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Fra Salvatore da Albino (Fortunato Fassi) Religioso cappuccino

Festa: Testimoni

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Albino, Bergamo, 28 giugno 1872 – Alto Alegre, Brasile, 13 marzo 1901

Fortunato Fassi, nativo di Albino in provincia di Bergamo, entrò tra i Frati Minori Cappuccini come fratello laico: vestì il saio nel 1892 e due anni dopo partì per la missione di Alto Alegre, in Brasile. Laborioso e umile, coordinava il lavoro degli indios aggregati alla colonia agricola di San Giuseppe della Provvidenza. Rimase ucciso nel massacro compiuto da indios di varie tribù il 13 marzo 1901, nel quale perirono anche tre sacerdoti Cappuccini, sette suore Cappuccine di Madre Rubatto e due Terziari francescani, oltre a più di 250 fedeli. I resti mortali di quelli che sono diventati noti come i “martiri di Alto Alegre” (ossia i Cappuccini, le suore e i due collaboratori laici) sono stati traslati nella nuova chiesa di Barra do Corda, costruita nel 1951, a cinquant’anni dal massacro.



Fortunato Fassi nacque ad Albino, in provincia e diocesi di Bergamo, il 28 giugno 1872. Entrò nel noviziato dei Frati Minori Cappuccini dopo aver prestato servizio militare: vestì il saio nel 1892, cambiando nome in fra Salvatore da Albino, e rimase fratello laico.
Nel dicembre 1894 partì dall’Italia, compreso nella spedizione missionaria che raggiunse, dopo un mese di viaggio, a São Luis do Maranhão. Entrò nella comunità della colonia agricola di San Giuseppe della Provvidenza (São José da Providencia), inaugurata il 1° giugno 1896: si occupava di coordinare l’attività lavorativa degli indios che vivevano nella colonia. Lui per primo era un gran lavoratore, seppur molto umile.
Furono molti i rischi che dovette correre, a cominciare da quelli di attentati da parte degli indios, passando per le malattie e i problemi di salute. Ad esempio, il 28 ottobre 1899, fra Salvatore era gravemente ammalato, tanto da dover ricevere gli ultimi Sacramenti.
A quel punto, il superiore della missione, padre Celso da Uboldo, andò nella chiesetta della Missione, espose il Santissimo Sacramento e pregò per tre ore di fila, offrendo la propria vita per la guarigione del confratello, di cui era molto amico. In capo a tre giorni, fra Salvatore diede qualche segno di ripresa, ma padre Celso si mise a letto dalla sera del 1° novembre, per non rialzarsi più: morì nel pomeriggio dell’11 novembre 1899.
Intanto, però, il malcontento degli indigeni verso i missionari non veniva meno. Il 13 marzo 1901, verso le cinque del mattino, la missione di San Giuseppe della Provvidenza fu attaccata da un gruppo di indios armati. Alla loro guida, Joao Manoel Pereira Dos Santos, detto Capitano Caboré, la cui concubina era stata espulsa dalla missione.
Secondo la ricostruzione ricavata dalle testimonianze pubblicate nel 1908 da padre Bartolameo da Monza, fra Salvatore si trovava insieme a padre Rinaldo da Paullo e a quattro suore Cappuccine di Madre Rubatto, addette alla cura delle bambine indigene con altre tre consorelle. All’udire il tumulto si nascosero, ma gli indigeni li scoprirono: sfondarono una porta e li uccisero con tutte le armi che avevano a disposizione.
I cadaveri furono gettati nella cisterna dell’istituto femminile. Quello di fra Salvatore, insieme a quello della Terziaria Carlota Bizerra, vedova e collaboratrice delle suore, non fu ritrovato immediatamente, ma in seguito venne recuperato anch’esso. In totale perirono più di 250 fedeli.
I resti mortali di quelli che sono diventati noti come i “martiri di Alto Alegre” (ossia i Cappuccini, le suore e i due collaboratori laici) sono stati traslati nella nuova chiesa di Barra do Corda, costruita nel 1951, a cinquant’anni dal massacro.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2017-09-17

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