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Emanuele Delaunet Fanciullo

Festa: Testimoni

20 novembre 1970 - 27 settembre 1983


In una famiglia cristiana della regione parigina, il 20 novembre 1970, viene alla luce un bambino che sarà battezzato con il nome di Emanuele. Un fratello, Vincenzo, ed una sorella, Anna, lo hanno preceduto. La nascita provoca un tripudio di gioia in tutta la famiglia. Il babbo, Signor D., si reca tutte le sere alla maternità, dove riposano i suoi due tesori: la mamma e Emanuele; e, ogni volta, la stessa felicità, sempre nuova, si ripete.

«Non sa poppare»

Tre giorni dopo, il Signor D. si affretta alla volta della clinica, con un mazzo di fiori. Il cuore accelera i battiti, proprio come la prima volta. Eccolo sulla soglia della stanza. Ma lì, è come inchiodato sul posto: dal letto, la moglie gira verso di lui un volto inondato di lacrime. Le si precipita accanto. Essa lo guarda fissamente, gli tende le braccia, con la voce strozzata dal pianto, balbetta: «Nostro figlio non è normale!» Istintivamente, lo sguardo del padre si dirige verso la culla in cui è adagiato il neonato, che dorme profondamente. «Non vedo nulla di anormale; te l'ha detto qualcuno? chiede alla moglie. – No, nessuno; ma lo so, lo sento, non si muove, non piange, non sa poppare».
I coniugi rimangono insieme per tutto il pomeriggio, accanto al bambino. Il giorno seguente, la Signora D. si decide a farlo esaminare da un pediatra. Lo specialista interroga benevolmente la moglie, poi il marito, e comincia con molta calma una visita del piccolo, lunga e meticolosa. L'attesa è un supplizio per i genitori. Finalmente, il medico gira verso di essi uno sguardo pieno di amicizia, di carità. Commenta con delicatezza la propria diagnosi, prima di giungere alla conclusione: «Vostro figlio non sarà come gli altri». Con estrema dolcezza, apprende loro che Emanuele è affetto da trisomia 21..., è «mongoloide». La prima intuizione della mamma era giusta.

Gli vorremo bene come agli altri!

Il Signor D. deve informare la famiglia. Di ritorno a casa, trova i nonni, gli zii, le zie di Emanuele, che sono venuti per avere notizie. Egli non riesce a contenere le lacrime e balbetta: «mongoloide». La costernazione è generale. Poi, ci si riprende, e la stessa frase spunta su tutte le labbra: «Gli vorremo bene... come agli altri». «Gli altri», Vincenzo ed Anna, sono anch'essi presenti, e sono perfettamente d'accordo: «Sì, gli vorremo bene, sì, gli vorrò bene!»
«Gli vorremo bene!» Risposta meravigliosa, che è luce per il nostro mondo. L'atteggiamento cristiano della famiglia di Emanuele contrasta con il rigetto, tanto frequente ahimè! nelle nostre società, del figlio minorato, inadatto – si ritiene – ad essere felice ed a rendere felici gli altri. Papa Giovanni Paolo II constata a questo proposito: «Ci troviamo di fronte ad una realtà caratterizzata dalla preponderanza di una cultura contraria alla solidarietà, che si presenta in molti casi come una vera e propria «cultura di morte»... A causa della sua malattia, della sua menomazione, colui che compromette il benessere o le abitudini di vita di coloro che sono più vantaggiati, tende ad esser considerato come un nemico da cui ci si deve difendere o che bisogna eliminare. Si scatena in questo modo una specie di cospirazione contro la vita» (Enciclica Evangelium vitæ, 12). Il rifiuto di accogliere e di lasciar vivere quelli che ci intralciano (il bambino concepito ma «non desiderato», la persona minorata, o anziana, l'ammalato allo stadio terminale...) manifesta una profonda ignoranza del valore di ogni vita umana.
Perchè ogni vita umana costituisce un bene? La Sacra Bibbia fornisce, fin dalle prime pagine, una risposta energica e ammirabile a questa domanda. La vita che Dio dà all'uomo è diversa e distinta da quella di qualsiasi altra creatura vivente. Solo la creazione dell'uomo è presentata come il frutto di una decisione speciale da parte di Dio: al termine dell'opera della creazione del mondo, Egli decreta solennemente: Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza (Gen. 1, 26). È conferita all'uomo un'elevatissima dignità, le cui radici si immergono nel legame intimo che lo unisce al suo Creatore: risplende nell'uomo un riflesso della realtà stessa di Dio (cf. Evangelium vitæ, 34). Tale riflesso non è cancellato dalla menomazione mentale.

Non ti dimenticherò mai!

Poichè è ad immagine di Dio, unico fra tutte le creature visibili ad essere dotato di intelligenza e di volontà libera, l'uomo è capace di conoscere e di amare il proprio Creatore. È chiamato ad entrare in comunicazione personale d'amore con Lui, anche se, per un certo tempo, o addirittura per tutta la vita terrena, tale relazione è resa difficile o misteriosa. «Proviamo a capire quanto sia tenero l'amore di Dio, diceva Madre Teresa di Calcutta. Poichè Lui medesimo dice nella Sacra Scrittura: Anche se una madre potesse dimenticare suo figlio, io non potrò dimenticarti. Ecco, ti ho inciso sulla palma della mia mano (cf. Is. 49, 15-16). Quando ti senti solo, quando ti senti respinto, quando sei ammalato e dimenticato, ricordati che per Lui sei prezioso. Hai una grande importanza per Lui».
L'importanza di ogni persona per Dio ci è manifestata ancora di più attraverso l'opera della Redenzione, il riscatto dei peccati: In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati (1 Giov. 4, 10). «Contemplando il sangue prezioso di Cristo, il credente impara a riconoscere e ad apprezzare la dignità quasi divina di ogni uomo; può esclamare, con un'ammirazione ed una gratitudine sempre rinnovate: Che valore deve avere l'uomo per il Creatore se «ha meritato di avere un simile e tanto grande Redentore» (Exultet della liturgia pasquale), se Dio ha dato suo Figlio affinchè lui, l'uomo, non perisca, ma abbia la vita eterna! (cf. Giov. 3, 16)» (Evangelium vitæ, 25).

«Figlio di Dio, totalmente»

La vita che il Figlio di Dio è venuto a dare agli uomini non si riduce alla sola esistenza nel tempo. È destinata a durare per tutta l'eternità. L'Apostolo San Giovanni scrive: Considerate quale ineffabile amore ci ha donato il Padre; che ci chiamano figli di Dio. E lo siamo! Carissimi, noi siamo fin d'ora figli di Dio, ma non è stato ancora manifestato quello che saremo. Sappiamo che quando ciò verrà manifestato, saremo simili a Lui, perchè lo vedremo quale Egli è (1 Giov. 3, 1-2).
Il nonno di Emanuele mette in risalto questa verità quando scrive: «Il Battesimo dei miei figli (e nipotini) è stato ogni volta per me un momento importante. Mi sembra che attualmente si metta l'accento sull' «entrata nella Chiesa». D'accordo. Ma, quanto a me, ci vedo soprattutto la vera nascita del figlio della nostra carne alla Vita stessa di Dio. Emanuele non avrà lo sviluppo intellettuale, nè le capacità fisiche degli altri bambini. Ma qui, lo so, lo sento, non vi è nessuna inferiorità; eccolo Figlio di Dio, totalmente, la malattia non ha nessun potere contro questa dignità essenziale».
Così, «la verità cristiana relativa alla vita raggiunge la sua pienezza. La dignità della vita non è legata soltanto alle sue origini, al fatto che viene da Dio, ma anche al suo fine, al suo destino, che è quello di essere in comunione con Dio, per conoscerlo ed amarlo». (Evangelium vitæ, 38). Tale comunione d'amore non è riservata ad una élite di uomini perfettamente costituiti. Si estende anche a tutti i «poveri» di corpo o di spirito. «I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i morti risorgono, la Buona Novella è annunciata ai poveri (Luca 7, 22). Con queste parole del profeta Isaia, Gesù spiega il senso della sua missione: così, coloro che soffrono di una forma di menomazione nella loro esistenza, sentono, annunciata da lui, la buona novella della sollecitudine di Dio per loro ed hanno la conferma che anche la loro vita è un dono gelosamente tenuto in mano dal Padre (cf. Matt. 6, 25-34)» (Ibid., 32).

Superare i propri limiti

Carissimi, poichè Dio ci ha amati tanto, anche noi dobbiamo amarci scambievolmente (1 Giov. 4, 11). La paziente educazione di Emanuele è tutta piena dell'amore cui ci esorta San Giovanni. Essa presuppone un'informazione esatta sulla natura della menomazione del bambino. Il Professor Jérôme Lejeune, che ha scoperto nel 1959 la causa della trisomia 21, spiega che questa malattia non è nè una tara razziale, nè una sequela della sifilide, dell'alcolismo o della cattiva qualità del cervello dei genitori, come si riteneva fino a quel momento: è un'aberrazione cromosomica. Il bambino «mongoloide» possiede tutti gli organi, tutto l'insieme genetico proprio all'uomo, senza «errori nella pianta della costruzione»; egli presenta unicamente un eccesso di informazione genetica, perchè le sue cellule possiedono, per un'aberrazione, un cromosomo di troppo. Si tratta di una malattia che ostacola lo sviluppo delle facoltà intellettuali, senza ledere la memoria nè l'affettività di colui che ne è colpito. La medicina non dispera di poter un giorno guarire le vittime di questo male.
Come la maggior parte dei trisomici, Emanuele si distingue per l'indolenza. Ma la Signora D. non si rassegna a tale fatalità: con tenacia, lo incita a superare i propri limiti. Quando cade in avanti, non ha l'idea di proteggersi la testa con le mani. La mamma gli insegna a cadere, su un materasso, mettendo avanti le braccia, finchè egli acquisice l'automatismo. Per farlo camminare, gli prende prima un piede, poi l'altro, facendolo trattenersi alla parete; e ciò, per giorni e giorni, fino a quando cammina da solo: miracolo di pazienza! È la stessa cosa, per insegnargli a salire e scendere una scala... Ben presto, con il babbo, il fratello e la sorella, Emanuele partecipa a corse a piedi, e, di tanto in tanto, lo si lascia arrivare primo al traguardo, mentre la mamma applaude.
Gli ci è voluta molta energia per abituare la lingua, le labbra, i denti e formare le vocali e le consonanti. Parla volentieri, ma la sua pronuncia è spesso confusa. Quando non lo si capisce, lo si fa ripetere una volta, due volte, tre volte: alla fine, si stanca, si prende la testa fra le mani, per un minuto o due, poi si riprende e pronuncia la parola giusta, o un sinonimo. Ha una coscienza netta del bene e del male, di quel che è permesso e di quel che è vietato. Si occupa, si distrae, diffonde l'allegria. E poi, vi è in lui uno spirito birichino, una vivacità che non è mai a corto di fantasia. Il riso, in lui, è caratteristico. Gli piace lo sport: nel calcio, la sua azione è ottima, nel judo, è temibile. Nel gioco delle bocce, il suo lancio è «magico»: non fallisce mai il bersaglio. L'equilibrismo non gli fa paura: se la cava sempre. La famiglia passa le vacanze in montagna: talvolta le camminate sono un po' lunghe, soprattutto in salita. Si sente allora la sua vocina: «Non si fa un riposino?»

Come uno specchio d'acqua

In generale, tutti quelli che hanno a che fare con Emanuele sono sedotti da vari tratti del suo carattere. Prima di tutto, ha fiducia in tutti, senza restrizioni. Poi, ci sono gli occhi con cui ti guarda, di un'estrema dolcezza, e con cui ti avviluppa come uno specchio d'acqua che si spande in tutte le cavità che incontra. Ti inonda di tenerezza. Infine, riesce a dimenticare se stesso, per curarsi degli altri. Gli piace occuparsi dei piccoli, aiutarli. Spesso, ha una parola, una frase gentile per i suoi. Far piacere è per lui una seconda natura. La sua menomazione, se non è soppressa, è attenuata, superata.
Il caso di Emanuele conferma la testimonianza di Jean Vanier, fondatore dell'Arca: l'attenzione benevola prestata ai minorati «diventa a poco a poco comunione dei cuori, perchè la persona, anche con una menomazione grave, risponde all'amore con l'amore... È un rapporto di fiducia mutua che trasforma l'immagine ferita e depressiva della persona in un'immagine positiva, mettendo in luce il suo valore, la sua dignità e dandole speranza e ragioni di vivere... Le persone deboli hanno una potenza misteriosa che invita alla comunione, trasforma quelli che le accolgono, avvicinandoli al cuore di Dio. Esse sono fonte di unità».

Nella sofferenza... con Gesù

Il 30 gennaio 1976, Emanuele è colto da una grave emorragia nasale, seguita da accessi di febbre. Il 17 marzo, viene ricoverato all'Ospedale della «Salpétrière», a Parigi. Si procede a prelievi di midollo osseo. Gli esami rivelano che Emanuele è affetto da leucemia. Durante le numerose degenze nel corso dei sette anni successivi, i genitori si avvicendano con altri affinchè egli non sia mai solo. Nei periodi di tregua, può vivere in famiglia, ma, alla fine, le ricadute si fanno via via più frequenti: luglio 82, aprile 83, luglio 83.
Emanuele ha desiderato ricevere Gesù molto presto. «Ed io?» dice ogni volta che vede la mamma far la comunione. Nel corso delle messe domenicali, si distrae raramente e, per quanto riguarda le cose di Dio, è sempre particolarmente attento. Gli capita di sgridare i bambini che fanno chiasso in chiesa, o di far loro cenno di tacere. La sua fede matura di giorno in giorno. La sua attrattiva per «Gesù-Ostia» è sempre maggiore. Il Giovedì Santo, 23 marzo 1978, Lo riceve per la prima volta. A partire da quel giorno, si comunica ad ogni messa con un raccoglimento profondo e un immenso desiderio. Un giorno, dopo la comunione in una parrocchia di Auxerre, invece di tornare al proprio posto con i genitori, rimane in uno degli stalli del coro, con la testa appoggiata sulle mani giunte. Passandogli accanto, il papà gli chiede: «Cosa fai lì, Emanuele? – Prego Maria perchè la mamma non pianga più». Riceve la cresima, il 24 aprile 1983.
Questa sensibilità, quest'apertura al divino, è condivisa dalla maggior parte dei trisomici. Gesù, che bussa alla porta di tutti i cuori, trova quei piccoli premurosi ad aprirGli. Commentando un'allocuzione in cui Papa Paolo VI esortava i minorati a camminare verso la santità, Jean Vanier afferma: «Sì, certi uomini e donne minorati psichici sono dei Santi. Per via della loro semplicità, della sete di essere amati e dell'apertura a Gesù, confondono i grandi di questo mondo, quelli che ricercano l'efficacia ed il potere fuori del senso del servizio e della comunione dei cuori. Sono molto poveri e limitati, ma sono ricchi nella fede, come ci ricorda l'Apostolo San Giacomo: Sentite, miei diletti fratelli! Dio non ha forse scelto quelli che sono poveri agli occhi del mondo, affinchè siano ricchi nella fede ed eredi di quel Regno che ha promesso a quanti Lo amano? (Giac. 2, 5)».

Un delitto abominevole

Tuttavia, «i minorati sono fra i più oppressi del nostro mondo, malgrado i progressi che si compiono in certi paesi. Molti, e sono sempre più numerosi, vengono eliminati nel seno stesso della madre» (Jean Vanier). Un giorno, il Professor Lejeune riceve in ambulatorio un bimbo trisomico di dieci anni che gli si getta fra le braccia e gli dice: «Vogliono ucciderci; bosogna che tu ci protegga, perchè noi siamo troppo deboli, non saremo in grado di difenderci!» La vigilia, coi i genitori, aveva guardato una delle prime emissioni televisive sull'aborto, in cui si spiegava come, grazie alla diagnosi prenatale, fosse possibile scoprire la trisomia 21 e sopprimere tali bambini indesiderabili. Da quel giorno, il Professore prenderà instancabilmente la difesa del nascituro. Aveva capito che la prima minaccia contro la vita dei minorati è situata a livello della diagnosi prenatale, quando questa è realizzata per spingere all'aborto. «La diagnosi prenatale, che non presenta difficoltà morali se viene effettuata per determinare le cure eventualmente necessarie per il bambino non ancora nato, diventa troppo spesso un'occasione per consigliare e provocare l'aborto» (Giovanni Paolo II, Evangelium vitæ, 14).
Ora, l'aborto è sempre, in sè e per sè, un peccato gravissimo. Papa Giovanni Paolo II scrive: «Il comandamento non uccidere ha un valore assoluto quando si riferisce alla persona innocente. E ciò a più forte ragione che si tratta di un essere umano debole e indifeso, che trova solo nel carattere assoluto del comandamento di Dio una difesa radicale di fronte all'arbitrio ed all'abuso di potere degli altri... La decisione deliberata di privare un essere umano innocente della vita, è sempre cattiva dal punto di vista morale e non può mai esser lecita, nè come fine, nè come mezzo in vista di uno scopo lodevole... Nulla nè nessuno può autorizzare che si dia la morte ad un essere umano innocente, feto o embrione, bambino o adulto, vecchio, malato incurabile o agonizzante. Nessuno può chiedere questo gesto omicida per sè o per un altro affidato alla sua responsabilità, e neppure consentirvi, esplicitamente o meno. Nessuna autorità può imporlo legittimamente, e neppure autorizzarlo» (Ibid., 57).
Oggi, nella coscienza di molte persone, la percezione della gravità dell'aborto si è andata offuscando progressivamente. La sua «accettazione nelle mentalità, nei costumi e nella legge medesima è un segno eloquente di una crisi pericolosa del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere il bene dal male, anche quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita. Davanti ad una situazione tanto grave, il coraggio di guardare in faccia la verità e di dir pane al pane e vino al vino è più che mai necessario, senza cedere a compromessi per facilità o alla tentazione di ingannare se stessi. A questo proposito, il rimprovero del Profeta risuona in modo categorico: Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre (Is. 5, 20)» (Evangelium vitæ, 58).
Taluni tentano di giustificare l'aborto sostenendo che il frutto della concezione, almeno fino a un certo numero di giorni, non può esser considerato come una vita umana personale. In realtà, «non appena l'ovulo è fecondato, si trova inaugurata una vita che non è nè quella del padre nè quella della madre, bensì quella di un nuovo essere umano che si sviluppa a sè. Non sarà mai reso umano, se non lo è già fin da allora. A quest'evidenza di sempre, la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Ha mostrato che, fin dal primo istante, si trova definito il programma di quel che sarà quell'essere: una persona, persona individuale con le sue note caratteristiche già ben determinate» (Congregazione per la Dottrina della Fede, 18 novembre 1974). Forte di una simile convinzione, acquisita attraverso la scienza, il Professor Lejeune diceva volentieri: «Lo studente di medicina più materialistico è costretto a riconoscere che l'essere umano comincia all'atto della concezione, altrimenti viene bocciato!»

Sei troppo stanco!

Il 7 settembre 1983, lo specialista dichiara ai genitori di Emanuele che non c'è più nulla da fare. Le ultime domeniche, benchè allo stremo delle forze, Emanuele vuole andar a messa e servirla. Suo fratello cerca di dissuaderlo: «Sei troppo stanco e poi non potrai inginocchiarti». Allora, facendo prova di un coraggio straordinario per dimostrare che può, che vuole andarci, Emanuele fa forza sulle gambe, si strappa dal suolo e in piedi, senza appoggi, fa una genuflessione, poi si rialza ben diritto. Andrà a servire Gesù.
Il 27 settembre, le cose vanno per il peggio. Emanuele può soltanto gemere, steso nel letto. Il papà e la mamma sono chini insieme su di lui. È il bambino che parla, debolmente, ma nettamente: «Ti voglio molto bene, sai, papà – Ti voglio molto bene, sai, mamma». Sono le ultime parole che rivolge ai genitori. Ha detto loro «arrivederci, in Cielo».
«Emanuele, Dio con noi, resterà un simbolo pieno di speranza. Perchè i cristiani sono persone per cui la nascita, la vita e la morte di un piccolo minorato valgono più di tutti gli applausi offerti agli idoli, più di tutti gli imperi e più di tutto l'oro del mondo» (Don Maurice Cordier, ex parroco della famiglia di Emanuele).


Autore:
Dom Antoine Marie osb


Fonte:
Lettera mensile dell'abbazia Saint-Joseph, F. 21150 Flavigny- Francia - www.clairval.com

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Aggiunto/modificato il 2019-12-04

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