Giuseppe Maria Casademont Vila nacque il 12 marzo 1915 a Sant Feliu de Pallerols, piccolo centro della comarca della Garrotxa, nella provincia di Girona. Il paese, immerso tra le montagne della Catalogna interna, conservava agli inizi del Novecento una forte identità religiosa e rurale, nella quale la vita della parrocchia scandiva il ritmo dell'intera comunità. La famiglia Casademont apparteneva a questo ambiente profondamente cattolico. I genitori educarono il figlio alla pratica religiosa, alla partecipazione ai sacramenti e alla devozione mariana, elementi che contribuirono precocemente alla maturazione della sua vocazione. Le testimonianze raccolte durante il processo di beatificazione descrivono Giuseppe Maria come un ragazzo equilibrato, riservato, disponibile verso tutti e dotato di una naturale inclinazione alla preghiera.
La vocazione missionaria Durante gli anni dell'adolescenza maturò il desiderio di consacrare la propria vita a Dio nella Congregazione fondata da sant'Antonio Maria Claret. I Missionari Clarettiani erano allora una delle congregazioni missionarie più dinamiche della Chiesa. Accanto all'evangelizzazione popolare svolgevano un'intensa attività educativa, editoriale e culturale, formando sacerdoti destinati sia alle missioni estere sia all'apostolato nelle diocesi spagnole. Entrato nel seminario della Congregazione, Giuseppe Maria percorse con regolarità le tappe della formazione religiosa. I superiori notarono la sua serietà, l'obbedienza e la capacità di vivere fraternamente con gli altri studenti. Le cronache della Congregazione lo ricordano come un giovane di carattere mite, poco incline a mettersi in mostra, ma costante nello studio e nella vita spirituale.
Gli anni della formazione clarettiana Negli anni Trenta la formazione dei giovani clarettiani prevedeva un intenso programma di studi filosofici e teologici, unito a una rigorosa disciplina comunitaria. Giuseppe Maria assimilò progressivamente il carisma trasmesso da sant'Antonio Maria Claret, fondato sull'annuncio del Vangelo, sull'amore per la Sacra Scrittura, sulla devozione al Cuore Immacolato di Maria e sulla disponibilità a partire per qualsiasi missione affidata dalla Chiesa. Non risultano incarichi particolari né episodi straordinari durante questo periodo. La sua santità maturò soprattutto nella fedeltà quotidiana ai piccoli doveri della vita religiosa. I confratelli ricordarono la sua puntualità, la serenità nei rapporti comunitari e una sincera disponibilità al servizio.
La Spagna verso la guerra civile Gli ultimi anni della Seconda Repubblica spagnola furono segnati da una crescente radicalizzazione politica e sociale. Il clima di forte contrapposizione ideologica coinvolse anche la Chiesa cattolica, considerata da molti gruppi rivoluzionari come un simbolo dell'ordine tradizionale da abbattere. In varie regioni si moltiplicarono episodi di violenza contro edifici religiosi, conventi e sacerdoti. La Catalogna, dove Giuseppe Maria stava completando la formazione, visse con particolare intensità questo progressivo deterioramento della convivenza civile. I religiosi erano consapevoli dei rischi crescenti, ma continuarono normalmente la vita comunitaria, confidando che la situazione potesse ancora essere ricondotta alla normalità.
L'inizio della persecuzione Il fallimento del colpo di Stato del luglio 1936 in molte aree della Catalogna lasciò rapidamente il controllo del territorio alle milizie rivoluzionarie. Fin dai primi giorni iniziò una sistematica persecuzione contro sacerdoti, religiosi e religiose. Conventi e seminari vennero occupati, incendiati oppure requisiti. Molti religiosi furono costretti ad abbandonare l'abito e a cercare rifugio presso amici o parenti. Anche la comunità clarettiana alla quale apparteneva Giuseppe Maria fu dispersa. I superiori decisero di sciogliere temporaneamente la comunità nella speranza che i giovani religiosi riuscissero a salvarsi.
La scelta della fedeltà Pur avendo la possibilità di nascondersi e tentare la fuga, Giuseppe Maria non rinnegò mai la propria identità religiosa. Come molti altri giovani clarettiani, continuò a vivere con serenità la propria consacrazione, senza cedere alla paura né cercare compromessi incompatibili con la fede professata. Le testimonianze concordano nel descrivere quei giorni come un tempo di intensa preparazione spirituale. I religiosi si confessarono, parteciparono quando possibile all'Eucaristia e si prepararono interiormente all'eventualità del martirio. Per Giuseppe Maria, ancora lontano dall'ordinazione sacerdotale, quella fedeltà rappresentò il compimento della propria vocazione missionaria: offrire la vita per Cristo prima ancora di poter annunciare il Vangelo nelle missioni cui aspirava.
L'arresto Nei giorni immediatamente successivi allo scoppio della guerra civile, la situazione dei religiosi in Catalogna divenne estremamente precaria. Le milizie rivoluzionarie procedevano alla ricerca sistematica di sacerdoti, seminaristi e membri degli ordini religiosi, considerati avversari ideologici e identificati con la Chiesa cattolica. Dopo lo scioglimento della comunità clarettiana, Giuseppe Maria Casademont Vila cercò, come molti confratelli, di sottrarsi alle ricerche trovando ospitalità presso persone fidate. Le fonti non consentono di ricostruire con precisione tutti i suoi spostamenti durante quei giorni convulsi; è tuttavia certo che venne riconosciuto come religioso e catturato dalle milizie anticlericali. Le testimonianze raccolte dopo la guerra concordano nell'affermare che non oppose resistenza e affrontò l'arresto con grande serenità. Non cercò di nascondere la propria identità né di rinnegare la vocazione religiosa per salvarsi la vita. Questo atteggiamento, comune a molti giovani clarettiani, costituirà uno degli elementi fondamentali presi in considerazione durante l'istruzione della causa di beatificazione.
Il martirio La mattina del 26 luglio 1936, Giuseppe Maria Casademont Vila fu condotto nei pressi di Lleida, dove venne fucilato insieme ad altri confratelli. Aveva soltanto ventuno anni. La Chiesa riconosce la sua morte come autentico martirio in odium fidei, cioè causato dall'odio verso la fede cristiana. Non si trattò quindi di una vittima casuale degli scontri armati della guerra civile, ma di un religioso eliminato in quanto appartenente alla Chiesa cattolica. Come avvenne per molti altri martiri della persecuzione spagnola, non sono giunti fino a noi lunghi discorsi o testimonianze dettagliate delle sue ultime ore. La scarsità delle fonti è spiegabile con il clima di violenza di quei giorni, durante i quali le esecuzioni avvenivano spesso rapidamente e senza alcun processo. Rimane però ben documentata la costante disponibilità con cui Giuseppe Maria aveva affrontato la possibilità del sacrificio supremo nei giorni precedenti l'arresto. Il suo martirio conclude una vita breve, ma interamente orientata verso la consacrazione missionaria.
I 109 Martiri Clarettiani Giuseppe Maria appartiene al gruppo dei 109 Missionari Clarettiani uccisi durante la persecuzione religiosa del 1936. La quasi totalità era composta da giovani studenti di filosofia e teologia che non avevano ancora ricevuto l'ordinazione sacerdotale. Questo dato costituisce uno degli aspetti più significativi della loro testimonianza. Molti avevano meno di venticinque anni e alcuni non avevano ancora compiuto vent'anni. Erano religiosi in formazione, privi di incarichi pubblici o responsabilità politiche, accomunati esclusivamente dalla scelta della vita consacrata. La Congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria fu una delle famiglie religiose maggiormente colpite dalla persecuzione anticristiana in Spagna. Il sacrificio di questi giovani religiosi contribuì profondamente all'identità spirituale dell'Istituto, che ancora oggi li considera modelli di fedeltà al Vangelo e al carisma di sant'Antonio Maria Claret.
Il riconoscimento del martirio Terminata la guerra civile, la Congregazione Clarettiana iniziò a raccogliere documenti, testimonianze e relazioni riguardanti i confratelli uccisi. Il lavoro storico si protrasse per molti decenni. La Chiesa esaminò attentamente le circostanze della morte di ciascun religioso, verificando che fosse realmente avvenuta per odio alla fede e non per motivazioni esclusivamente politiche o militari. Nel caso di Giuseppe Maria Casademont Vila le testimonianze confermarono con sufficiente certezza che egli venne ucciso unicamente in quanto religioso clarettiano. Questo permise il riconoscimento ufficiale del martirio.
La beatificazione Il 21 ottobre 2017, a Barcellona, ebbe luogo la solenne beatificazione dei 109 Martiri Clarettiani. La celebrazione fu presieduta dal cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, quale legato di Papa Francesco. Nel decreto di beatificazione la Chiesa ha riconosciuto che questi religiosi affrontarono la morte perdonando i persecutori e mantenendo integra la fedeltà a Cristo. Per i martiri non è richiesto il riconoscimento di un miracolo attribuito alla loro intercessione, poiché il martirio stesso costituisce la suprema testimonianza della fede. Da quel momento Giuseppe Maria Casademont Vila è venerato con il titolo di Beato. La sua memoria liturgica ricorre il 26 luglio, anniversario del martirio.
I Martiri Clarettiani del 1936 Il Beato Giuseppe Maria Casademont Vila appartiene alla vasta schiera dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria che pagarono con la vita la fedeltà alla propria vocazione durante la guerra civile spagnola. Tra il luglio del 1936 e i mesi successivi la Congregazione Clarettiana subì una delle più gravi persecuzioni della sua storia. Furono uccisi sacerdoti, diaconi, fratelli coadiutori, studenti di filosofia e teologia e numerosi giovani professi. Molti non avevano ancora ricevuto l'ordinazione sacerdotale e alcuni erano poco più che adolescenti. Le diverse cause di beatificazione istruite nel corso del Novecento hanno portato al riconoscimento di centinaia di martiri clarettiani, appartenenti a differenti comunità della Spagna. Il gruppo dei 109 Martiri Clarettiani, beatificato nel 2017, rappresenta una parte significativa di questa testimonianza collettiva.
Il contesto della persecuzione religiosa La morte di Giuseppe Maria non può essere compresa senza il contesto della persecuzione anticristiana scoppiata all'inizio della guerra civile spagnola. Fra il 1936 e il 1939 migliaia di ecclesiastici furono uccisi, mentre numerose chiese, monasteri e conventi vennero incendiati o confiscati. Gli storici distinguono sempre tra il conflitto politico-militare della guerra civile e la persecuzione religiosa che si sviluppò parallelamente in numerose zone controllate dalle milizie rivoluzionarie. Nel caso dei martiri riconosciuti dalla Chiesa, l'elemento decisivo è costituito dalla dimostrazione che la morte fu provocata dall'odio verso la fede cristiana e non da motivazioni politiche personali. Per questo motivo il riconoscimento ecclesiale riguarda esclusivamente la testimonianza religiosa dei singoli martiri. Autore: Giampietro Cattini
Josep Maria Casademont Vila nacque a Sant Feliu de Pallarols, nella regione di La Garrotxa, il 12 marzo 1915, da Josep, il fabbro del villaggio che aveva brevettato un aratro rotante, e Teresa, una donna molto religiosa. La famiglia era composta dai genitori e da sei figli: Josep, Bonaventura, Jaume, Ramon, Lluís e María.
Josep Maria Casademont Vila fu battezzato da don Gabriel Charles il 15 dello stesso mese e anno, ricevendo i nomi di Josep Ignasi Bartomeu.
Il 13 settembre 1916 ricevette il sacramento della confermazione dalle mani del vescovo Francesc de Paula Mas Oliver.
Nell'estate del 1926 entrò nel seminario dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, detti Clarettiani dal nome del fondatore, sant’Antonio Maria Claret, a Cervera insieme al suo futuro compagno di martirio Francesc Xavier Amargant.
Ha studiato scienze umane per due anni a Barbastro e altri due, dal 1928 a Cervera.
Josep Maria Casademont Vila fece la sua professione religiosa a Vic, il giorno 15 agosto 1931.
De Vic andò a Solsona per studiare filosofia dall'agosto 1931 al 1934.
Non era brillante negli studi, ma con grande perseveranza e applicazione ottenne dei buoni risultati.
Nel 1934 iniziò a studiare teologia a Solsona e il 26 agosto 1935 andò a Cervera per continuare la teologia.
Oltre a preoccuparsi per la propria formazione, Josep Maria s’impegnò per la propaganda delle missioni, scrivendo numerosi articoli interessanti sul giornale “The Missionary”.
In tutti questi anni di formazione, i superiori e i colleghi riconoscono in Josep Maria un modello di studente clarettiano, esemplare figlio del Cuore di Maria.
Esemplari le sue parole scritte a Solsona il 12 agosto 1932:
“La devozione al Cuore di mia Madre deve essere il mio desiderio; il mio respiro, la mia vita; il mio tutto deve essere questo Cuore senza pari. In esso chiederò a mia Madre di tenere un piccolo angolo dove posso dimorare, dove posso pregare, respirare, vivere al sicuro dai trucchi dei miei nemici, un posto, quanto è spazioso introdurre in esso tutti i cuori umani dove riposare sempre al sicuro e calmo Il mio cuore povero, debole e miserabile. Proverò a praticare la vita dell'intimità con mia Madre, per Lei e con Lei andrò da Gesù”.
E, il tempo della testimonianza arrivò quel giorno, 26 luglio 1936 insieme ai suoi 13 compagni e a padre Manuel Jové.
L'idea del martirio non era una novità per lui; infatti, tra le grazie che aveva chiesto nel dicembre 1928 c'era anche il "Santo Martirio".
Nel monastero mercedario di San Ramon, quando l’intera comunità, a causa della rivoluzione venne cacciata da Cervera, egli fece la sua professione perpetua insieme a Senén López Cotz.
Subito dopo la comunità si avviò verso Mas Claret, una fattoria a sette chilometri da Cervera, già luogo di vacanze per i Missionari. Arrivati a destinazione, un gruppo, con padre Manuel Jové Bonet, si diresse a Vallbona de les Monges, villaggio natale di quest’ultimo.
Al tramonto giunsero a Giunti a Montornés, dove furono bene accolti e poterono sfamarsi. Il mattino seguente, passando per Guimerà, decisero di andare a coppie, ma il progetto non servì: i giovani furono catturati mentre si stavano riposando.
Anche Padre Jové, si consegnò al Comitato rivoluzionario di Ciutadilla, dov’erano stati imprigionati i giovani fra cui Josep Maria.
Alle otto di mattina di domenica 26 luglio, furono caricati su un camion furono legati ai polsi e ai piedi, a due a due. Dopo un paio d’ore di viaggio, che i religiosi trascorsero in preghiera e meditazione, furono slegati ai piedi e condotti presso il cimitero di Lerida, dove furono tutti fucilati.
Quella mattina anche Josep Maria Casademont Vila venne ucciso, insieme a padre Manuel Jové e i suoi 13 compagni.
Il 21 dicembre 2016, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui Josep Maria Casademont Vila e i suoi 108 compagni e confratelli sono stati riconosciuti martiri in odio alla fede cattolica.
La loro beatificazione è stata celebrata il 21 ottobre 2017, nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona.
La memoria liturgica di tutto il gruppo dei martiri della congregazione clarettiana, è stata fissata nel giorno 1 febbraio. Noi in questo sito li ricordiamo il 26 luglio, giorno del loro martirio.
Autore: Mauro Bonato
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