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Don Carlo Beghè

Festa: Testimoni

28 ottobre 1861 - 2 marzo 1945


Chi uccise Don Carlo Beghè, parroco a Novegigola di Tresana? O meglio, chi ne provocò la morte? Questo l’interrogativo a cui ha tentato di dare risposta il prof. Simone Ziviani nel volume “A morte il prete”, pubblicato nel 2014. Prelevato con la forza durante un rastrellamento, Don Carlo dopo esser stato malmenato senza alcuna pietà per la sua vecchiaia e per la sua malferma salute, venne condotto nei pressi del cimitero e di qui, dopo insulti e minacce, rilasciato. Il suo cuore, troppo sofferente, non resse a lungo e pochi giorni dopo offrì a Dio ed ai fratelli il suo ultimo palpito. Lo schock che subì, la malattia che contrasse e forse anche gli effetti di una ferita gli furono fatali.
Due le versioni dei fatti. Secondo la prima il 1° gennaio 1945 i tedeschi lo avevano prelevato durante un rastrellamento: maltrattato e percosso, fece ritorno a casa, pagando gli effetti di questo ‘trattamento’ che lasciarono traccia indelebile nel suo cuore ottuagenario, che avrebbe cessato di battere il 12 marzo. La seconda vuole invece che il 19 febbraio 1945 i partigiani rossi avessero prelevato il sacerdote per percuoterlo ed inscenare una finta fucilazione , durante la quale forse rimase ferito. I postumi ne causarono la morte il 2 marzo. Il registro parrocchiale di Novegigola annota il decesso del parroco a causa di una polmonite, ma pere ovvio non essere stato un evento poi così ‘naturale’. Un’altra anomalia è data dal totale silenzio del “Liber chronicus” di Tresana tra il febbraio e l’aprile del 1945, proprio nel periodo in cui nella vicina parrocchia di Novegigola si consumava il sacrificio di Don Carlo. Ricerche di archivio portano alla luce come il sacerdote fosse nato il 28 ottobre 1861 ed ordinato nel 1886. La data di morte riportata sia nei registri parrocchiali che in quelli comunali dichiarano la morte di Don Carlo il 2 marzo 1945. Ciò avvalorerebbe la seconda tesi, quella che accusa i partigiani.
Il pronipote di Don Beghè, intervistato da Ziviani, ha testimoniato in modo circostanziano ed affidabile che “in quel periodo viveva insieme a noi a Novegigola, e ospitavamo anche alcuni elementi di spicco della resistenza nella zona di Tresana: un medico, un ex ufficiale dell’esercito, ecc… Questi, di tanto in tanto, facevano capolino da noi e passavano la notte lì. Un giorno, probabilmente in seguito ad una spiata,  fecero irruzione in casa nostra le SS, insieme ad alcuni marinai della X Mas. Io e mio padre ci nascondemmo subito in una sorta di scantinato, ma lo zio, impaurito dalla situazione, indicò ai militari dove ci eravamo nascosti. Così fummo arrestati: erano le prime luci del giorno del 17 febbraio 1945. Sia io che mio padre avremmo trascorso nelle carceri fasciste i successivi due mesi. So quello che è successo al parroco perché mi è stato raccontato in seguito, dopo il 20 aprile, e non perché l’abbia visto con i miei occhi: come ho detto, noi fummo fatti subito prigionieri e portati via. Accadde dunque che i tedeschi lo trascinarono a forza verso la chiesa di Novegigola, alla ricerca di alcuni partigiani che pensavano fossero nascosti nel campanile. Non so se davvero abbiano poi inscenato una finta fucilazione, o se comunque sia rimasto ferito; ma di certo, girando per le strade di Novegigola a febbraio, andò a finire che si buscò una brutta polmonite, che in una decina di giorni se lo portò via. D’altronde ormai era anziano e debole. Pensi che in occasione delle feste comandate non ce la faceva neanche più a officiare le messe, e si faceva aiutare da un frate di Brugnato”.
Le violenze subite dalle forze nazifasciste sembrano dunque a tutti gli effetti essere la causa ultima che a portato alla morte in breve tempo questo parroco della Lunigiana, un uomo con i suoi pregi ed i suoi difetti, che sino alla fine è rimasto fedele al ministero a lui affidato.


Autore:
Don Fabio Arduino


Fonte:
Vita Apuana

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Aggiunto/modificato il 2020-05-07

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