al secolo Giacomo (in arabo Ya‘qūb), nacque in una famiglia appartenente alla Chiesa monofisita siro-ortodossa, ma passò al cattolicesimo. Ordinato sacerdote il 13 maggio 1883, fu incaricato della cura pastorale itinerante di alcuni villaggi della regione di TurAbdin, dove aiutò gli abitanti a resistere alla miseria e visse povero egli stesso. Fu nominato vicario patriarcale di Mardin, mentre il 19 gennaio 1913venne consacrato vescovo di Gazarta (attuale Djézireh o Cizre). Due anni dopo, nel mezzo della persecuzione contro le minoranze cristiane attuata dal governo dell’Impero Ottomano, fu arrestato insieme ad alcuni notabili e capi religiosi cristiani. Fedele alla sua decisione di dare la vita per il suo popolo, rifiutò la proposta di convertirsi all’Islam per avere salva la vita.Con i suoi compagni di martirio, morì per fucilazione il 29 agosto 1915; i corpi vennero gettati nel fiume Tigri, presso il quale si era svolta l’esecuzione. Il processo diocesano per l’accertamento del suo martirio in odio alla fede si è svolto presso il Patriarcato Siro-Cattolico di Antiochia dall’8 aprile 2010 al 30 settembre 2012. L’8 agosto 2015 papa Francesco ha firmato il decreto che lo riconosceva ufficialmente come martire. La beatificazione si è svolta il 29 agosto 2015, a cent’anni esatti dalla sua uccisione, presso il convento di Nostra Signora della Liberazione ad Harissa, in Libano.



Ya‘qūbMelki (o Malke, secondo un’altra traslitterazione) nacque a Kalaat Mara, nei pressi di Mardin, nell’allora Impero Ottomano, nel 1858. Era originario di una famiglia nativa di Kharput, appartenente alla Chiesa monofisita siro-ortodossa (detta pure “giacobita”). Nel 1868, a dieci anni, venne mandato al monastero di Sant’Anania a Zaafarane, a cinque chilometri a est di Mardin, sede del Patriarcato ortodosso. Vi rimase per dieci anni, durante i quali dove studiò, oltre alla Teologia, le lingue siriaca, araba e turca. Fu ordinato diacono nel 1878; in seguito, divenne bibliotecario del monastero e insegnante.
In quella fase del suo percorso, comprese di dover aderire al cattolicesimo, anche mediante l’amicizia con padre Matta Abmarnakno, vicario patriarcale siro-cattolico di Mardin. I parenti furono decisamente contrari: suo fratello, per riportarlo in monastero, arrivò a legarlo e a trascinarlo con la forza. Lui, invece, si mantenne deciso in quella direzione: si recò in Libano, presso il Patriarcato cattolico, per completare la formazione in vista del sacerdozio. Entrò quindi nella Fraternità di Sant’Efrem, i cui membri professavano i tre voti di povertà, castità e obbedienza e s’impegnavano a lasciare un terzo dei loro beni alla Fraternità nel proprio testamento.
Fu ordinato sacerdote ad Aleppo il 13 maggio 1883. Oltre ad essere professore nel seminario diocesano di Mardin, fu incaricato di visitare i villaggi siro-ortodossi e russi nella regione rurale di TurAbdin, per cercare di condurli al cattolicesimo. Ogni tanto tornava a casa dai suoi familiari, che divennero col tempo cattolici anch’essi. Nel 1895, durante i massacri che funestarono la provincia di Diyarbakir, la sua chiesa e la sua abitazione furono saccheggiate e date alle fiamme; morirono anche molti suoi parrocchiani, compresaSaydé, sua madre.
Negli anni seguenti si diede, con alcuni collaboratori, alla ricostruzione dei villaggi e delle chiese, mentre continuava a seguire la formazione dei sacerdoti usciti dalla Chiesa giacobita.Per questo motivo il vescovo MarouthaBoutros lo nominò, nel 1897, suo vicario generale, incaricandolo della cura pastorale dei vicini villaggi. L’anno dopo, all’elezione di monsignor Efrem II Rahmani come Patriarca siro-cattolico, venne inviato a Kalaat Mara, il suo villaggio di nascita, per costruire una chiesa e una scuola primaria.
Dal 1902 fu inviato nella diocesi di Gazarta (attuale Djézireh o Cizre, in Turchia), dove si spese completamente per ricondurre i giacobiti alla fede cattolica: più di 500 fedeli, due vescovi e circa dodici preti aderirono alla sua predicazione. Senza curarsi delle mormorazioni degli altri giacobiti, scontenti delle conversioni, fece costruire nei villaggi chiese e scuole primarie, così che i bambini potessero apprendere anche il catechismo e i canti liturgici. Fondò anche delle confraternite e curò la ripresa della preghiera canonica del mattino e della sera.
Grazie alla sua opera, nel 1910 il patriarca Rahmani lo nominòvicario patriarcale di Mardin.Due anni dopo, riscontrato l’attaccamento dei fedeli nei suoi riguardi, chiese al Papa san Pio X di potergli conferire l’episcopato per la sede di Gazarta.
Il 19 gennaio 1913 fu quindi consacrato vescovo a Beirut, insieme al futuro Patriarca di Antiochia Ignazio Gabriele Tappouni, e aggiunse il nome di Flaviano a quello di Michele, che già portava.Per aiutare la sua gente a vincere la miseria, vendette perfino i propri paramenti sacri. Si mantenne fedele alla preghiera e alla predicazione, curando l’amicizia e il dialogo con i non cattolici.
Appena due anni dopo, il 24 aprile del 1915, il governo turco, che per la prima guerra mondiale si era alleato con la Germania, lanciò una vera e propria operazione di genocidio diretta contro armeni, assiri e greci, cioè le minoranze cristiane.
Nell’estate del 1915 monsignor Melki, che si trovava ad Azakh, si precipitò a tornare a Gazarta dopo aver sentito che i cristiani erano in pericolo: per salvarli dalla deportazione forzata, mise in campo tutte le sue risorse. Quando i rischi cominciarono a manifestarsi anche per i capi religiosi, minacciati e insultati dai militari, venne invitato dal capo della città e suo amico di vecchia data, Osman, a fuggire senza scorta e a rifugiarsi a Yézidis, una città vicina. La sua replica fu: «È impossibile abbandonare i miei fedeli per salvare me stesso. Ciò è contrario alla mia fede e al mio dovere di pastore».
Che le sue non fossero solo parole si comprese quando, verso la metà dell’agosto 1915, fu arrestato dalle autorità dell’Impero Ottomano insieme ad altri notabili cristiani, laici e sacerdoti, compreso il vescovo caldeo Philippe-Jacques Abraham. Anche nella prigione di Djezireh-ibn-Omar si adoperò per chi aveva accanto, consolando e invitando a perseverare nella fede.
L’indomani fu condotto di fronte a un tribunale militare: sopportò tenacemente le percosse che gli fecero quasi perdere conoscenza e gli insulti cui fu sottoposto. Quando però gli fu proposto di convertirsi all’Islam se volesse aver salva la vita, si rifiutò con determinazione. Anche gli altri prigionieri lo seguirono in quella professione di fede: per questo motivo, vennero condannati alla fucilazione, a gruppi di cinque.
A quel punto, insieme ai suoi compagni, fu messo in catene e condotto sulle rive del fiume Tigri, dove fu spogliato dei suoi abiti. Non molto dopo, partì la fucilazione, con la quale rese l’anima a Dio. Il suo corpo, con quelli degli altri, venne quindi posto sull’argine del Tigri e gettato nella corrente.
La sua fama di vescovo che condivise fino alla fine il martirio del popolo che gli era affidato ha condotto all’apertura del suo processo di beatificazione. Il nulla osta da parte della Santa Sede porta la data del 27 agosto 2003. L’inchiesta diocesana si è poi svolta presso il Patriarcato Siro-Cattolico di Antiochia dall’8 aprile 2010 al 30 settembre 2012.
L’8 agosto 2015, ricevendo il cardinal Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, papa Francesco ha firmato il decreto con cui monsignor Melki è stato ufficialmente dichiarato martire. La sua beatificazione si è svolta a cent’anni esatti dal suo martirio, alle 18.30 del 29 agosto 2015, presso il convento di Nostra Signora della Liberazione ad Harissa, in Libano. Il rito di beatificazione, alla presenza del cardinal Amato, si è svolto all’interno della Divina Liturgia presieduta da Sua Beatitudine Ignazio Giuseppe III Younan, Patriarca di Antiochia.

PREGHIERA UFFICIALE PER CHIEDERE L’INTERCESSIONE tradotta dal francese

Signore Gesù, tu hai rivelato al tuo servo, il Beato Flaviano Michele Melki, la fede della Chiesa, a cui ha aderito senza riserve. Gli hai ispirato il coraggio di annunciare senza sosta la Buona Notizia del Vangelo ai cristiani del Sud-Est della Turchia. L’hai sostenuto nelle persecuzioni e nelle prove, per l’unità della Chiesa siriaca.
Ti preghiamo, Signore Gesù, di accogliere la preghiera di coloro che t’invocano nel nome del tuo servo, il vescovo Michele, morto per il Tuo Amore.
Accorda ai cristiani d’Oriente la grazia di unirsi nella Fede e di formare un giorno, come tu hai voluto, «un solo gregge, sotto il bastone di un solo pastore». Confermali nell’unità e nella carità. Sostienili, Signore, nelle prove della vita. Rendili fedeli al tuo nome, al tuo Vangelo, e alla tua Chiesa, sull’esempio del nostro Beato che proclamò: «Verso il mio sangue per le mie pecore», per la gloria del tuo Santo Nome, nell’unità del Padre e dello Spirito Santo. Amen.

Autore: Emilia Flocchini

 


 

È un’autentica testimonianza di “ecumenismo del sangue” quella del vescovo Flavien Mikhaiel Melki, nato e cresciuto nella Chiesa sira-ortodossa e morto in comunione con la Chiesa siro-cattolica. Fu ucciso in odio alla fede nel 1915, durante il governo dei “Giovani turchi”.
Il martire — che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, beatifica in rappresentanza di Papa Francesco sabato 29 agosto, a Daroun-Harissa, in Libano — nacque nell’anno 1858 nel piccolo villaggio di Vilayet de Mardine, a nord-est della Grande Siria (attualmente in Turchia), chiamato Kalaat Mara, in seno a una famiglia profondamente cristiana appartenente alla Chiesa siro-ortodossa. All’età di dieci anni fu inviato dal padre a studiare presso la scuola del vicino monastero di Zaafarane, sede del Patriarcato siro-ortodosso. A vent’anni fu ordinato diacono e gli venne affidato il ruolo di bibliotecario del monastero.
Fu proprio in quegli anni che, arricchendo sempre di più le sue conoscenze, in particolare con lo studio delle opere dei padri della Chiesa orientale, decise di aderire al cattolicesimo. Coraggiosamente lasciò il monastero e, dichiarata apertamente la sua fede, si recò in Libano, presso il patriarcato siro-cattolico di Charfé, dove oggi si celebra la sua beatificazione. Entrò nella fraternità di Sant’Efrem ed emise i voti religiosi. Qui completò gli studi e fu ordinato sacerdote il 13 maggio del 1883, nella cattedrale di Aleppo. Subito il giovane presbitero si distinse per il suo profondo zelo, unito a una straordinaria umiltà e a una pronta obbedienza. Per queste qualità fu scelto ben presto per importanti incarichi, come quello di professore del seminario di Mardine e di missionario itinerante presso diversi villaggi giacobiti (siri-ortodossi) e armeni della diocesi di Diyarbakir (la Grande Siria), tutte località in cui nessun cristiano sarà risparmiato dalla persecuzione del 1915.
Si occupò dei bisogni spirituali e materiali dei cattolici residenti in quei luoghi, donando tutto se stesso e rivolgendosi soprattutto al prossimo più bisognoso. Si distinse per l’attività apostolica condotta sempre nel silenzio e nella modestia. Nel 1895 accettò la nomina di vicario episcopale, portando nel cuore la coraggiosa testimonianza di sua madre, uccisa in quei giorni per aver rifiutato di aderire all’islam. Dopo che Pio x autorizzò la sua nomina a vescovo della regione di Djezireh-ebn-Omar, fu ordinato vescovo il 19 gennaio 1913, nella cattedrale di Saint George di Beirut.
È impressionante la fecondità della sua attività sacerdotale ed episcopale. Viveva in estrema povertà e arrivò anche a vendere i suoi paramenti liturgici per aiutare i poveri di qualsiasi fede e combattere contro la miseria. Nonostante i pochi mezzi posseduti, si impegnò tenacemente nella riparazione e nella costruzione di molteplici chiese, nell’edificazione di scuole per bambini e giovani, nella formazione dei sacerdoti. Donò tutto se stesso realizzando in concreto la testimonianza del buon pastore che si preoccupa continuamente del bene del suo gregge, in particolare dei più bisognosi, e lotta con tutte le forze contro l’oppressione dei più deboli.
Durante il primo conflitto mondiale, si oppose con forza al governo dei «Giovani turchi», i quali avevano intrapreso una terribile ed atroce persecuzione contro il popolo siro-armeno, una persecuzione che si riversò su tutti i cristiani residenti nei territori di quella zona. Ne fu vittima, insieme ai suoi fedeli, anche il nuovo beato, il quale rifiutò categoricamente la proposta di aver salva la vita fattagli da un amico musulmano e, senza farsi sopraffare dagli eventi, con fermezza rimase accanto al suo popolo, incoraggiando continuamente tutti a rimanere fermi e saldi nella propria fede.
Nell’estate del 1915 fu arrestato come capo della sua comunità e condotto nella prigione di Djezireh-ibn-Omar. Abbandonato completamente al volere divino, visse il suo ministero di padre e pastore anche durante la reclusione, prigioniero con altri prigionieri cristiani. Continuò a celebrare l’Eucaristia e il sacramento della confessione, arrivando a impartire anche la benedizione papale con annessa indulgenza plenaria, in quanto autorizzato dalla Santa Sede a fare ciò per tre volte l’anno.
Come la maggior parte dei prigionieri, fu sottoposto a un interrogatorio in cui gli venne proposto di convertirsi e avere salva la vita. Prima rimase in silenzio, poi, per dimostrare senza equivoco la sua appartenenza a Cristo, manifestò chiaramente l’opposizione a tale richiesta. Il 29 agosto 1915, legato mani e piedi, fu brutalmente e ferocemente picchiato, quindi fu ucciso a colpi di fucile. Il suo corpo martoriato venne gettato nelle acque del fiume Tigri, insieme ai resti di altri condannati.
Per la Chiesa siro-antiochena questa beatificazione è la prima che avviene dopo il solenne riconoscimento del primato di Pietro e la ricostituzione della comunione ecclesiale con Roma, avvenuta nel 1781. Non si tratta solo di un importante riconoscimento della santità eroica di un vescovo martire, ma anche di un omaggio reso a tutti i martiri cristiani che hanno donato la loro vita per Cristo e un incoraggiamento per coloro che soffrono ancora oggi la persecuzione a causa di Cristo, specialmente i cristiani in Iraq e in Siria.


Autore:
Rami Al Kabalan - Postulatore


Fonte:
Osservatore Romano

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Aggiunto/modificato il 2015-09-05

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