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Servo di Dio Alcide Lazzeri Sacerdote e martire

Festa: .

Chitignano, Arezzo, 17 settembre 1887 - Civitella in Val di Chiana, Arezzo, 29 giugno 1944

Don Alcide Lazzeri, arciprete di Civitella in Val di Chiana (Arezzo), ed il seminarista Giuseppe Pasqui furono uccisi dai tedeschi il 29 giugno 1944, insieme a 149 parrocchiani, in gran parte rastrellati in chiesa e strappati alla Messa che l’arciprete sta celebrando, nella festa dei santi Pietro e Paolo. I soldati irrompono nella chiesa nel mezzo della Messa, con le armi spianate e dalla predella dell’altare comandano ai fedeli di sgomberare. Le donne vengono allontanate con brutalità e gli uomini vengono riuniti nella piazza, mentre l’arciprete cerca di rincuorare tutti con la sua benedizione. Invano si offre alla morte per salvare gli altri. Le raffiche di mitra abbattono i condannati a cinque a cinque e tra questi il prete ed il giovane seminarista. I lanciafiamme distruggono quello che le armi non hanno colpito. Un altro sacerdote, don Daniele Tezzi, sopravvive alle raffiche. Tra gli scampati anche Luciano Giovannetti, che sarà vescovo di Fiesole e che allora era un chierichetto di Civitella. Per don Alcide la diocesi di Arezzo in data 29 giugno 2019 ha avviato la causa di beatificazione per attestarne il martirio.



Il 29 giugno 1944 a Civitella Val di Chiana provò a salvare la sua comunità dalla furia dei soldati: fu il primo ad essere fucilato. Quel giorno morirono 244 persone. Adesso l’arcivescovo Riccardo Fontana ha aperto il processo «super martyrio».
Il mio popolo è innocente!», con queste parole don Alcide Lazzeri offrì la propria vita alla furia omicida del commando nazista per salvare l’intera comunità di Civitella Val di Chiana, di cui era parroco. Non fu ascoltato. E fu il primo ad essere ucciso.
Era il 29 giugno 1944, solennità dei santi Pietro e Paolo, e don Lazzeri, 57 anni, nativo di Chitignano in Casentino, aveva appena concluso la celebrazione eucaristica delle 7, quando quattro soldati irruppero in chiesa ordinando a tutti i fedeli di uscire.
«Era evidente che si trattava di una rappresaglia perché il 18 giugno i partigiani avevano ucciso in paese tre tedeschi, che lo stesso don Lazzeri, dopo averne ricomposte le salme, seppellì cristianamente» ricorda mons. Luciano  Giovannetti, vescovo emerito di Fiesole, all’epoca dei fatti non ancora decenne e che don Alcide, assieme ad altri due bambini, aveva voluto con sé come chierichetti durante la Messa.
«Il paese già stava bruciando. C’era rumore fuori dalla chiesa, trambusto» continua il vescovo Luciano. «Dopo la Messa, don Alcide aveva invitato tutti a recitare il Rosario. Quando la porta si spalancò e uno dei militari si mise a gridare "Tutti fuori", don Lazzeri si presentò ai soldati e disse: "Sono io il responsabile di quanto è accaduto. Uccidete me e lasciate libero il mio popolo"».
Sono trascorsi settantacinque anni da quello che è passato alla storia come l’Eccidio di Civitella che coinvolse anche le località di Cornia e di San Pancrazio di Bucine, compiuto il 29 giugno 1944 dalla divisione Hermann Göring in ritirata e, oggi come allora, i pochi testimoni, superstiti a quello scempio, hanno ancora davanti agli occhi l’orribile carneficina che costò la vita a 244 persone.
«I nazisti fecero uscire i fedeli a gruppi di cinque e don Alcide, in testa al primo gruppo, continuò a professare l’innocenza del suo popolo, implorando di essere ucciso lui e di liberare tutti gli altri» racconta Ida Balò Valli, presidente dell’associazione «Civitella ricorda». «Rendendosi conto che non vi era più speranza, impartì l’assoluzione generale a tutti presenti e fu il primo ad essere trucidato, seguito poi da quasi tutti i prigionieri. I nazisti mostrarono il loro odio alla fede anche profanando le Sacre Specie custodite nel tabernacolo e calpestando la corona del Rosario del seminarista Giuseppe Pasqui, anch’egli trucidato».
«La strage, che spezzò la vita a molte persone, non riuscì a spezzare il ricordo di quel sacerdote, morto con i fedeli a lui affidati, che per loro si era immolato. La sua fama di martirio è viva ancora oggi in questa Diocesi e mi ha spinto ad iniziare una causa di beatificazione e canonizzazione, che possa dare alla chiesa questo esempio di testimonianza evangelica» sottolinea il vescovo di Arezzo-Cortona-Sansepolcro, mons. Riccardo Fontana.
Così, a distanza di settantacinque anni da quel tragico giorno che ha segnato per sempre la memoria del piccolo comune della Valdichiana, mons. Riccardo Fontana, dopo averne ricevuto licenza dalla Conferenza Episcopale e dalla Santa Sede - proprio nella chiesa che fu il triste teatro di uno dei momenti più bui della Seconda guerra mondiale in Italia -, lo scorso sabato 29 giugno, ha aperto il processo super martyrio in ordine alla Beatificazione di don Alcide Lazzeri, con la costituzione degli Officiali dell’Inchiesta (Canonico Carlo Volpi, delegato episcopale, don Luigi Buracchi, promotore di giustizia e Paola Galvan, notaio), chiamati a raccogliere tutte le prove riguardanti la Causa al fine della migliore istruzione della stessa.
Fra i primi a deporre nel processo canonico anche il vescovo emerito di Fiesole, che a Civitella nacque il 26 luglio 1934: «Ancora sogno quello che accadde. La sofferenza è sempre la stessa. Ci siamo salvati perché la mamma, che era alla Messa, mi prese per mano e fuggimmo nell’orto della canonica. Usciti, abbiamo visto i primi cadaveri in strada. Ci siamo nascosti dietro le mura che circondano Civitella, nella macchia. Dietro a noi, grida, fischio dei proiettili e morte» ricorda il vescovo Luciano. «Sono molto grato al vescovo Riccardo, e con me l’intera comunità di Civitella, per aver voluto dare avvio al processo di canonizzazione di don Alcide Lazzeri. Devo la mia vocazione sacerdotale a lui. Si dice che il sangue dei martiri porta frutti: ecco, il mio ministero, prima presbiterale e poi episcopale, è uno dei frutti della santità eroica del mio arciprete, don Alcide Lazzeri, che offrì se stesso per salvare l’intera comunità che gli era stata affidata».
Tra i presenti, a Civitella, anche l’ambasciatore della Repubblica Federale di Germania in Italia, Viktor Elbling, che ricordando l’Eccidio, ha detto: «75 anni dopo la terribile strage nazista del 29 giugno 1944 mi inchino dinanzi alle vittime e ringrazio con profonda commozione i cittadini di Civitella per non aver scelto la strada dell’odio e dell’amarezza ma quella della riconciliazione, con lo sguardo rivolto al futuro. L’esempio di don Lazzari ci insegna anche questo».


Autore:
Elisabetta Giudrinetti


Fonte:
www.toscanaoggi.it

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Aggiunto/modificato il 2019-07-30

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